mercoledì 6 novembre 2019

"I silenzi di Roma" di Luana Troncanetti. La prima indagine dell’ispettore Proietti



Capelli ricci e lunghi, barba incolta, naso aquilino. Abbigliamento trasandato, occhiali alla Serpico e una cicatrice sulla guancia, a memoria del fatto che quello dello sbirro è un duro lavoro, ma, come si dice, “qualcuno deve pur farlo”. Paolo Proietti è l’ispettore capo della sezione omicidi di Roma ed è uno che la divisa e la sua città ce l’ha nel sangue. È solo la sua prima indagine, ma al lettore sembra di conoscerlo da sempre, sin dalle primissime pagine di “I silenzi di Roma”, il nuovo romanzo di Luana Troncanetti, edito da Fratelli Frilli Editori.
Quando un artista di fama internazionale viene trovato morto nel suo appartamento, trucidato in modo brutale, Proietti capisce subito che sarà un’indagine spinosa e complessa, destinata a scoperchiare ambienti celati dietro maschere di convenienza difficili da sradicare. Ma ciò che scopre pian piano, indizio dopo indizio, lo lascia persino più sconvolto e disgustato di quel che vorrebbe ammettere. Proietti sa bene cosa significa lasciarsi coinvolgere troppo personalmente da un caso, come gli è già accaduto in passato, e non vuole che nuovi incubi si sommino a quelli che ancora lo tormentano a causa di un’indagine vecchia di quindici anni, ma quando si rende conto che nell’omicidio dello scultore è stranamente implicato il suo amico fraterno Ernesto, sa che il loro precario equilibrio è destinato a crollare, come un castello di sabbia travolto da onde di burrasca. Paolo ed Ernesto, fratelli non di sangue, ma di spirito, e legati da una lunga e profonda amicizia, nata sui banchi di scuola e cresciuta insieme a loro, saranno costretti a scavare fin troppo a fondo nelle loro anime, aprendo un abisso di dolore difficile da sostenere. A tutto ciò si mescola, capitolo dopo capitolo, la scoperta del malaffare legato all’omicidio dell’artista, conducendo Proietti nelle viscere di una Roma omertosa e ostinata, alla ricerca di una giustizia troppo spesso frettolosa e crudele, che non dà pace, né verità, né alle vittime, né agli innocenti e sembra far perdere l’ispettore in un labirinto di malvagità dal quale sarà difficile venir fuori senza aver definitivamente perso una parte importante del suo cuore.


Se amate le storie nere in cui l’umorismo, talvolta macabro, tiene ancora più alta la tensione, senza negare al lettore un amaro e sardonico sorriso, lo stile tagliente di Luana Troncanetti sarà una tra le sorprese più piacevoli di quest’anno. Diretta, a tratti persino cruda, Luana Troncanetti non ci risparmia nulla, né nei dialoghi, né nelle descrizioni, svelando, in modo estremamente credibile, i segreti più inconfessabili di una Roma complice e muta testimone di tanta violenza, fisica e morale. Una Capitale sporca, dentro e fuori, in cui forze dell’ordine e criminalità troppo spesso devono sporcarsi le mani degli stessi maleodoranti liquami per comprendersi, capirsi e combattersi reciprocamente.
Come alcuni dei suoi predecessori di carta, tra ironia e demoni interiori, Proietti entra a gamba tesa tra gli ispettori destinati a marchiare a fuoco la fantasia dei lettori, perché già da questa prima indagine, la sua creatrice lo mette profondamente in discussione, come autrice e, forse anche come donna, ammantandolo di grande fascino e personalità. Non ci resta che augurarci che questa sia solo la prima di una lunga serie di avventure e disavventure per l’ispettore Paolo Proietti e che magari, indagine dopo indagine, si affianchi a lui un personaggio femminile altrettanto forte, in grado di tenergli davvero testa, perché sarebbe interessante esplorare tutte le dinamiche possibili in merito. E, bisogna ammetterlo, le “candidate” non mancano…   


mercoledì 23 ottobre 2019

Cristiano Ranalletta: il ‘mio’ cielo sopra il Pigneto



È impulsivo, ruvido, graffiante, e nel suo stile, tagliente e poetico al tempo stesso, c’è un ritratto della Roma di oggi, caotica e inafferrabile, eppure mollemente lenta e sempre capace di sopravvivere a se stessa con l’imperturbabilità imperiale che la contraddistingue da secoli. Stiamo parlando di Cristiano Ranalletta e del suo ultimo romanzo, “Il cielo sopra il Pigneto”, edito da Scatole Parlanti.
Che Cristiano Ranalletta sia un osservatore vorace e attento della realtà che lo circonda è evidente sin dalle prime righe di questa nuova storia in cui Federico, il protagonista, guida il lettore attraverso un viaggio ai confini tra la vita vera e quella virtuale, descrivendo la Roma in cui ha vissuto e continua a vivere con grande senso di appartenenza. La goliardia, il multiculturalismo, la furbizia, ma anche la ferocia e la diffidenza si miscelano attraverso lo sguardo di Federico e di tutti i personaggi che incontrerà nel suo cammino, in un percorso di vita che ha come denominatore comune l’amore e, in un certo senso, la ricerca della felicità e della realizzazione.
Con una lucidità e un realismo tali da rasentare quasi il senso di alienazione, Cristiano Ranalletta ripercorre strade e quartieri già esplorati in passato, in molti modi differenti, da tanti scrittori e registi, mantenendo ben salda la cifra della propria personalità letteraria e lasciando tenere il timone ai suoi personaggi, talvolta variegati e allegri, talaltra malinconici e distanti tra loro, come isole dentro la città.
La modernità con cui quartieri come il Pigneto e Tor Pignattara vengono raccontati attraverso le peripezie di vita quotidiana dei protagonisti, mantiene in sé l’ammaliante afflato di un film in bianco e nero, senza perdere la freschezza dell’originalità tanto ricercata, descrizione dopo descrizione, riflessione dopo riflessione, dialogo dopo dialogo.


Molti autori lo hanno già fatto in passato, ma anche tu sei riuscito a trasformare, con grande originalità, la città di Roma e, in particolare, il Pigneto, in un vero e proprio personaggio, che interagisce con tutti gli altri presenti nel tuo ultimo romanzo, “Il cielo sopra il Pigneto”, Scatole Parlanti. Raccontaci la genesi di questo libro: cosa ti ha ispirato durante la stesura? Cosa volevi comunicare?

Be’, intanto grazie.  In quello che ho scritto c’è molto vissuto, c’è tensione, emotività.
Il romanzo fonde un percorso individuale, esistenziale e amoroso, con uno collettivo, socioculturale. Due filoni disgiunti che però si sono amalgamati creando una duplice suggestione. È stato prevalentemente il mio stomaco a dettarmi il testo, riga per riga. Da anni ruotavo attorno a quei temi (inclusi quelli esistenziali: la felicità, l’amore), poi come per magia hanno preso forma.

Che scrittore sei? Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Segui l’ispirazione in ogni momento della giornata o hai un metodo ben preciso al quale non sai rinunciare?

Non scrivo quasi nulla durante il giorno. Penso, raccolgo materiale dalla strada o dal vissuto lo integro con delle riflessioni più accademiche, poi a un certo punto lo stomaco mi dice che ci siamo. A quel punto scrivo di getto.

Roma, Tor Pignattara e il Pigneto, in particolare, sembrano proprio “respirare” autonomamente tra le pagine del tuo romanzo, facendo da sfondo alle vite di un caleidoscopio di personaggi che intrecciano le proprie diversità, facendosi forza nelle rispettive identità. In generale come delinei i personaggi delle tue storie e le vicende che li coinvolgono? E come si fa a trasformare una città complessa come Roma in un vero e proprio personaggio?

In generale mi rifaccio molto alla realtà nella creazione dei personaggi. O quantomeno nel caso specifico del romanzo “Il cielo sopra il Pigneto”. La realtà che vivo non ha nulla da invidiare alla più fervida immaginazione. Osservo molto.
Il mio è stato un atto di amore nei confronti del territorio, da qui probabilmente la trasformazione in personaggio. Ad ogni modo, penso che Roma si presti molto bene, Pasolini riusciva magnificamente in questo.

Per saper scrivere bene, occorre senza dubbio leggere molto: che libro c’è al momento sul tuo comodino? Quali sono le tue autrici e i tuoi autori di riferimento? Cosa chiederesti a una o uno di loro, se avessi la possibilità di incontrarlo, in un’immaginaria chiacchierata tra il tempo e lo spazio?

Recentemente ho incontrato Michael Cunningham, abbiamo fatto una amabile chiacchierata.
In questo momento sto leggendo un romanzo di Guillermo Arriaga, apprezzai molto la trilogia di Alejandro Inarritu, per la quale Arriaga curò la sceneggiatura. Adoro Philip Roth. Ho amato Milan Kundera.
Vedi, io sono un ingegnere. Ho passato anni a leggere teoremi matematici complicatissimi. Ho cercato di farmi una cultura quasi da autodidatta.
Probabilmente avrei desiderato fare due passi con Pasolini per il Pigneto. Ma non ho una particolare smania di incontrare gli autori. L’unica persona che avrei voluto incontrare dell’ecosistema artistico è Marcello Mastroianni. Avrei voluto mangiare insieme a lui una pasta e fagioli in una vecchia trattoria romana. Godermi la sua bulimia di vita, la sua fragilità, la sua cortesia.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Ci sono diversi temi che mi frullano in testa: l’evanescenza dei desideri, la post verità e ancora l’amore, questo sentimento sublime che tenta di adeguarsi ai tempi delle piattaforme social, con conseguenze tragicomiche. 


mercoledì 9 ottobre 2019

Imma Tataranni non è Montalbano (al femminile)


Dopo un’intera estate di promo che ce l’hanno mostrata appollaiata sul suo galleggiante gonfiabile a forma di ananas nel mezzo di un mare calmo e turchese, lo scorso 22 settembre ha fatto il suo esordio Imma Tataranni – Sostituto Procuratore, la nuova fiction targata Rai Uno che ha ufficialmente aperto l’autunno delle prime serate del servizio pubblico dedicate alla serialità nostrana.
Sarà stata la recente scomparsa di Andrea Camilleri, seguita, poco dopo, da quella di Alberto Sironi, fatto sta che, neanche erano finiti i titoli di testa della prima puntata, gran parte della critica e dei telespettatori hanno sentito il bisogno di accostare la rossa dal tacco dodici al commissario più amato dagli italiani (ma un po’ meno da certi Direttori).
Prima di farci un’idea tutta nostra, abbiamo voluto seguire le avventure della Tataranni televisiva per qualche settimana e, soffermandoci unicamente sulle trasposizioni Tv, siamo giunti alla conclusione che la Tataranni non è un Montalbano al femminile, né, tantomeno, femminista. E, probabilmente, sia Camilleri, sia Sironi, se potessero, si farebbero una bella risata su tutta questa faccenda.


Che per affezionare e affezionarsi sia utile fare accostamenti di cuore e di pancia, ne siamo abbastanza certi, ma, almeno in seconda battuta, è bene fare riflessioni più profonde. Innanzitutto la Tataranni è donna. E non è una semplice evidenza, ma una piacevole novità anche per la rete ammiraglia della Rai che, nella sua fiction degli ultimi anni, non ha donne per protagoniste (se escludiamo quelle col velo e i voti perpetui), ma sono come comprimarie, spalle o gregarie atte al lancio di ruoli maschili. La Tataranni è donna, lavoratrice (e che lavoratrice!), moglie, madre e… faticosamente nuora. Tutti ruoli che spiccano a trecentosessanta gradi, alternandosi tra i ritmi della narrazione, che passa piacevolmente dal mistero da risolvere, alle esilaranti peripezie della vita quotidiana. Montalbano non solo è un uomo, ma è interamente circondato da una squadra di collaboratori uomini. Inoltre, come accade generalmente, in molte storie del Maestro le donne hanno ruoli e personalità quasi favolistiche, dalla femme fatale che mette tutti al tappeto, alla giovane innocente siciliana di una volta, col vestitino a fiori e i boccoli neri. Imma, dal canto suo, è moderna, testarda, meticolosa, con una memoria di ferro e un’abilità unica nel seguire e far seguire le regole, senza mai abbassare il capo di fronte alle gerarchie e ai potenti. Mariolina Venezia, la sua mamma letteraria, che, dopo i romanzi, ha contribuito a scrivere anche la sceneggiatura della fiction, si è battuta affinché la trasposizione televisiva della sua Tataranni non la trasformasse in una macchietta, più isteria che intelletto e ci è riuscita alla grande, perché la Tataranni tiene incollati allo schermo. Fa ridere, fa commuovere, fa riflettere. E se te ne perdi qualche dettaglio, hai persino voglia di riguardarla in streaming, perché quel sottile filo conduttore che lega ogni episodio al successivo, praticamente impercettibile in Montalbano, è intrigante e stimolante. Tra un caso e l’altro, Imma sa di essere una madre ingombrante, ma ciò non le impedisce di restare se stessa, invadente, ma anche protettiva. E le occhiate che riserva al giovane e bel carabiniere Calogiuri sono spassose tanto quanto la tenera sintonia che la lega a quel tesoro di marito che ha, Pietro, sempre pronto a mettere pace e freno, ma solo quando serve, alla sua esuberanza.


Imma Tataranni – Sostituto Procuratore è un raffinato e divertente gioco di equilibri, sullo sfondo di una Matera scintillante e cupa nello stesso tempo, e, a coronare questo gran lavoro di fino, c’è il talento di Vanessa Scalera, un volto poco noto sul piccolo schermo Rai che ha decisamente bisogno di facce nuove in questo senso.
Se c’è una cosa che accomuna Salvo Montalbano e Immacolata Tataranni è il senso del dovere e dello Stato, che si può e si deve trasmettere a chi guarda la Tv, anche attraverso le narrazioni di fantasia, e la capacità di entrambi questi personaggi, prestati dalla carta, di aprire uno spaccato sulla complessa e complicata giustizia italiana.

mercoledì 25 settembre 2019

“Prova d’innocenza” di James Patterson con Andrew Gross



Ned Kelly si chiama come il fuorilegge australiano che, nell’Ottocento, tenne col fiato sospeso la colonia britannica di Victoria durante una ribellione, ma in realtà è un bravo ragazzo e ha ben poco a che vedere col suo turbolento omonimo d’oltreoceano.
Infatti Ned, protagonista del nuovo thriller di James Patterson, “Prova d’innocenza”, scritto a quattro mani col collaudato coautore Andrew Gross ed edito da Tre60, è cresciuto a Brockton e ha un passato costellato di cattive amicizie, ma ha cercato di riscattarsi in ogni modo nella vita e, da quando lavora in un lussuoso resort di Palm Beach come tuttofare e bagnino, ha deciso di rigare dritto.
Tuttavia, quando a Ned si presenta l’occasione di mettere a segno il cosiddetto “colpo perfetto”, assieme ai vecchi compagni di merende, non riesce proprio a dire di no, perché da quando ha conosciuto la raffinata e bellissima australiana Tess, e ha ceduto alla passione, vuole che tutto sia perfetto e che la vita continui a sorridergli, anche dal punto di vista economico. Ma quante probabilità ci sono che, proprio nello stesso giorno, il colpo della vita vada storto, tutti gli amici e complici vengano fatti fuori e la donna amata venga assassinata nella vasca da bagno da un brutto ceffo? Ned non può credere a quanto gli sta accadendo: dalle stelle alle stalle in una manciata di ore. Mentre tutto sembra essere contro di lui e l’FBI gli sta alle costole come unico potenziale colpevole, Ned è costretto a ricorrere all’aiuto di Ellie Shurtleff, uno scricciolo di un metro e sessanta con spesse lenti di tartaruga che tutto sembra, fuorché un agente scelto dell’FBI, ma in realtà ha la mira di un cecchino ed è l’unica disposta a credergli e a infrangere qualche regola per aiutarlo.
La capacità di James Patterson, e di tutti i suoi coautori, di teletrasportare letteralmente il lettore nelle città degli U.S.A. in cui ambienta le proprie storie è unica al mondo. Basta leggere l’incipit per sentire il cuore a stelle e strisce. Non a caso è il più venduto di tutti. Coi suoi capitoli brevissimi e lo stile veloce e diretto, quasi come si trattasse di una sceneggiatura, ma anche in grado di digressioni narrative puntuali e mai banali, Patterson riesce a dare vita a personaggi ai quali è facile affezionarsi immediatamente, come quando si guarda un film o una serie Tv. La sua abilità nel focalizzarsi su un genere, senza mai perdere di vista la propria impronta stilistica sempre frizzante e la commistione necessaria a dare corpo alle varie vicende, lo rendono non solo un maestro del thriller, ma anche un autore in grado di spaziare tra molteplici generi, come ha dimostrato dedicandosi alternativamente al rosa e alla letteratura per ragazzi con grandissimo successo su scala mondiale.
L’azione e la tensione, anche erotica, che si innesca tra i due protagonisti, rende la risoluzione del mistero e la ricerca della verità non solo emozionante, ma anche divertente, in una miscela esplosiva che vede bene e male mischiarsi continuamente, fino a cambiare per sempre la vita di Ned ed Ellie.


mercoledì 11 settembre 2019

Tre buone ragioni per… annoiarsi una volta ogni tanto



In un mondo sempre più frenetico, nel quale chi non è continuamente “connesso”, impegnato e, possibilmente, felice ed euforico, rischia di sentirsi isolato e messo da parte, quello di annoiarsi sta diventando quasi un lusso senza prezzo.
Molti esperti, soprattutto per quanto riguarda il mondo dell’infanzia, lo definiscono “diritto alla noia”, affermando che in quel “niente da fare” è celata, in realtà, la scoperta di noi stessi, grandi e piccini, sottratti all’iperstimolo della tecnologia. La “noia”, inoltre, incoraggia la fantasia, la creatività, l’introspezione e, perfino, il problem solving.
Ecco, dunque, le nostre tre buone ragioni per annoiarsi una volta ogni tanto.

1.      Noia come solitudine. Stare soli è difficile e spesso spaventa tutti per i “vuoti emotivi” che rischia di aprire. Ma cerchiamo di guardare il lato positivo: la solitudine è tempo totalmente dedicato a noi stessi e può significare riposo, relax, ma anche stimolo all’autonomia, all’indipendenza e alla capacità di reinventarsi quando necessario.
2.      Noia come fantasia. Nulla come la noia ci permette di vivere il “qui e ora”, lasciandoci trasportare dalla fantasia, senza perdere niente della realtà del presente. E, si sa, l’immaginazione è portatrice di creatività, di nuove idee e di nuovi obiettivi, oltre che di desiderio di infrangere i propri limiti, uscendo dalla propria comfort zone.
3.      Noia come leadership. Chi pensa che annoiarsi sia da sfigati, si prepari a cambiare idea. La prima regola per essere un buon leader è la capacità di saper prendere decisioni e chi è in grado di “mettersi in moto dopo essere stato fermo”, esercitando il proprio libero arbitrio senza timore, sarà più pronto e più coraggioso nel fare altrettanto in contesti di gruppo in cui prendere decisioni significa anche assumersi responsabilità per il benessere altrui.

mercoledì 17 luglio 2019

Tre buone ragioni per… stampare le proprie foto



Se ne stampano sempre meno, soprattutto da quando le fotocamere di smartphone e tablet hanno raggiunto livelli di qualità paragonabili a quelli delle fotocamere professionali, permettendo, inoltre, di modificarle attraverso App sempre più intuitive e di condividerle sui Social Network. Naturalmente ci riferiamo alle numerose foto che ciascuno di noi scatta sia nelle occasioni speciali, sia nella vita di tutti i giorni. Ma siamo davvero sicuri di non sentire più la necessità di stampare le nostre foto? Archivi digitali e Social Network stanno definitivamente soppiantando il nostro desiderio di sfogliare album e tappezzare pareti di casa con gli istanti più belli della nostra vita? A molti sembrerà solo un’operazione nostalgia, ma ecco le tre buone ragioni che ciascuno di noi dovrebbe tenere in considerazione per stampare le proprie foto.

1.      Il bello di scegliere. Se i rullini di un tempo ci portavano alla spasmodica ricerca del momento perfetto, dell’inquadratura impeccabile o della posa plastica per non sprecare neanche uno scatto utile, col digitale l’unico limite ai nostri click risiede nella memoria libera del nostro smartphone. Ma a cosa serve questa grande libertà, se non è seguita da un’attenta selezione dello scatto migliore da stampare e appendere a una parete o esibire sulla mensola del caminetto?
2.      Sfogliare è ricordare attivamente. Neanche il touchscreen più sofisticato potrà mai sostituire la sensazione emotiva e la percezione sensoriale che si provano sfogliando un “vero” album di fotografie. Potrà sembrare ridondante retorica, ma non c’è archivio digitale, per quanto ordinato che sia, che possa reggere il confronto col vecchio album rilegato in pelle di foto in bianco e nero della nonna o col faldone che contiene gli ingrandimenti, ormai un po’ ruvidi, delle foto del matrimonio di mamma e papà. Se tutto ciò ci provoca emozioni tanto profonde una ragione deve pur esserci, e allora perché non tentare di ricreare la stessa magia con gli scatti più belli della nostra vita?
3.      L’arte di stampare. Esistono talmente tanti nuovi supporti su cui far imprimere una foto, da avere l’imbarazzo della scelta per dare spazio alle nostre emozioni. Tazze, cuscini, orologi, charms possono essere, di tanto in tanto, divertenti alternative ad album, fotolibri e cornici. Cambiano le mode, la tecnologia avanza, ma l’esigenza di riprodurre per “toccare con mano” noi stessi e i nostri ricordi resta intatta, pur continuando a evolversi e mutare. Ecco perché anche stampare foto può essere considerata una vera e propria forma d’arte e di narrazione di noi stessi.

mercoledì 12 giugno 2019

Tre buone ragioni per… fare giochi da tavolo



Stanno tornando di moda, o forse non sono mai del tutto passati, e si trovano in tutti i formati, compreso quello pocket, adatto da portare perfino in vacanza. Si tratta dei giochi da tavolo e saranno senz’altro una bella scoperta, ma soprattutto un gradito ritorno per tutti coloro che, tra giochi di abilità, strategia o puro divertimento, hanno trascorso infanzia e adolescenza, imparando a “usare la testa” anche “per gioco”, con la famiglia e con gli amici. Ma perché preferirli a smartphone, tablet e consolle almeno una volta ogni tanto oltre al fatto che non necessitano di caricabatterie e prese di corrente o connessione Internet e WiFi? Ecco le nostre tre buone ragioni per fare giochi da tavolo!

1.      Sono adatti a tutte le età. Dal Memory, al Gioco dell’Oca, passando per il celeberrimo Monopoly, ci sono dei ‘classici’ intramontabili adattai a ogni età. Oltre a mettere alla prova e a mantenere in allenamento abilità mentali di ogni tipo, per i più piccoli è un ottimo esercizio di concentrazione, per gli adulti è un buon momento di condivisione e flessibilità, per gli anziani può essere lo spunto ideale per il confronto.
2.      Si può giocare in famiglia o con gli amici. Dedicare un pomeriggio o una serata a un gioco da tavolo è possibile sia in famiglia, sia con gli amici, poiché permette di conoscersi meglio, ma anche di mantenere ancor più stretti legami già esistenti che troppo spesso si danno per scontati, trovando nuove occasioni di conversazione. Da Risiko a Scarabeo, fino a Cluedo, inventiva, intuizione, competizione e pazienza possono esaltare sintonia e gioco di squadra.
3.      Anche in coppia o da soli, ce n’è per tutti i gusti. Oltre ai classici mazzi di carte che tutti conosciamo, ci sono moltissimi giochi di carte, e non solo, ideali da fare in coppia o perfino da soli, e tutti richiedono fantasia e capacità. Insomma, invece di mettere mano allo smartphone e di scaricare il corrispettivo digitale, tenere a portata di mano un vero mazzo di carte, una scatola dell’indimenticabile Uno, o una di quelle piccole scacchiere portatili coi i pedoni magnetici per la Dama o gli Scacchi potrebbe essere, al giorno d’oggi, una scelta davvero originale per ingannare qualsiasi attesa o momento di noia.

mercoledì 22 maggio 2019

“Per Interposta Persona” di Monica Bartolini


Lo stile pulito, scorrevole e vivace, ma soprattutto la capacità di esplorare il punto di vista di tutti i personaggi coinvolti nella storia, pur tenendo salde le redini della voce narrante attraverso i pensieri del protagonista: sono queste le peculiarità che fanno dei romanzi di Monica Bartolini delle storie di grande qualità, che lasciano profonda nostalgia nei lettori più voraci, destinati a terminarle sempre troppo in fretta. E anche “Per Interposta Persona”, I Buoni Cugini Editori, l’ultimo romanzo in ordine di tempo della Rossa che Scrive Gialli, non fa eccezione e non delude, riportandoci alle atmosfere dense di mistero, ma mai prive di umanità, che caratterizzano il modo di condurre le indagini del nostro Maresciallo Nunzio Piscopo, ormai “maturo” e a un passo dalla pensione, ma mai sufficientemente “distaccato”, nonostante i numerosi casi della sua carriera.


In questa nuova avventura la trama gialla, così sapientemente intessuta da Monica Bartolini, ruota attorno all’assassinio dell’ambiguo gioielliere Greco che ha tutta l’aria di essere un regolamento di conti, ma, in realtà, attraversa l’intimità di tante famiglie unite non solo da legami di sangue, ma anche di lavoro e amicizia, avvolgendo lo stesso Piscopo in una morsa che lo serra nella difficoltà di mantenere più di una promessa, senza che nessuna confligga con l’altra. Sì, perché quando a essere sospettato è proprio il suo superiore, il Maggiore Spada, a causa della presenza della sua pistola sulla scena del crimine, Piscopo fa il possibile per mantenere lucidità e fiducia in se stesso e nella divisa che porta, facendosi forza della sua capacità di intuizione e interazione con tutte le complesse personalità con le quali verrà a contatto nel corso dell’indagine. Ma la situazione si rivelerà più intricata e dolorosa del previsto.
In un dipanarsi incalzante di indizi apparentemente contraddittori, lasciati come briciole dall’autrice, pagina dopo pagina, Piscopo accompagna i lettori e si lascia guidare dalla sua umana sensibilità più che da tutti gli altri mezzi investigativi che possiede, per cercare, da un lato di far luce sugli eventi, dall’altro di svelare la realtà dietro alle apparenze di un caso più scomodo di quel che sembra.


Non solo mafia, provincia e fatti di sangue, Monica Bartolini attraversa e approfondisce tutte le sfaccettature dell’amore, soffermandosi con grande dolcezza e delicatezza su quello genitoriale e filiale e analizzando mancanze, debolezze e imperfezioni che caratterizzano proprio tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda. Fin dove sarà costretto a spingersi Piscopo per far luce su tutta la faccenda? Metterà in gioco se stesso e i suoi legami più cari fino in fondo? A chi e in cosa potrà credere oltre che nelle sue sole forze?
Tra frustrazione, delusione, amarezza e incertezza per il futuro, il nostro eroe dovrà far fronte a sorprese e continui colpi di scena, verso un epilogo inaspettato e nuovi panni da vestire in cui sentirsi un “uomo nuovo”.


mercoledì 8 maggio 2019

“La cospirazione dell’Inquisitore” di Giulia Abbate



Giulia Abbate, romana, classe 1983, non è un’autrice qualsiasi, ma una che ha studiato e tanto. Se in un vero e proprio ‘oceano’ di romance di tutti i tipi, ne state cercando uno che vi rimanga dentro anche dopo aver ultimato la lettura, non solo per la storia d’amore, ma soprattutto per lo stile e la capacità di rievocare le ambientazioni medievali e il senso di precarietà che la vita dell’epoca doveva suscitare, soprattutto per le donne, “La cospirazione dell’Inquisitore”, Leggereditore, è ciò che fa per voi.
Dopo un paio di interessanti incursioni nella fantascienza, infatti, Giulia Abbate riesce a impadronirsi delle regole e delle atmosfere del romance storico con una destrezza e un’abilità, che fanno scorrere la lettura della storia d’amore fin troppo velocemente, tra avvincenti colpi di scena e ricostruzioni puntuali, ma mai prolisse.
Il romanzo racconta la storia di Elisa, bella e indomita vedova poco più che ventenne che, all’alba del XIV secolo, è rimasta vedova del signore del feudo degli Altoviti, nell’Italia centrale, caduto in una crociata, e ha dato alla luce una bimba già orfana che ha chiamato Matilde. Sono passati quasi dieci anni da quell’evento tragico che ha segnato per sempre la vita di Elisa, la quale, secondo le usanze del tempo, avrebbe fatto bene ad affidare la figlia ai cognati, i nuovi signori, e a ritirarsi in convento. Ma Elisa, donna determinata e anche un po’ ribelle, non si è mai sottomessa a questa tradizione e continua a occuparsi della figlia, coperta dal suo velo nero e dalle vesti perennemente in lutto.
Tutto sembra destinato a ripetersi sempre uguale in quel piccolo borgo di un’Italia lontana nel tempo, finché Gisella, la più cara amica di Elisa, una donna dall’indole forse troppo libera per l’epoca, esperta di erbe e di rimedi naturali, viene arrestata con l’accusa di stregoneria e un affascinante e misterioso inquisitore, di nome Riccardo, giunge al castello per indagare e decidere se dovrà svolgersi un processo. Nonostante Riccardo sia un monaco e un predicatore ammaliante, non nasconde affatto il suo passato di cavaliere e veste spesso con gli abiti del mondo. Elisa ne resta subito misteriosamente affascinata e turbata allo stesso tempo e Riccardo sembra ricambiare la sua attrazione, ma la giovane ha la sensazione che ci sia molto altro che l’uomo le sta tenendo nascosto. Tra passioni proibite, banchetti, agguati, duelli e fughe, solo una cosa è certa: la vita di Elisa e Riccardo sembra destinata a cambiare per sempre.
La narrazione occupa uno spazio temporale di nove giorni, che coincidono con la novena che Elisa decide di dedicare alla Madonna all’inizio del romanzo, pregando per la salvezza dell’amica Gisella, ma anche per la sua stessa vita che sente sempre più appesa a un filo e per un futuro migliore per se stessa e per sua figlia. Questa scansione temporale ricostruisce al meglio l’atmosfera medievale, un periodo difficile per le donne, nel quale il tempo sembrava scorrere sempre uguale a se stesso, ma in cui, ugualmente, era possibile perdere tutto da un momento all’altro, a causa delle continue faide e lotte per il potere maschile, per cui le donne erano spesso solo semplici pedine. All’interno di questo contesto raccontato in modo credibile e piacevole, la storia d’amore tra Elisa e Riccardo è incastonata come una perla che brilla per la passione e la semplicità, ma, non oscura tutto il resto, inserendosi come ‘protagonista’, senza essere ingombrante, in un romance storico che, a tutti gli effetti, per lo stile, l’apparato descrittivo, la costruzione dei personaggi e dei dialoghi, non ha nulla da invidiare a quei romanzi storici in cui l’amore è lasciato solo sullo sfondo.


mercoledì 17 aprile 2019

Daniele Botti: il quartiere Coppedè si tinge di giallo


Se fosse possibile sfogliare un quartiere come si fa con una rivista, restando colpiti, pagina dopo pagine, dagli scorci, le vie e gli incroci disegnati dai palazzi e dalle strade, questo sarebbe il Coppedè della nostra Capitale. Ma, se volessimo renderlo vero e proprio protagonista di una storia in carne, ossa cemento e architetture stravaganti e audaci, non ci resterebbe che affidarci a Daniele Botti e, in particolare, alla lettura del suo ultimo romanzo, “Forno Inferno”, Alter Ego Edizioni.
Non è la prima volta, infatti, che l’autore si lascia sedurre dal quartiere Coppedè, mettendolo al centro di una delle sue narrazioni e facendocene scoprire e riscoprire curiosità nascoste e verità più note, oltre che immaginari abitanti e frequentatori, così vividi e vivaci, da saltare letteralmente fuori dalle pagine delle sue storie.
Disturbante come uno splatter e frastornante come un pulp, ma anche avvincente come un mistery di altissimo livello e grottesco come la più graffiante delle satire: “Forno Inferno” è un giallo dalla struttura e dallo stile sorprendenti e originali che, talvolta si tinge di nero, talvolta di rosso, a seconda degli umori e delle piste seguite dal protagonista, il Commissario Tinca, un uomo di legge così bizzarro e sopra le righe, da stringere quasi un patto di sangue col lettore, rapito fin da subito da tanta faccia tosta tipica del “buono”, che ha messo la corazza del “cattivo”, come certi animali esotici che tentano di spiazzare gli avversari, ben più forti di loro, con veri e propri “giochi di prestigio”, pur di sopravvivere.
La storia inizia con l’omicidio di Ermete Lucifero, un anziano Professore dedito all’occultismo, che viene ritrovato morto in seguito a una oscura cerimonia rituale proprio nella sua abitazione al Coppedè. Le indagini di Tinca, sempre al soldo della setta dei Neri, lo condurranno alla scoperta dell’“Enigma dei petali di rosa”, di cui è cosparsa la scena del crimine, un mistero che risale al Medioevo e che lo trascinerà in un vortice ai confini del tempo e della realtà, tra Satanismo e Massoneria, dal quale sarà difficile uscire e distinguere il vero dal falso. Il tutto tra un’irruzione e l’altra proprio nel Forno Inferno, la caratteristica pizzeria che ha rimpiazzato il vecchio Caffè Coppedè, ridisegnando le geometrie e gli equilibri del quartiere.


Un misterioso omicidio rituale, una setta satanica e un enigma che risale al Medioevo infiammano le vie della Capitale, dal pittoresco quartiere Coppedè, fino ai Castelli Romani: raccontaci la genesi di questa nuova indagine del Commissario Tinca, “Forno Inferno”, Alter Ego Edizioni. Cosa ti ha ispirato durante la stesura e cosa volevi suscitare nei lettori?

L’ispirazione è stata un romanzo trash, Il settimo esorcista, Piemme Edizioni. Non so cosa volessi suscitare, è una domanda da fare ai lettori a posteriori, dopo che hanno letto il libro. Io volevo dare sfogo a certe pulsioni che mi agitavano.

La città di Roma e il quartiere Coppedè, in particolare, sembrano essere un importante filo conduttore della tua carriera di autore. Spiegaci le ragioni di questa scelta e come si fa a rendere un luogo tanto importante quanto un vero e proprio personaggio all’interno di una narrazione.

Ho ambientato il primo dei miei gialli al Coppedè perché nessuno ci aveva mai pensato, il motivo è molto semplice. Poi il Coppedè è un personaggio vero e proprio, è vero, perché oltre a dettare lo stile del romanzo detta anche i modi e i tempi narrativi: mescola i generi architettonici, i miei gialli mescolano gli stili narrativi (pulp, splatter, satira, trash, mistery, poliziesco, poliziottesco ecc); inoltre il quartiere è pieno di trovate e colpi di scena che hanno il fine di stordire e frastornare il visitatore, proprio come i miei romanzi.

Il Commissario Saverio Tinca, protagonista delle tue storie, rappresenta tutto ciò che un “eroe” non dovrebbe essere per farsi strada nel cuore dei lettori. Eppure, complice il tuo stile graffiante, Tinca è entrato a gamba tesa nell’immaginario degli amanti del genere. Come lo definiresti? In generale, come delinei i personaggi, sia principali, sia secondari, delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

Hai detto bene: Tinca è l’esatto opposto di come dovrebbe essere un commissario. Credo che risulti simpatico perché, nonostante il suo essere folle, violento, depravato e sopra le righe, in realtà è vittima di una società che poi è la vera realtà criminale. È una piccola tinca, con un gioco di parole, che nuota tra le piovre e gli squali di Roma e tenta di stare a galla.
Per delineare gli altri personaggi rubo dalla vita reale, mettendo attributi di amici e conoscenti, ovvero da film, serie tv ecc. Ad esempio Santoponte (l’usciere obeso del commissariato), è ispirato allo sportellista della mia banca, che di cognome fa proprio Santoponte.

Per saper scrivere bene, occorre, senza dubbio leggere molto, perché, in fin dei conti, anche una pungente parodia può essere considerata un omaggio sui generis verso una storia raccontata da qualcun altro. Che libro non può mancare sul tuo comodino e quale, invece, preferisti usare come fermaporta?

Sul mio comodino c’è di tutto, dalla Trilogia della spada di ghiaccio di Topolino, firmata da Massimo de Vita, alle opere di San Giovanni della Croce. Mi interessano molti i libri sull’alimentazione (ad es. Berrino, 21 giorni per rinascere, Shelton, Il digiuno può salvarti la vita). Ultimamente sul fronte della narrativa mi hanno catturato due libri eccezionali: Avviso ai naviganti, di Annie Proulx, e Non devi dirmi che mi ami, di Sherman Alexie, un autore notevole che non conoscevo. Non ho preclusioni, leggo di tutto, e anzi la maggior parte delle volte sono i libri considerati trash a ispirarmi (vedi la prima risposta).

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro e quanto dovremo aspettare per la prossima irresistibile indagine di Tinca…

Ultimamente, per riagganciarmi alla domanda precedente, ho solo voglia di leggere, leggere e leggere. Cosa scaturirà fuori da questo, non lo so.


mercoledì 3 aprile 2019

Andrea Gasparini: la storia di “Coràio!”


Durante è un giovane laureato bolognese che, per sbarcare il lunario, tutti i giorni salta sulla sua bicicletta e fa consegne a domicilio per un ristorante di dubbio gusto per il quale lavora come tuttofare. Una pedalata dopo l’altra, consegna dopo consegna, Durante racconta e riflette sulla quotidianità della propria città, testimone per nulla oggettivo di una vita a velocità sempre più accelerata, in cui relazioni ed esperienze si consumano ormai troppo in fretta. Accanto a lui ci sono Libera, la sorella maggiore, sognatrice e ottimista e i genitori, ben lontani dall’essere i perfetti e imbattibili supereroi che ogni figlio vorrebbe, e una gran quantità di amici, nemici, vicini, conoscenti, tutti alla ricerca della propria felicità. Inizia così “Coràio!”, Augh! Edizioni, il secondo romanzo di Andrea Gasparini.
Evocativo e poetico, ma anche originale e diretto, graffiante e satirico, lo stile di Andrea Gasparini è sorprendentemente ricco di spirito critico e ironia, proprio come il carattere di Durante, il testardo protagonista della storia, a tratti surreale, a tratti bizzarra, che apre una finestra sulla routine di tutti noi, attraverso i punti di vista dei vari personaggi. Con questa fiaba moderna, così simile e, allo stesso tempo, così diversa dalla vita di ciascun lettore, Andrea Gasparini sa essere divertente, ma fa anche ragionare e riflettere, senza essere didascalico, né saccente. Il suo Durante vive un’esistenza stravagante e ai limiti del grottesco, nonostante abbia tanti punti in comune con molti suoi coetanei in carne e ossa, eppure è testimone fedele di una realtà alla quale siamo talmente assuefatti, da non comprenderne le bislacche assurdità. Questo romanzo, infatti, pur avendo dei protagonisti forti e delineati a tutto tondo, è, per certi aspetti, corale, perché è arricchito da un caleidoscopio di personaggi nient’affatto secondari la cui vite si intrecciano, ma non mancano di far percepire al lettore la profonda solitudine di ciascuno di loro. Un senso di emarginazione che accomuna tutti e forse è caratteristico dei nostri tempi, nei quali siamo tutti sempre connessi, ma anche sempre più isolati.


“Coràio!”, Augh! Edizioni, è un romanzo emozionante e attuale, evocativo e coinvolgente, che parla di famiglia, emancipazione, integrazione e tradizione, mettendo tutto in discussione con la voglia di costruire qualcosa di nuovo. Raccontaci la genesi di questa storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura? E cosa intendevi trasmettere ai lettori?

Ho scelto di scrivere una commedia grottesca perché volevo divertimi e far divertire, ma soprattutto invitare i lettori a porsi delle domande relativamente alle vicende narrate. Desideravo essere didattico senza annoiare, per questo mi sono ispirato alla tradizione della commedia all’italiana e al post-modernismo americano, trovando in un rider porta-pizze una figura emblematica per il ruolo di protagonista, gli occhi perfetti per mostrare le brutture e la bellezza che percepisco. Ai lettori, in particolar modo ai disillusi, volevo quindi dare per iscritto una spinta propulsiva.

Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che scrittore sei: segui l’ispirazione in ogni momento della giornata o hai un metodo ben preciso al quale non puoi rinunciare?

Ho iniziato a dedicarmi alla scrittura creativa durante l’adolescenza, volevo trasmettere dei messaggi che si avvicinassero il più possibile alla forma dei miei pensieri, e visto che non so né dipingere né tantomeno scolpire, sono diventato romanziere. Appunto le ispirazioni su una Moleskine o dove capita, anche sui biglietti dell’autobus per esempio, e nei fine settimana o quando ho abbastanza energia per farlo, le strutturo in un racconto.  

Durante, Libera, i loro genitori e tutti i variopinti personaggi che ruotano attorno alla loro esistenza costituiscono un vivace mosaico di personalità che rendono questa opera decisamente corale. Presentaceli ciascuno con un aggettivo che li caratterizza al meglio. In generale come delinei i personaggi, sia principali, sia secondari, delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

L’aggettivo che più si confà a Durante è caparbio, Libera è invece sognante, Anselmo sbarazzino, Serena stoica, Orcocan simpatica, il Rabbino acuto, il Visciola sensibile e il Moro furbo. E poi ci sono gli altri, a cui delego a voi l’aggettivazione. I miei personaggi sono il risultato di una miscela delle persone e personalità che conosco: Durante ha il mio carattere e il fisico di Mark Zuckerberg, Libera ha i capelli di un’amica ed è speranzosa come una mia ex collega e via discorrendo. Per quanto riguarda le vicende, racconto ciò che accade attorno a me con onestà, dando risalto alle situazioni che credo siano maggiormente significative per un motivo o per l’altro, vedi il racconto dello sgombero o quello della coda davanti all’Apple store.    

Nella storia che racconti ogni personaggio cerca il proprio posto nel Mondo. C’è ancora posto nel Mondo e, in particolare, nel nostro Paese, per gli scrittori, sia come professionisti, sia come custodi della memoria di un popolo? Che suggerimento daresti ai tuoi aspiranti colleghi scrittori, coetanei o più giovani, che volessero intraprendere un percorso simile al tuo? Facciamo un bilancio della tua esperienza fino a oggi.

La perdita di memoria individuale e collettiva è uno dei temi che tratto nel romanzo: in una società dove tutto si consuma rapidamente, quindi anche la memoria, c’è assoluto bisogno di scrittori e scrittrici che verbalizzino ciò che credono sia giusto permanga. L’invito che rivolgo ai miei colleghi di oggi e domani è: non mollate, anche in un anfratto di mondo deve tuonare la vostra voce. 

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro e se stai già lavorando a un terzo attesissimo romanzo.

Al momento sto lavorando ad un thriller ambientato nella mia valle trentina di origine (Primiero S. Martino di Castrozza) e continuo a portare a spasso per l’Italia il reading tratto dal romanzo. Se volete maggiori informazioni a riguardo, venite a uno degli spettacoli!


mercoledì 20 marzo 2019

“Mister Rochester” di Sarah Shoemaker



Edward Fairfax Rochester è, ancora oggi, dopo quasi due secoli dalla sua nascita letteraria, uno degli eroi più complessi e affascinanti della letteratura. Enigmatico, burbero e mutevole, ma anche sensibile, romantico e devoto, il Rochester nato dalla penna di Charlotte Brontë e protagonista di “Jane Eyre” rivive oggi nelle pagine del romanzo scritto dall’insegnante e bibliotecaria americana Sarah Shoemaker, intitolato proprio “Mister Rochester” ed edito da SuperBeat, Neri Pozza.


In questa opera prima l’autrice fa parlare in prima persona proprio il signor Rochester, ripercorrendone l’intera esistenza in una sorta di diario che, talvolta, ha l’immediatezza del flusso di coscienza. Dalla nascita, all’infanzia, è raccontato tutto, in particolare il complicato rapporto col padre e col fratello in età adulta, fino agli anni trascorsi in Giamaica, riferendo nel dettaglio il matrimonio con Bertha e la sconcertante scoperta della sua follia. Il carattere del nostro Edward, inizialmente così gioioso, entusiasta e sensibile, alla continua ricerca della ricostruzione del temperamento materno che non ha mai vissuto, si indurisce sempre più, man mano che la vita lo mette di fronte a responsabilità più grandi di lui, che egli non manca di affrontare con coraggio e veemenza. Dalla ritrovata felicità con Céline, la ballerina francese madre di Adéle, la bambina che diventerà la sua pupilla, fino alla nuova delusione che i suoi capricci e i suoi tradimenti gli arrecheranno, Rochester è sempre più cupo, sarcastico e privo di fiducia verso il genere umano, oltre che tormentato dalla figura della moglie, ormai malata e ingestibile, seppure nascosta a tutti.


Per il primo incontro con la giovane istitutrice Jane Eyre bisogna attendere quasi trecento pagine, ma, da lì in poi e fino alla fine del romanzo, gli accadimenti noti a tutti coloro che hanno amato il libro della Brontë si susseguono in un crescendo di emozioni, tutti col filtro di Rochester, lentamente travolto da un amore che non pensava più di poter provare.
È interessante sottolineare come, pur restando fedele a tutto ciò che è scritto e raccontato nel romanzo originale, Sarah Shoemaker ricostruisca con grande cura per i dettagli l’intera esistenza di Mister Rochester, senza bisogno di restare nell’ombra dello stile della Brontë. L’espediente del diario e del resoconto scritto di pugno dallo stesso protagonista, infatti, le permette di scavare a fondo nell’animo di Rochester e ce ne restituisce un’immagine vivida e verosimile, dando voce a tutta la sua fragilità e sofferenza, oltre agli sbalzi d’umore e al misterioso cipiglio che lo hanno reso irresistibile per milioni di lettrici e lettori in tutto il mondo, per generazioni.


La prima parte della vita di Rochester, quando Jane era ancora molto lontana nel tempo e nello spazio, non stanca affatto il lettore, ma lo spinge a procedere con curiosità verso la parte più nota della storia e tutta la descrizione del corteggiamento alla giovane istitutrice, incredula e turbata, è raccontata in modo avvincente e, nello stesso tempo, delicato e coinvolgente, rendendo la lettura un piacevole completamento di quanto già fatto per chi ha letto (e riletto) il capolavoro di Charlotte Brontë. Rispetto ad altre autrici che hanno dato voce a eroi romantici come il burbero Mr. Darcy di Jane Austen o l’affascinante Rhett di Margaret Mitchell, la Shoemaker entra in simbiosi con la caratterizzazione della Brontë, ma costruisce un romanzo dallo stile molto personale, facendo suoi aspetti che la fantasia dei lettori hanno solo ricostruito per secoli e che ora sono scritti nero su bianco a coronamento di una lettura imperdibile per ogni appassionato di quelle atmosfere indimenticabili.


mercoledì 6 marzo 2019

Marvin Menini: la nuova avventura di Matteo De Foresta



Chissà se, quando ha scelto il nome del protagonista delle sue storie, lo scrittore Marvin Menini intendeva già tracciarne l’indole assegnandogli un cognome allegorico, in un certo senso, metaforico. Il giornalista Matteo De Foresta, infatti, ha una personalità complessa come un fitto bosco in cui sentieri disordinati si intersecano in continui crocicchi ai quali è difficile scegliere quale via percorrere e il sole fende rami e foglie solo in alcuni punti, entrando di traverso in un buio a suo modo rassicurante.
In “I morti non parlano”, Fratelli Frilli Editori, Marvin Menini, medico di professione, scrittore per passione, riprende le fila dell’indagine precedente, già conclusa da Matteo De Foresta, ma che, come un Pollicino dalle mani insanguinate, aveva già lasciato le prime briciole da seguire per addentrarsi in un’avventura ancor più pericolosa. La particolarità dello stile dell’autore, infatti, sempre scorrevole e diretto, caratterizzato da fitti dialoghi e un tempo verbale coniugato al presente, che rende ancora più viva la narrazione, è il filo conduttore che lega tutte le indagini del protagonista. Sebbene ciascun libro sia autoconclusivo, si percepisce, più che in altre serie, l’evoluzione del personaggio principale, non solo come investigatore e, in questo caso, giornalista, ma anche come uomo, tanto lucido da prendere istantaneamente le decisioni più giuste nel proprio lavoro, quanto confuso e apparentemente immobile nella sua vita privata, in balia delle scelte altrui.
Infatti, se, da un lato, De Foresta è chiuso in una morsa che, in quest’avventura, lo vede braccato sia dalla Polizia, sia dalla Mafia, nel disperato tentativo di scagionare l’amico vicequestore Guido Rocchetti, latitante accusato di essere colluso, dall’altro, ha un cuore diviso a metà, tra la compagna Barbara e il desiderio di essere un padre migliore per sua figlia, e l’amante Clara e il brivido che porta la sua conquista. A ciò si affianca un lavoro che Matteo ama profondamente e che poco ha a che vedere con la scrittura seduto dietro una scrivania di redazione, visto che lo vede sempre in viaggio, tra Genova, la sua città, e chissà quale altra parte del mondo.
Tra indizi imperscrutabili, tradimenti inaspettati e un finale alla polvere da sparo che mette tutto tranne la parola ‘fine’, non ci resta che attendere la prossima avventura di De Foresta per capire meglio quale sarà il destino del nostro giornalista, perché questa storia si legge troppo in fretta e ha tutta l’aria di essere solo l’inizio di qualcosa di ancor più spettacolare.


C’è un nuovo mistero da risolvere per il giornalista Matteo De Foresta: un’indagine al cardiopalma, tra Polizia e Mafia, nel tentativo di salvare un amico in pericolo e, forse, di non pensare alla confusione del suo cuore diviso a metà. Raccontaci la genesi di questa quarta avventura del tuo protagonista così amato dal pubblico, “I morti non parlano”, Fratelli Frilli Editori: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Ciao Alessandra, grazie per questa intervista che mi fa molto piacere.
Quando scrivo, in realtà, parto da un'immagine, una scena, a volte una canzone, oppure una parola. Ecco, in questo caso è stata proprio una parola a far nascere la nuova avventura di Matteo. Stavo terminando il romanzo precedente, “I Delitti dei Caruggi”. Uno dei protagonisti di quel romanzo, Bob, muore dicendo a Matteo una parola: Wehrmacht.
Devo farti una premessa: non sono quel tipo di scrittore che pianifica prima la trama, di solito scopro se l'assassino è il maggiordomo a metà della prima stesura. Spesso i protagonisti delle mie storie si muovono in autonomia e a volte sorprendono anche me con ciò che fanno o dicono. È stato proprio il caso di Bob: quando ha detto “Wehrmacht” mi sono domandato per quindici giorni buoni che cosa volesse dire. E quando l'ho scoperto mi sono reso conto che c'era tutto un romanzo da scrivere proprio su quella parola.

Che scrittore sei? Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere e come la concili con la tua professione di medico? Segui l’ispirazione o hai un metodo ben preciso al quale non sai rinunciare?

Ho sempre scritto, fin da bambino. Quando, a undici anni, ho letto “Il signore degli anelli” per la prima volta ho cominciato a riempire i miei diari scolastici di racconti brevi ispirati al mondo fantasy. Poi, da lì, ho proseguito con vari racconti che ho pubblicato in blog o siti di scrittura. Poi, nel 2012, mi sono detto: ma perché non provare a scrivere un romanzo? Così è nato Matteo De Foresta è la sua prima avventura, “Nel cuore del centro storico”. All'epoca non avevo ancora un editore e mi sono dato al self publishing. Ho impiegato quasi tre anni a terminarlo: passare dalla dimensione del racconto a quella del romanzo è impegnativo, la prima volta è davvero dura. Ma poi nel 2015 è uscito il romanzo ed è stato un successo. Ho venduto più di cinquemila copie in digitale e da lì è decollato il matrimonio tra Matteo e la Fratelli Frilli Editori. La mia esigenza di scrittura è quasi catartica: mi aiuta a scaricare la testa, a non pensare al lavoro ed ai pazienti. Mi serve anche per essere un po' cattivo, cosa che nella vita io non sono mai, e tirare fuori il mio lato oscuro. Ciascuno di noi ne ha uno, spesso non comunichiamo con lui e addirittura lo ignoriamo accumulando tensione e ansia. La scrittura è la mia valvola di sfogo: scrivendo noir e gialli in qualche modo mi “libero”, mi purifico. In realtà non ho un metodo: come ti ho già accennato, scrivo di getto e rubo le parole a un grande scrittore come Joe Lansdale. Lui stesso ha affermato che se sapesse già come finiscono le storie che scrive non si divertirebbe nel farlo. Io la penso allo stesso modo. La storia nasce dai personaggi: meglio sono definiti, più sono autonomi e in grado di “vivere”, scegliere, pensare e agire. Io racconto solo la cronaca delle loro azioni. Per quanto riguarda la trama delle storie, parto spesso da un'immagine e un'idea. A volte può anche essere una canzone: ad esempio, la quinta avventura di Matteo, che sto scrivendo, è partita da “Sirens” dei Pearl Jam. Spesso poi ragiono sul finale, su come si potrebbe chiudere la storia. Ma scrivendo molte volte mi allontano da quanto avevo pensato. Siamo sempre lì: i miei personaggi mi sorprendono con le loro azioni e fanno quello che vogliono!

Matteo De Foresta è un personaggio autentico: tanto determinato nel suo mestiere, quanto indeciso per quel che riguarda le questioni di cuore e forse è proprio per questa imperfetta umanità che i lettori si immedesimano tanto in lui. Come lo definiresti? In generale come delinei i personaggi, sia principali, sia secondari, delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

Matteo è un uomo vero, un ragazzo non cresciuto del tutto che si sforza di farlo. Pensando a lui ho cercato di ispirarmi alla mia generazione e alle nostre fragilità. Noi quarantenni di oggi (anche se io ne ho ormai quasi cinquanta, ahimè) siamo una contraddizione vivente. Professionisti o lavoratori ma ancora con il cuore di ragazzini, che sono cresciuti con Goldrake, Candy Candy o Kenshiro. Siamo ancora la generazione dei fumetti Marvel e non quella dei Manga, ispirati a eterni guasconi irriverenti. Ecco, Matteo nel suo piccolo fa un po' suo il motto di Peter Parker: da grandi poteri nascono grandi responsabilità. Cerca di essere un padre presente, si domanda che cosa sia davvero l'amore, lotta tra il desiderio di avere una famiglia e allo stesso tempo di non rinunciare alla passione e al brivido della conquista. I miei personaggi nascono allo stesso modo: osservo le persone che incontro e che conosco, cerco di creare persone a tutto tondo con pregi, difetti, piccole o grandi manie. La cosa più difficile comunque nella creazione dei personaggi resta sempre “il cattivo”: voglio dire, anche nei malvagi devono esserci umanità e lati chiari. Al giorno d'oggi non si può presentare ai lettori un antieroe da film western, stereotipato e quasi al limite della psicosi per quanto è cattivo. Si devono creare esseri umani, non macchiette. Ecco, questo è il lato più difficile, ma anche più entusiasmante della scrittura. Cercare di riprodurre la vita reale pur mantenendo un pizzico di “irrealtà”. Credo che sia quanto cerca il lettore che si dedica ai gialli.

Dal successo dell’autopubblicazione sul Web, alla collaborazione con un editore d’eccellenza per qualità e impegno, molto rappresentativo del genere, sia nella città di Genova, sia a livello nazionale: facciamo un bilancio del tuo percorso d’autore, tra difficoltà e obiettivi raggiunti. Scrivere è ancora un mestiere a tutti gli effetti?

Quando “Nel cuore del centro storico” raggiunse quel risultato inatteso, contattai il compianto Marco Frilli proponendogli quel romanzo. Lui mi rispose quasi subito nel suo stile senza fronzoli: mi disse che non gli interessava un qualcosa di già pubblicato ma che, se volevo, potevo mandargli un nuovo romanzo. Se gli fosse piaciuto me l'avrebbe pubblicato. Raccolsi la sfida con l'adrenalina a mille e in soli due mesi gli mandai la seconda avventura di Matteo, “Poker con la morte”. Da lì, continuando poi il rapporto con suo figlio Carlo in seguito, ahimè, alla sua malattia, De Foresta ha visto la luce con la loro casa editrice. La Fratelli Frilli è un laboratorio di giovani, idee, novità costanti. Punta sui giovani e sugli esordienti oltre ad avere nella scuderia “mostri sacri” come Maria Masella e altri. I romanzi Frilli sono freschi, avvincenti, creati da autori che spesso fanno tutt'altro nella vita e scrivono per passione. Tu mi domandi se lo scrittore può essere ancora un mestiere. Io credo di sì, ma penso anche che lo sia per pochi. Per potersi mantenere con la sola scrittura bisogna vendere numeri da capogiro. È bene che chi vuole scrivere questo lo sappia: nel novantanove percento dei casi resterà solo una passione, un hobby, e non diventerà mai un lavoro. Ma questo forse è anche il bello della scrittura: per farlo serve passione e non lo si può fare a scopo di lucro. Si scrive sempre per se stessi prima di tutto. Poi, se si piace agli altri, tanto meglio. Ma è secondario. A volte “dover scrivere” può essere un'arma a doppio taglio. Lo racconta molto bene Stephen King in quel grandissimo romanzo che è “Misery”. Un'allegoria del rapporto tra scrittore ed editore. Comunque, sì: può essere ancora un mestiere. Servono talento, occasione giusta, momento giusto e ovviamente il fattore “C”. Le serie televisive, poi, hanno cambiato tutto. Grandissimi scrittori italiani come Camilleri, Manzini, Malvaldi devono il loro immenso successo, oltre alla loro abilità, alla diffusione che i loro personaggi hanno avuto attraverso la TV.
Il bilancio del mio percorso? Per ora non lo faccio. Mi sento all'inizio, ancora un esordiente e soprattutto un dilettante. Per ora tengo la testa bassa e lavoro, anche se mi godo il piccolo successo che sta avendo Matteo De Foresta.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro e quanto dovremo aspettare per la prossima indagine di De Foresta…

Matteo esce in libreria una volta all'anno, di solito nel mese di Febbraio. Spero quindi che nel 2020 possa uscire in quel periodo la nuova avventura di Matteo a cui sto già lavorando. Sarà una storia più noir, con meno implicazioni di “grande respiro” come la mafia e più incentrata su un cattivo comune. Si parlerà, in qualche modo, della storia recente della mia città, Genova, che ha visto nascere tra le prime l'estremismo e le bande armate negli anni Settanta. Si parlerà, ovviamente, di amore non solo per Matteo. Ho poi un accordo di massima con Carlo Frilli per ripubblicare con la sua casa editrice la prima avventura di Matteo. Piace ad entrambi l'idea di completare la “collezione” con tutti i romanzi del De Foresta pubblicati sotto la loro egida. In più, sto lavorando ad un nuovo personaggio, distante anni luce da Matteo. Ma sempre genovese e sempre investigatore. Ho già scritto la sua prima avventura e mi sto mettendo, in contemporanea a Matteo, al lavoro sulla sua seconda.
Grazie ancora per questa piacevole chiacchierata e un saluto a tutti i lettori del tuo Blog!