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mercoledì 12 febbraio 2020

“Castigliego e i tormenti del Papa” di Alessandro Maurizi



Non è Dan Brown, ma, per chi ama i gialli ambientati in Vaticano, è perfino meglio. Si tratta dell’ultimo romanzo di Alessandro Maurizi, “Castigliego e i tormenti del Papa”, Fratelli Frilli Editori, una nuova indagine del commissario italo-spagnolo nato dalla penna dell’autore viterbese.
Dopo il successo di “Roma e figli delmale”, la prima indagine di Castigliego che si dipanava in ambienti ecclesiastici sporchi e corrotti, Alessandro Maurizi è salito di livello e ha catapultato il suo affascinante e irriverente commissario direttamente ai piani alti della gerarchia ecclesiastica.
È proprio con gli ambienti pontifici che Castigliego si ritrova ad avere a che fare questa volta, nel cuore pulsante del Vaticano, durante un conclave segnato da omicidi e fatti di sangue che elegge un pontefice terrorizzato da quanto sta accadendo e che prende il nome di Celestino VI. Probabilmente un omaggio a Dante, per chi ricorda il Celestino V collocato tra gli ignavi infernali dal Sommo Poeta, a causa del cosiddetto gran rifiuto. Celestino VI si ritroverà invischiato nell’avvelenamento di un cardinale durante il conclave, un misterioso incidente che solo Castigliego potrà risolvere.
Il commissario inizierà la sua indagine partendo dalla morte di Freitas, una giornalista indipendente che, grazie a un appunto inquietante trovato tra le sue carte, lo metterà inconsapevolmente sulla strada giusta. Si tratta di una sola misteriosa parola: Sheol. Nell’Antico Testamento, come spiegherà a Castigliego l’amico arcivescovo Delfo Furesi, Sheol è il luogo terrificante e oscuro in cui Dio minaccia di imprigionare gli uomini, senza distinzione alcuna per le loro azioni, buone o cattive.
Un omicidio dopo l’altro, il commissario Castigliego, sempre seguito dalla sua squadra e da un nuovo istrionico aiutante, ma fondamentalmente solo e solitario, si inoltrerà in un’indagine ancora più complessa della precedente, destinata a scoperchiare porte che danno sull’abisso più oscuro, sul quale nessuno vorrebbe affacciarsi.
Alessandro Maurizi è tornato a deliziare i lettori con una nuova avventura del commissario Castigliego che lo candida, sempre più, a essere potenziale protagonista del piccolo schermo, magari con una serie proprio a lui dedicata. Alcuni capitoli e alcune pagine di questo nuovo noir, che strizza sempre più l’occhio al thriller, sembrano scritte apposta per diventare le scene di una sceneggiatura. Lo stesso Castigliego, protagonista indiscusso, ma non invadente sulla solidità della storia in sé, ha decisamente il phisique du role per diventare un grande commissario televisivo: ribelle, ma anche rigoroso. Lasciando da parte queste considerazioni, Alessandro Maurizi ha la capacità di intrecciare reti di personaggi e situazioni in modo magistrale e originale nello stesso tempo, incontrando i gusti di più tipi di lettori e rendendo vividi e verosimili ambienti che hanno fatto grandi altri autori, spesso meno ferrati di lui. Per chi conosce Roma, il Vaticano, la storia e la cronaca di questi luoghi, è quasi come sentirsi a casa. Mentre, per chi è lontano da questi ambienti, è come entrare dalla porta di servizio e diventare protagonisti assoluti della scena, semplicemente leggendo.
Il vero mistero, adesso, è dove si svolgerà la prossima indagine di Castigliego? L’immancabile gatto Salgado, muto testimone di tutte le avventure del commissario dal sangue ispanico e suo unico vero amico, cosa ne penserà? Ma soprattutto, quanto durerà l’attesa per noi lettori, ormai strettamente dipendenti?


mercoledì 6 novembre 2019

"I silenzi di Roma" di Luana Troncanetti. La prima indagine dell’ispettore Proietti



Capelli ricci e lunghi, barba incolta, naso aquilino. Abbigliamento trasandato, occhiali alla Serpico e una cicatrice sulla guancia, a memoria del fatto che quello dello sbirro è un duro lavoro, ma, come si dice, “qualcuno deve pur farlo”. Paolo Proietti è l’ispettore capo della sezione omicidi di Roma ed è uno che la divisa e la sua città ce l’ha nel sangue. È solo la sua prima indagine, ma al lettore sembra di conoscerlo da sempre, sin dalle primissime pagine di “I silenzi di Roma”, il nuovo romanzo di Luana Troncanetti, edito da Fratelli Frilli Editori.
Quando un artista di fama internazionale viene trovato morto nel suo appartamento, trucidato in modo brutale, Proietti capisce subito che sarà un’indagine spinosa e complessa, destinata a scoperchiare ambienti celati dietro maschere di convenienza difficili da sradicare. Ma ciò che scopre pian piano, indizio dopo indizio, lo lascia persino più sconvolto e disgustato di quel che vorrebbe ammettere. Proietti sa bene cosa significa lasciarsi coinvolgere troppo personalmente da un caso, come gli è già accaduto in passato, e non vuole che nuovi incubi si sommino a quelli che ancora lo tormentano a causa di un’indagine vecchia di quindici anni, ma quando si rende conto che nell’omicidio dello scultore è stranamente implicato il suo amico fraterno Ernesto, sa che il loro precario equilibrio è destinato a crollare, come un castello di sabbia travolto da onde di burrasca. Paolo ed Ernesto, fratelli non di sangue, ma di spirito, e legati da una lunga e profonda amicizia, nata sui banchi di scuola e cresciuta insieme a loro, saranno costretti a scavare fin troppo a fondo nelle loro anime, aprendo un abisso di dolore difficile da sostenere. A tutto ciò si mescola, capitolo dopo capitolo, la scoperta del malaffare legato all’omicidio dell’artista, conducendo Proietti nelle viscere di una Roma omertosa e ostinata, alla ricerca di una giustizia troppo spesso frettolosa e crudele, che non dà pace, né verità, né alle vittime, né agli innocenti e sembra far perdere l’ispettore in un labirinto di malvagità dal quale sarà difficile venir fuori senza aver definitivamente perso una parte importante del suo cuore.


Se amate le storie nere in cui l’umorismo, talvolta macabro, tiene ancora più alta la tensione, senza negare al lettore un amaro e sardonico sorriso, lo stile tagliente di Luana Troncanetti sarà una tra le sorprese più piacevoli di quest’anno. Diretta, a tratti persino cruda, Luana Troncanetti non ci risparmia nulla, né nei dialoghi, né nelle descrizioni, svelando, in modo estremamente credibile, i segreti più inconfessabili di una Roma complice e muta testimone di tanta violenza, fisica e morale. Una Capitale sporca, dentro e fuori, in cui forze dell’ordine e criminalità troppo spesso devono sporcarsi le mani degli stessi maleodoranti liquami per comprendersi, capirsi e combattersi reciprocamente.
Come alcuni dei suoi predecessori di carta, tra ironia e demoni interiori, Proietti entra a gamba tesa tra gli ispettori destinati a marchiare a fuoco la fantasia dei lettori, perché già da questa prima indagine, la sua creatrice lo mette profondamente in discussione, come autrice e, forse anche come donna, ammantandolo di grande fascino e personalità. Non ci resta che augurarci che questa sia solo la prima di una lunga serie di avventure e disavventure per l’ispettore Paolo Proietti e che magari, indagine dopo indagine, si affianchi a lui un personaggio femminile altrettanto forte, in grado di tenergli davvero testa, perché sarebbe interessante esplorare tutte le dinamiche possibili in merito. E, bisogna ammetterlo, le “candidate” non mancano…   


mercoledì 6 marzo 2019

Marvin Menini: la nuova avventura di Matteo De Foresta



Chissà se, quando ha scelto il nome del protagonista delle sue storie, lo scrittore Marvin Menini intendeva già tracciarne l’indole assegnandogli un cognome allegorico, in un certo senso, metaforico. Il giornalista Matteo De Foresta, infatti, ha una personalità complessa come un fitto bosco in cui sentieri disordinati si intersecano in continui crocicchi ai quali è difficile scegliere quale via percorrere e il sole fende rami e foglie solo in alcuni punti, entrando di traverso in un buio a suo modo rassicurante.
In “I morti non parlano”, Fratelli Frilli Editori, Marvin Menini, medico di professione, scrittore per passione, riprende le fila dell’indagine precedente, già conclusa da Matteo De Foresta, ma che, come un Pollicino dalle mani insanguinate, aveva già lasciato le prime briciole da seguire per addentrarsi in un’avventura ancor più pericolosa. La particolarità dello stile dell’autore, infatti, sempre scorrevole e diretto, caratterizzato da fitti dialoghi e un tempo verbale coniugato al presente, che rende ancora più viva la narrazione, è il filo conduttore che lega tutte le indagini del protagonista. Sebbene ciascun libro sia autoconclusivo, si percepisce, più che in altre serie, l’evoluzione del personaggio principale, non solo come investigatore e, in questo caso, giornalista, ma anche come uomo, tanto lucido da prendere istantaneamente le decisioni più giuste nel proprio lavoro, quanto confuso e apparentemente immobile nella sua vita privata, in balia delle scelte altrui.
Infatti, se, da un lato, De Foresta è chiuso in una morsa che, in quest’avventura, lo vede braccato sia dalla Polizia, sia dalla Mafia, nel disperato tentativo di scagionare l’amico vicequestore Guido Rocchetti, latitante accusato di essere colluso, dall’altro, ha un cuore diviso a metà, tra la compagna Barbara e il desiderio di essere un padre migliore per sua figlia, e l’amante Clara e il brivido che porta la sua conquista. A ciò si affianca un lavoro che Matteo ama profondamente e che poco ha a che vedere con la scrittura seduto dietro una scrivania di redazione, visto che lo vede sempre in viaggio, tra Genova, la sua città, e chissà quale altra parte del mondo.
Tra indizi imperscrutabili, tradimenti inaspettati e un finale alla polvere da sparo che mette tutto tranne la parola ‘fine’, non ci resta che attendere la prossima avventura di De Foresta per capire meglio quale sarà il destino del nostro giornalista, perché questa storia si legge troppo in fretta e ha tutta l’aria di essere solo l’inizio di qualcosa di ancor più spettacolare.


C’è un nuovo mistero da risolvere per il giornalista Matteo De Foresta: un’indagine al cardiopalma, tra Polizia e Mafia, nel tentativo di salvare un amico in pericolo e, forse, di non pensare alla confusione del suo cuore diviso a metà. Raccontaci la genesi di questa quarta avventura del tuo protagonista così amato dal pubblico, “I morti non parlano”, Fratelli Frilli Editori: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Ciao Alessandra, grazie per questa intervista che mi fa molto piacere.
Quando scrivo, in realtà, parto da un'immagine, una scena, a volte una canzone, oppure una parola. Ecco, in questo caso è stata proprio una parola a far nascere la nuova avventura di Matteo. Stavo terminando il romanzo precedente, “I Delitti dei Caruggi”. Uno dei protagonisti di quel romanzo, Bob, muore dicendo a Matteo una parola: Wehrmacht.
Devo farti una premessa: non sono quel tipo di scrittore che pianifica prima la trama, di solito scopro se l'assassino è il maggiordomo a metà della prima stesura. Spesso i protagonisti delle mie storie si muovono in autonomia e a volte sorprendono anche me con ciò che fanno o dicono. È stato proprio il caso di Bob: quando ha detto “Wehrmacht” mi sono domandato per quindici giorni buoni che cosa volesse dire. E quando l'ho scoperto mi sono reso conto che c'era tutto un romanzo da scrivere proprio su quella parola.

Che scrittore sei? Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere e come la concili con la tua professione di medico? Segui l’ispirazione o hai un metodo ben preciso al quale non sai rinunciare?

Ho sempre scritto, fin da bambino. Quando, a undici anni, ho letto “Il signore degli anelli” per la prima volta ho cominciato a riempire i miei diari scolastici di racconti brevi ispirati al mondo fantasy. Poi, da lì, ho proseguito con vari racconti che ho pubblicato in blog o siti di scrittura. Poi, nel 2012, mi sono detto: ma perché non provare a scrivere un romanzo? Così è nato Matteo De Foresta è la sua prima avventura, “Nel cuore del centro storico”. All'epoca non avevo ancora un editore e mi sono dato al self publishing. Ho impiegato quasi tre anni a terminarlo: passare dalla dimensione del racconto a quella del romanzo è impegnativo, la prima volta è davvero dura. Ma poi nel 2015 è uscito il romanzo ed è stato un successo. Ho venduto più di cinquemila copie in digitale e da lì è decollato il matrimonio tra Matteo e la Fratelli Frilli Editori. La mia esigenza di scrittura è quasi catartica: mi aiuta a scaricare la testa, a non pensare al lavoro ed ai pazienti. Mi serve anche per essere un po' cattivo, cosa che nella vita io non sono mai, e tirare fuori il mio lato oscuro. Ciascuno di noi ne ha uno, spesso non comunichiamo con lui e addirittura lo ignoriamo accumulando tensione e ansia. La scrittura è la mia valvola di sfogo: scrivendo noir e gialli in qualche modo mi “libero”, mi purifico. In realtà non ho un metodo: come ti ho già accennato, scrivo di getto e rubo le parole a un grande scrittore come Joe Lansdale. Lui stesso ha affermato che se sapesse già come finiscono le storie che scrive non si divertirebbe nel farlo. Io la penso allo stesso modo. La storia nasce dai personaggi: meglio sono definiti, più sono autonomi e in grado di “vivere”, scegliere, pensare e agire. Io racconto solo la cronaca delle loro azioni. Per quanto riguarda la trama delle storie, parto spesso da un'immagine e un'idea. A volte può anche essere una canzone: ad esempio, la quinta avventura di Matteo, che sto scrivendo, è partita da “Sirens” dei Pearl Jam. Spesso poi ragiono sul finale, su come si potrebbe chiudere la storia. Ma scrivendo molte volte mi allontano da quanto avevo pensato. Siamo sempre lì: i miei personaggi mi sorprendono con le loro azioni e fanno quello che vogliono!

Matteo De Foresta è un personaggio autentico: tanto determinato nel suo mestiere, quanto indeciso per quel che riguarda le questioni di cuore e forse è proprio per questa imperfetta umanità che i lettori si immedesimano tanto in lui. Come lo definiresti? In generale come delinei i personaggi, sia principali, sia secondari, delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

Matteo è un uomo vero, un ragazzo non cresciuto del tutto che si sforza di farlo. Pensando a lui ho cercato di ispirarmi alla mia generazione e alle nostre fragilità. Noi quarantenni di oggi (anche se io ne ho ormai quasi cinquanta, ahimè) siamo una contraddizione vivente. Professionisti o lavoratori ma ancora con il cuore di ragazzini, che sono cresciuti con Goldrake, Candy Candy o Kenshiro. Siamo ancora la generazione dei fumetti Marvel e non quella dei Manga, ispirati a eterni guasconi irriverenti. Ecco, Matteo nel suo piccolo fa un po' suo il motto di Peter Parker: da grandi poteri nascono grandi responsabilità. Cerca di essere un padre presente, si domanda che cosa sia davvero l'amore, lotta tra il desiderio di avere una famiglia e allo stesso tempo di non rinunciare alla passione e al brivido della conquista. I miei personaggi nascono allo stesso modo: osservo le persone che incontro e che conosco, cerco di creare persone a tutto tondo con pregi, difetti, piccole o grandi manie. La cosa più difficile comunque nella creazione dei personaggi resta sempre “il cattivo”: voglio dire, anche nei malvagi devono esserci umanità e lati chiari. Al giorno d'oggi non si può presentare ai lettori un antieroe da film western, stereotipato e quasi al limite della psicosi per quanto è cattivo. Si devono creare esseri umani, non macchiette. Ecco, questo è il lato più difficile, ma anche più entusiasmante della scrittura. Cercare di riprodurre la vita reale pur mantenendo un pizzico di “irrealtà”. Credo che sia quanto cerca il lettore che si dedica ai gialli.

Dal successo dell’autopubblicazione sul Web, alla collaborazione con un editore d’eccellenza per qualità e impegno, molto rappresentativo del genere, sia nella città di Genova, sia a livello nazionale: facciamo un bilancio del tuo percorso d’autore, tra difficoltà e obiettivi raggiunti. Scrivere è ancora un mestiere a tutti gli effetti?

Quando “Nel cuore del centro storico” raggiunse quel risultato inatteso, contattai il compianto Marco Frilli proponendogli quel romanzo. Lui mi rispose quasi subito nel suo stile senza fronzoli: mi disse che non gli interessava un qualcosa di già pubblicato ma che, se volevo, potevo mandargli un nuovo romanzo. Se gli fosse piaciuto me l'avrebbe pubblicato. Raccolsi la sfida con l'adrenalina a mille e in soli due mesi gli mandai la seconda avventura di Matteo, “Poker con la morte”. Da lì, continuando poi il rapporto con suo figlio Carlo in seguito, ahimè, alla sua malattia, De Foresta ha visto la luce con la loro casa editrice. La Fratelli Frilli è un laboratorio di giovani, idee, novità costanti. Punta sui giovani e sugli esordienti oltre ad avere nella scuderia “mostri sacri” come Maria Masella e altri. I romanzi Frilli sono freschi, avvincenti, creati da autori che spesso fanno tutt'altro nella vita e scrivono per passione. Tu mi domandi se lo scrittore può essere ancora un mestiere. Io credo di sì, ma penso anche che lo sia per pochi. Per potersi mantenere con la sola scrittura bisogna vendere numeri da capogiro. È bene che chi vuole scrivere questo lo sappia: nel novantanove percento dei casi resterà solo una passione, un hobby, e non diventerà mai un lavoro. Ma questo forse è anche il bello della scrittura: per farlo serve passione e non lo si può fare a scopo di lucro. Si scrive sempre per se stessi prima di tutto. Poi, se si piace agli altri, tanto meglio. Ma è secondario. A volte “dover scrivere” può essere un'arma a doppio taglio. Lo racconta molto bene Stephen King in quel grandissimo romanzo che è “Misery”. Un'allegoria del rapporto tra scrittore ed editore. Comunque, sì: può essere ancora un mestiere. Servono talento, occasione giusta, momento giusto e ovviamente il fattore “C”. Le serie televisive, poi, hanno cambiato tutto. Grandissimi scrittori italiani come Camilleri, Manzini, Malvaldi devono il loro immenso successo, oltre alla loro abilità, alla diffusione che i loro personaggi hanno avuto attraverso la TV.
Il bilancio del mio percorso? Per ora non lo faccio. Mi sento all'inizio, ancora un esordiente e soprattutto un dilettante. Per ora tengo la testa bassa e lavoro, anche se mi godo il piccolo successo che sta avendo Matteo De Foresta.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro e quanto dovremo aspettare per la prossima indagine di De Foresta…

Matteo esce in libreria una volta all'anno, di solito nel mese di Febbraio. Spero quindi che nel 2020 possa uscire in quel periodo la nuova avventura di Matteo a cui sto già lavorando. Sarà una storia più noir, con meno implicazioni di “grande respiro” come la mafia e più incentrata su un cattivo comune. Si parlerà, in qualche modo, della storia recente della mia città, Genova, che ha visto nascere tra le prime l'estremismo e le bande armate negli anni Settanta. Si parlerà, ovviamente, di amore non solo per Matteo. Ho poi un accordo di massima con Carlo Frilli per ripubblicare con la sua casa editrice la prima avventura di Matteo. Piace ad entrambi l'idea di completare la “collezione” con tutti i romanzi del De Foresta pubblicati sotto la loro egida. In più, sto lavorando ad un nuovo personaggio, distante anni luce da Matteo. Ma sempre genovese e sempre investigatore. Ho già scritto la sua prima avventura e mi sto mettendo, in contemporanea a Matteo, al lavoro sulla sua seconda.
Grazie ancora per questa piacevole chiacchierata e un saluto a tutti i lettori del tuo Blog!


mercoledì 28 marzo 2018

Alessandro Maurizi: il mio giallo su Roma e le ombre della Chiesa



Ci sono autori, personaggi, storie che folgorano il lettore fin dalle prime righe. Proprio come i lampi che scuotono le mura della chiesa che fa da sfondo alle iniziali pagine insanguinate di “Roma e i figli del male”, Fratelli Frilli Editori, il nuovo romanzo di Alessandro Maurizi che sta già riscuotendo un grande successo di pubblico e critica.
Tra i protagonisti di questa storia più torbida che mai, infatti, ci sono proprio la Capitale, la Chiesa e alcuni dei suoi uomini che hanno fatto degli interessi personali e delle loro perversioni il loro credo. A cercare di far luce sulle vicende che vedono come vittime tanti innocenti, c’è il commissario Manuel Castigliego, un poliziotto dall’indole indomita e talvolta ribelle, che è in forza alla Squadra Mobile di Roma e ha sangue spagnolo nelle vene. Castigliego è un tipo apparentemente irrequieto e istintivo che prende tutto a cuore, anche se fatica ad ammetterlo e a lasciarsi andare completamente. Questa indagine, ricca di inaspettati colpi di scena, metterà profondamente in discussione alcune sue certezze. Tra vescovi corrotti, esorcismi e bambini abusati, infatti, è a rischio perfino la rispettabilità del papato e la sua successione, in un intreccio che coniuga sapientemente gli elementi caratterizzante del thriller e del noir con il filo rosso dell’attualità e della cronaca nera.
Col suo stile fluido e diretto, Alessandro Maurizi ci porta nel cuore delle indagini di una Squadra Mobile che è un tutt’uno con la città, assecondandone i ritmi e le logiche, ma anche forzandone i meccanismi a volte oscuri. Castigliego è solo l’irresistibile punta di diamante dello spirito di un gruppo che sa quando deve lasciargli lo spazio per agire da solo e quando, invece, è il momento di unire le forze, senza dubbi o esitazioni. Del resto lo stesso Alessandro Maurizi, col garbo e l’eleganza che lo contraddistinguono, ha fatto della sua esperienza professionale in Polizia una fonte di ispirazione, per quanto sia ormai un autore affermato, sempre in prima linea nell’organizzazione di eventi culturali soprattutto nella sua provincia di Viterbo, tra cui Ombre Festival, e Presidente dell’Associazione Letteraria Mariano Romiti, promotrice dell’omonimo e prestigioso premio.


Un brillante commissario italo-spagnolo si ritrova a indagare su un caso che mostra tutte le ombre oscure del Vaticano di oggi, tra vescovi corrotti, complotti e trame che poco hanno a che vedere con la religione e la religiosità. Inizia così “Roma e i figli del male”, Fratelli Frilli Editori, un romanzo che corre sul filo dell’attualità e della cronaca. Raccontaci la genesi di queste storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura? Che scrittore sei e cosa vuoi comunicare?

Lo spunto mi è venuto da una storia realmente accaduta, anche se la narrazione è di fantasia. È un’indagine fatta da miei colleghi della Squadra Mobile e da questo episodio di cronaca, ho tratto il romanzo. Mi sono chiesto come una persona di Chiesa possa dilatare così tanto la coscienza da compiere abusi su una minore e praticare esorcismi. È da queste suggestioni che nasce “Roma e i figli del male”. Sono un poliziotto che ama il suo lavoro e anche un ascoltatore seriale. Pertanto posso dire di avere un occhio privilegiato sulla società che mi consente di comunicare attraverso la scrittura, riflessioni e considerazioni forse più attente e veritiere.

Chi è il commissario Manuel Castigliego, il protagonista di questa storia più nera che mai? Come lo definiresti? In generale, come delinei i personaggi dei tuoi romanzi e le vicende che li coinvolgono e che ruolo hanno le ambientazioni nella trama?

Il commissario Manuel Castigliego è un poliziotto della Squadra Mobile di Roma che si ritrova tra le mani un’indagine delicata perché si muove nei meandri del Vaticano. Abita con un gatto nero di nome Salgado in un loft, si muove per Roma con una Triumph o una Bmw, ha trentadue anni, è italo spagnolo ed è un bell’uomo. Lui vorrebbe innamorarsi di una donna, ma poi teme che qualcuno possa chiamarlo: Amore. I miei personaggi amo tracciarli in profondità così come le ambientazioni. Dei primi studio l’aspetto umano e psicologico, dei secondi gli odori e le suggestioni che emanano.
 
Come concili il tuo ruolo attivo presso la Polizia di Stato, con la tua prolifica attività letteraria, fatta non solo di scrittura sul campo, ma anche di organizzazione e partecipazione a numerosi eventi e premi letterari che ti hanno visto sempre protagonista negli ultimi anni?

La passione, Alessandra, è solo questione di… passione. Soprattutto ritengo la cultura un collante straordinario, un ponte tra le innumerevoli isole della nostra società. La cultura è bellezza che dona un’inesauribile energia per raggiungere qualsiasi obiettivo ci si proponga di perseguire.

Facciamo un bilancio della tua esperienza presso l’Associazione Letteraria Mariano Romiti, di cui sei Presidente dal 2011. Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia legata all’omonimo e prestigioso premio dedicato alla letteratura gialla che ti è rimasta particolarmente impressa come scrittore e come uomo.

Il bilancio è senza dubbio positivo, non lo dico io, ma le centinaia di cose fatte in questi anni. Abbiamo affrontato gli eventi legando due aspetti: la serietà e la leggerezza. Ci siamo resi conto che si può parlare di temi importanti con spirito leggero, senza doversi per forza incensare o auto fustigarsi. Soprattutto è nella piazza e nell’estate, la soluzione migliore. Un aneddoto? Sono tanti, però ricordo che nella V Edizione del Premio Romiti mi sono ritrovato a presentare l’edizione in piazza di fronte a seicento persone senza che mi fossi preparato una sola cosa da dire perché impegnato in altre situazioni e per un problema occorso all’ultimo momento al vero presentatore. Ho chiuso gli occhi e sono andato. È stata una grande serata, per chi avesse curiosità, le foto sono sul web o sulle nostre pagine.

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.

Sto per terminare un altro romanzo senza Castigliego e a breve inizierò il seguito di “Roma e i figli del male”. A proposito, chiedo ai lettori del tuo blog di fidarsi di me perché è un romanzo intrigante e sono sicuro che piacerà. Poi c’è la terza edizione di Ombre Festival, la VII del Premio Romiti, Caffeina Festival e altro ancora ma è un segreto, per il momento.


mercoledì 22 novembre 2017

“Una finestra sul noir”: Marco Frilli raccontato dai suoi autori


“In un’epoca di profondissima crisi culturale da cui è scaturita la crisi economica e non viceversa, l’editore può diventare un baluardo contro la barbarie creando cenacoli attorno ai quali possono trovare voce gli intellettuali oggi dispersi in desolate solitudini. Si parla del “tradimento dei chierici” da anni silenti e sempre meno punto di riferimento per la gente. Ebbene, gli editori possono essere un primo coagulo di resistenza nel vuoto che minaccia di aspirarci. Fare gli editori al giorno d’oggi, mettendo la qualità delle opere al primo posto, significa portare sempre linfa vitale e voci nuove alla letteratura, senza farsi fuorviare dalle mafie culturali che la affossano con premi che spesso erigono a capolavori libri meno che mediocri e promuovono gli adepti nell’osceno circuito dei talk show televisivi”.
A risponderci così quando gli abbiamo chiesto quale potrebbe essere il ruolo degli editori di oggi circa la tutela e la promozione della nostra cultura, della nostra lingua e quindi della profondità e della ricchezza dei nostri libri, è stato l’autore Valerio Varesi. È stato proprio lui, infatti, in virtù della stima che lo lega a Carlo e Giacomo Frilli, a firmare la prefazione all’antologia “Una finestra sul noir”, la raccolta di racconti dedicata alla memoria dell’editore Marco Frilli, fondatore della Fratelli Frilli Editori, celebrato in quest’opera da oltre quarantacinque tra gli autori della sua Casa Editrice.



Dopo avervi raccontato la genesi di questa prima antologia, uscita a circa un anno di distanza dalla prematura scomparsa di Marco Frilli, attraverso le parole dello stesso Carlo Frilli, abbiamo voluto approfondire ancor di più come è nato questo progetto, che si rinnoverà ogni anno, dando voce non solo a Valerio Varesi, ma anche ad alcuni tra gli autori che hanno contribuito a comporre questo caleidoscopico libro dalle mille sfaccettature.
Il rapporto tra autore ed editore è una relazione difficile da raccontare, spesso fatta di compromessi e delicati equilibri. Ma come nascono e si consolidano questi legami? Abbiamo chiesto a Valerio Varesi quali sensazioni abbiano suscitato in lui Carlo e Giacomo Frilli quando gli hanno parlato di questo omaggio editoriale fatto da quasi quaranta autori a Marco Frilli, un editore di cui, evidentemente, si percepisce la nostalgia, e lui ci ha risposto in questo modo: “Carlo e Giacomo Frilli hanno saputo instaurare un rapporto professionale e umano con i loro autori, tale da creare un legame molto forte. Non ho mai pubblicato con Frilli, ma dall’esterno ho percepito questo attaccamento tramite le parole di stima che ho sentito. L’equilibrio nel rapporto tra autore ed editore non è facile. Il primo crede sempre che il proprio libro sia il migliore e addebita spesso all’editore la pigrizia nel promuoverlo. Il secondo si aspetta che il libro abbia successo perché rischia soldi suoi e rigetta sullo scrittore la stessa colpa. Queste differenti aspettative il più delle volte generano incomprensioni, insoddisfazioni e anche astio”.



Per comprendere al meglio il significato più profondo di questo omaggio a ricordo di Marco Frilli ci siamo rivolti ai suoi autori che con tanto entusiasmo hanno risposto all’iniziativa, come lo stesso Carlo Frilli ci ha raccontato. Ogni autore che ha partecipato all’antologia “Una finestra sul noir” ha cercato di immaginare l’incontro tra il proprio personaggio letterario e lo stesso Marco Frilli, cristallizzando così, per sempre, la sua figura tra le pagine di un libro, oltre che nei cuori di chiunque lo abbia conosciuto. Tra le quasi quaranta firme Frilli che hanno partecipato a questa raccolta Maria Masella, Maria Teresa Valle, Alessandro Reali, Gino Marchitelli e Armando D’Amaro, che è anche il curatore dell’opera, hanno risposto alle nostre domande circa il loro rapporto con Marco Frilli e la Casa Editrice, raccontandoci, in modo inedito, storie di stima reciproca, coraggio, impegno e professionalità, come i cardini indispensabili su cui costruire una sana collaborazione tra autore ed editore. A tutti abbiamo rivolto domande che miravano a investigare come si costruisce, libro dopo libro, un equilibrio stabile e duraturo tra autore ed editore, due ruoli solo apparentemente caratterizzati da interessi contrastanti, visto che sono destinati a raggiungere il successo solo collaborando. Il rapporto tra Marco Frilli e i suoi autori, quindi, diventa esempio e paradigma per comprendere meglio queste dinamiche editoriali spesso sconosciute al pubblico dei lettori che non sanno il lavoro che c’è dietro la creazione dei loro libri preferiti.
Le domande rivolte agli autori che hanno fatto da portavoce hanno riguardato i loro primi contatti con la Fratelli Frilli Editori, i loro ricordi più vividi di Marco Frilli e la genesi dei racconti da loro ideati per “Una finestra sul noir”. Il trasporto che traspare dalle loro risposte è la migliore testimonianza della passione e dell’impegno che fanno da fondamenta a questa antologia e a tutti i libri targati Fratelli Frilli Editori.




Era l’estate del 2001, avevo già pubblicato un giallo con un piccolissimo editore e ne avevo scritto un altro più corposo. Quando ho letto che c’era un nuovo editore genovese che stava pubblicando gialli di ambientazione locale, mi sono detta: “Perché non provare a portargli il mio?”. Ho cercato l’indirizzo e ho scoperto che era vicinissimo a casa mia, anzi a metà strada fra casa e stabilimento balneare! Ho telefonato, ho preso una specie di appuntamento, ho stampato il file e sono andata con il mio pacco di A4. Il libro era “Camelie” che sarebbe diventato “Morte a domicilio”, il numero 6 della collana ‘giallo pantone’. È stato Marco a scegliere il titolo e anche la copertina.
Ho talmente tanti ricordi legati a Marco, perché era un rito passare in casa editrice anche solo per due chiacchiere a raccontargli cosa avevo in mente. Ne scelgo due: il primo e l’ultimo. Quando l’ho incontrato per la prima volta ero abbastanza imbarazzata, temevo di fare la figura della sciocca presuntuosa. Dopo dieci minuti eravamo al tu e fumavamo la prima di tante sigarette insieme. L’ultimo? Era già malato quando mi ha chiesto un Mariani veloce per la prima volta: “Ancora uno, bella gnocca.” A volte lo chiamavo “ragazzino” perché era più giovane di me, altre “Marcuzzo”. Quel giorno gli ho detto: “Sì, ragazzino.” Li ho scritti con il cuore in gola quei racconti e sono riuscita a farglieli leggere. E per quella raccolta ho chiesto la dedica “A Marco”.
Non posso anticiparvi nulla del racconto che ho scritto per l’antologia. Del resto non si svela la trama di una storia noir, neppure sotto tortura! Vi basti sapere che Mariani è in crisi (la storia si colloca fra “Il Cartomante di via Venti” e “Giorni contati”, quando Antonio e Francesca vivono separati) e certi incontri casuali in una spiaggetta di Quinto diventano per lui un momento di tregua, anche di speranza. L’aspetto indagine è secondario, in primo piano c’è il rapporto fra due persone che, con poche parole, si capiscono. Con Marco non ho mai avuto bisogno di tanti discorsi. E davvero a Quinto l’ho incontrato più volte con la sua Lilla.



Conoscevo le pubblicazioni della Frilli e sapevo che avevano una predilezione particolare per i noir con forti connotati di localizzazione. Mi piacevano molto i libri che pubblicavano e sono entrata in contatto con loro prima come lettrice, che come autrice. Ho cominciato a scrivere molto tardi, dopo il pensionamento, dopo una carriera di biologa che mi ha dato grandi soddisfazioni. Leggere e scrivere è sempre stata una passione e ho realizzato il primo noir per divertimento. L'ho mandato a Marco, seguendo esattamente i consigli della casa editrice per l'invio dei manoscritti, insieme a una lettera in cui lo pregavo di mandarmi in ogni caso due righe, eventualmente per dirmi che il mio manoscritto era una schifezza, solo per mettermi l'anima in pace e non scocciare altri editori. Avrei continuato a scrivere per il mio piacere e basta. Dopo quindici giorni mi arrivò una e-mail in cui Marco mi scriveva che il manoscritto gli era piaciuto e, se ero d'accordo, lo avrebbe pubblicato. Quando ci siamo visti di persona lui era seduto dietro una scrivania ingombra di qualunque cosa, il posacenere colmo di cicche e la stanza invasa dal fumo di sigaretta. È stata simpatia a prima vista. E poi nel tempo amicizia. Non si poteva non volergli bene.
Il ricordo di Marco che mi è rimasto nel cuore è sicuramente l'ultima volta che l'ho visto, due giorni prima che ci lasciasse. Andai a trovarlo nella struttura dove era ricoverato. Stava male. Con lui c'era sua sorella, che io non conoscevo e Nora, la moglie.
Fui presentata e la sorella di Marco rivolgendosi a lui: -Maria Teresa Valle? -disse- una brava scrittrice?
Marco guardò me, poi lei, sorrise sornione e disse: -Vende...
Scoppiammo tutti a ridere e lui mi guardò soddisfatto della sua battuta. Non aveva perso il suo spirito, nemmeno in quel momento.
Il filo conduttore di tutta l’antologia è l'incontro immaginario tra il personaggio o i personaggi principali dei nostri noir e Marco. Non era una cosa semplice far avvenire l'incontro tra una persona realmente esistita e persone “di carta”.
Aggiungiamo che Maria Viani, il personaggio seriale dei miei romanzi, non è una poliziotta, ma una semplice cittadina che ficca il naso in tutti i delitti di cui venga a conoscenza. Come tale l'ho immaginata nel momento in cui lascia definitivamente il lavoro e, di cattivo umore, incerta del suo futuro, si trova a passeggiare sul lungomare di Quarto. Immediatamente ho visualizzato Marco, nello stesso luogo, a passeggio con Lilla. La sua cagnolona, che io ben conoscevo.
Mi è bastato lasciare che ognuno di loro esprimesse il suo carattere: Maria pasticciona, ficcanaso, emotiva, chiacchierona, e Marco, solido, ironico, osservatore attento, capace di cogliere l'essenza delle cose e la storia si è scritta da sola. È un piccolo episodio, ma su quel lungomare, su quella spiaggia vedevo proprio lui, Marco. Sentivo la sua voce. Era con me.




Ho iniziato alla Frilli come autore: provato per la morte di un amico, mi sono sfogato scrivendo un noir che, giunto quasi per caso in casa editrice, è stato pubblicato nel 2007 con il titolo ‘Delitto ai Parchi’, poi seguito da tanti altri. Una profonda stima reciproca è cresciuta via via tra me e Marco, che mi ha ‘nominato sul campo’ lettore di gialli inediti, quindi curatore di antologie e infine assorbito nella sua famiglia editoriale.
Marco vive costantemente nei miei ricordi, l’amicizia che ci legava sussiste ancora oggi inalterata: insieme abbiamo navigato su acque calme e su mari in tempesta, scambiandoci suggerimenti sia di lavoro che di vita…Un aneddoto? Una volta, partiti in auto per un appuntamento importante a Milano, eravamo tanto intenti nel parlare da trovarci – ah, questi GPS! – sotto il Duomo: scesi dalla macchina ridendo come bambini, novelli Totò e Peppino ci eravamo rivolti a un ‘ghisa’ con la mitica frase “Noio volevam savoir l'indiriss”…e quello, impassibile, ci aveva multati.
Il mio racconto inserito nell’antologia non è un giallo, ma un sentito rivivere dei nostri ultimi incontri, pertanto molto intimista. Leggendolo si comprende il legame che ci univa, tanto che suo figlio Carlo mi ha scritto: “Diavolo di un Armando, mi hai fatto sorridere e piangere…”.




Avevo iniziato da poco a leggere qualche autore Frilli, ma non conoscevo Marco né la famiglia, mi sembrava una realtà per me irraggiungibile da nuovo e microscopico scrittore dell'universo noir. Poi una comune conoscenza a me e Marco ci ha fatti incontrare e conoscere dopo che il mio romanzo “Il Pittore” aveva ottenuto una serie di riconoscimenti letterari importanti ed era stata considerata una delle migliori opere inedite in Italia del mercato editoriale indipendente. Questa persona, Riccardo Sedini, mi ha messo in contatto con Marco Frilli al quale ho mandato un mio scritto. Lui lo ha letto e mi ha chiamato dicendomi che ne era rimasto molto colpito e affascinato, chiedendomi se volevo entrare nella “scuderia” Frilli non come autore in sé, ma in veste di “narratore” di noir sociale. Detto fatto, ed ecco la pubblicazione di “Milano non ha memoria” che mi ha fatto conoscere ad un buon pubblico e mi ha dato una certa notorietà dandomi la possibilità di far arrivare i miei lavori ad un pubblico più vasto.
Il ricordo più vivo che ho di Marco è quel suo modo gentile e un po' guascone di girarsi lentamente verso l'interlocutore, me in questo caso, quando si era seduti nel suo ufficio. Lui alla sua postazione di lettura, mi prendeva sempre in giro parlandomi di belle donne che non potevo avere e sfottendomi paternamente. Ma ricordo anche quando tornava a essere serio e mi esprimeva la sua stima per il lavoro socio-politico che svolgo nella mia vita.
Quando mi è stato chiesto di scrivere un racconto per l'antologia in omaggio alla grande figura di Marco quello che mi è venuto in mente – dato che lui mi diceva sempre che la figura di Cristina, la giornalista indagatrice con il commissario Lorenzi dei miei romanzi, era una bella tipa e voleva sapere se la conoscevo davvero o se era fantasia – che proprio il commissario Lorenzi e Cristina nel corso di un viaggio a Genova per motivi legati ancora alla storia delle violenze di polizia del G8 del 2001, arrivassero a litigare quasi furiosamente su quelle vicende, poi si riappacificassero rendendosi conto che la lite avrebbe preso una brutta piega. È in queste circostanze che i due conoscono Marco Frilli, restando però in incognito. Ma non era facile farla a Marco, grande scopritore di scrittori e personaggi, e ciò che succede è davvero esilarante… Ho pensato che questo potesse farlo sorridere ovunque lui ora si trovi.




Avevo scritto, tra le altre cose, tre racconti lunghi di genere noir. Alcuni amici, lettori “Frilli”, circa sei anni fa, mi hanno consigliato di provarci… è andata bene. È così che sono entrato in contatto per la prima volta con questa casa editrice.
Io, come scrittore, devo molto, se non tutto, a Marco Frilli. Avevo pochissima fiducia nelle mie capacità narrative. Lui invece ha subito creduto in me. Ricordo la prima telefonata, schietta, com’era lui: “Reali, allora sei tu quello che ha scritto quei tre brutti racconti ambientati in provincia di Pavia… bene, te li pubblichiamo noi. Se ci lavori un po’ faremo molte cose insieme. E siamo arrivati a sette romanzi, otto tra poco. Un altro particolare che mi piace ricordare è questo: ogni volta che ci sentivamo o ci incontravamo mi diceva, oltre a qualche battuta sulle donne che non mancava mai: “Reali, tu sei il narratore della Frilli, è inutile che fai finta di scrivere gialli, non mi freghi…”. Ovviamente c’era molta ironia, in questo, ma anche un fondo di verità, penso. Lui aveva un intuito formidabile per capire le caratteristiche di un autore.
Quando Carlo mi ha detto della raccolta dedicata a suo padre ho scritto subito questo breve racconto. Una piccola storia ambientata in una Pavia gelida e nebbiosa, come piace a me, che ruota intorno alla figura triste di una prostituta amica di Selmo Dell’Oro. Marco Frilli è coinvolto nel suo incontro con i detective. Ho cercato, in poche pagine, di rappresentarlo come lo ricordo io: sempre pronto alla battuta, schietto e senza fronzoli, acuto e tagliente, ma capace di un’umanità fuori dal comune. Sembra scontato, parlarne così. Ma sono sicuro che è opinione condivisa dalla maggior parte dei suoi autori.


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mercoledì 15 novembre 2017

Carlo Frilli: celebrando mio padre, Marco Frilli

Carlo, Marco e Giacomo Frilli

Le storie migliori, più toccanti e intense, sono quelle che prendono spunto dalla realtà e si mescolano con la fantasia e la creatività della penna che le ha catturate. Così come ci sono personaggi letterari talmente vividi, da far parte della quotidianità e non solo dell’immaginario dei milioni di lettori che li conoscono, esistono persone che tornano a vivere tra le pagine di un libro quando il destino se l’è portate via troppo presto e vengono celebrate così, in punta di anima e tastiera, dagli autori che loro stesse hanno contribuito a formare e a far esprimere.
“Una finestra sul noir”, l’antologia edita da Fratelli Frilli Editori e curata da Armando D’Amaro, con la prefazione di Valerio Varesi, fa proprio questo: in circa quaranta racconti scritti da oltre quarantacinque tra i migliori autori della scuderia Frilli fa rinascere il fondatore di questa Casa Editrice tanto amata dal pubblico di lettori, Marco Frilli, prematuramente scomparso poco più di un anno fa nel giorno del suo sessantottesimo compleanno.
Chi conosce la passione e l’impegno che Carlo e suo fratello Giacomo hanno messo nell’affiancare il padre Marco nella gestione della casa editrice di famiglia, conosce anche la qualità dei loro libri e la grinta dei loro autori, fili di perle in un mondo editoriale sempre più improvvisato e superficiale. La Fratelli Frilli Editori è la testimonianza di come gli scrittori e gli editori più autentici e impegnati a rendere queste professioni sempre più rigorose siano artigiani della narrazione e artisti della fantasia, in grado di collaborare e cooperare per portare avanti i reciproci interessi per il bene del lettore.
Il trasporto col quale Carlo Frilli ricorda suo padre nella chiacchierata che segue non è solo una lezione per qualsiasi aspirante editore, ma anche lo specchio della parte migliore del nostro Paese che è in grado di ideare, creare e costruire, giorno dopo giorno, eccellenze perfino nei settori più complessi, facendo anche dei legami familiari una forza con cui affrontare il mondo, con fiducia e rispetto e della relazione tra un padre e un figlio un terreno su cui seminare qualcosa da tramandare di generazione in generazione.
Ciò che caratterizza la Fratelli Frilli Editori, oltre alla iniziale connotazione territoriale che si è poi espansa su tutto il territorio nazionale, è l’esclusiva dedizione al mondo del giallo in tutte le sue declinazioni. Dal noir, al poliziesco, passando per il giallo classico e il thriller, il fiuto di Marco Frilli per gli autori che si cimentano in questi generi è così proverbiale, da essere diventato una leggenda nel settore. E la devozione con cui Carlo e suo fratello Giacomo hanno fatto di questa peculiare tradizione, insita nel loro stesso sangue, un segno di distinzione e professionalità è ciò che più ci fa amare i loro autori e le loro storie. Storie appassionanti, talvolta ruvide, talaltra nostalgiche, commoventi e allo stesso tempo ironiche, ma tutte contrassegnate da quella magia che va oltre la creatività e la fantasia e fa sentire, tra le pagine di ciascuno dei loro libri, l’autenticità di chi li ha resi una realtà condivisibile da tutti.



Un Editore in famiglia, è proprio il caso di dirlo, vista la tradizione che accompagna la Fratelli Frilli Editori, una Casa Editrice nata a Genova nel 2000 dall’estro creativo di Marco Frilli, prematuramente scomparso lo scorso anno. Cosa significa oggi essere un Editore di qualità nel nostro Paese?

Un Editore in famiglia ma soprattutto un Editore indipendente in uno dei Paesi con la più bassa percentuale di lettori al mondo. Sulla carta può sembrare un suicidio premeditato, ma noi ci occupiamo invece di omicidi, delitti e crimini e, forse proprio questo, ci ha, in parte, salvato dalla crisi e dalla penuria di lettori. Essere editori ed esserlo, in particolare, in questi anni è veramente impresa ardua. La Fratelli Frilli Editori, grazie al suo fondatore Marco Frilli, ha però seminato molto bene negli anni passati e oggi al sottoscritto amministratore delegato rimane il compito di portare avanti il progetto nel migliore dei modi. La mancanza di una guida capace come mio padre si fa sentire ogni giorno, si fa sentire allo stesso modo di ciò che di lui più amavamo. Ma in quest'anno credo di aver dimostrato di poter riuscire a reggere bene al contraccolpo e, allo stato attuale, manteniamo saldamente le nostre posizioni faticosamente conquistate nel mercato editoriale.

Facciamo un bilancio della vostra attività in questi anni di grande cambiamento in ambito editoriale: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali le difficoltà che affrontate quotidianamente?

Il primo obiettivo raggiunto e che continua a essere la nostra priorità è quello di offrire ai nostri lettori proposte qualitativamente alte. La ricerca di nuovi autori è incessante e solo nell'anno in corso siamo orgogliosamente riusciti a lanciare sul mercato sette autori esordienti con ottimi risultati di vendite. Il lettore da tempo si fida delle nostre scelte e sperimenta i nuovi autori acquistandoli e leggendoli con pressoché unanimi buoni giudizi. La Fratelli Frilli Editori sta inoltre riuscendo a consolidare, anno dopo anno, la sua immagine di editore soprattutto nel settore del giallo- noir italiano. Le difficoltà non mancano e sono molteplici, una su tutte è la delicata questione distributiva e promozionale. La Frilli si affida a distributori regionali e, pur coprendo il 70% del territorio nazionale, soffre di una promozione talvolta pigra e altre volte incapace di scardinare la diffidenza o la scarsa conoscenza/esperienza libraria da parte delle librerie, in particolare quelle di catena. Queste ultime oramai rappresentano la fetta più ampia del mercato ma sono anche le più difficili da gestire. Si aggiunga poi che le librerie indipendenti sono, invece, negli ultimi anni diminuite a vista d'occhio lasciando un vuoto incolmabile nel già povero panorama editoriale.

Per celebrare la memoria di Marco Frilli è appena uscita un’antologia di racconti noir intitolata “Una finestra sul noir”, a cura di Armando D’Amaro, che coinvolge circa quaranta affezionati scrittori della vostra scuderia: raccontaci chi era Marco, tuo padre, e la genesi di questo ambizioso progetto.

Nell'ottobre dello scorso anno, il giorno del suo sessantottesimo compleanno, mio padre è mancato, dopo aver combattuto la malattia dall'inizio dello stesso anno. Qualche giorno dopo apro la mia pagina Facebook e tra i tantissimi, sentiti, affettuosi ed emozionati commenti due mi colpiscono in particolar modo. Sono quelli di due nostri autori Frilli, Piero Castoldi e Ippolito Edmondo Ferrario. I due, senza nemmeno essersi preventivamente messi d'accordo, avevano avuto la stessa originale idea. I loro protagonisti di carta e inchiostro incontrano mio padre in una dimensione di fantasia che permette a tutti noi di far rivivere il compianto Marco Frilli. A me e all'amico e scrittore Armando d'Amaro, divenuto poi il curatore del volume, è piaciuto talmente tanto questo metodo di ricordarlo che abbiamo voluto farlo nostro dando vita al progetto di un'antologia cui abbiamo dato il titolo di “Una finestra sul noir”. La risposta da parte di quasi tutti gli autori è stata entusiastica e immediata. Anche chi non lo conosceva ha preso informazioni, mi ha scritto o telefonato catturando dettagli e particolari come tanti investigatori alla ricerca di elementi per dare forma a racconti divertenti e densi di affetto, malinconia e tanta umanità. La stima, la riconoscenza e la gratitudine dovrebbero sempre mettere d'accordo tutti e questo è ciò che è accaduto per i 46 scrittori che hanno voluto dare il loro contributo scritto in questa prima antologia. Ne seguiranno altre, ogni anno a ottobre, per far rinascere la figura di mio padre e la voglia di scoprire ancora altri autori Frilli.

Prima Presentazione dell'antologia "Una finestra sul noir", Fratelli Frilli Editori, presso la Libreria Feltrinelli di Genova il 27 ottobre 2017

Com’è di solito il rapporto coi vostri autori? È ancora possibile dedicarsi alla scoperta di nuovi talenti e dar loro fiducia? E come ci si pone, invece, con le firme ormai note al pubblico di lettori?

Lettori, addetti ai lavori, librai, blogger, giornalisti hanno notato che con la maggior parte dei nostri autori esiste un rapporto davvero splendido. Si parla sempre, o comunque troppo spesso con grande facilità, di amicizia e amici veri (come se poi fosse normale far coesistere una categoria di amici falsi!). Lo faceva mio padre e lo continuo a fare anch'io e credo che, se alla base dei rapporti professionali dimorano quelli dell'educazione e della stima reciproca, si possa ben pensare che ci siano anche i presupposti per una durevole amicizia. Talvolta i rapporti si possono poi incrinare, ma questo fa parte del gioco, anche se sarebbe sempre opportuno riconoscere gratitudine e riconoscenza a chi ci ha dato fiducia.
Come anticipato in una delle mie precedenti risposte, abbiamo tra le nostre priorità quelle di far conoscere tanti nuovi bravi e talentuosi autori. La risposta del pubblico in tal senso è sempre più positiva e questo, naturalmente, ci conforta e sprona a continuare su questa strada.
Sono anche lettore, nei rari ritagli di tempo tra un manoscritto e l'altro, di autori famosi e riconosciuti come importanti firme nel mondo editoriale. Dal maestro Andrea Camilleri a Valerio Varesi, Margherita Oggero, Maurizio De Giovanni, Marco Vichi, Carlo Lucarelli, Marco Malvaldi, Massimo Carlotto e da tantissimi altri abbiamo solo da imparare, sono un punto di riferimento par la nostra attività e a loro va tutta la nostra gratitudine. Con alcuni di essi talvolta ci si incontra o ci si sente per mail o al telefono e rimango sempre molto meravigliato e un po' imbarazzato dalle loro confortanti parole di ammirazione e apprezzamento verso la nostra produzione.

La vostra Casa Editrice è specializzata in tutte le declinazioni del giallo, dal noir, al thriller. Come è nata questa scelta di genere e quali sono i vostri progetti per il futuro in merito?

Continueremo senz'altro a pubblicare vecchi e nuovi autori nella nostra collana noir, lo faremo con immutato impegno, osservando e ascoltando sempre ciò che il nostro pubblico è pronto a suggerirci. Prima che nascesse la Fratelli Frilli Editori eravamo ingordi lettori di gialli. Mio padre ha sempre coltivato una particolare passione per il giallo italiano, pur avendo come riferimento Simenon e il suo Maigret. Non scorderò mai quel giorno che arrivòa casa portando, dal rientro da lavoro, un agile volumetto in formato tascabile dal titolo “I cioccolatini di Soziglia” un giallo ambientato a Genova con una bella trama e con una scelta ambientale assolutamente azzeccata. Posso senz'altro dire che la Frilli nasce da questo suo aver apprezzato quel romanzo e più in generale il genere che poi ha saputo modellare a suo piacimento.
Ho ereditato la passione e un po' della follia che hanno contraddistinto la carriera di editore di mio padre. Si deve rischiare per poter tentare di dar vita a delle imprese. Ho un progetto legato in qualche misura con quella che è la nostra specializzazione e, se non ci saranno contrattempi, spero di potervelo presentare ufficialmente nella prossima primavera. Sino a oggi ci siamo proposti a un pubblico adulto, attento e spesso molto preparato in tema di romanzi di indagine. La sfida prossima è quella di riuscire a catturare anche il pubblico dei più giovani. Lettori ancor più difficili, poiché non ancora coscienti di essere lettori. La nostra speranza è quella di catturare la loro attenzione e di fargli scoprire il lettore che è dentro ognuno di loro. Incrociamo le dita!

Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia che nel tuo percorso da Editore è rimasta particolarmente impressa nel tuo cuore di uomo e di imprenditore, anche come insegnamento che tuo padre, Marco, ti ha lasciato in eredità.

Conservo tanti piccoli ricordi che per me sono grandi e importantissime occasioni di ritrovarmi serenamente a rivivere l'esperienza lavorativa con mio padre. Poi ne custodisco gelosamente molti altri che fanno parte di una sfera più intima e privata. Una mattina arrivai in casa editrice e, come spesso accadeva, mio padre era già sul posto di lavoro. Mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che quella notte aveva portato a termine la lettura di un testo di uno scrittore milanese di sicuro talento. Me lo disse con quella certezza che già in molte altre occasioni aveva avuto pubblicando altri autori esordienti, ma quella volta negli occhi e nel tono della sua voce c'era qualcosa di nuovo. A distanza di nemmeno un anno quell'autore esordiente con il suo primo titolo “Il giallo di via Tadino” vendette oltre ventimila copie! Seguirono altri tre titoli che ricalcarono il medesimo successo, portandolo inevitabilmente ad essere oggetto di curiosità e interesse di molti grandi editori italiani. Dario Crapanzano, da lì a poco, passò alla Mondadori, dopo una serrata trattativa portata avanti magistralmente da mio padre. Era orgoglioso del risultato portato a casa grazie al suo innato intuito. Quando si parlava dell'affare Crapanzano, i suoi occhi, il suo sorriso e il tono della sua voce erano gli stessi che avevo visto quella mattina, gli stessi che non dimenticherò mai.





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