mercoledì 8 maggio 2019

“La cospirazione dell’Inquisitore” di Giulia Abbate



Giulia Abbate, romana, classe 1983, non è un’autrice qualsiasi, ma una che ha studiato e tanto. Se in un vero e proprio ‘oceano’ di romance di tutti i tipi, ne state cercando uno che vi rimanga dentro anche dopo aver ultimato la lettura, non solo per la storia d’amore, ma soprattutto per lo stile e la capacità di rievocare le ambientazioni medievali e il senso di precarietà che la vita dell’epoca doveva suscitare, soprattutto per le donne, “La cospirazione dell’Inquisitore”, Leggereditore, è ciò che fa per voi.
Dopo un paio di interessanti incursioni nella fantascienza, infatti, Giulia Abbate riesce a impadronirsi delle regole e delle atmosfere del romance storico con una destrezza e un’abilità, che fanno scorrere la lettura della storia d’amore fin troppo velocemente, tra avvincenti colpi di scena e ricostruzioni puntuali, ma mai prolisse.
Il romanzo racconta la storia di Elisa, bella e indomita vedova poco più che ventenne che, all’alba del XIV secolo, è rimasta vedova del signore del feudo degli Altoviti, nell’Italia centrale, caduto in una crociata, e ha dato alla luce una bimba già orfana che ha chiamato Matilde. Sono passati quasi dieci anni da quell’evento tragico che ha segnato per sempre la vita di Elisa, la quale, secondo le usanze del tempo, avrebbe fatto bene ad affidare la figlia ai cognati, i nuovi signori, e a ritirarsi in convento. Ma Elisa, donna determinata e anche un po’ ribelle, non si è mai sottomessa a questa tradizione e continua a occuparsi della figlia, coperta dal suo velo nero e dalle vesti perennemente in lutto.
Tutto sembra destinato a ripetersi sempre uguale in quel piccolo borgo di un’Italia lontana nel tempo, finché Gisella, la più cara amica di Elisa, una donna dall’indole forse troppo libera per l’epoca, esperta di erbe e di rimedi naturali, viene arrestata con l’accusa di stregoneria e un affascinante e misterioso inquisitore, di nome Riccardo, giunge al castello per indagare e decidere se dovrà svolgersi un processo. Nonostante Riccardo sia un monaco e un predicatore ammaliante, non nasconde affatto il suo passato di cavaliere e veste spesso con gli abiti del mondo. Elisa ne resta subito misteriosamente affascinata e turbata allo stesso tempo e Riccardo sembra ricambiare la sua attrazione, ma la giovane ha la sensazione che ci sia molto altro che l’uomo le sta tenendo nascosto. Tra passioni proibite, banchetti, agguati, duelli e fughe, solo una cosa è certa: la vita di Elisa e Riccardo sembra destinata a cambiare per sempre.
La narrazione occupa uno spazio temporale di nove giorni, che coincidono con la novena che Elisa decide di dedicare alla Madonna all’inizio del romanzo, pregando per la salvezza dell’amica Gisella, ma anche per la sua stessa vita che sente sempre più appesa a un filo e per un futuro migliore per se stessa e per sua figlia. Questa scansione temporale ricostruisce al meglio l’atmosfera medievale, un periodo difficile per le donne, nel quale il tempo sembrava scorrere sempre uguale a se stesso, ma in cui, ugualmente, era possibile perdere tutto da un momento all’altro, a causa delle continue faide e lotte per il potere maschile, per cui le donne erano spesso solo semplici pedine. All’interno di questo contesto raccontato in modo credibile e piacevole, la storia d’amore tra Elisa e Riccardo è incastonata come una perla che brilla per la passione e la semplicità, ma, non oscura tutto il resto, inserendosi come ‘protagonista’, senza essere ingombrante, in un romance storico che, a tutti gli effetti, per lo stile, l’apparato descrittivo, la costruzione dei personaggi e dei dialoghi, non ha nulla da invidiare a quei romanzi storici in cui l’amore è lasciato solo sullo sfondo.


mercoledì 17 aprile 2019

Daniele Botti: il quartiere Coppedè si tinge di giallo


Se fosse possibile sfogliare un quartiere come si fa con una rivista, restando colpiti, pagina dopo pagine, dagli scorci, le vie e gli incroci disegnati dai palazzi e dalle strade, questo sarebbe il Coppedè della nostra Capitale. Ma, se volessimo renderlo vero e proprio protagonista di una storia in carne, ossa cemento e architetture stravaganti e audaci, non ci resterebbe che affidarci a Daniele Botti e, in particolare, alla lettura del suo ultimo romanzo, “Forno Inferno”, Alter Ego Edizioni.
Non è la prima volta, infatti, che l’autore si lascia sedurre dal quartiere Coppedè, mettendolo al centro di una delle sue narrazioni e facendocene scoprire e riscoprire curiosità nascoste e verità più note, oltre che immaginari abitanti e frequentatori, così vividi e vivaci, da saltare letteralmente fuori dalle pagine delle sue storie.
Disturbante come uno splatter e frastornante come un pulp, ma anche avvincente come un mistery di altissimo livello e grottesco come la più graffiante delle satire: “Forno Inferno” è un giallo dalla struttura e dallo stile sorprendenti e originali che, talvolta si tinge di nero, talvolta di rosso, a seconda degli umori e delle piste seguite dal protagonista, il Commissario Tinca, un uomo di legge così bizzarro e sopra le righe, da stringere quasi un patto di sangue col lettore, rapito fin da subito da tanta faccia tosta tipica del “buono”, che ha messo la corazza del “cattivo”, come certi animali esotici che tentano di spiazzare gli avversari, ben più forti di loro, con veri e propri “giochi di prestigio”, pur di sopravvivere.
La storia inizia con l’omicidio di Ermete Lucifero, un anziano Professore dedito all’occultismo, che viene ritrovato morto in seguito a una oscura cerimonia rituale proprio nella sua abitazione al Coppedè. Le indagini di Tinca, sempre al soldo della setta dei Neri, lo condurranno alla scoperta dell’“Enigma dei petali di rosa”, di cui è cosparsa la scena del crimine, un mistero che risale al Medioevo e che lo trascinerà in un vortice ai confini del tempo e della realtà, tra Satanismo e Massoneria, dal quale sarà difficile uscire e distinguere il vero dal falso. Il tutto tra un’irruzione e l’altra proprio nel Forno Inferno, la caratteristica pizzeria che ha rimpiazzato il vecchio Caffè Coppedè, ridisegnando le geometrie e gli equilibri del quartiere.


Un misterioso omicidio rituale, una setta satanica e un enigma che risale al Medioevo infiammano le vie della Capitale, dal pittoresco quartiere Coppedè, fino ai Castelli Romani: raccontaci la genesi di questa nuova indagine del Commissario Tinca, “Forno Inferno”, Alter Ego Edizioni. Cosa ti ha ispirato durante la stesura e cosa volevi suscitare nei lettori?

L’ispirazione è stata un romanzo trash, Il settimo esorcista, Piemme Edizioni. Non so cosa volessi suscitare, è una domanda da fare ai lettori a posteriori, dopo che hanno letto il libro. Io volevo dare sfogo a certe pulsioni che mi agitavano.

La città di Roma e il quartiere Coppedè, in particolare, sembrano essere un importante filo conduttore della tua carriera di autore. Spiegaci le ragioni di questa scelta e come si fa a rendere un luogo tanto importante quanto un vero e proprio personaggio all’interno di una narrazione.

Ho ambientato il primo dei miei gialli al Coppedè perché nessuno ci aveva mai pensato, il motivo è molto semplice. Poi il Coppedè è un personaggio vero e proprio, è vero, perché oltre a dettare lo stile del romanzo detta anche i modi e i tempi narrativi: mescola i generi architettonici, i miei gialli mescolano gli stili narrativi (pulp, splatter, satira, trash, mistery, poliziesco, poliziottesco ecc); inoltre il quartiere è pieno di trovate e colpi di scena che hanno il fine di stordire e frastornare il visitatore, proprio come i miei romanzi.

Il Commissario Saverio Tinca, protagonista delle tue storie, rappresenta tutto ciò che un “eroe” non dovrebbe essere per farsi strada nel cuore dei lettori. Eppure, complice il tuo stile graffiante, Tinca è entrato a gamba tesa nell’immaginario degli amanti del genere. Come lo definiresti? In generale, come delinei i personaggi, sia principali, sia secondari, delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

Hai detto bene: Tinca è l’esatto opposto di come dovrebbe essere un commissario. Credo che risulti simpatico perché, nonostante il suo essere folle, violento, depravato e sopra le righe, in realtà è vittima di una società che poi è la vera realtà criminale. È una piccola tinca, con un gioco di parole, che nuota tra le piovre e gli squali di Roma e tenta di stare a galla.
Per delineare gli altri personaggi rubo dalla vita reale, mettendo attributi di amici e conoscenti, ovvero da film, serie tv ecc. Ad esempio Santoponte (l’usciere obeso del commissariato), è ispirato allo sportellista della mia banca, che di cognome fa proprio Santoponte.

Per saper scrivere bene, occorre, senza dubbio leggere molto, perché, in fin dei conti, anche una pungente parodia può essere considerata un omaggio sui generis verso una storia raccontata da qualcun altro. Che libro non può mancare sul tuo comodino e quale, invece, preferisti usare come fermaporta?

Sul mio comodino c’è di tutto, dalla Trilogia della spada di ghiaccio di Topolino, firmata da Massimo de Vita, alle opere di San Giovanni della Croce. Mi interessano molti i libri sull’alimentazione (ad es. Berrino, 21 giorni per rinascere, Shelton, Il digiuno può salvarti la vita). Ultimamente sul fronte della narrativa mi hanno catturato due libri eccezionali: Avviso ai naviganti, di Annie Proulx, e Non devi dirmi che mi ami, di Sherman Alexie, un autore notevole che non conoscevo. Non ho preclusioni, leggo di tutto, e anzi la maggior parte delle volte sono i libri considerati trash a ispirarmi (vedi la prima risposta).

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro e quanto dovremo aspettare per la prossima irresistibile indagine di Tinca…

Ultimamente, per riagganciarmi alla domanda precedente, ho solo voglia di leggere, leggere e leggere. Cosa scaturirà fuori da questo, non lo so.


mercoledì 3 aprile 2019

Andrea Gasparini: la storia di “Coràio!”


Durante è un giovane laureato bolognese che, per sbarcare il lunario, tutti i giorni salta sulla sua bicicletta e fa consegne a domicilio per un ristorante di dubbio gusto per il quale lavora come tuttofare. Una pedalata dopo l’altra, consegna dopo consegna, Durante racconta e riflette sulla quotidianità della propria città, testimone per nulla oggettivo di una vita a velocità sempre più accelerata, in cui relazioni ed esperienze si consumano ormai troppo in fretta. Accanto a lui ci sono Libera, la sorella maggiore, sognatrice e ottimista e i genitori, ben lontani dall’essere i perfetti e imbattibili supereroi che ogni figlio vorrebbe, e una gran quantità di amici, nemici, vicini, conoscenti, tutti alla ricerca della propria felicità. Inizia così “Coràio!”, Augh! Edizioni, il secondo romanzo di Andrea Gasparini.
Evocativo e poetico, ma anche originale e diretto, graffiante e satirico, lo stile di Andrea Gasparini è sorprendentemente ricco di spirito critico e ironia, proprio come il carattere di Durante, il testardo protagonista della storia, a tratti surreale, a tratti bizzarra, che apre una finestra sulla routine di tutti noi, attraverso i punti di vista dei vari personaggi. Con questa fiaba moderna, così simile e, allo stesso tempo, così diversa dalla vita di ciascun lettore, Andrea Gasparini sa essere divertente, ma fa anche ragionare e riflettere, senza essere didascalico, né saccente. Il suo Durante vive un’esistenza stravagante e ai limiti del grottesco, nonostante abbia tanti punti in comune con molti suoi coetanei in carne e ossa, eppure è testimone fedele di una realtà alla quale siamo talmente assuefatti, da non comprenderne le bislacche assurdità. Questo romanzo, infatti, pur avendo dei protagonisti forti e delineati a tutto tondo, è, per certi aspetti, corale, perché è arricchito da un caleidoscopio di personaggi nient’affatto secondari la cui vite si intrecciano, ma non mancano di far percepire al lettore la profonda solitudine di ciascuno di loro. Un senso di emarginazione che accomuna tutti e forse è caratteristico dei nostri tempi, nei quali siamo tutti sempre connessi, ma anche sempre più isolati.


“Coràio!”, Augh! Edizioni, è un romanzo emozionante e attuale, evocativo e coinvolgente, che parla di famiglia, emancipazione, integrazione e tradizione, mettendo tutto in discussione con la voglia di costruire qualcosa di nuovo. Raccontaci la genesi di questa storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura? E cosa intendevi trasmettere ai lettori?

Ho scelto di scrivere una commedia grottesca perché volevo divertimi e far divertire, ma soprattutto invitare i lettori a porsi delle domande relativamente alle vicende narrate. Desideravo essere didattico senza annoiare, per questo mi sono ispirato alla tradizione della commedia all’italiana e al post-modernismo americano, trovando in un rider porta-pizze una figura emblematica per il ruolo di protagonista, gli occhi perfetti per mostrare le brutture e la bellezza che percepisco. Ai lettori, in particolar modo ai disillusi, volevo quindi dare per iscritto una spinta propulsiva.

Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che scrittore sei: segui l’ispirazione in ogni momento della giornata o hai un metodo ben preciso al quale non puoi rinunciare?

Ho iniziato a dedicarmi alla scrittura creativa durante l’adolescenza, volevo trasmettere dei messaggi che si avvicinassero il più possibile alla forma dei miei pensieri, e visto che non so né dipingere né tantomeno scolpire, sono diventato romanziere. Appunto le ispirazioni su una Moleskine o dove capita, anche sui biglietti dell’autobus per esempio, e nei fine settimana o quando ho abbastanza energia per farlo, le strutturo in un racconto.  

Durante, Libera, i loro genitori e tutti i variopinti personaggi che ruotano attorno alla loro esistenza costituiscono un vivace mosaico di personalità che rendono questa opera decisamente corale. Presentaceli ciascuno con un aggettivo che li caratterizza al meglio. In generale come delinei i personaggi, sia principali, sia secondari, delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

L’aggettivo che più si confà a Durante è caparbio, Libera è invece sognante, Anselmo sbarazzino, Serena stoica, Orcocan simpatica, il Rabbino acuto, il Visciola sensibile e il Moro furbo. E poi ci sono gli altri, a cui delego a voi l’aggettivazione. I miei personaggi sono il risultato di una miscela delle persone e personalità che conosco: Durante ha il mio carattere e il fisico di Mark Zuckerberg, Libera ha i capelli di un’amica ed è speranzosa come una mia ex collega e via discorrendo. Per quanto riguarda le vicende, racconto ciò che accade attorno a me con onestà, dando risalto alle situazioni che credo siano maggiormente significative per un motivo o per l’altro, vedi il racconto dello sgombero o quello della coda davanti all’Apple store.    

Nella storia che racconti ogni personaggio cerca il proprio posto nel Mondo. C’è ancora posto nel Mondo e, in particolare, nel nostro Paese, per gli scrittori, sia come professionisti, sia come custodi della memoria di un popolo? Che suggerimento daresti ai tuoi aspiranti colleghi scrittori, coetanei o più giovani, che volessero intraprendere un percorso simile al tuo? Facciamo un bilancio della tua esperienza fino a oggi.

La perdita di memoria individuale e collettiva è uno dei temi che tratto nel romanzo: in una società dove tutto si consuma rapidamente, quindi anche la memoria, c’è assoluto bisogno di scrittori e scrittrici che verbalizzino ciò che credono sia giusto permanga. L’invito che rivolgo ai miei colleghi di oggi e domani è: non mollate, anche in un anfratto di mondo deve tuonare la vostra voce. 

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro e se stai già lavorando a un terzo attesissimo romanzo.

Al momento sto lavorando ad un thriller ambientato nella mia valle trentina di origine (Primiero S. Martino di Castrozza) e continuo a portare a spasso per l’Italia il reading tratto dal romanzo. Se volete maggiori informazioni a riguardo, venite a uno degli spettacoli!


mercoledì 20 marzo 2019

“Mister Rochester” di Sarah Shoemaker



Edward Fairfax Rochester è, ancora oggi, dopo quasi due secoli dalla sua nascita letteraria, uno degli eroi più complessi e affascinanti della letteratura. Enigmatico, burbero e mutevole, ma anche sensibile, romantico e devoto, il Rochester nato dalla penna di Charlotte Brontë e protagonista di “Jane Eyre” rivive oggi nelle pagine del romanzo scritto dall’insegnante e bibliotecaria americana Sarah Shoemaker, intitolato proprio “Mister Rochester” ed edito da SuperBeat, Neri Pozza.


In questa opera prima l’autrice fa parlare in prima persona proprio il signor Rochester, ripercorrendone l’intera esistenza in una sorta di diario che, talvolta, ha l’immediatezza del flusso di coscienza. Dalla nascita, all’infanzia, è raccontato tutto, in particolare il complicato rapporto col padre e col fratello in età adulta, fino agli anni trascorsi in Giamaica, riferendo nel dettaglio il matrimonio con Bertha e la sconcertante scoperta della sua follia. Il carattere del nostro Edward, inizialmente così gioioso, entusiasta e sensibile, alla continua ricerca della ricostruzione del temperamento materno che non ha mai vissuto, si indurisce sempre più, man mano che la vita lo mette di fronte a responsabilità più grandi di lui, che egli non manca di affrontare con coraggio e veemenza. Dalla ritrovata felicità con Céline, la ballerina francese madre di Adéle, la bambina che diventerà la sua pupilla, fino alla nuova delusione che i suoi capricci e i suoi tradimenti gli arrecheranno, Rochester è sempre più cupo, sarcastico e privo di fiducia verso il genere umano, oltre che tormentato dalla figura della moglie, ormai malata e ingestibile, seppure nascosta a tutti.


Per il primo incontro con la giovane istitutrice Jane Eyre bisogna attendere quasi trecento pagine, ma, da lì in poi e fino alla fine del romanzo, gli accadimenti noti a tutti coloro che hanno amato il libro della Brontë si susseguono in un crescendo di emozioni, tutti col filtro di Rochester, lentamente travolto da un amore che non pensava più di poter provare.
È interessante sottolineare come, pur restando fedele a tutto ciò che è scritto e raccontato nel romanzo originale, Sarah Shoemaker ricostruisca con grande cura per i dettagli l’intera esistenza di Mister Rochester, senza bisogno di restare nell’ombra dello stile della Brontë. L’espediente del diario e del resoconto scritto di pugno dallo stesso protagonista, infatti, le permette di scavare a fondo nell’animo di Rochester e ce ne restituisce un’immagine vivida e verosimile, dando voce a tutta la sua fragilità e sofferenza, oltre agli sbalzi d’umore e al misterioso cipiglio che lo hanno reso irresistibile per milioni di lettrici e lettori in tutto il mondo, per generazioni.


La prima parte della vita di Rochester, quando Jane era ancora molto lontana nel tempo e nello spazio, non stanca affatto il lettore, ma lo spinge a procedere con curiosità verso la parte più nota della storia e tutta la descrizione del corteggiamento alla giovane istitutrice, incredula e turbata, è raccontata in modo avvincente e, nello stesso tempo, delicato e coinvolgente, rendendo la lettura un piacevole completamento di quanto già fatto per chi ha letto (e riletto) il capolavoro di Charlotte Brontë. Rispetto ad altre autrici che hanno dato voce a eroi romantici come il burbero Mr. Darcy di Jane Austen o l’affascinante Rhett di Margaret Mitchell, la Shoemaker entra in simbiosi con la caratterizzazione della Brontë, ma costruisce un romanzo dallo stile molto personale, facendo suoi aspetti che la fantasia dei lettori hanno solo ricostruito per secoli e che ora sono scritti nero su bianco a coronamento di una lettura imperdibile per ogni appassionato di quelle atmosfere indimenticabili.


mercoledì 6 marzo 2019

Marvin Menini: la nuova avventura di Matteo De Foresta



Chissà se, quando ha scelto il nome del protagonista delle sue storie, lo scrittore Marvin Menini intendeva già tracciarne l’indole assegnandogli un cognome allegorico, in un certo senso, metaforico. Il giornalista Matteo De Foresta, infatti, ha una personalità complessa come un fitto bosco in cui sentieri disordinati si intersecano in continui crocicchi ai quali è difficile scegliere quale via percorrere e il sole fende rami e foglie solo in alcuni punti, entrando di traverso in un buio a suo modo rassicurante.
In “I morti non parlano”, Fratelli Frilli Editori, Marvin Menini, medico di professione, scrittore per passione, riprende le fila dell’indagine precedente, già conclusa da Matteo De Foresta, ma che, come un Pollicino dalle mani insanguinate, aveva già lasciato le prime briciole da seguire per addentrarsi in un’avventura ancor più pericolosa. La particolarità dello stile dell’autore, infatti, sempre scorrevole e diretto, caratterizzato da fitti dialoghi e un tempo verbale coniugato al presente, che rende ancora più viva la narrazione, è il filo conduttore che lega tutte le indagini del protagonista. Sebbene ciascun libro sia autoconclusivo, si percepisce, più che in altre serie, l’evoluzione del personaggio principale, non solo come investigatore e, in questo caso, giornalista, ma anche come uomo, tanto lucido da prendere istantaneamente le decisioni più giuste nel proprio lavoro, quanto confuso e apparentemente immobile nella sua vita privata, in balia delle scelte altrui.
Infatti, se, da un lato, De Foresta è chiuso in una morsa che, in quest’avventura, lo vede braccato sia dalla Polizia, sia dalla Mafia, nel disperato tentativo di scagionare l’amico vicequestore Guido Rocchetti, latitante accusato di essere colluso, dall’altro, ha un cuore diviso a metà, tra la compagna Barbara e il desiderio di essere un padre migliore per sua figlia, e l’amante Clara e il brivido che porta la sua conquista. A ciò si affianca un lavoro che Matteo ama profondamente e che poco ha a che vedere con la scrittura seduto dietro una scrivania di redazione, visto che lo vede sempre in viaggio, tra Genova, la sua città, e chissà quale altra parte del mondo.
Tra indizi imperscrutabili, tradimenti inaspettati e un finale alla polvere da sparo che mette tutto tranne la parola ‘fine’, non ci resta che attendere la prossima avventura di De Foresta per capire meglio quale sarà il destino del nostro giornalista, perché questa storia si legge troppo in fretta e ha tutta l’aria di essere solo l’inizio di qualcosa di ancor più spettacolare.


C’è un nuovo mistero da risolvere per il giornalista Matteo De Foresta: un’indagine al cardiopalma, tra Polizia e Mafia, nel tentativo di salvare un amico in pericolo e, forse, di non pensare alla confusione del suo cuore diviso a metà. Raccontaci la genesi di questa quarta avventura del tuo protagonista così amato dal pubblico, “I morti non parlano”, Fratelli Frilli Editori: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Ciao Alessandra, grazie per questa intervista che mi fa molto piacere.
Quando scrivo, in realtà, parto da un'immagine, una scena, a volte una canzone, oppure una parola. Ecco, in questo caso è stata proprio una parola a far nascere la nuova avventura di Matteo. Stavo terminando il romanzo precedente, “I Delitti dei Caruggi”. Uno dei protagonisti di quel romanzo, Bob, muore dicendo a Matteo una parola: Wehrmacht.
Devo farti una premessa: non sono quel tipo di scrittore che pianifica prima la trama, di solito scopro se l'assassino è il maggiordomo a metà della prima stesura. Spesso i protagonisti delle mie storie si muovono in autonomia e a volte sorprendono anche me con ciò che fanno o dicono. È stato proprio il caso di Bob: quando ha detto “Wehrmacht” mi sono domandato per quindici giorni buoni che cosa volesse dire. E quando l'ho scoperto mi sono reso conto che c'era tutto un romanzo da scrivere proprio su quella parola.

Che scrittore sei? Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere e come la concili con la tua professione di medico? Segui l’ispirazione o hai un metodo ben preciso al quale non sai rinunciare?

Ho sempre scritto, fin da bambino. Quando, a undici anni, ho letto “Il signore degli anelli” per la prima volta ho cominciato a riempire i miei diari scolastici di racconti brevi ispirati al mondo fantasy. Poi, da lì, ho proseguito con vari racconti che ho pubblicato in blog o siti di scrittura. Poi, nel 2012, mi sono detto: ma perché non provare a scrivere un romanzo? Così è nato Matteo De Foresta è la sua prima avventura, “Nel cuore del centro storico”. All'epoca non avevo ancora un editore e mi sono dato al self publishing. Ho impiegato quasi tre anni a terminarlo: passare dalla dimensione del racconto a quella del romanzo è impegnativo, la prima volta è davvero dura. Ma poi nel 2015 è uscito il romanzo ed è stato un successo. Ho venduto più di cinquemila copie in digitale e da lì è decollato il matrimonio tra Matteo e la Fratelli Frilli Editori. La mia esigenza di scrittura è quasi catartica: mi aiuta a scaricare la testa, a non pensare al lavoro ed ai pazienti. Mi serve anche per essere un po' cattivo, cosa che nella vita io non sono mai, e tirare fuori il mio lato oscuro. Ciascuno di noi ne ha uno, spesso non comunichiamo con lui e addirittura lo ignoriamo accumulando tensione e ansia. La scrittura è la mia valvola di sfogo: scrivendo noir e gialli in qualche modo mi “libero”, mi purifico. In realtà non ho un metodo: come ti ho già accennato, scrivo di getto e rubo le parole a un grande scrittore come Joe Lansdale. Lui stesso ha affermato che se sapesse già come finiscono le storie che scrive non si divertirebbe nel farlo. Io la penso allo stesso modo. La storia nasce dai personaggi: meglio sono definiti, più sono autonomi e in grado di “vivere”, scegliere, pensare e agire. Io racconto solo la cronaca delle loro azioni. Per quanto riguarda la trama delle storie, parto spesso da un'immagine e un'idea. A volte può anche essere una canzone: ad esempio, la quinta avventura di Matteo, che sto scrivendo, è partita da “Sirens” dei Pearl Jam. Spesso poi ragiono sul finale, su come si potrebbe chiudere la storia. Ma scrivendo molte volte mi allontano da quanto avevo pensato. Siamo sempre lì: i miei personaggi mi sorprendono con le loro azioni e fanno quello che vogliono!

Matteo De Foresta è un personaggio autentico: tanto determinato nel suo mestiere, quanto indeciso per quel che riguarda le questioni di cuore e forse è proprio per questa imperfetta umanità che i lettori si immedesimano tanto in lui. Come lo definiresti? In generale come delinei i personaggi, sia principali, sia secondari, delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

Matteo è un uomo vero, un ragazzo non cresciuto del tutto che si sforza di farlo. Pensando a lui ho cercato di ispirarmi alla mia generazione e alle nostre fragilità. Noi quarantenni di oggi (anche se io ne ho ormai quasi cinquanta, ahimè) siamo una contraddizione vivente. Professionisti o lavoratori ma ancora con il cuore di ragazzini, che sono cresciuti con Goldrake, Candy Candy o Kenshiro. Siamo ancora la generazione dei fumetti Marvel e non quella dei Manga, ispirati a eterni guasconi irriverenti. Ecco, Matteo nel suo piccolo fa un po' suo il motto di Peter Parker: da grandi poteri nascono grandi responsabilità. Cerca di essere un padre presente, si domanda che cosa sia davvero l'amore, lotta tra il desiderio di avere una famiglia e allo stesso tempo di non rinunciare alla passione e al brivido della conquista. I miei personaggi nascono allo stesso modo: osservo le persone che incontro e che conosco, cerco di creare persone a tutto tondo con pregi, difetti, piccole o grandi manie. La cosa più difficile comunque nella creazione dei personaggi resta sempre “il cattivo”: voglio dire, anche nei malvagi devono esserci umanità e lati chiari. Al giorno d'oggi non si può presentare ai lettori un antieroe da film western, stereotipato e quasi al limite della psicosi per quanto è cattivo. Si devono creare esseri umani, non macchiette. Ecco, questo è il lato più difficile, ma anche più entusiasmante della scrittura. Cercare di riprodurre la vita reale pur mantenendo un pizzico di “irrealtà”. Credo che sia quanto cerca il lettore che si dedica ai gialli.

Dal successo dell’autopubblicazione sul Web, alla collaborazione con un editore d’eccellenza per qualità e impegno, molto rappresentativo del genere, sia nella città di Genova, sia a livello nazionale: facciamo un bilancio del tuo percorso d’autore, tra difficoltà e obiettivi raggiunti. Scrivere è ancora un mestiere a tutti gli effetti?

Quando “Nel cuore del centro storico” raggiunse quel risultato inatteso, contattai il compianto Marco Frilli proponendogli quel romanzo. Lui mi rispose quasi subito nel suo stile senza fronzoli: mi disse che non gli interessava un qualcosa di già pubblicato ma che, se volevo, potevo mandargli un nuovo romanzo. Se gli fosse piaciuto me l'avrebbe pubblicato. Raccolsi la sfida con l'adrenalina a mille e in soli due mesi gli mandai la seconda avventura di Matteo, “Poker con la morte”. Da lì, continuando poi il rapporto con suo figlio Carlo in seguito, ahimè, alla sua malattia, De Foresta ha visto la luce con la loro casa editrice. La Fratelli Frilli è un laboratorio di giovani, idee, novità costanti. Punta sui giovani e sugli esordienti oltre ad avere nella scuderia “mostri sacri” come Maria Masella e altri. I romanzi Frilli sono freschi, avvincenti, creati da autori che spesso fanno tutt'altro nella vita e scrivono per passione. Tu mi domandi se lo scrittore può essere ancora un mestiere. Io credo di sì, ma penso anche che lo sia per pochi. Per potersi mantenere con la sola scrittura bisogna vendere numeri da capogiro. È bene che chi vuole scrivere questo lo sappia: nel novantanove percento dei casi resterà solo una passione, un hobby, e non diventerà mai un lavoro. Ma questo forse è anche il bello della scrittura: per farlo serve passione e non lo si può fare a scopo di lucro. Si scrive sempre per se stessi prima di tutto. Poi, se si piace agli altri, tanto meglio. Ma è secondario. A volte “dover scrivere” può essere un'arma a doppio taglio. Lo racconta molto bene Stephen King in quel grandissimo romanzo che è “Misery”. Un'allegoria del rapporto tra scrittore ed editore. Comunque, sì: può essere ancora un mestiere. Servono talento, occasione giusta, momento giusto e ovviamente il fattore “C”. Le serie televisive, poi, hanno cambiato tutto. Grandissimi scrittori italiani come Camilleri, Manzini, Malvaldi devono il loro immenso successo, oltre alla loro abilità, alla diffusione che i loro personaggi hanno avuto attraverso la TV.
Il bilancio del mio percorso? Per ora non lo faccio. Mi sento all'inizio, ancora un esordiente e soprattutto un dilettante. Per ora tengo la testa bassa e lavoro, anche se mi godo il piccolo successo che sta avendo Matteo De Foresta.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro e quanto dovremo aspettare per la prossima indagine di De Foresta…

Matteo esce in libreria una volta all'anno, di solito nel mese di Febbraio. Spero quindi che nel 2020 possa uscire in quel periodo la nuova avventura di Matteo a cui sto già lavorando. Sarà una storia più noir, con meno implicazioni di “grande respiro” come la mafia e più incentrata su un cattivo comune. Si parlerà, in qualche modo, della storia recente della mia città, Genova, che ha visto nascere tra le prime l'estremismo e le bande armate negli anni Settanta. Si parlerà, ovviamente, di amore non solo per Matteo. Ho poi un accordo di massima con Carlo Frilli per ripubblicare con la sua casa editrice la prima avventura di Matteo. Piace ad entrambi l'idea di completare la “collezione” con tutti i romanzi del De Foresta pubblicati sotto la loro egida. In più, sto lavorando ad un nuovo personaggio, distante anni luce da Matteo. Ma sempre genovese e sempre investigatore. Ho già scritto la sua prima avventura e mi sto mettendo, in contemporanea a Matteo, al lavoro sulla sua seconda.
Grazie ancora per questa piacevole chiacchierata e un saluto a tutti i lettori del tuo Blog!


mercoledì 20 febbraio 2019

“Come fermare il tempo” di Matt Haig



Per Tom Hazard il tempo è un concetto relativo. Non è un supereroe invincibile, né un vampiro immortale. Ma ha quasi cinquecento anni e ne dimostra circa quaranta. È decisamente vecchio, anche se non sembra. Inizia così “Come fermare il tempo” il nuovo romanzo di Matt Haig edito da E/O.
Quella di Tom è semplicemente una strana e per lo più sconosciuta malattia che hanno poche decine di persone al mondo e per la quale non c’è cura, né studi scientifici a dare risposte. Si tratta di una sindrome, o meglio di una sorta di disfunzione probabilmente genetica, il cui unico sintomo è un invecchiamento incredibilmente lento. Tutti coloro che ne soffrono, incluso Tom, prima o poi moriranno, ma, a differenza della gente “normale” che invecchia e, in un certo senso, si consuma in media nell’arco di ottant’anni, essi ci impiegheranno secoli e secoli, cosa che è molto difficile da spiegare e da comprendere, non solo dal punto di vista scientifico, ma anche da quello antropologico e sociale. Motivo per cui i pochi affetti da questa malattia sono costretti a cambiare frequentemente vita, viaggiando per il mondo, prima che qualcuno si accorga del fatto che non invecchiano, e, in questo, sono supportati da un’organizzazione segreta, chiamata Società degli Albatros, che ne garantisce l’anonimato e la possibilità di spostarsi senza difficoltà.
A quella che apparentemente sembra una vita avventurosa e piena di fascino c’è da affiancare l’altra faccia della medaglia: il dolore di vedere invecchiare e morire le persone che si amano e, di conseguenza, di non poter mai stringere rapporti profondi, passando letteralmente da una vita all’altra, senza un attimo di pace e di serenità.
A Tom che ormai da secoli ha perso il suo grande amore, Rose, questo stile di vita inizia ad andare stretto e per questo comincia a entrare in conflitto con la Società degli Albatros e con Hendrich, uno dei suoi più alti e anziani rappresentati, per conto del quale Tom ha anche commesso azioni che avrebbe preferito evitare. È per questo che Tom, alla continua ricerca di Marion, un misterioso personaggio di cui si comprenderanno identità e destino nel corso della lettura, chiede di poter condurre una vita più normale possibile come Professore di Storia in una scuola inglese, tornando nel suo Paese d’origine, dove ha vissuto gli anni della sua infanzia e giovinezza, accanto al suo unico vero amore. In questa ennesima “nuova vita” Tom cerca disperatamente la semplicità, tentando di non lasciarsi andare alla malinconia dei ricordi, ma soprattutto di non innamorarsi di nuovo.
Narrata in prima persona, dal punto di vista del protagonista, questa storia seducente come un thriller psicologico, ma anche brillante come un chick-lit e arricchita da una prosa profonda e introspettiva, colma di riflessioni impregnate di attualità, ha il pregio di saltare da un secolo all’altro senza mai confondere il lettore. Le avventure di Tom, tra segreti inconfessabili e sentimenti forti, sono avvincenti e coinvolgenti, in ogni secolo. Il lettore, infatti, viene trascinato sempre più lontano, nel tempo e nello spazio, con la consapevolezza che la natura umana è solo apparentemente diversa di epoca in epoca, conservando in se stessa un nucleo che ci rende tutti più simili di quel che crediamo e preda di forze che ci condizionano anche più delle malattie stesse e del tempo come costante universale.
Lo stile dell’autore è scorrevole e, a tratti, lirico. Tom, il protagonista della storia, esteriormente così incorruttibile, è, in realtà, schiavo del tempo molto più di tutti gli altri e nasconde in sé una fragilità che ce lo fa amare, sin dalle prime pagine, con grande tenerezza.
In un mondo in cui la vecchiaia è sempre meno considerata come fonte di saggezza, ma solo di debolezza, e il tempo è come un boomerang che torna indietro lasciandoci ben poco oltre a fugaci sensazioni, Matt Haig riesce a far riflettere anche raccontando una storia impregnata di fantasia, di voglia di sognare e di fermare il tempo a quei pochi intimi istanti di vita che, solo dopo averli vissuti, abbiamo capito essere di pura felicità, cristallizzata solo nella memoria del nostro cuore.


mercoledì 6 febbraio 2019

Antonella Colonna Vilasi: il futuro dell’Intelligence



Cos’è l’Intelligence e quale sarà il suo futuro sul piano nazionale e internazionale? Che ruolo ha oggi nella costruzione della pace, tra il fallimento della Globalizzazione, il perdurare della crisi economica e la sempre maggiore diffusione di mondi paralleli digitali e virtuali? Ma, soprattutto, cosa ne sanno i cittadini? Forse ancora troppo poco, visti i tanti luoghi comuni e la scarsa informazione in merito.
A queste e molte altre domande, tuttavia, cerca di rispondere con un linguaggio semplice e diretto, realmente alla portata di tutti, Antonella Colonna Vilasi, Presidente del Centro Studi sull’Intelligence – Scienze Strategiche della Sicurezza, U.N.I., un ente nato con la volontà di intensificare gli studi e la divulgazione di queste tematiche e che sta acquisendo sempre maggior autorevolezza in queste attività.
Pioniera degli studi sull’Intelligence nel nostro Paese, Antonella Colonna Vilasi ci ha spiegato le genesi de “Il ruolo dell’Intelligence nella costruzione della pace”, Libellula Edizioni, l’ultimo di una serie di testi in cui ha raccolto articoli e scritti di sociologia politica e relazioni internazionali inerenti il tema dell’Intelligence.
Spaziando dalla Primavera Araba, alla situazione nel Mediterraneo, fino allo studio della cosiddetta Virtual Intelligence, l’autrice analizza quale sarà il futuro dell’Intelligence sul breve e sul lungo periodo, cercando di rivolgersi a un pubblico non solo di esperti, studiosi e addetti ai lavori, ma anche e soprattutto di semplici curiosi, senza perdere precisione e scientificità del linguaggio e dei contenuti e aprendo squarci di luce su una tematica complessa, ma comunque sempre più accessibile.


Quando si pensa al ruolo dell’Intelligence nel panorama internazionale, la scarsa informazione che c’è in merito apre nella nostra mente scenari più simili a una pellicola americana, che alla realtà dei fatti. Cos’è, invece, l’Intelligence e di cosa si occupa, con particolare riferimento alla costruzione della pace?

L'Intelligence è il prodotto, a valore aggiunto, che risulta dalla raccolta, integrazione, analisi, valutazione e interpretazione di tutte le informazioni disponibili che riguardano uno o più aspetti di una necessità decisionale e che è potenzialmente significativo per una scelta decisionale.
Partiti da questo concetto, l'Intelligence tutela la sicurezza nazionale e gli interessi nazionali, garantendo anche, tuttavia, assetti geopolitici di stabilità che altrimenti sarebbero, giocoforza, in mano a vari attori e co-attori nazionali ed internazionali.

Di cosa si occupa il “Centro Studi sull’Intelligence – Scienze Strategiche della Sicurezza” (U.N.I.) di cui è Presidente? Facciamo un bilancio delle attività svolte, degli obiettivi raggiunti e dei traguardi futuri.

Il Centro Studi U.N.I. è un ente riconosciuto dal MIUR, dal MISE e dalla Commissione Europea. Partecipa ai bandi della Commissione Europea ed è vincitore del bando di concorso nell'ambito delle azioni Marie Sklodowska-Curie della Commissione Europea Horizon 2020 per la ricerca internazionale. Si tratta, quindi, di un ente collegato a un network di università statali non europee e americane. Siamo molto soddisfatti dei risultati raggiunti finora, sia a livello, nazionale, sia a livello internazionale.

Dalla Globalizzazione, alla Primavera Araba, passando per le nuove frontiere virtuali, si è occupata di molte tematiche in numerose pubblicazioni in modo divulgativo e puntuale, in qualità di pioniera nel nostro Paese. Quale sarà il futuro dell’Intelligence sul breve e sul lungo periodo in base ai suoi studi?

Attualmente le agenzie di Intelligence stanno investendo molto nelle attività di comunicazione istituzionale. Molte agenzie hanno un sito ufficiale dove vengono anche annunciate e pubblicate le posizioni organizzative disponibili in merito all'offerta di lavoro. Il futuro dell’Intelligence sul breve e sul lungo periodo sarà determinato dagli sviluppi della politica, dell'economia e della società, sia a livello locale che globale.

Qual è la percezione che ha l’opinione pubblica sul ruolo dell’Intelligence nel nostro Paese? Il cittadino sta acquistando maggior consapevolezza?

Come dicevo, nel nostro Paese la tendenza attuale va sempre più verso una maggiore apertura e quello, che prima era impossibile, vale a dire che il direttore del Mossad oppure dell'Mi6 tenessero una conferenza pubblica, è ormai una realtà. Informarsi è sempre più semplice e alla portata di tutti.

A cosa sta lavorando attualmente? Ci spieghi quali sono i suoi progetti per il futuro.

Il mio percorso segue le traiettorie degli sviluppi degli Studi di Intelligence contemporanei, cercando di apportare nuove piccole tessere alla dottrina Intelligence, cosa che, naturalmente, continuerò a fare anche in futuro.


mercoledì 23 gennaio 2019

C’era una volta… “THE END? L’inferno fuori”



C’era una volta una mattina come tante nella nostra Capitale. Le arterie del centro sono congestionate dal traffico e le auto, che trasportano cittadini impazienti di raggiungere le rispettive destinazioni, sbuffano l’una sull’altra i loro gas di scarico destinati ad annerire marmi e travertini vecchi di secoli. Del biondo Tevere di scolastica memoria resta solo una livida striscia bluastra, costeggiata dall’asfalto, una vena in cui non sembra scorrere più il sangue. Inizia così “THE END? L’inferno fuori”, il primo film di Daniele Misischia, giovane sceneggiatore e regista romano che, visto il successo dell’esordio, promette di sedere ben presto al fianco dei grandi maestri dell’horror nostrano come interprete fedele e, nello stesso tempo, rivoluzionario, del genere.
Il protagonista della storia è Claudio Verona, interpretato da Alessandro Roja, un cinico e arrogante uomo d’affari che tradisce sistematicamente la moglie ed è guidato esclusivamente dalla sete di successo e di profitto. In ufficio lo attende un cliente importante e, quando resta bloccato in ascensore, non sa che, quello che in una qualsiasi altra mattina sarebbe stato solo un seccante contrattempo, probabilmente potrebbe salvargli la vita. O condannarlo per sempre.


“L'idea di fare un film come “THE END? L’inferno fuori” nasce tra il 2011 e il 2012,” ci ha svelato il regista Daniele Misichia. “A quei tempi non aveva nemmeno un titolo. C'era solamente l'intenzione di raccontare l'apocalisse dal punto di vista di un poveraccio rimasto bloccato in un ascensore guasto. Insieme a Cristiano Ciccotti, il co-sceneggiatore, abbiamo subito capito che il modo più semplice di mettere in scena la fine del mondo era quello dello zombie-movie, che nel nostro caso sono esseri infetti e rabbiosi, perché gli zombie ‘classici’ non corrono. Abbiamo così scritto una prima stesura, che comunque non era molto diversa da quello che poi è diventato il film uscito al cinema. Per molti anni abbiamo tenuto la sceneggiatura nel cassetto, perché, sì, era un film produttivamente semplice da realizzare, ma non così semplice da poterlo autoprodurre. Negli anni qualcuno si è interessato al progetto, ma inizialmente si è concretizzato ben poco e abbiamo perso parecchio tempo. Ma l’idea era buona, me lo sentivo, e, nonostante il tempo trascorso, non perdeva di attualità e di fascino”.
Man mano che le ore passano all’interno dell’ascensore guasto, Claudio Verona si rende conto che all’esterno c’è qualcosa che non va. I contatti che ha attraverso lo smartphone sono insoliti, sembra che in città si stia diffondendo il panico. Visto che nessuno riesce a sbloccare la situazione, Claudio apre uno spiraglio tra le porte di metallo dell’ascensore e ciò che vedrà nelle lunghe ore successive attraverso quei pochi centimetri gli sconvolgerà per sempre la vita. Uno strano virus sembra aver infettato gran parte della popolazione, trasformando quelli che fino a poche ore fa erano solo noiosi colleghi di lavoro, in famelici zombi dall’udito sopraffino che attaccano e sbranano chiunque gli si pari davanti, contagiandosi l’un l’altro. Tutto si svolge e viene vissuto da parte dello spettatore dal punto di vista del protagonista intrappolato nell’ascensore dal quale sembra impossibile uscire, ma che, nello stesso tempo, non permette neppure agli zombie di entrare. Come in un moderno episodio di “Ai confini della realtà”, l’impossibile sta diventando storia e la fine di tutto sembra vicina.


“Un giorno, nel 2016, i Manetti Bros. con cui collaboravo già da tre anni come operatore e regista di seconda unità, mi hanno contattato perché volevano leggere qualcosa di mio, dato che con la loro neonata produzione Mompracem avevano necessità di produrre un film,” ci ha raccontato Daniele Misischia.Ovviamente gli ho parlato subito di THE END? e loro si sono incuriositi e interessati all’istante... hanno letto immediatamente la sceneggiatura e, nemmeno tre mesi dopo, eravamo in preparazione con il film. La lavorazione del film è filata liscia come l'olio. Dopo tanti anni tutto procedeva nel migliore dei modi e il mio progetto stata diventando realtà. I Manetti prima di essere produttori sono registi e quindi sanno bene di cosa ha bisogno un film-maker sul set, e così mi hanno lasciato carta bianca per la maggior parte degli aspetti artistici e lavorativi. Insieme abbiamo deciso di contattare Alessandro Roja offrendogli la parte del protagonista e lui si è subito affezionato al progetto, dato che aveva sempre desiderato lavorare in uno zombie-movie”.
Alessandro Roja, nei panni del protagonista, è estremamente credibile e attento a ogni sfumatura del personaggio, a partire dalla leggera inflessione romanesca dei dialoghi. Pur trattandosi di una pellicola girata quasi interamente in un ambiente chiuso è squisitamente italiana. Fuori da quelle quattro mura metalliche e dalla luce bluastra dell’ascensore c’è Roma messa a ferro e fuoco da nuovi barbari quasi troppo incredibili per essere veri, ma facili da immaginare per come fanno capolino attraverso lo spiraglio che separa il protagonista dalla realtà esterna. Certo non si tratta del primo film ambientato all’interno di un ascensore, basti pensare, ad esempio, alle vittime del diavolo di “The Devil”, ma la solitudine del protagonista, invece di rallentare il ritmo del film, tiene alta la tensione e ne esalta il senso di alienazione e lo smarrimento. Gli zombie, estremamente aggressivi e scattanti, hanno più punti in comune coi nostrani Demoni di Dario Argento e di Lamberto Bava, che con i sonnacchiosi e pigri morti viventi dell’indimenticabile Romero e anche le scene più cruente sono dirette ed equilibrate.


“Le riprese sono durate circa cinque settimane: quattro all'interno del set principale del film, che è stato completamente ricostruito dal reparto scenografia, e una quinta per le scene esterne e per dei piccoli recuperi,” ci ha spiegato Daniele Misischia, raccontandoci le vicende che hanno caratterizzato la vita di questa pellicola dopo la produzione e l’uscita nei cinema. “Con la distribuzione abbiamo deciso di fare uscire il film la settimana di Ferragosto del 2018. Può sembrare una mossa folle, ma in realtà è un’ottima strategia. I film al cinema in quella settimana sono pochi e la possibilità che molti di quelli rimasti nelle grandi città vadano a vedere il film è alta. E, nonostante il periodo, nonostante un paio di Colossi cinematografici che avevamo contro, il film è andato abbastanza bene, con molte persone, anche solo incuriosite dal fatto di poter vedere un film italiano così insolito, che sono andate a vederlo. Inoltre, parallelamente, il film è stato venduto in altri paese e su alcuni servizi streaming.
In molti hanno apprezzato il film, anche perché forse hanno capito che tipo di progetto fosse. Dopo tanti anni in Italia è tornato uno zombie-movie così “puro” e “diretto”, non contaminato da quella voglia per forza “autoriale” che molto spesso contagia in modo prepotente questo tipo di cinema. Qualcuno, però, sicuramente ha storto il naso e sono uscite fuori anche critiche negative, alcune sicuramente condivisibili e costruttive, altre, secondo me, gratuite e senza senso, mosse forse da uno stupido senso di invidia (o di mancanza di sensibilità verso un certo tipo di cinema indipendente), molto italiano. In Italia infatti c'è questa tendenza a lamentarsi sempre. Se le cose non vanno bene ci si lamenta, se le cose vanno bene ci si lamenta lo stesso, perché non vanno bene come si vorrebbe. Purtroppo con questa mentalità non si andrà mai avanti e le cose rimarranno sempre le stesse: nel cinema, nel lavoro, nella società, nella politica e così via.
Il film è uscito in DVD e Bluray il 13 Dicembre 2018, ma dopo l'uscita al cinema il suo percorso non si è per niente fermato. THE END? ha continuato a girare nei festival, sia grandi, sia piccoli, fino ad arrivare addirittura al Festival di Sitges 2018, che è il più grande evento di cinema di genere al mondo. Questo per me è un grande traguardo e motivo di orgoglio, per un piccolo film, che zitto zitto, senza rompere le scatole a nessuno, sta vivendo di vita propria e, nonostante le critiche di alcuni (pochi, per fortuna) è riuscito a diventare un piccolo caso cinematografico”.


Mentre fuori sembra davvero la fine, anche Claudio Verona ha subito una metamorfosi dentro se stesso. Ha compreso l’importanza dell’amore nei confronti della moglie e, grazie all’aiuto del poliziotto Marcello, l’unico col quale è riuscito a interagire nonostante la prigionia all’interno dell’ascensore, ha vissuto sulla propria pelle il senso più profondo dell’empatia col prossimo e dell’importanza dell’istinto di sopravvivenza. La storia nella storia di questa pellicola è proprio il fascino maligno di ciò che non si vede, ma si può facilmente immaginare: la nostra Capitale distrutta e il terremoto emotivo interiore del protagonista.
Il finale inatteso di questa pellicola che, ancora una volta, si affaccia su una Roma deserta e sconvolta, ci fa porre un lecito quesito: siamo sicuri che sia davvero la fine? La vera sfida per Daniele Misischia potrebbe essere un sequel che esplori ancora più profondamente l’orrore di quanto già immaginato? Nel frattempo, vissero (?!) tutti felici, contenti e in attesa della prossima storia nella storia


mercoledì 9 gennaio 2019

Tre buone ragioni per… essere ordinati



Un nuovo anno, col suo carico di aspettative e sogni, è appena cominciato. Vi abbiamo già spiegato le nostre trebuone ragioni per non fare buoni propositi per il nuovo anno, ma, se proprio non potete farne a meno, c’è un obiettivo nobile che vale la pena di porsi e perseguire: essere ordinati. Spesso si dice, parafrasando un famoso detto, che ordinati si nasce, e non si diventa, ma perché escludere a priori che, con un po’ di disciplina, anche i più ribelli non possano riuscire nell’impresa? Ciò che più conta è capire perché essere ordinati possa diventare così utile e importante. E allora ecco le nostre tre buone ragioni per essere ordinati.

1.      Ordine è tranquillità. Immaginate un mondo in cui ogni cosa è al proprio posto. Le chiavi di casa, il tablet, l’agenda. I documenti delle tasse. Tutto è al suo posto e voi lo conoscete, perché siete stati proprio voi a sceglierlo accuratamente. Niente più ansia da ricerche disperate dell’ultimo minuto quando siete già in ritardo, non è un Paradiso?

2.      Ordine è rispetto per gli altri. Sia a casa, sia in ufficio, se tutto è in ordine, potrete stare tranquilli che, anche in vostra assenza, non creerete problemi a nessuno, anzi, potrete perfino essere utili agli altri e non c’è forma di rispetto più grande, a prescindere dal luogo.

3.      Ordine è condivisione. Sembra strano, ma, se non trovare una cosa, equivale a non averla affatto, sapere sempre dove individuarla, invece, ci permette di farne il miglior uso per noi a per gli altri, anche condividendola, sia dandola in prestito, sia regalandola a chi ne ha più bisogno di noi, quando non ci è più necessaria. Solo l’ordine, infatti, può impedirci di accumulare ciò che non ci serve, condividendone o cedendone l’utilizzo.