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mercoledì 20 novembre 2019

Toy Story 4: un inno alle imperfezioni e alle seconde possibilità



Quando Pixar e Disney sono diventati una cosa sola, in molti hanno storto il naso. Vuoi mettere questi personaggi computerizzati coi cartoni di una volta, quelli fatti a mano, alla vecchia maniera? In effetti è stata la fine di un’epoca, ma anche l’inizio di una nuova era e oggi quei protagonisti frutto di una nuova tecnologia che sembravano un po’ freddi rispetto a Pinocchio, Mago Merlino e Biancaneve, sono entrati nel cuore e nell’immaginario di un’intera generazione di giovani adulti, segnandone i ricordi di un’infanzia felice.


Quando lo sceriffo Woody e lo space ranger Buzz hanno fatto il loro ingresso nei cinema e poi nelle camerette dei bambini di mezzo mondo era il lontano 1995 e le loro avventure sono state le prime interamente realizzate in computer grafica. Dopo Toy Story – Il mondo dei giocattoli, ci sono stati Toy Story 2 – Woody e Buzz alla riscossa nel 1999, Toy Story 3 – La grande fuga nel 2010 e, la scorsa estate, Toy Story 4, appena uscito in DVD, ha messo (forse) fine alla quadrilogia Disney-Pixar più amata degli ultimi vent’anni con un ultimo capolavoro di animazione e contenuti particolarmente profondi, non solo per i bambini, ma anche per i loro genitori e per gli adulti in generale. Si tratta di un film d’animazione d’eccellenza nel quale l’unica cosa di cui si sente la mancanza è la voce di Fabrizio Frizzi, che, nei precedenti cartoni, ha doppiato lo sceriffo Woody con grande simpatia e tenerezza.
Ma facciamo un piccolo passo indietro, per chi non ricordasse cosa è accaduto nei primi capitoli della saga. Nel primo film Woody, un giocattolo vecchia maniera, è il preferito del piccolo Andy e governa, a suo modo, il colorato microcosmo della cameretta del suo bimbo. Tutto sembra filare liscio, almeno finché non arriva un giocattolo di nuova generazione: lo space ranger Buzz Lightyear che ben presto “spodesta” Woody dal suo ruolo di favorito e di punto di riferimento di tutti gli altri giochi. Tra i due balocchi c’è un’accesa rivalità, ma una serie di peripezie alquanto pericolose, li porteranno a ricredersi l’uno sul conto dell’altro, fino a stringere una forte amicizia che li vedrà uniti al fianco del piccolo Andy il quale, ignaro della prorompente vitalità dei suoi giocattoli preferiti, cresce felice e spensierato.


Nel secondo film, l’armonia sembra essere tornata, ma, mentre sta giocando con Andy, a Woody si scuce un braccio. Per errore Woody finisce in un mercatino di quartiere dove, una volta ogni tanto, vengono venduti o donati tutti i vecchi giocattoli rotti o ormai in disuso. Buzz e il suo seguito, però, non hanno nessuna intenzione di abbandonare l’amico sceriffo e lo recuperano a casa di un collezionista che lo ha acquistato per venderlo, assieme a nuovi personaggi come Jessie la cowgirl, a un museo in Giappone. Ma cosa è più importante: essere ammirati dai bambini di tutto il mondo o vederne crescere solo uno che amiamo incondizionatamente, anche quando il gioco della vita ci mette a dura prova? All’inizio Woody è confuso, ma ben presto troverà dentro di sé la risposta a questa domanda e tornerà alla sua vita di sempre, assieme a tutti i suoi amici.
Nel terzo film, Andy è ormai cresciuto e sta per andare al College, ma ancora non si è deciso a “sbarazzarsi” dei suoi giocattoli preferiti che tiene chiusi in un baule in camera sua. Woody, Buzz e gli altri vivono nella speranza che Andy non li regali, ma per errore, invece di essere portati in soffitta, finiscono tutti nello scatolone destinato a essere donato all’asilo di Sunnyside. Lì Woody, Buzz e tutti gli altri (a esclusione della pastorella Bo Peep alla quale Woody era molto legato e che, in questo terzo episodio, sembra essere stata data via da tempo) scopriranno quanto è difficile la vita di un giocattolo che non ha un solo “padrone”, ma deve essere condiviso da tanti bambini. Alla fine i nostri coraggiosi eroi di plastica, pezza e batterie riescono a ricongiungersi al non più piccolo Andy il quale, ormai pronto per diventare adulto, decide di donarli a una bambina di nome Bonnie permettendo a tutti di ricominciare una nuova vita.


In Toy Story 4 la storia riprende da dove si era interrotta quasi dieci anni prima, ma con una prospettiva decisamente capovolta rispetto al passato: mentre tutti gli altri giocattoli, Buzz e Jessie compresi, sembrano essere stati accolti dalla piccola Bonnie con grande entusiasmo, Woody viene sempre lasciato da parte e non è più il giocattolo preferito che era abituato a essere. Nonostante ciò, la sua coscienza di giocattolo lo porta a preoccuparsi continuamente del benessere della sua bambina, proprio come faceva col suo amato Andy. Quando Bonnie, durante una giornata di orientamento all’asilo, costruisce un giocattolo con una forchettina di plastica che sarebbe dovuta finire nella spazzatura, Woody prende subito a cuore il nuovo arrivato, che non si sente affatto un balocco, perché lo sceriffo si rende conto della grande importanza che questo giocattolo sui generis ha per la bambina. Durante un viaggio in camper prima dell’inizio della scuola, Woody avrà un bel da fare col ribattezzato e disubbidiente Forky e, tra mille peripezie, in un vecchio negozio di antiquariato e giocattoli antichi incontrerà di nuovo la sua amata Bo Peep che, stufa di passare il tempo sugli scaffali del polveroso negozio, è fuggita assieme a una variopinta banda di giocattoli smarriti e ha iniziato una nuova avventurosa esistenza. Bo Peep non è più la perspicace pastorella di un tempo, ma è diventata un’indomita avventuriera che conserva nel cuore i ricordi della sua bambina Molly, la sorellina di Andy, ma sa che il mondo è tanto grande e così pieno di bambini, che non vale la pena di lasciarsi andare alla malinconia, come fa sempre Woody. In fondo non si sente anche lui profondamente “smarrito” negli ultimi tempi? Cosa deciderà Woody per il suo futuro: tornerà dalla piccola Bonnie, come gli suggerisce la sua coscienza di giocattolo, per cui è inconcepibile non avere un bambino speciale di cui prendersi cura, o seguirà il suo cuore che lo vorrebbe accanto a Bo Peep in cerca di nuove avventure e di una seconda possibilità, anche se ciò significa dire addio agli amici di sempre?


Non ho nessuna intenzione di rivelarvi il finale nient’affatto scontato, ma posso dire che in Toy Story 4 ho trovato più spunti di riflessione adatti a tutte le età, rispetto a tanti film ideati per noi “grandi” e che si prendono decisamente troppo sul serio in quanto a valori morali e via dicendo.
Toy Story 4 è un film sull’importanza delle seconde possibilità e sulla capacità di reinventarsi sempre davanti ai colpi di scena della vita. È un film che dimostra come non occorra affatto essere perfetti, anche in una società che ci vuole sempre “nuovi” e invincibili. È un film che racconta come nella vita quotidiana ci si possa “smarrire”, ma poi tornare a essere se stessi più di prima, affrontando ogni genere di cambiamento e scoprendo di possedere virtù e qualità che non si pensava di avere. È un film che spiega ai più piccoli come uscire dalla propria comfort zone possa mettere paura all’inizio, ma possa anche essere una splendida avventura che non ci negherà il conforto dei bei ricordi, aiutandoci, invece, a costruirne di nuovi, giorno dopo giorno, perché, come diceva qualcuno: “non è finita, finché non è finita” e i bambini queste cose le capiscono istintivamente, per fortuna.
Personalmente ho visto questo film per la prima volta con mia figlia in una mattinata di pioggia e di febbre e ho versato qualche lacrimuccia, ripensando alla prima volta che ho visto il primo capitolo della saga, quando la bambina con la febbre ero io. “Perché piangi, mamma?”, mi ha domandato mia figlia (tre primavere non ancora compiute). “Perché questo cartone animato è molto bello e, a volte, anche le cose belle fanno piangere,” le ho risposto, senza convincerla fino in fondo.


In fin dei conti noi genitori abbiamo una cosa in comune con tutti i giocattoli (solo apparentemente senz’anima) che ci affanniamo ad acquistare per rendere sempre più felici e curiosi i nostri figli: veder crescere i nostri bambini è tra le avventure più speciali che possiamo vivere nella nostra vita, anche se siamo ben consapevoli che significherà vederli andare via per sempre, prima o poi. Ma ciò non deve impedirci di essere sempre noi stessi, coi nostri pregi e difetti di adulti che, per essere veramente felici, devono cercare di non dimenticare mai quanto sia bello essere bambini.


mercoledì 9 ottobre 2019

Imma Tataranni non è Montalbano (al femminile)


Dopo un’intera estate di promo che ce l’hanno mostrata appollaiata sul suo galleggiante gonfiabile a forma di ananas nel mezzo di un mare calmo e turchese, lo scorso 22 settembre ha fatto il suo esordio Imma Tataranni – Sostituto Procuratore, la nuova fiction targata Rai Uno che ha ufficialmente aperto l’autunno delle prime serate del servizio pubblico dedicate alla serialità nostrana.
Sarà stata la recente scomparsa di Andrea Camilleri, seguita, poco dopo, da quella di Alberto Sironi, fatto sta che, neanche erano finiti i titoli di testa della prima puntata, gran parte della critica e dei telespettatori hanno sentito il bisogno di accostare la rossa dal tacco dodici al commissario più amato dagli italiani (ma un po’ meno da certi Direttori).
Prima di farci un’idea tutta nostra, abbiamo voluto seguire le avventure della Tataranni televisiva per qualche settimana e, soffermandoci unicamente sulle trasposizioni Tv, siamo giunti alla conclusione che la Tataranni non è un Montalbano al femminile, né, tantomeno, femminista. E, probabilmente, sia Camilleri, sia Sironi, se potessero, si farebbero una bella risata su tutta questa faccenda.


Che per affezionare e affezionarsi sia utile fare accostamenti di cuore e di pancia, ne siamo abbastanza certi, ma, almeno in seconda battuta, è bene fare riflessioni più profonde. Innanzitutto la Tataranni è donna. E non è una semplice evidenza, ma una piacevole novità anche per la rete ammiraglia della Rai che, nella sua fiction degli ultimi anni, non ha donne per protagoniste (se escludiamo quelle col velo e i voti perpetui), ma sono come comprimarie, spalle o gregarie atte al lancio di ruoli maschili. La Tataranni è donna, lavoratrice (e che lavoratrice!), moglie, madre e… faticosamente nuora. Tutti ruoli che spiccano a trecentosessanta gradi, alternandosi tra i ritmi della narrazione, che passa piacevolmente dal mistero da risolvere, alle esilaranti peripezie della vita quotidiana. Montalbano non solo è un uomo, ma è interamente circondato da una squadra di collaboratori uomini. Inoltre, come accade generalmente, in molte storie del Maestro le donne hanno ruoli e personalità quasi favolistiche, dalla femme fatale che mette tutti al tappeto, alla giovane innocente siciliana di una volta, col vestitino a fiori e i boccoli neri. Imma, dal canto suo, è moderna, testarda, meticolosa, con una memoria di ferro e un’abilità unica nel seguire e far seguire le regole, senza mai abbassare il capo di fronte alle gerarchie e ai potenti. Mariolina Venezia, la sua mamma letteraria, che, dopo i romanzi, ha contribuito a scrivere anche la sceneggiatura della fiction, si è battuta affinché la trasposizione televisiva della sua Tataranni non la trasformasse in una macchietta, più isteria che intelletto e ci è riuscita alla grande, perché la Tataranni tiene incollati allo schermo. Fa ridere, fa commuovere, fa riflettere. E se te ne perdi qualche dettaglio, hai persino voglia di riguardarla in streaming, perché quel sottile filo conduttore che lega ogni episodio al successivo, praticamente impercettibile in Montalbano, è intrigante e stimolante. Tra un caso e l’altro, Imma sa di essere una madre ingombrante, ma ciò non le impedisce di restare se stessa, invadente, ma anche protettiva. E le occhiate che riserva al giovane e bel carabiniere Calogiuri sono spassose tanto quanto la tenera sintonia che la lega a quel tesoro di marito che ha, Pietro, sempre pronto a mettere pace e freno, ma solo quando serve, alla sua esuberanza.


Imma Tataranni – Sostituto Procuratore è un raffinato e divertente gioco di equilibri, sullo sfondo di una Matera scintillante e cupa nello stesso tempo, e, a coronare questo gran lavoro di fino, c’è il talento di Vanessa Scalera, un volto poco noto sul piccolo schermo Rai che ha decisamente bisogno di facce nuove in questo senso.
Se c’è una cosa che accomuna Salvo Montalbano e Immacolata Tataranni è il senso del dovere e dello Stato, che si può e si deve trasmettere a chi guarda la Tv, anche attraverso le narrazioni di fantasia, e la capacità di entrambi questi personaggi, prestati dalla carta, di aprire uno spaccato sulla complessa e complicata giustizia italiana.

mercoledì 25 settembre 2019

“Prova d’innocenza” di James Patterson con Andrew Gross



Ned Kelly si chiama come il fuorilegge australiano che, nell’Ottocento, tenne col fiato sospeso la colonia britannica di Victoria durante una ribellione, ma in realtà è un bravo ragazzo e ha ben poco a che vedere col suo turbolento omonimo d’oltreoceano.
Infatti Ned, protagonista del nuovo thriller di James Patterson, “Prova d’innocenza”, scritto a quattro mani col collaudato coautore Andrew Gross ed edito da Tre60, è cresciuto a Brockton e ha un passato costellato di cattive amicizie, ma ha cercato di riscattarsi in ogni modo nella vita e, da quando lavora in un lussuoso resort di Palm Beach come tuttofare e bagnino, ha deciso di rigare dritto.
Tuttavia, quando a Ned si presenta l’occasione di mettere a segno il cosiddetto “colpo perfetto”, assieme ai vecchi compagni di merende, non riesce proprio a dire di no, perché da quando ha conosciuto la raffinata e bellissima australiana Tess, e ha ceduto alla passione, vuole che tutto sia perfetto e che la vita continui a sorridergli, anche dal punto di vista economico. Ma quante probabilità ci sono che, proprio nello stesso giorno, il colpo della vita vada storto, tutti gli amici e complici vengano fatti fuori e la donna amata venga assassinata nella vasca da bagno da un brutto ceffo? Ned non può credere a quanto gli sta accadendo: dalle stelle alle stalle in una manciata di ore. Mentre tutto sembra essere contro di lui e l’FBI gli sta alle costole come unico potenziale colpevole, Ned è costretto a ricorrere all’aiuto di Ellie Shurtleff, uno scricciolo di un metro e sessanta con spesse lenti di tartaruga che tutto sembra, fuorché un agente scelto dell’FBI, ma in realtà ha la mira di un cecchino ed è l’unica disposta a credergli e a infrangere qualche regola per aiutarlo.
La capacità di James Patterson, e di tutti i suoi coautori, di teletrasportare letteralmente il lettore nelle città degli U.S.A. in cui ambienta le proprie storie è unica al mondo. Basta leggere l’incipit per sentire il cuore a stelle e strisce. Non a caso è il più venduto di tutti. Coi suoi capitoli brevissimi e lo stile veloce e diretto, quasi come si trattasse di una sceneggiatura, ma anche in grado di digressioni narrative puntuali e mai banali, Patterson riesce a dare vita a personaggi ai quali è facile affezionarsi immediatamente, come quando si guarda un film o una serie Tv. La sua abilità nel focalizzarsi su un genere, senza mai perdere di vista la propria impronta stilistica sempre frizzante e la commistione necessaria a dare corpo alle varie vicende, lo rendono non solo un maestro del thriller, ma anche un autore in grado di spaziare tra molteplici generi, come ha dimostrato dedicandosi alternativamente al rosa e alla letteratura per ragazzi con grandissimo successo su scala mondiale.
L’azione e la tensione, anche erotica, che si innesca tra i due protagonisti, rende la risoluzione del mistero e la ricerca della verità non solo emozionante, ma anche divertente, in una miscela esplosiva che vede bene e male mischiarsi continuamente, fino a cambiare per sempre la vita di Ned ed Ellie.


mercoledì 22 maggio 2019

“Per Interposta Persona” di Monica Bartolini


Lo stile pulito, scorrevole e vivace, ma soprattutto la capacità di esplorare il punto di vista di tutti i personaggi coinvolti nella storia, pur tenendo salde le redini della voce narrante attraverso i pensieri del protagonista: sono queste le peculiarità che fanno dei romanzi di Monica Bartolini delle storie di grande qualità, che lasciano profonda nostalgia nei lettori più voraci, destinati a terminarle sempre troppo in fretta. E anche “Per Interposta Persona”, I Buoni Cugini Editori, l’ultimo romanzo in ordine di tempo della Rossa che Scrive Gialli, non fa eccezione e non delude, riportandoci alle atmosfere dense di mistero, ma mai prive di umanità, che caratterizzano il modo di condurre le indagini del nostro Maresciallo Nunzio Piscopo, ormai “maturo” e a un passo dalla pensione, ma mai sufficientemente “distaccato”, nonostante i numerosi casi della sua carriera.


In questa nuova avventura la trama gialla, così sapientemente intessuta da Monica Bartolini, ruota attorno all’assassinio dell’ambiguo gioielliere Greco che ha tutta l’aria di essere un regolamento di conti, ma, in realtà, attraversa l’intimità di tante famiglie unite non solo da legami di sangue, ma anche di lavoro e amicizia, avvolgendo lo stesso Piscopo in una morsa che lo serra nella difficoltà di mantenere più di una promessa, senza che nessuna confligga con l’altra. Sì, perché quando a essere sospettato è proprio il suo superiore, il Maggiore Spada, a causa della presenza della sua pistola sulla scena del crimine, Piscopo fa il possibile per mantenere lucidità e fiducia in se stesso e nella divisa che porta, facendosi forza della sua capacità di intuizione e interazione con tutte le complesse personalità con le quali verrà a contatto nel corso dell’indagine. Ma la situazione si rivelerà più intricata e dolorosa del previsto.
In un dipanarsi incalzante di indizi apparentemente contraddittori, lasciati come briciole dall’autrice, pagina dopo pagina, Piscopo accompagna i lettori e si lascia guidare dalla sua umana sensibilità più che da tutti gli altri mezzi investigativi che possiede, per cercare, da un lato di far luce sugli eventi, dall’altro di svelare la realtà dietro alle apparenze di un caso più scomodo di quel che sembra.


Non solo mafia, provincia e fatti di sangue, Monica Bartolini attraversa e approfondisce tutte le sfaccettature dell’amore, soffermandosi con grande dolcezza e delicatezza su quello genitoriale e filiale e analizzando mancanze, debolezze e imperfezioni che caratterizzano proprio tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda. Fin dove sarà costretto a spingersi Piscopo per far luce su tutta la faccenda? Metterà in gioco se stesso e i suoi legami più cari fino in fondo? A chi e in cosa potrà credere oltre che nelle sue sole forze?
Tra frustrazione, delusione, amarezza e incertezza per il futuro, il nostro eroe dovrà far fronte a sorprese e continui colpi di scena, verso un epilogo inaspettato e nuovi panni da vestire in cui sentirsi un “uomo nuovo”.


mercoledì 8 maggio 2019

“La cospirazione dell’Inquisitore” di Giulia Abbate



Giulia Abbate, romana, classe 1983, non è un’autrice qualsiasi, ma una che ha studiato e tanto. Se in un vero e proprio ‘oceano’ di romance di tutti i tipi, ne state cercando uno che vi rimanga dentro anche dopo aver ultimato la lettura, non solo per la storia d’amore, ma soprattutto per lo stile e la capacità di rievocare le ambientazioni medievali e il senso di precarietà che la vita dell’epoca doveva suscitare, soprattutto per le donne, “La cospirazione dell’Inquisitore”, Leggereditore, è ciò che fa per voi.
Dopo un paio di interessanti incursioni nella fantascienza, infatti, Giulia Abbate riesce a impadronirsi delle regole e delle atmosfere del romance storico con una destrezza e un’abilità, che fanno scorrere la lettura della storia d’amore fin troppo velocemente, tra avvincenti colpi di scena e ricostruzioni puntuali, ma mai prolisse.
Il romanzo racconta la storia di Elisa, bella e indomita vedova poco più che ventenne che, all’alba del XIV secolo, è rimasta vedova del signore del feudo degli Altoviti, nell’Italia centrale, caduto in una crociata, e ha dato alla luce una bimba già orfana che ha chiamato Matilde. Sono passati quasi dieci anni da quell’evento tragico che ha segnato per sempre la vita di Elisa, la quale, secondo le usanze del tempo, avrebbe fatto bene ad affidare la figlia ai cognati, i nuovi signori, e a ritirarsi in convento. Ma Elisa, donna determinata e anche un po’ ribelle, non si è mai sottomessa a questa tradizione e continua a occuparsi della figlia, coperta dal suo velo nero e dalle vesti perennemente in lutto.
Tutto sembra destinato a ripetersi sempre uguale in quel piccolo borgo di un’Italia lontana nel tempo, finché Gisella, la più cara amica di Elisa, una donna dall’indole forse troppo libera per l’epoca, esperta di erbe e di rimedi naturali, viene arrestata con l’accusa di stregoneria e un affascinante e misterioso inquisitore, di nome Riccardo, giunge al castello per indagare e decidere se dovrà svolgersi un processo. Nonostante Riccardo sia un monaco e un predicatore ammaliante, non nasconde affatto il suo passato di cavaliere e veste spesso con gli abiti del mondo. Elisa ne resta subito misteriosamente affascinata e turbata allo stesso tempo e Riccardo sembra ricambiare la sua attrazione, ma la giovane ha la sensazione che ci sia molto altro che l’uomo le sta tenendo nascosto. Tra passioni proibite, banchetti, agguati, duelli e fughe, solo una cosa è certa: la vita di Elisa e Riccardo sembra destinata a cambiare per sempre.
La narrazione occupa uno spazio temporale di nove giorni, che coincidono con la novena che Elisa decide di dedicare alla Madonna all’inizio del romanzo, pregando per la salvezza dell’amica Gisella, ma anche per la sua stessa vita che sente sempre più appesa a un filo e per un futuro migliore per se stessa e per sua figlia. Questa scansione temporale ricostruisce al meglio l’atmosfera medievale, un periodo difficile per le donne, nel quale il tempo sembrava scorrere sempre uguale a se stesso, ma in cui, ugualmente, era possibile perdere tutto da un momento all’altro, a causa delle continue faide e lotte per il potere maschile, per cui le donne erano spesso solo semplici pedine. All’interno di questo contesto raccontato in modo credibile e piacevole, la storia d’amore tra Elisa e Riccardo è incastonata come una perla che brilla per la passione e la semplicità, ma, non oscura tutto il resto, inserendosi come ‘protagonista’, senza essere ingombrante, in un romance storico che, a tutti gli effetti, per lo stile, l’apparato descrittivo, la costruzione dei personaggi e dei dialoghi, non ha nulla da invidiare a quei romanzi storici in cui l’amore è lasciato solo sullo sfondo.


mercoledì 20 marzo 2019

“Mister Rochester” di Sarah Shoemaker



Edward Fairfax Rochester è, ancora oggi, dopo quasi due secoli dalla sua nascita letteraria, uno degli eroi più complessi e affascinanti della letteratura. Enigmatico, burbero e mutevole, ma anche sensibile, romantico e devoto, il Rochester nato dalla penna di Charlotte Brontë e protagonista di “Jane Eyre” rivive oggi nelle pagine del romanzo scritto dall’insegnante e bibliotecaria americana Sarah Shoemaker, intitolato proprio “Mister Rochester” ed edito da SuperBeat, Neri Pozza.


In questa opera prima l’autrice fa parlare in prima persona proprio il signor Rochester, ripercorrendone l’intera esistenza in una sorta di diario che, talvolta, ha l’immediatezza del flusso di coscienza. Dalla nascita, all’infanzia, è raccontato tutto, in particolare il complicato rapporto col padre e col fratello in età adulta, fino agli anni trascorsi in Giamaica, riferendo nel dettaglio il matrimonio con Bertha e la sconcertante scoperta della sua follia. Il carattere del nostro Edward, inizialmente così gioioso, entusiasta e sensibile, alla continua ricerca della ricostruzione del temperamento materno che non ha mai vissuto, si indurisce sempre più, man mano che la vita lo mette di fronte a responsabilità più grandi di lui, che egli non manca di affrontare con coraggio e veemenza. Dalla ritrovata felicità con Céline, la ballerina francese madre di Adéle, la bambina che diventerà la sua pupilla, fino alla nuova delusione che i suoi capricci e i suoi tradimenti gli arrecheranno, Rochester è sempre più cupo, sarcastico e privo di fiducia verso il genere umano, oltre che tormentato dalla figura della moglie, ormai malata e ingestibile, seppure nascosta a tutti.


Per il primo incontro con la giovane istitutrice Jane Eyre bisogna attendere quasi trecento pagine, ma, da lì in poi e fino alla fine del romanzo, gli accadimenti noti a tutti coloro che hanno amato il libro della Brontë si susseguono in un crescendo di emozioni, tutti col filtro di Rochester, lentamente travolto da un amore che non pensava più di poter provare.
È interessante sottolineare come, pur restando fedele a tutto ciò che è scritto e raccontato nel romanzo originale, Sarah Shoemaker ricostruisca con grande cura per i dettagli l’intera esistenza di Mister Rochester, senza bisogno di restare nell’ombra dello stile della Brontë. L’espediente del diario e del resoconto scritto di pugno dallo stesso protagonista, infatti, le permette di scavare a fondo nell’animo di Rochester e ce ne restituisce un’immagine vivida e verosimile, dando voce a tutta la sua fragilità e sofferenza, oltre agli sbalzi d’umore e al misterioso cipiglio che lo hanno reso irresistibile per milioni di lettrici e lettori in tutto il mondo, per generazioni.


La prima parte della vita di Rochester, quando Jane era ancora molto lontana nel tempo e nello spazio, non stanca affatto il lettore, ma lo spinge a procedere con curiosità verso la parte più nota della storia e tutta la descrizione del corteggiamento alla giovane istitutrice, incredula e turbata, è raccontata in modo avvincente e, nello stesso tempo, delicato e coinvolgente, rendendo la lettura un piacevole completamento di quanto già fatto per chi ha letto (e riletto) il capolavoro di Charlotte Brontë. Rispetto ad altre autrici che hanno dato voce a eroi romantici come il burbero Mr. Darcy di Jane Austen o l’affascinante Rhett di Margaret Mitchell, la Shoemaker entra in simbiosi con la caratterizzazione della Brontë, ma costruisce un romanzo dallo stile molto personale, facendo suoi aspetti che la fantasia dei lettori hanno solo ricostruito per secoli e che ora sono scritti nero su bianco a coronamento di una lettura imperdibile per ogni appassionato di quelle atmosfere indimenticabili.


mercoledì 20 febbraio 2019

“Come fermare il tempo” di Matt Haig



Per Tom Hazard il tempo è un concetto relativo. Non è un supereroe invincibile, né un vampiro immortale. Ma ha quasi cinquecento anni e ne dimostra circa quaranta. È decisamente vecchio, anche se non sembra. Inizia così “Come fermare il tempo” il nuovo romanzo di Matt Haig edito da E/O.
Quella di Tom è semplicemente una strana e per lo più sconosciuta malattia che hanno poche decine di persone al mondo e per la quale non c’è cura, né studi scientifici a dare risposte. Si tratta di una sindrome, o meglio di una sorta di disfunzione probabilmente genetica, il cui unico sintomo è un invecchiamento incredibilmente lento. Tutti coloro che ne soffrono, incluso Tom, prima o poi moriranno, ma, a differenza della gente “normale” che invecchia e, in un certo senso, si consuma in media nell’arco di ottant’anni, essi ci impiegheranno secoli e secoli, cosa che è molto difficile da spiegare e da comprendere, non solo dal punto di vista scientifico, ma anche da quello antropologico e sociale. Motivo per cui i pochi affetti da questa malattia sono costretti a cambiare frequentemente vita, viaggiando per il mondo, prima che qualcuno si accorga del fatto che non invecchiano, e, in questo, sono supportati da un’organizzazione segreta, chiamata Società degli Albatros, che ne garantisce l’anonimato e la possibilità di spostarsi senza difficoltà.
A quella che apparentemente sembra una vita avventurosa e piena di fascino c’è da affiancare l’altra faccia della medaglia: il dolore di vedere invecchiare e morire le persone che si amano e, di conseguenza, di non poter mai stringere rapporti profondi, passando letteralmente da una vita all’altra, senza un attimo di pace e di serenità.
A Tom che ormai da secoli ha perso il suo grande amore, Rose, questo stile di vita inizia ad andare stretto e per questo comincia a entrare in conflitto con la Società degli Albatros e con Hendrich, uno dei suoi più alti e anziani rappresentati, per conto del quale Tom ha anche commesso azioni che avrebbe preferito evitare. È per questo che Tom, alla continua ricerca di Marion, un misterioso personaggio di cui si comprenderanno identità e destino nel corso della lettura, chiede di poter condurre una vita più normale possibile come Professore di Storia in una scuola inglese, tornando nel suo Paese d’origine, dove ha vissuto gli anni della sua infanzia e giovinezza, accanto al suo unico vero amore. In questa ennesima “nuova vita” Tom cerca disperatamente la semplicità, tentando di non lasciarsi andare alla malinconia dei ricordi, ma soprattutto di non innamorarsi di nuovo.
Narrata in prima persona, dal punto di vista del protagonista, questa storia seducente come un thriller psicologico, ma anche brillante come un chick-lit e arricchita da una prosa profonda e introspettiva, colma di riflessioni impregnate di attualità, ha il pregio di saltare da un secolo all’altro senza mai confondere il lettore. Le avventure di Tom, tra segreti inconfessabili e sentimenti forti, sono avvincenti e coinvolgenti, in ogni secolo. Il lettore, infatti, viene trascinato sempre più lontano, nel tempo e nello spazio, con la consapevolezza che la natura umana è solo apparentemente diversa di epoca in epoca, conservando in se stessa un nucleo che ci rende tutti più simili di quel che crediamo e preda di forze che ci condizionano anche più delle malattie stesse e del tempo come costante universale.
Lo stile dell’autore è scorrevole e, a tratti, lirico. Tom, il protagonista della storia, esteriormente così incorruttibile, è, in realtà, schiavo del tempo molto più di tutti gli altri e nasconde in sé una fragilità che ce lo fa amare, sin dalle prime pagine, con grande tenerezza.
In un mondo in cui la vecchiaia è sempre meno considerata come fonte di saggezza, ma solo di debolezza, e il tempo è come un boomerang che torna indietro lasciandoci ben poco oltre a fugaci sensazioni, Matt Haig riesce a far riflettere anche raccontando una storia impregnata di fantasia, di voglia di sognare e di fermare il tempo a quei pochi intimi istanti di vita che, solo dopo averli vissuti, abbiamo capito essere di pura felicità, cristallizzata solo nella memoria del nostro cuore.


mercoledì 19 dicembre 2018

Rileggere “Marcovaldo” a trent’anni



Lo abbiamo letto tutti, in antologia o per intero. Alla scuola primaria o secondaria, quella che, ai nostri tempi, si chiamava scuola elementare e media. Soprattutto noi bambini nati e cresciuti in città, abituati alla frenesia e al cemento, ci siamo domandati come quel buffo signore un po’ malinconico e sfortunato, potesse sentirsi così fuori posto tra le vie e i palazzi di una metropoli nascente. Si tratta di “Marcovaldo”, il classico per ragazzi di Italo Calvino, un testo composto da una ventina di novelle che hanno tutte per protagonista uno strano uomo di nome Marcovaldo, padre di una famiglia numerosa, che è impiegato come operaio tuttofare in una ditta e che, nello scorrere delle stagioni, va in cerca della natura, anche in mezzo all’asfalto della città dove vive, come lo descrive il suo stesso creatore.
Può sembrare anacronistico e terribilmente fuori dal tempo, ma questo personaggio a tratti onirico, a tratti ingenuo, protagonista di fiabe che, a oltre cinquant’anni dalla loro stesura, potrebbero non essere più così moderne, in realtà mantiene intatta un’attualità intrinseca, capace di ispirare non solo i bambini, ma anche i loro genitori, i loro maestri, i loro vicini di casa, tutti gli adulti che li circondano.


Cosa è cambiato, infatti, tra le prepotenti città degli anni Sessanta, figlie del boom economico e dei gas di scarico, e le stanche metropoli di oggi, fatte di domeniche ecologiche e parcheggi selvaggi infrasettimanali? Quasi nulla o ben poco.
Penso alla mia Roma e al parchetto del mio quartiere nel quale ho riletto “Marcovaldo” con mia figlia, ora che ho superato i trent’anni. E penso che i gabbiani che affollano la città anche in centro e aggrediscono i turisti, rubando famelicamente loro il panino col salame, non sono poi così diversi dagli stormi di piccioni che Marcovaldo e i suoi sei figli decidono di arrostire sul fuoco per il pranzo della domenica. Continuando di questo passo, in una città come Roma, diventata quasi ingestibile, e nella quale è difficile perfino rinnovare una carta d’identità senza fare mesi di fila all’anagrafe per un appuntamento, i gabbiani farebbero meglio a iniziare ad avere paura, perché presto potrebbero fare la fine dei piccioni di Marcovaldo e finire nei piatti di noi trentenni precari.
Penso al neopensionato che, mentre noi leggevamo il nostro libro, tentava di trovare qualche ciuffo di cicoria tra le cacche dei cani del parco, perché è in attesa che gli accreditino la sua sudata e meritata pensione da sei mesi, ma l’Istituto previdenziale se la prende comoda coi calcoli. E penso che non è molto diverso da Marcovaldo e da tutti i suoi vicini di casa che, dopo una notte di pioggia, raccolgono i funghi nati nelle aiuole della via e ne fanno una bella zuppa, salvo poi passare una settimana in ospedale, una lavanda gastrica dopo l’altra.


Penso alla neve a Roma di quest’anno che se ne sta andando e a quella cataclismica mattinata in cui pochi centimetri di coltre bianca sono stati nuovamente in grado di paralizzare una città, come uno Tsunami di ghiaccio, tra alberi caduti, asfalto disastrato e spargisale inesistenti. E penso al povero Marcovaldo che nella neve in città vede una speranza. La speranza di veder scomparire, almeno per un giorno, il suo tran-tran giornaliero, ma, nonostante tutto, si reca al lavoro a piedi, esattamente come hanno fatto molti romani lo scorso febbraio, perché alla ditta non importa nulla della neve e della città disorganizzata e colta di sorpresa, anche oggi. 
Penso a Marcovaldo mascherato da Babbo Natale e costretto, assieme a decine di altri Babbi Natale, a portare strenne a tutti i clienti della ditta per cui lavora e ai bambini disincantati che li ricevono, perdendo interesse a ogni nuovo Babbo Natale che passa loro davanti. E penso alle mamme di oggi che si azzuffano per prendere il posto migliore alla recita di Natale dei loro figli, fino ad arrivare alle mani per guardarli meglio attraverso lo schermo di uno smartphone, un’invenzione alla quale il povero Marcovaldo probabilmente non avrebbe retto. E me lo immagino oggi, vecchio vecchio, un po’ più svampito del solito, con tanti nipotini che ascoltano Sfera Ebbasta, a cercare di capirci qualcosa del Governo giallo-verde, convinto che abbia qualcosa a che vedere con la botanica.


Il progresso ci porta avanti, ma, allo stesso tempo, ci porta indietro, anche oggi. Ci apre la mente, abbattendo muri e frontiere, ma, allo stesso tempo, ci imprigiona in celle dorate o trasparenti, senza più vicini di casa di cui fidarci e con amici lontani, quelli della nostra generazione confusa, quelli con cui abbiamo letto “Marcovaldo” per la prima volta e che ora sono sparsi per il mondo a cercare fortuna, lontano dal loro Paese, in altre città più grandi, fredde e voraci, ma forse anche più accoglienti.
Rileggere “Marcovaldo” a trent’anni (passati), nella recente edizione Mondadori, arricchita dalle illustrazioni di Sto-Sergio Tofano, è stato commovente. Un’oasi nel deserto della mente, proprio come la natura nella città. Non solo una questione d’ambiente, ma di natura umana a tutto tondo. Liberate dall’analisi del testo e dagli esercizi di grammatica della scuola, vent’anni dopo i doveri dei banchi, le avventure e disavventure di questo Charlie Chaplin di carta, che oggi forse è più vicino al Fantozzi di Paolo Villaggio, che allo Charlot in bianco e nero dei nostri genitori, mi ha suscitato una tenerezza struggente. Oggi che l’ho letto con gli occhi degli adulti, lavoratori, magari faticosamente genitori, il povero Marcovaldo vorrei abbracciarlo e dirgli che andrà tutto bene. Che forse le cose non cambiano, ma noi possiamo (ancora) cambiare le cose. Anche rileggendo un buon libro per bambini.


lunedì 22 ottobre 2018

“L’ultimo giro della notte” di Michael Connelly



Renée Ballard vive di notte. È una detective della LAPD assegnata all’ultimo spettacolo, come lo chiamano gli addetti ai lavori, il turno di notte, quello in cui accadono le cose più losche e immorali. Nata e cresciuta nelle isole Hawaii, con una passione per il mare, Renée si è laureata in giornalismo e ha un passato come giornalista di cronaca nera. Stufa di scrivere di crimini, ha deciso ben presto di viverli in prima persona, cercando di dare il suo più concreto contributo per risolverli. Tuttavia, dopo essere diventata detective, subisce un abuso dal suo superiore, il Tenente Olivas, e il suo partner di lavoro, il detective Chastain, invece di appoggiarla e testimoniare in suo favore, le volta le spalle. È così che Renée viene trasferita dalla Omicidi all’ultimo spettacolo e si ritrova a vivere il lato oscuro della notte, caso dopo caso, indagine dopo indagine, senza mai portarne una a conclusione, visto che, ogni mattina, i vari fascicoli vengono passati dai detective della notte agli investigatori delle varie sezioni che se ne occuperanno durante il giorno. Una sera come tante, tuttavia, Ballard viene colpita da due casi particolarmente crudi che, apparentemente, non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro e, disubbidendo a Jenkins, il suo nuovo partner, decide di tenerli per sé, continuando un’indagine parallela, anche se ciò comporterà fare i conti i fantasmi del proprio passato e con l’affronto che ha subito proprio mentre cercava di fare al meglio il proprio lavoro.
Inizia così “L’ultimo giro della notte” il nuovo e avvincente romanzo di Michael Connelly edito da Piemme che, a pochi giorni dall’uscita sugli scaffali delle librerie italiane, sta già infiammando il pubblico di lettori appassionati del genere.
Dopo aver trascorso buona parte della sua carriera letteraria a scrivere di detective uomini, infatti, Connelly ha fatto incursione a gamba tesa nel mondo delle investigatrici in rosa, scalando in brevissimo tempo l’immaginaria classifica delle preferenze di lettrici e lettori estremamente curiosi e delineando un personaggio convincente e godibile fin dalle prime pagine per l’intuito e la lealtà che lo contraddistinguono. La storia personale di Renée, infatti, che scorre parallelamente all’intreccio dei casi che sta tentando di risolvere, mettendosi in discussione in prima persona e correndo, tra le altre cose, numerosi pericoli, è la testimonianza narrativa di quanto ancora il mondo delle forze dell’ordine d’oltreoceano, e non solo, sia quasi completamente appannaggio del personale di sesso maschile e di come le donne, per quanto indispensabili, ancora troppo spesso di trovino in situazioni di emarginazione e compromesso. Nonostante ciò Ballard mantiene intatta la propria dignità, non rinunciando a un mestiere al quale è giunta per passione e senso del dovere e non certo per politica o per denaro.
Quando, una notte, un travestito viene trovato selvaggiamente picchiato sul lungomare della città e in un famoso locale una cameriera viene uccisa durante una sparatoria, Renée, ribelle e intuitiva, cede alla tentazione di indagare per conto suo su questi casi caratterizzati da una violenza inaudita e, nonostante le proteste del compagno di lavoro Jenkins, decide di vederci chiaro fino in fondo, a costo della sua stessa vita.
Scorrevole e travolgente, come di consueto, Connelly ha dato vita a una detective dalla personalità sfaccettata e profonda. Un’investigatrice di prim’ordine che ama la solitudine, un po’ per caso, un po’ per vocazione, e che è caratterizzata da quella che sembra un’impenetrabile armatura in grado di proteggerla da ogni cosa, permettendole di non arrendersi davanti a nulla, ma che spesso, invece di essere la sua forza, diventa la sua debolezza.
Chissà se, come già si rumoreggia, Michael Connelly ha realmente intenzione di far incontrare il detective Ballard col suo celeberrimo Harry Bosch, il personaggio più amato dai suoi lettori e protagonista di molti romanzi e serie tv. Siamo sicuri che tra due ribelli navigati del mistero come loro non potranno che essere scintille… non ci resta che attendere il prossimo imperdibile thriller.


lunedì 24 settembre 2018

“L’età ridicola” di Margherita Giacobino



Ormai vicina alle novanta primavere, in una Torino spenta e distante, la vecchia è l’inconsapevole protagonista di “L’età ridicola”, il nuovo romanzo di Margherita Giacobino, edito da Mondadori e appena approdato sugli scaffali delle nostre librerie.
Stanca di vivere e desiderosa di imbattersi finalmente nella morte, con la quale, da diverso tempo, intrattiene segreti dialoghi di filosofia spiccia, la vecchia è ancorata alla vita dalla personalità indomita e dallo spirito ribelle che da sempre la contraddistinguono, acuta e polemica, nella sua passione per la lettura, la musica, la cronaca nera e le catastrofi. A tenerle compagnia, oltre ai dolori alle ossa, ci sono il malridotto gatto Veleno, la svampita amica di sempre, Malvina, confinata in una casa di riposo dai parenti indolenti, e la giovane e apparentemente spensierata badante Gabriela, una ragazza dell’Est, costretta sempre più spesso a difendersi da una famiglia ingombrante che vuole approfittarsi del suo lavoro. Quando Gabriela viene minacciata dal cugino Dorin, sedicente terrorista che vorrebbe sposare la bella cugina e il suo sicuro stipendio, la vecchia non ci pensa due volte a difendere la sua piccola realtà quotidiana, una peripezia dopo l’altra, verso un epilogo nient’affatto scontato.
Graffiante, ironica e travolgente, col suo vocabolario sottile e lo stile incisivo di sempre, Margherita Giacobino firma una nuova storia di grande attualità, dai toni amari e commoventi, ma anche profondamente divertente nel suo sarcastico punto di vista sulla vita. La vecchiaia, la morte, la diversità, la solitudine e il miraggio dell’integrazione in una società fatta di identità confuse sono solo alcuni dei temi toccati dall’autrice attraverso le riflessioni e le vicende che coinvolgono la vecchia e il suo sgangherato mondo a prima vista fuori dal tempo, ma nel quale in tempo gioca un ruolo fondamentale.
La vecchiaia, che in passato era considerata l’età della saggezza, infatti, è ormai un ridicolo countdown verso la morte, reso ancora più crudele dallo sgretolarsi dell’illusione di aver costruito qualcosa e, nello specifico, dal ricordo di un amore che non c’è più da quando l’adorata compagna Nora, in tutto e per tutto complementare alla vecchia, non la spinge più a soffermarsi sull’altro lato delle cose, quello che, per indole, spesso ignora e sottovaluta. Ecco perché la vecchia, voce narrante e protagonista, prende il nome dall’ultima stagione della vita che sta vivendo, quella senilità che tutti temiamo assieme all’arcano terrore di non essere più padroni di noi stessi, del nostro corpo, dei nostri sentimenti. E delle nostre cose, dei nostri affetti, dei nostri tempi per assorbire realtà che non ci appartengono più e sempre più spesso ci sputano fuori, come lombrichi dalla terra.
Fortunatamente ci penserà Gabriela, con la sua incosciente leggerezza di donna costretta a crescere troppo in fretta, a riempire le giornate della vecchia, dandole, almeno all’apparenza, un valore da difendere e preservare a ogni costo. Ma anche il gatto Veleno, sempre meno felino e più umano, l’amica Malvina, inquilina di un passato che non c’è più e il ricordo della compagna Nora che, forse non la sta aspettando da nessuna parte, meno che mai in un Paradiso senza più dolore. O forse sì.


venerdì 27 luglio 2018

“Nightcrawler. Lo sciacallo” Quali sono i confini dell’informazione?



Lo smilzo e caparbio Lou è in cerca di una professione che gli dia il massimo successo, col minimo sforzo: se lo ripete tutte le mattine, mentre si guarda allo specchio del bagno del suo appartamento. Una notte, mentre sta commettendo uno dei suoi piccoli furti, assiste a un incidente stradale e osserva il lavoro di un operatore che riprende tutto con la sua telecamera e fornisce le immagini al notiziario del mattino. Colpito dalle potenzialità di quell’insolito mestiere, Lou acquista una telecamera e una radio sintonizzata sulle frequenze della polizia e inizia a intercettarne le comunicazioni e a recarsi sui luoghi delle rapine e dei delitti per riprendere le scene del crimine e vendere i servizi a caro prezzo ai vari Network televisivi, facendo spietata concorrenza agli altri operatori. Le sue immagini crude e sempre in prima linea sono le più richieste, tanto che Lou può perfino permettersi di assumere un dipendente non troppo portato per il mestiere e stringe una burrascosa relazione con Nina, la responsabile del notiziario di un’importante emittente televisiva.


Ma fino a che punto sarà disposto a spingersi Lou pur di fare affari sul dolore e sulla brutalità altrui? Qual è il confine tra informazione e manipolazione? È proprio quando sembra che tutto stia per precipitare che lo sciacallo inizia ad annusare la preda ferita e aspetta il momento di agire correndo meno rischi possibile…
A vestire i panni di Lou nel film “Nightcrawler. Lo sciacallo” è Jake Gyllenhaal, uno degli attori più amati del momento, dimagrito oltre dieci chili per l’occasione e acclamato da pubblico e critica per la grinta con cui ha affrontato questo ruolo complesso. Il volto inquietante, il tono di voce mellifluo e il comportamento senza scrupoli fanno di Lou uno dei personaggi più riusciti e emblematici degli ultimi anni, immagine di un’informazione deviata e soggiogata da interessi che hanno poco a che vedere col senso civico e la deontologia professionale.


Il senso di straniamento e di disgusto verso le azioni del protagonista, antagonista di se stesso, sono tali, che lo spettatore cova un profondo desiderio di rivalsa fino alle ultime scene, sentendosi esso stesso vittima di un sistema corrotto dal quale non c’è via di fuga. Il ritmo incalzante e i dialoghi taglienti di questa pellicola di grande qualità, prima prova di scrittura per Dan Gilroy, hanno portato al regista statunitense una meritata Nomination all’Oscar per la Migliore Sceneggiatura Originale. Una storia imperdibile per chiunque si domandi qual è il limite tra vero e verosimile


giovedì 26 luglio 2018

“Christmas in Paris” di Viola Spring. Un imperdibile Pink Books



Sarà il cocktail che ha appena bevuto, o le turbolenze che stanno facendo traballare tutto l’abitacolo, ma Charlotte Blake, una giovane illustratrice di libri per bambini, la cui carriera è stata stroncata da un critico nient’affatto obiettivo, si sente parecchio confusa. Il volo che, da New York, la sta portando a Parigi per passare il Natale con la zia Georgie, la quale ha appena rilevato una piccola libreria a Montmartre, si sta rivelando più difficile del previsto. E come si permette quell’invadente, ma affascinante vicino di posto di prendersi tanta confidenza, dichiarandole che quella di fare una sorpresa a Pierre, il fidanzato che non vede da mesi, non si è rivelerà un’idea così brillante? Charlotte è davvero indispettita, soprattutto perché lo sconosciuto ha detto che il suo nome gli suona stranamente familiare…
Inizia così “Christmas in Paris” di Viola Spring, una travolgente commedia romantica caratterizzata dalla delicata atmosfera natalizia imperdibile per tutti coloro che, anche d’estate, non possono fare a meno di pensare alle Feste, e ambientata in una Parigi da favola, dove davvero tutto può succedere. Si tratta del primo racconto lungo che ha inaugurato una nuova serie only digital: i Pink Books, storie divertenti, tenere e brillanti targate Pink Magazine Italia che hanno tinto di rosa le letture di molti negli ultimi anni.
Col suo stile scorrevole e veloce, Viola Spring ci regala una storia che ha le carte in regola per essere letta tutta d’un fiato non solo sotto l’albero di Natale, grazie ai dialoghi serrati e alle descrizioni coinvolgenti. Un racconto delizioso che vi farà innamorare sin dalle prime pagine!