mercoledì 7 novembre 2018

Pino Nazio: vi racconto Aldo Moro e la Guerra Fredda in Italia



La scorsa primavera si è celebrato un triste anniversario: sono trascorsi quarant’anni esatti dall’agguato di via Fani che ha dato inizio alla prigionia di Aldo Moro, col doloroso epilogo noto a tutti, che ha stravolto gli equilibri della scena politica italiana del tempo. Ma cosa sanno le generazioni più giovani di questo statista unico nel suo genere? Se ne conoscono e se ne studiano a sufficienza, ancora oggi, la vita e il pensiero? E si è riusciti a far veramente luce sul mistero della sua morte e a comprendere le dinamiche storico-politiche che l’hanno contrassegnata? A queste e a molte altre domande tenta di rispondere Pino Nazio nel suo ultimo libro, “Aldo Moro. La Guerra Fredda in Italia”, Edizioni Ponte Sisto, con la prefazione di David Sassoli.
Giornalista, scrittore, autore televisivo e tra le colonne della trasmissione “Chi l’ha visto?” in qualità di inviato per oltre dieci anni, Pino Nazio, in questo nuovo libro, ha ripercorso, con la lucidità e la passione che lo contraddistinguono come autore sempre alle prese coi misteri d’Italia sui quali c’è ancora molto da dire, le tappe del pensiero di Aldo Moro e, in particolare, le fasi che ne hanno caratterizzato il rapimento, la prigionia e, infine, il tragico ritrovamento, oltre alle tortuose indagini che sono state compiute in seguito per cercare di comprendere moventi, mandanti ed esecutori materiali dei fatti.
Oltre all’impeccabile ricostruzione degli eventi, è estremamente interessante l’analisi che l’autore fa degli equilibri politici che si sono sgretolati nel nostro Paese in seguito a questo fatto di sangue che è ben più di un caso di cronaca nera come gli altri. Infatti, dopo essersi occupato con successo di molti casi ancora alla ribalta, come quello di Emanuela Orlandi, di Serena Mollicone, di Yara Gambirasio e di Giuseppe Di Matteo, Pino Nazio, muovendosi dal rapimento di Moro, dipinge con mano sicura il quadro storico-politico che ha caratterizzato il clima della Guerra Fredda in Italia, facendo collegamenti e confrontando episodi e testimonianze fondamentali per comprendere anche l’attualità di oggi solo apparentemente lontana da certe dinamiche.
Una lettura imperdibile, tra sociologia e giornalismo, per chi ama studiare la Storia per capire e vivere il presente con consapevolezza e dignità.



A quarant’anni dall’agguato di via Fani sono ancora molti i misteri che avvolgono il sequestro e l’omicidio di uno dei più grandi statisti del Dopoguerra. Chi era Aldo Moro e cosa rappresenta ancora oggi? Raccontaci la genesi del tuo libro “Aldo Moro. La Guerra Fredda in Italia”, Edizioni Ponte Sisto.

Moro è stato uno dei più importanti uomini politici del Dopoguerra, per due volte Presidente del Consiglio in lunghi Governi –nella prima Repubblica in cui i dicasteri spesso duravano pochi mesi- Ministro degli Esteri durante una delle fasi più critiche della Guerra fredda, Ministro della Pubblica istruzione e della Giustizia, prima Segretario e poi Presidente della DC. Ma, al di là di quanto possa descrivere ogni singolo incarico, Moro nel Dopoguerra è stato il democristiano più influente - dopo Alcide De Gasperi e insieme ad Amintore Fanfani - fino alla sua tragica morte. Oggi –e le celebrazioni per il quarantennale della sua scomparsa lo hanno confermato- Moro è stato un uomo del confronto e del dialogo, anche quando l’intesa comportava rischi altissimi come –in piena Guerra fredda- l’apertura verso il Partito comunista italiano. Il mio libro nasce dall’esigenza di fornire un quadro chiaro in cui è avvenuto il rapimento e la morte dello Statista, delle luci e delle ombre che hanno avvolto la sua fine e di squarciare il velo delle omertà e delle ipocrisie che ancora oggi aleggiano intorno a quel corpo ritrovato in una Renault rossa in via Caetani.

La tua interessante analisi collega una serie di fatti sanguinosi precedenti e successivi all’assassinio di Moro, ricostruendo una rete oscura che tenta di mettere in fila tutti i tasselli di quella che fu la Guerra Fredda nel nostro Paese. A quali conclusioni sei giunto?

Moro ha pagato il prezzo più alto per aver osato sfidare l’equilibrio che si era creato dopo la Seconda Guerra Mondiale in cui all’Italia –considerato Paese sconfitto- era stato destinato un ruolo subalterno e a sovranità limitata. Dalle macerie in cui il Fascismo e Mussolini avevano trascinata l’Italia, il Paese ha saputo risorgere entrando nel gruppo delle potenze economiche planetarie senza che venissero rimossi i limiti imposti al Belpaese in materia di Difesa, Politica estera e pieno sviluppo della democrazia: il PCI non avrebbe dovuto mai varcare la soglia del governo. Moro, capendo che l’Italia si sarebbe definitivamente emancipata solo aprendo le porte della “stanza dei bottoni” ai comunisti italiani, rischiò il tutto per tutto e per questo venne ucciso. Certo, i colpi che l’hanno trafitto sono stati esplosi da uomini delle Brigate Rosse, ma chi ha permesso che lui venisse rapito e ucciso non erano né in via Fani né in via Caetani. Basti pensare che nonostante fosse da tempo e pubblicamente indicato come un bersaglio, che le Br avevano sparato e ucciso molte volte prima di lui, gli è stata negata l’auto blindata che avrebbe salvato la sua vita e quella degli agenti della sua scorta.

Quando si raccontano fatti di cronaca ancora tanto sentiti, la condivisione e la divulgazione del proprio lavoro è un aspetto importante tanto quanto la fase di ricerca e di stesura del testo. Svelaci un episodio, un aneddoto, una storia che in questi mesi di presentazioni al pubblico è rimasta particolarmente impressa nel tuo cuore di professionista e di uomo.

Molti sono gli episodi che hanno segnato questo libro e affondano le radici in un lavoro di studio e di ricerca di una dozzina d’anni. Tra gli elementi che ricordo ci sono sicuramente le pesanti minacce ricevute da uno dei brigatisti condannati per il sequestro e l’uccisione di Moro perché avevo avuto la sfrontatezza di ricordargli che esistono agli atti dei diversi processi elementi tali da far supporre che dietro alle Br vi fosse un clima di complicità da parte di servizi segreti, nazionali e internazionali, deviati e non. Oramai è ben chiaro come, dove e quando le Br sono state non-ostacolate, non-disturbate, non-fermate, nella loro “strategia di attacco al cuore dello Stato” che aveva nel rapimento di Moro non tanto lo sviluppo di una “geometrica potenza”, quanto una chiara politica di eliminazione di uno scomodo politico. Infatti dopo il 9 maggio del 1978 non c’è stata la rivoluzione ma una pesante sconfitta del movimento operaio, del Partito Comunista e la vittoria di un blocco conservatore che ha dominato per quasi tre lustri l’Italia e che ha avuto nel Caf –il patto Craxi-Andreotti-Forlani- la sua espressione più autoritaria.



Prima come inviato della trasmissione “Chi l’ha visto?”, poi come autore, ti sei sempre occupato di casi di cronaca nera con profondità e delicatezza. Secondo la tua esperienza come sarebbe più corretto approcciarsi a queste storie per far sì che anche l’opinione pubblica possa dare il proprio catartico contributo alla risoluzione dei casi? Dai un suggerimento a un giovane giornalista che voglia seguire le tue orme.

Quando ci sia avvia sul sentiero del giornalismo investigativo bisogna abbandonare due suggestioni, sia quella “complottista” che vede dietro ogni evento una oscura manovra di poteri occulti, sia quella “integrata” per cui la realtà, la verità storica, non hanno mai delle spiegazioni che non siano le versioni ufficiali delle autorità. Si deve evitare di credere che la tragedia dell’11 settembre 2001 sia frutto di un disegno dei servizi segreti americani e che un aereo non è mai caduto sul Pentagono o che la morte di John Kennedy sia stata opera del solo Lee Oswald. Non possiamo credere che noi siamo controllati da microchip installati sottopelle, che i vaccini provochino l’autismo e che Totò Riina non sapesse che esistesse una organizzazione criminale chiamata mafia. Il bravo giornalista che vuole indagare la realtà –non solo la cronaca nera- deve partire dai fatti, controllare e verificare il proprio lavoro, evitare facili suggestioni e opinioni ritenute valide solo perché sostenute da molti. In una epoca in cui dominano le fake-news e ogni possessore di smartphone è convinto di essere un esperto tuttologo solo perché ha accesso a Internet questo lavoro è particolarmente difficile. Per quanto possibile il giornalista deve andare sul campo, lasciare il mouse e usare le proprie gambe. Non ricordo un solo caso di cui mi sono occupato in cui non abbia scoperto qualche novità, qualche rivelazione, qualche risvolto nascosto, andando a verificare sul luogo del delitto, della tragedia, dell’avvenimento.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Altri libri, una pièce teatrale, e progetti per la Tv e la Rete. Il Paese attraversa un momento molto difficile, c’è il rischio di un enorme passo indietro dal punto di vista economico, sociale, dei diritti civili e della stessa democrazia, provare a raccontare quello che accade senza qualcuno ti detti cosa scrivere è un impegno a cui non voglio venire meno. Anche se questo ha un alto prezzo da pagare. Nel mio lavoro non dimentico mai quel detto anglosassone che ricorda al giornalista che per lui la notizia è come il denaro per un impiegato di banca: non deve mai dimenticare che sta maneggiando qualcosa che non gli appartiene.


www.pinonazio.it

mercoledì 31 ottobre 2018

C’era una volta… “Zombi”



C’era una volta un Mondo in cui non c’è più posto all’Inferno e i morti camminano sulla Terra. Lo dice Peter, uno dei protagonisti di questa storia che non è solo un ‘incubo a occhi aperti’ impresso su pellicola per generazioni di spettatori, ma anche un vero e proprio manifesto politico per il suo creatore. Si tratta di “Zombi. Dawn of the dead”, il capolavoro di George A. Romero, regista tra i più amati del genere horror scomparso poco più di un anno fa, che con questo film ha proseguito il filone nato con “La notte dei morti viventi” in modo totalmente indipendente e ha dato inizio a un genere che, nel corso degli anni, ha subito numerose contaminazioni, innalzando gli zombi e icone in tutto e per tutto paragonabili ai mostri e agli assassini che da sempre popolano i nostri schermi.


La vicenda si apre in una Terra ormai invasa dai morti viventi che, in un contagio che sembra senza fine, continuano a cibarsi dei vivi, distruggendo intere città. Mentre i media faticano a raccontare il fenomeno, cercando di barcamenarsi tra le esigenze della scienza, totalmente impreparata alla sperimentazione di una cura, e le necessità della tradizione che fatica a vedere nei morti qualcosa di differente dagli esseri che erano in vita, Jane, una giovane assistente in uno studio televisivo incinta di poche settimane, e il suo compagno Stephen, pilota di elicottero, organizzano la fuga, in cerca di un posto sicuro, lontano dagli zombi. A loro si uniscono Roger e Peter, due membri della squadra SWAT, stufi di come l’esercito e la legge marziale stiano affrontando la situazione a Philadelphia. Dopo una notte passata a sorvolare le campagne in elicottero, i quattro, a corto di carburante, sono costretti ad atterrare e decidono di barricarsi all’interno di un grande centro commerciale in cui gli zombi, ripetendo ciò che facevano in vita, continuano a tornare, distruggendo tutto ciò che gli si para davanti. Allettati dalla possibilità di rifugiarsi all’interno del supermercato con provviste e ogni genere di confort, Jane, Stephen, Roger e Peter iniziano una vera e propria opera di “bonifica”, riuscendo, per un po’ di tempo, a recuperare un’apparente normalità, ma la lotta per la sopravvivenza è appena cominciata e i quattro amici si ritroveranno a difendere strenuamente il loro territorio, non solo dagli zombi affamati.


Visionaria e a tratti trascendente, questa pellicola è ben più di un cult del genere horror: è una metafora culturale che critica aspramente il consumismo, il capitalismo e la mancanza di valori che hanno caratterizzato gli Stati Uniti e quindi il mondo occidentale per buona parte della seconda metà del secolo scorso. Ma come è nato questo film? Qual è la storia nella storia che ne accompagna l’idea e la lavorazione, fino al prodotto finito, uscito nelle sale?


Tutto ebbe inizio alla fine degli anni Settanta a New York quando, durante una cena, il regista italiano Dario Argento, reduce dal successo del suo debutto, propose a un George Romero un po’ ‘sottotono’ di collaborare, realizzando un film insieme per ritrovare il talento ribelle e indipendente che aveva contraddistinto Romero fin dal principio. La chimica fra i due registi fu immediata e Romero, che aveva intenzione di lavorare a un nuovo capitolo di quella che, negli anni successivi, sarebbe diventata la saga di zombi più prolifica e di successo di tutti i tempi, volò a Roma e scrisse la sceneggiatura di “Zombi”. Le riprese di svolsero nei mesi successivi vicino Pittsburgh, città cara a Romero, al “Monroeville Mall”, un grande centro commerciale di una zona residenziale e le troupe lavoravano esclusivamente di notte, quando il centro era chiuso al pubblico. Il ruolo di Dario Argento come co-produttore e, in un certo senso, ispiratore per un incontenibile e nuovamente entusiasta Romero, fu determinante, visto che, una volta finite le riprese, fu lo stesso Argento a montare la versione del film che fu messa in commercio in Europa.  Anche se inizialmente Romero fece uscire negli Stati Uniti una versione diversa della pellicola, molto più lunga e senza neppure sottoporla alla censura, finì con l’affezionarsi al montaggio proposto dal collega italiano e arricchito dalle incalzanti musiche dei Goblin, molto apprezzate anche da Tom “Doctor Splatter” Savini che, oltre a interpretare un ruolo nel film, ne curò i sorprendenti effetti speciali.


Per entrare ancor di più nei retroscena di questa storia nella storia abbiamo chiesto a Enrico Luceri, giallista e scrittore, ma anche critico e profondo conoscitore della filmografia di Dario Argento e, in generale, del thrilling italiano e non solo, di raccontarci qualcosa di più sulla lavorazione di questo film e in particolare sul ruolo di Dario Argento stesso nelle fasi della lavorazione, del montaggio e della promozione per il pubblico europeo.
“Dario Argento ha fornito un sostegno e un contributo determinante alla realizzazione del film “Zombi” di George Romero,” ci ha confermato immediatamente Enrico Luceri.  “Argento aveva visto “La notte dei morti viventi” alla fine degli anni ’60, quando fu proiettato in Italia, e di nuovo in un cineclub romano qualche anno dopo, coinvolto da un amico e collaboratore storico come il regista Luigi Cozzi. Ricavò da quella visione la stessa potente impressione della prima volta.
Nella seconda metà degli Anni ’70 del secolo scorso, mentre “Suspiria” riscuoteva un unanime successo di pubblico e critica, il Maestro italiano del thrilling seguì la distribuzione negli Stati Uniti del suo precedente capolavoro, “Profondo rosso”, insieme al fratello Claudio e al produttore Alfredo Cuomo. Quest’ultimo era molto amico di Richard P. Rubinstein, che collaborava con Romero, il quale favorì l’incontro fra i due registi. Per una singolare e fortunata combinazione, la tv via cavo trasmise “L’uccello dalla piume di cristallo” proprio la sera in cui Argento era stato invitato a cena a casa di Romero. Entusiasmato dalla visione, Rubinstein propose a Romero di girare un film insieme al collega italiano, una sfida che ambedue accettarono sebbene consapevoli delle difficoltà realizzative che il progetto avrebbe comportato.
In quel periodo Romero era sconfortato dai risultati deludenti dei suoi film più recenti, ma la frequentazione, lo scambio di idee e suggerimenti, l’incoraggiamento di Dario Argento riuscirono a scuoterlo e a rinnovarne l’ispirazione fantasiosa. Il regista americano sottopose a quello italiano un suo soggetto che riprendeva il tema degli zombi, e insieme decisero di scriverne la sceneggiatura.
George Romero e Dario Argento si divisero quindi il compito di trovare i finanziamenti, l’uno in America e l’altro in Europa.
Il regista italiano ricorda anche la singolare capacità di Romero di coniugare il rigore realizzativo tipicamente americano, basato su una storyboard precisa e curata, con la libertà espressiva del cineasta indipendente, che lasciava un certo spazio all’improvvisazione. Oltre al carisma di Romero, un vero trascinatore e motivatore della troupe, e al suo carattere generoso e politicamente corretto che lo spingeva a reclutare alcuni suoi collaboratori fra persone discriminate per i motivi più vari.
Insieme alla sceneggiatura e alla produzione, Dario Argento curò con la proverbiale limpidezza ed efficacia anche la colonna sonora, alla quale collaborò personalmente dopo aver coinvolto i Goblin, reduci dal successo sconfinato di “Profondo rosso”.
Questa fu dunque la genesi di “Zombi”, e anche della sincera amicizia fra due personalità così singolari e creative come quelle dei due riconosciuti creatori di altrettanti generi cinematografici: il thrilling all’italiana e la saga dei “morti viventi”.
Fu la prima esperienza diretta di Dario Argento come produttore in prima persona, ed è ricordata da lui con la soddisfazione di aver contribuito a realizzare un capolavoro, tuttora molto popolare”. 


Enrico Luceri ci ha raccontato anche come sono proseguiti i rapporti tra Dario Argento e George Romero nel corso delle loro reciproche carriere e delle collaborazioni che ebbero in seguito: “Allo spirare del decennio successivo, Dario Argento decise di dedicarsi all’opera di Edgar Alla Poe, dapprima con una serie televisiva a episodi, ognuno affidato a un regista internazionale, e in seguito con un documentario sulla travagliata vita dello scrittore, girato nei luoghi in cui visse. Ambedue non andarono in porto, così Dario Argento optò per un film in due parti, una diretta da lui e l’altra da Romero, tratte da altrettanti racconti del magnifico visionario di Baltimora. Il regista americano accettò con tale entusiasmo, che la coppia propose a Stephen King e John Carpenter di unirsi a loro in un magnifico quartetto del brivido. Entrambi accolsero dapprima la proposta ma in seguito si ritirarono dal progetto, così rimasero nuovamente solo Dario Argento e George Romero, e nacque “Due occhi diabolici”. Il primo diresse l’episodio tratto da “Il gatto nero”, il secondo da “La verità sul caso del signor Valdemar”. Il film è tuttora molto amato dagli ammiratori dei due registi, sebbene Romero manifestò a suo tempo qualche perplessità e non mancarono divergenze di vedute fra due spiriti così creativi e anticonvenzionali come loro, in particolare perché il montaggio fu effettuato in America e l’edizione sonora in Italia. Tuttavia, il valore del film e la rilettura del tutto personale delle tematiche e delle atmosfere di Poe restano intatti, insieme alla consapevolezza che tutto fu possibile grazie anche alla complicità e reciproca ammirazione nata durante una cena, quando scorrevano le indimenticabili sequenze del travolgente film d’esordio di Dario Argento e si posero le fondamenta di quel monumento al cinema d’autore che è “Zombi””.


Come ogni ‘figlio’ amato e allevato con tutte le cure possibili, dunque, “Zombi” ha due ‘genitori’ ugualmente amorevoli, George Romero e Dario Argento, che lo hanno reso un capolavoro di suspense e violenza, ma anche di “filosofia del cinema” che, come tutte le arti, cela profondi significati, più o meno nascosti, anche nelle pellicole più sorprendenti.
Il ‘terzo padre’ di questo film, tuttavia, è senza dubbio Tom Savini che, come già detto, oltre al ruolo di attore, curò gli effetti speciali e il trucco di tutto il film, compiendo i primi passi della sua carriera nel settore, che lo porterà a collaborare con tutti i più grandi registi horror, tra i quali lo stesso Dario Argento. Una clausola contrattuale che Savini inserisce da sempre in ogni nuovo progetto è quella di girare lui stesso, al fianco del regista, le scene in cui sono presenti i suoi effetti speciali, diventati, nel corso degli anni dei veri e propri trucchi di magia. Come ha raccontato più volte lo stesso Savini, infatti, gli effetti speciali non sono solo sangue e trucco, ma anche un vero e proprio gioco di inquadrature, luci e riflessi che rendano il falso più verosimile possibile. Mago del gore e oggi anche attore amatissimo, Savini, che ha diretto tra gli altri il remake de “La notte dei morti viventi” negli anni Novanta e ha realizzato gli effetti speciali di molti film della saga di “Venerdì 13, ha iniziato la sua carriera proprio tra i collaboratori più fedeli di Romero, che ha conosciuto quando era ancora sui banchi di scuola e col quale, fino all’ultimo, ha avuto un rapporto di stima e affetto.


Dalle radici che affondano nelle pratiche più misteriose del Voodoo, ai famelici usurpatori del nostro mondo e della nostra vita, troppo spesso fatta di sciocchi riti e convenzioni che per loro sono inutili, gli zombi di Romero hanno attraversato il terrificante immaginario di intere generazioni e hanno accompagnato il loro ‘creatore’ fino al suo ultimo respiro, continuando a ispirare ancora oggi scrittori e registi, dal cinema, alla televisione, fino al Web.
Mentre Jane, la protagonista della storia raccontata nel film, vede crescere il proprio pancione nelle settimane che trascorre barricata coi propri compagni di sventura all’interno del centro commerciale assediato da orde di morti viventi, sa che il futuro di quel figlio che, nonostante tutto, ha voluto tenere nel suo grembo, probabilmente sarà segnato dalla violenza e dal dolore di condividere la Terra con coloro per i quali non c’è più posto all’Inferno…
E vissero (?) tutti felici, contenti e in attesa della prossima storia nella storia





mercoledì 24 ottobre 2018

Massimo Blasi e Laura Zadra: indagando nella Roma Antica


Lo abbiamo lasciato in sospeso, dopo che si era cimentato con successo in un mistero legato alla morte del grande Cesare in “Quel che è di Cesare”, goWare Edizioni, e lo abbiamo ritrovato più vivido e coinvolto che mai in un’indagine che lo ha toccato nel profondo, riportando in superfice, tra l’altro, il dolore peggiore per chiunque: la perdita di un figlio che sembrava causata da una tragica fatalità, ma non lo era affatto. Si tratta di Lart, liberto imbalsamatore di cadaveri dall’Antica Roma e investigatore protagonista di “I morti non fanno festa”, Alter Ego Edizioni, il secondo volume di una serie tra le più promettenti degli ultimi anni, nata dall’estro creativo di Massimo Blasi e Laura Zadra. Nessuno come loro riesce a ricreare con tanta fluidità non solo i costumi, ma anche la mentalità di un’epoca difficile da raccontare, come quella di passaggio tra la Repubblica romana e l’Impero, in particolare attraverso la quotidianità di un uomo qualunque come Lart, semplice e geniale nello stesso tempo.
Oltre all’intreccio della storia, sorprendente e ben costruito, ciò che colpisce della sinergia di questo duo di autori è la capacità con cui sanno rivolgersi a un pubblico trasversale, coinvolgendo appassionati del giallo storico e non solo, grazie allo stile pulito e scorrevole e all’abilità di raccontare anche vicende difficili con la naturalezza e la semplicità che tutti necessiterebbero, adulti e ragazzi. La possibilità di comprendere meglio un periodo storico, infatti, si amalgama magnificamente con la trama gialla, rendendo il senso della quotidianità alla portata di tutti, senza la pedanteria degli aspetti didattici troppo evidenti.
Massimo Blasi e Laura Zadra, dunque, stanno mettendo al servizio dei lettori la loro esperienza della storia e del mistero dando vita a un personaggio sempre più a tutto tondo come Lart. L’imbalsamatore, infatti, apparentemente ai margini per la sua professione e la sua condizione di liberto, è in realtà profondamente integrato nel suo tempo e nel tessuto sociale in continua evoluzione che lo caratterizza e, a differenza di tanti investigatori della carta, colpisce per la sua umana genuinità, la stessa che, in ogni epoca e in ogni civiltà, permette a chiunque di affrontare la realtà, nel bene e nel male.


Affrontare i dolori del proprio passato non è mai semplice, neppure per il geniale Lart, liberto imbalsamatore di cadaveri e investigatore per necessità alla sua seconda avventura. Raccontateci la genesi di questo nuovo romanzo, “I morti non fanno festa”, Alter Ego Edizioni: cosa vi ha spinto a cimentarvi nuovamente con un protagonista tanto apprezzato dai vostri lettori? Cosa vi ha ispirato durante la stesura?

MASSIMO: A spingerci è stato proprio il fatto che sia piaciuto ai lettori, e non solo a noi. Lart è una persona normale, con la quale è semplicissimo identificarsi. Non è solo cervello (anzi, cellule grigie, per citare Poirot), ma ha un cuore grande e tanta umanità. Forse è proprio questo ciò che è più piaciuto di lui e che ci ha spinti a creare una seconda avventura.
L’ispirazione è ovunque: in un paesaggio, in una canzone (la musica guida nella prima stesura), in un bicchiere (Hemingway consigliava di scrivere da ubriachi e di rileggere da sobri, giusto?), in un ricordo lontano che un giorno, di colpo, riaffiora. Non credo che ci sia, dunque, una sola cosa ad averci ispirato, a parte il desiderio di raccontare una storia.
LAURA: Per quanto il primo romanzo fosse concluso e avesse una soluzione, alla fine di “Quel che è di Cesare” molti aspetti della vita e della personalità di Lart rimanevano ancora oscuri. Con questo secondo episodio molti eventi del suo passato e del suo carattere vengono chiariti e questo aiuta sicuramente il lettore a scoprire nuove sfaccettature di questo personaggio e a comprendere meglio come Lart sia diventato quello che è nel presente.
In un romanzo storico l’ispirazione viene anche dalla conoscenza dall’epoca di cui si scrive. Non solo i grandi eventi storici ma soprattutto i piccoli dettagli degli ambienti e della vita quotidiana che vengono inseriti durante la stesura. Più di una volta non è stato il particolare di costume a essere integrato per completare una scena del libro, bensì è stata la conoscenza di un’usanza particolare dell’epoca a dare lo spunto per elaborare una particolare scena. L’ispirazione può venire, quindi, non solo da quello che ci circonda oggi ma anche dalla rielaborazione di informazioni apparentemente aride che, inserite nella vita quotidiana acquistano tutt’altro spessore.

Quando e da dove nasce la vostra esigenza di scrivere? Che autori siete e quale alchimia speciale lega due penne e quattro mani? Svelateci il vostro segreto…

M.: Nel mio caso l’esigenza di scrivere nasce dal bisogno di raccontare qualcosa che mi ha toccato nel profondo, per liberarmene (spesso la fonte è il dolore). Ogni libro ha un cuore di tenebra (mi scuso per le citazioni), qualcosa che travalica la semplice vicenda narrata: è lì che si nascondono gli autori. In questo libro, in particolare, il cuore di tenebra sta nella separazione. “I morti non fanno festa” è un giallo attraversato da questo tema in tutte le sue forme, come da un fiume sotterraneo che scorre lento e inesorabile.
I segreti, per definizione, non si svelano… Ma posso dire che abbiamo compiti diversi e distinti (principalmente plot, scrittura e documentazione d’archivio), ma che la supervisione è di entrambi. Indipendentemente da chi ha fatto cosa, rivediamo entrambi tutto e ne discutiamo.
L.: Scegliere di scrivere un giallo vuol dire anche convogliare tutte le emozioni e le idee in uno schema estremamente razionale e, per certi versi, costrittivo; vuol dire ingabbiare pulsioni e sentimenti in una struttura rigorosa, costruita in modo da dirigerle e rielaborarle verso un’astratta e lucida sfida con il lettore.
Quando si lavora in due è estremamente importante la fase di preparazione del romanzo. Anche se molti dettagli (spesso imprevisti) emergono in fase di scrittura, è necessario che l’impianto della storia sia ben chiaro nella mente di entrambi molto prima di iniziare a scrivere. Specialmente in un giallo. Qui, infatti, nulla o quasi va lasciato al caso e di conseguenza molte decisioni vanno prese ben prima di iniziare a scrivere.

Conosciamo meglio Lart, il protagonista dei vostri romanzi: come lo definireste e in che modo lo state rendendo il personaggio principale di una serie di avventure? In generale come delineate i personaggi delle vostre storie e le vicende che li coinvolgono?

M.: Come ti dicevamo, Lart è un uomo normale. Non è un tipo bizzarro (pensiamo a Poirot di Agatha Christie) né un elegantone snob (il mitico Philo Vance di S. S. Van Dine) o un geniale sedentario (il Nero Wolfe di Rex Stout), ma un uomo a tutto tondo che della macchietta non ha nulla. Lart è un uomo che ama la propria famiglia, la vita che conduce, leggere e collezionare rotoli (i libri di ieri), mangiare e bere bene, stare con gli amici, le belle donne (ma rispetta sua moglie!) e, soprattutto, capire il mondo che lo circonda, un mondo attraversato dai venti burrascosi del cambiamento (siamo al tramonto della repubblica romana). È di sicuro la curiosità a muoverlo e, ahi lui!, a farlo finire nelle trame dei diabolici assassini che abbiamo creato ad hoc (di loro non si può parlare, ma meriterebbero una rubrica a parte). Lo stiamo rendendo il protagonista delle nostre avventure (anzi, delle sue!) facendone scoprire, a ogni libro, alcuni aspetti della persona. Il Lart del primo romanzo, “Quel che è di Cesare”, è lo stesso del secondo, “I morti non fanno festa”, ma in questo si apprendono nuove cose sul suo conto; così sarà nel terzo romanzo. 
Per delineare ben un personaggio basta fare come tutti gli scrittori, o quasi tutti: guardarsi attorno. La realtà è il più grande teatro di tutti i tempi e proprio in un bar, per strada, a lavoro, se si guarda con l’occhio giusto si scovano certi personaggi… Ad esempio, qualche nostro amico o famigliare si è ritrovato nei nostri romanzi. Ovviamente, si sbaglia (“ovviamente”…).
L.: Se possiamo citare un modello per Lart forse possiamo proporre il Guglielmo da Baskerville del Nome della rosa. Un uomo ben inserito nella società dell’epoca (seppure ai margini a causa del suo lavoro di libitinario) ma con una lucidità e una razionalità che gli permettono di non lasciarsi influenzare e travolgere dalle credenze e le superstizioni che accecano i suoi contemporanei.
Andando avanti con la serie, sempre di più i personaggi chiedono di essere raccontati. All’inizio si prende ispirazione dall’esterno o ci si si lascia guidare da ciò che è funzionale alla storia. Ma man mano che i personaggi vengono definiti e acquistano una propria identità, ci si sente spinti a riempire i vuoti e a renderli sempre più sfaccettati e complessi.

Coniugare il romanzo storico con il giallo richiede un minuzioso lavoro di ricerca: come mai avete scelto questo genere e in particolare la Roma Antica per l’ambientazione delle vostre storie?

M.: Io sono un esperto di storia romana e di pratiche funerarie nel mondo antico. Nasce da qui l’idea del periodo storico e anche da una constatazione: ci sono pochi romanzi ambientati nella Roma antica e, tra questi, la quasi totalità è affidata a non specialisti del periodo, purtroppo. Sono molti quelli in costume, ma si contano sulle dita di una mano quelli che oltre al costume restituiscano anche la mentalità del tempo. Credo che si possa divertire e insegnare qualcosa senza nulla togliere alla fiction, anzi. Il lavoro di ricerca è in effetti minuzioso, ma insieme sappiamo di quali testi servirci e di quali no, valutiamo le informazioni raccolte in modo critico e leggiamo le fonti antiche (che ci piace citare in esergo di ogni capitolo). Tutto questo non fa certo da sé il romanzo, ma ha un peso e sono molti i lettori che apprezzano la correttezza, che regalano il libro a ragazzi che studiano a scuola Latino e Greco (nel caso, ad esempio, di professori alla disperata ricerca di testi con cui avvicinare i ragazzi alla lettura e, magari, di far loro imparare qualcosa).
L.: Inoltre ci sono pochi romanzi ambientati specificamente negli anni dopo la morte di Cesare. Quello delle guerre civili è un periodo complesso e di conseguenza poco favorito dagli scrittori di narrativa. In più abbiamo cercato di far vedere come vivevano le classi più povere ed emarginate della società romana, uscendo per una volta dalle ville senatoriali. Questo ha comportato un lavoro di ricerca spesso complesso, soprattutto dal punto di vista topografico e archeologico, ma proprio per questo pensiamo più interessante per chi vuole avere una prospettiva un po’ diversa della Roma dell’epoca.

A cosa state lavorando attualmente? Raccontateci quali sono i vostri programmi per il futuro e quando leggeremo la prossima avventura di Lart.

M.: Attualmente stiamo lavorando alla terza indagine di Lart. La trama è definita, la ricostruzione storica meno (sarà un’impresa stavolta, ma non possiamo anticipare troppo). Quando potremo licenziare il libro non sappiamo dirlo, anche perché oltre a scrivere lavoriamo anche e il tempo latita, ahinoi. Ma contiamo di farvi leggere la terza avventura di Lart nel giro di due o tre anni. Intanto, ce ne sono ben due: che aspettate?
L.: Abbiamo da poco ultimato anche un fantasy per ragazzi, dal titolo “Clouds”. È il primo episodio di una trilogia, una storia avventurosa e romantica che speriamo di poter presentare presto ai lettori!


lunedì 22 ottobre 2018

“L’ultimo giro della notte” di Michael Connelly



Renée Ballard vive di notte. È una detective della LAPD assegnata all’ultimo spettacolo, come lo chiamano gli addetti ai lavori, il turno di notte, quello in cui accadono le cose più losche e immorali. Nata e cresciuta nelle isole Hawaii, con una passione per il mare, Renée si è laureata in giornalismo e ha un passato come giornalista di cronaca nera. Stufa di scrivere di crimini, ha deciso ben presto di viverli in prima persona, cercando di dare il suo più concreto contributo per risolverli. Tuttavia, dopo essere diventata detective, subisce un abuso dal suo superiore, il Tenente Olivas, e il suo partner di lavoro, il detective Chastain, invece di appoggiarla e testimoniare in suo favore, le volta le spalle. È così che Renée viene trasferita dalla Omicidi all’ultimo spettacolo e si ritrova a vivere il lato oscuro della notte, caso dopo caso, indagine dopo indagine, senza mai portarne una a conclusione, visto che, ogni mattina, i vari fascicoli vengono passati dai detective della notte agli investigatori delle varie sezioni che se ne occuperanno durante il giorno. Una sera come tante, tuttavia, Ballard viene colpita da due casi particolarmente crudi che, apparentemente, non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro e, disubbidendo a Jenkins, il suo nuovo partner, decide di tenerli per sé, continuando un’indagine parallela, anche se ciò comporterà fare i conti i fantasmi del proprio passato e con l’affronto che ha subito proprio mentre cercava di fare al meglio il proprio lavoro.
Inizia così “L’ultimo giro della notte” il nuovo e avvincente romanzo di Michael Connelly edito da Piemme che, a pochi giorni dall’uscita sugli scaffali delle librerie italiane, sta già infiammando il pubblico di lettori appassionati del genere.
Dopo aver trascorso buona parte della sua carriera letteraria a scrivere di detective uomini, infatti, Connelly ha fatto incursione a gamba tesa nel mondo delle investigatrici in rosa, scalando in brevissimo tempo l’immaginaria classifica delle preferenze di lettrici e lettori estremamente curiosi e delineando un personaggio convincente e godibile fin dalle prime pagine per l’intuito e la lealtà che lo contraddistinguono. La storia personale di Renée, infatti, che scorre parallelamente all’intreccio dei casi che sta tentando di risolvere, mettendosi in discussione in prima persona e correndo, tra le altre cose, numerosi pericoli, è la testimonianza narrativa di quanto ancora il mondo delle forze dell’ordine d’oltreoceano, e non solo, sia quasi completamente appannaggio del personale di sesso maschile e di come le donne, per quanto indispensabili, ancora troppo spesso di trovino in situazioni di emarginazione e compromesso. Nonostante ciò Ballard mantiene intatta la propria dignità, non rinunciando a un mestiere al quale è giunta per passione e senso del dovere e non certo per politica o per denaro.
Quando, una notte, un travestito viene trovato selvaggiamente picchiato sul lungomare della città e in un famoso locale una cameriera viene uccisa durante una sparatoria, Renée, ribelle e intuitiva, cede alla tentazione di indagare per conto suo su questi casi caratterizzati da una violenza inaudita e, nonostante le proteste del compagno di lavoro Jenkins, decide di vederci chiaro fino in fondo, a costo della sua stessa vita.
Scorrevole e travolgente, come di consueto, Connelly ha dato vita a una detective dalla personalità sfaccettata e profonda. Un’investigatrice di prim’ordine che ama la solitudine, un po’ per caso, un po’ per vocazione, e che è caratterizzata da quella che sembra un’impenetrabile armatura in grado di proteggerla da ogni cosa, permettendole di non arrendersi davanti a nulla, ma che spesso, invece di essere la sua forza, diventa la sua debolezza.
Chissà se, come già si rumoreggia, Michael Connelly ha realmente intenzione di far incontrare il detective Ballard col suo celeberrimo Harry Bosch, il personaggio più amato dai suoi lettori e protagonista di molti romanzi e serie tv. Siamo sicuri che tra due ribelli navigati del mistero come loro non potranno che essere scintille… non ci resta che attendere il prossimo imperdibile thriller.


mercoledì 10 ottobre 2018

Annalisa Giuliani: tutte le coniugazioni dell’Amore


Le imperscrutabili coniugazioni dell’amore, quelle che non si possono leggere, né imparare sui libri di grammatica; ma anche le nette differenze tra l’amore lecito, quello che è comunemente accettato dalla società, e quello proibito, che nasce in modo inaspettato e a volte colpevole. Di queste e molte altre declinazioni e sfaccettature dell’amore racconta “L’amore coniugato”, il romanzo d’esordio di Annalisa Giuliani, Ianieri Edizioni.
L’autrice, con la delicatezza del suo stile fluido e avvolgente, racconta la storia di Artemisia ed Ernesto, lei libera e innamorata, lui sposato, ma ugualmente innamorato di Artemisia, anche se incapace di prendere la decisione di dedicarsi totalmente a lei e al bambino che la ragazza, brillante avvocato, scopre di aspettare. È in balia di questo altalenante sentimento che Artemisia sceglie di uscire dalla tempesta, consacrando la sua esistenza a un amore diverso, quello per il figlio, esplorando la dedizione e il sacrificio che sua madre non era riuscita a fare per lei, vista la sua scomparsa prematura. Artemisia cambia completamente vita per risparmiare ogni sofferenza al bimbo che aspetta e si rende conto ben presto che solo sciogliendo alcuni nodi del proprio passato riuscirà a dare un futuro solido a se stessa e al figlio in arrivo, capendo che l’amore vero, proprio come l’energia più forte, non si esaurisce mai, ma si trasforma in modi inaspettati e imprevedibili.
La capacità di Annalisa Giuliani di entrare in punta di piedi nella vita dei protagonisti, quasi come se fosse una semplice spettatrice e non una narratrice profonda, demiurgo di una storia emblematica del nostro tempo, accompagna il lettore, prendendolo per mano con sottile finezza fino all’epilogo della storia che forse è solo l’inizio.
Tra passato, presente e futuro, molti personaggi sfiorano le vite di Ernesto e soprattutto di Artemisia che è riuscita a fare della capacità di prendere decisioni coraggiose la miglior coniugazione dell’amore puro e disinteressato. Quello per cui non si rinuncia mai a se stessi, pur donandosi totalmente a qualcun altro.


Le infinite varianti dell’amore senza tempo che tutto trasforma, non spegnendosi mai: è questo il principale ingrediente de “L’amore coniugato”, Ianieri Edizioni. Raccontaci la genesi di questo romanzo: cosa ti ha ispirato durante la stesura? Cosa volevi comunicare?

Il romanzo nasce un po’ per caso, dalla partecipazione a un concorso letterario per racconti brevi a Varese, il cui tema era “l’amore infedele”. Ho partecipato con il racconto: “Ernesto la coniugazione perfetta”, classificatosi poi primo. Dopo quel racconto ho continuato a scrivere racconti diversi, ma in realtà stavo scrivendo la storia di Ernesto e Artemisia e delle altre declinazioni dell’amore. Una specie di mosaico in cui ogni racconto rappresenta una tessera che incastrandosi alle altre restituisce una immagine completa. Quando scrivo non penso a messaggi da comunicare, penso semplicemente a raccontare una storia. Poi la scrittura ha questo aspetto misterioso, quasi magico, si completa con lo sguardo del lettore. Ciascuno può rintracciare una parola, una frase che sente più vicina.

Che scrittrice sei? Da dove nasce il tuo bisogno di scrivere? Segui l’ispirazione in qualunque momento della giornata o hai un metodo ben preciso al quale non puoi rinunciare?

La parola “scrittrice” la vivo come una usurpazione di titoli, a questa parola associo i grandi nomi che dominano le mie librerie. Amo scrivere, ma soprattutto amo leggere. Da quando ho imparato a leggere ho sempre avuto un libro con me. Scrivo perché sento l’urgenza, perché ho necessità di fermare pensieri, a volte basta il suono di una parola a dare l’avvio. Accade come per Enea, personaggio del libro, ascolto una parola e mi innamoro del suo suono, prima che del significato e intorno a quella parola costruisco una storia. l’ispirazione è così: avviene per caso, viene a stanarmi dalla mia pigrizia.  Non ho un metodo preciso, né un momento della giornata. So solo che quando scrivo sto bene.

Artemisia, determinata e brillante, ma anche fragile e sensibile, è una donna di oggi, nella quale è facile immedesimarsi, perché incarna sentimenti immortali. Come la definiresti? In generale come delinei i protagonisti delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

Artemisia è una donna che ama, di un amore puro e assoluto. Il suo sentire la porterà a una scelta dolorosa. È una donna che sa che l’amore in tutte le sue declinazioni, in tutte le sue coniugazioni, non è mai peccato.  È facile ritrovarsi in lei e sentirla empaticamente vicina, perché l’amore è un ri-sentimento (im)perfetto che dà forma e sostanza all’esistere.
Ogni personaggio entra nella storia con i suoi dettagli, la sua presenza, le sue parole, e poi accade che comincia a vivere nel corso della storia e a volte prende anche strade diverse da quelle immaginate.

Per saper scrivere bene occorre, certamente, leggere molto. Quali sono stati i tuoi autori di riferimento in passato e che libro c’è oggi sul tuo comodino?

Sono una lettrice compulsiva, una accumulatrice seriale di libri.  I libri mi hanno ispirato, guidato, tenuto compagnia, insieme a essi ho viaggiato, ho pianto, ho riso, ho compreso il mio sentire e quello dell’altro.  Leggere è sempre una forma di educazione sentimentale. Sono tanti gli autori che ho amato e amo. Ma se parliamo d’amore come non citare Emily Brontë, Tolstoj, Fitzgerald, Marquez… In questo momento sul comodino ho due libri “L’oscura allegrezza” di Manuela Diliberto con cui il mio “L’amore coniugato” ha condiviso la semifinale del premio John Fante. E poi “E vissero tutti feriti e contenti” di Ettore Zanca, edito da Ianieri Edizioni, romanzo che ho letto e che rileggo con grande piacere e perché a Ettore voglio bene.   

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Le storie da raccontare a volte si presentano alla tua porta senza chiedere il permesso, così inaspettatamente. C’è una storia che ha bussato alla mia porta e si è accomodata nella mia pagina bianca, la sto scrivendo e sono felice.


mercoledì 26 settembre 2018

Annarita Franza e Vincenzo Lusa: cos’è la Criminogenesi Evolutiva


Criminali si nasce o si diventa? Ecco il quesito al quale, sin dalla loro nascita, le Scienze Criminologiche hanno cercato di rispondere, ponendosi al confine tra la necessità del diritto di arginare in modo scientifico la criminalità e il desiderio di conoscere la natura più profonda dei meccanismi che portano un soggetto a delinquere, tra istinti biologici e bisogni morali e politici.
In “Criminogenesi Evolutiva”, Lo Scarabeo Editrice, gli antropologi e criminologi Annarita Franza e Vincenzo Lusa hanno spiegato come la violenza, nel corso della storia, già a partire dalle popolazioni primitive che abitarono il continente africano migliaia di anni fa, sia stata una carattere adattativo favorevole per l’uomo dal punto di vista evolutivo, che gli ha permesso non solo di adeguarsi all’ambiente circostante, ma anche di dominarlo, ponendosi in una posizione di supremazia verso gli altri esseri viventi e, quando necessario, scontrandosi coi propri simili.
Gli autori, spostando il consueto focus della Criminogenesi dal caso singolo, all’uomo come animale sociale in continua evoluzione, hanno svolto un’analisi chiara e interessante anche per i profani sia dal punto di vista storico-antropologico, sia dal punto di vista biologico-genetico, spiegando come e perchè è nato nell’uomo l’istinto a delinquere e le conseguenze che esso ha avuto nelle società civili nel corso del tempo, oltre a quelle che potrebbe avere in futuro in condizioni ignote e decisamente particolari come potrebbero essere quelle di un equipaggio spaziale.
Accanto a questi excursus, gli autori hanno raccontato alcuni casi concreti, spesso inediti o poco conosciuti, che avvalorano le loro tesi originale e innovative. L’obiettivo è quello di studiare i fenomeni criminali alla luce delle verità scientifiche inerenti la biologia e la genetica, cercando di fare in modo che anche la legge e il diritto si adeguino all’esigenza di sicurezza e giustizia sociale in un’ottica sempre più moderna e attuale.


Cosa accadrebbe se ci rendessimo conto che la violenza non è solo una manifestazione patologica, ma un vero e proprio carattere adattativo fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo? È da questo interrogativo che prende il via “Criminogenesi Evolutiva”, Lo Scarabeo Editrice, un vero e proprio viaggio tra antropologia e criminologia che guida il lettore attraverso lo studio di interessanti casi reali. Raccontateci la genesi di questo testo e dell’interessante teoria che sostiene: cosa vi siete prefissati di dimostrare?

La teoria della Criminogenesi Evolutiva considera la violenza umana in un’ottica del tutto avulsa dal quotidiano vivere, ove l’aggressività è vista solo in funzione di un procedimento penale o dei fatti di cronaca a noi purtroppo noti. La suddetta teoria considera invece la violenza in ambito evolutivo, quindi paliamo di milioni di anni, e su scale temporali così elevate, allora la visione della problematica in argomento muta completamente e quello che viene normalmente considerato un fattore infausto, come appunto è l’aggressività, in ambito evolutivo, diviene invece un fattore adattativo di natura biologica che ha permesso all’uomo di sopravvivere nei confronti di un ambiente a lui assolutamente ostile. La violenza, pertanto, può essere intesa non esclusivamente come un fattore “maladattivo”, ma anche benevolo per l’essere umano e quindi può essere anche denominato alla stregua di un “carattere” biologico. Tuttavia dobbiamo comprendere l’origine di questo carattere, come si è creato. Per cercare di giungere a un’esaustiva risposta a tale quesito, la teoria della Criminogenesi Evolutiva mette in sistema vari parametri scientifici come le mutazioni genetiche, le grandi migrazioni umane (queste ultime occorse in tempi ancestrali) e la selezione naturale. Questi parametri afferiscono alle scienze antropologiche. Altri parametri, invece, provengono dalle Scienze criminologiche, come gli studi volti a comprendere la biologia dell’encefalo del deviante o l’ambiente dove il criminale vive o è vissuto. Il tutto con il precipuo intento di chiarire se il carattere adattativo della violenza sia frutto di una possibile mutazione biologica, poi premiata dalla selezione naturale, ovvero se la violenza sia invece dovuta a una componente genetica importata da specie umane affini al sapiens e con le quali quest’ultimo, in tempi assai remoti, è venuto a contatto instaurando probabili legami di natura sessuale, tali da permettere l’importazione, nel nostro patrimonio biologico, di alcuni tratti genetici che potrebbero risultare predisponenti all’aggressività. Quanto appena descritto si è davvero verificato e studi antropologici di settore lo hanno evidenziato. Pensiamo ad esempio al cosiddetto Warrior Gene, ovvero l’allele MAOA-L, che è stato riscontrato nel patrimonio genetico di vari imputati sottoposti a processi penali per atti di natura omicidiaria e che è in grado di predisporre, in talune circostanze, i soggetti che lo possiedono a compiere atti caratterizzati da violenza efferata. Ebbene il predetto allele ha una sua storia biologica in campo evoluzionistico e nel libro ne parliamo diffusamente. Dobbiamo anche considerare i risultati che le Neuroscienze forensi hanno prodotto in questi ultimi anni dimostrando che, in un dato individuo, il possesso di certi alleli e di alcune malformazioni a livello encefalico, possono essere poste alla base, in determinate condizioni, di atti devianti caratterizzati da aggressività. Non è tutto: la teoria della Criminogenesi Evolutiva prevede altresì una possibile evoluzione-mutazione del genoma che è preposto al controllo e rilascio degli atti aggressivi nell’uomo, nell’ipotesi che il suddetto venisse a contatto con nuovi e sconosciuti ambienti. Ecco perché formuliamo un chiaro warning volto a evidenziare che appare assolutamente necessario, nell’atto di selezionare gli equipaggi delle missioni spaziali di lunga durata che siano destinate a varcare oltre l’orbita lunare (ad esempio quella dedicata al prossimo soggiorno dell’uomo su Marte), il non sottovalutare alcune malformazioni encefaliche o marcatori biologici predittivi del comportamento criminale come quelli che nel libro abbiamo rilevato.

Analizziamo meglio il termine “criminogenesi”: come si coniugano in questa teoria lo studio dell’uomo in qualità di “animale sociale”, dell’ambiente in cui egli vive e del processo evolutivo che li lega fisicamente e psichicamente?

Innanzitutto dobbiamo rilevare che in Criminologia il termine Crimongenesi è volto a definire alcune caratteristiche individuali e sociali che hanno avuto peso nella scelta delittuosa. Quindi la Criminogenesi cerca di spiegare come è nata, dove è nata e perché è nata l'idea criminale. In termini ancora più scientifici la Criminogenesi è l’interazione tra le caratteristiche psicologiche del soggetto e il suo background sociale, familiare nonché ambientale nel quale costui vive ed è vissuto, così da farlo orientare verso la deliberazione della propria scelta criminosa.
La Criminogenesi, pertanto, focalizza l’influenza reciproca esistente tra la personalità dell’individuo e l’ambiente. Esiste anche una “Criminogenesi dell’età evolutiva” che mira a comprendere quel determinato periodo della vita nel quale vengono a crearsi le trasformazioni del carattere maggiormente espressive del soggetto nei suoi primi anni di vita e che viene a esaurirsi con la raggiunta maturità della personalità dell’individuo. Noi invece, come già evidenziato, abbiamo incentrato le nostre ricerche scavando nel passato dell’Homo sapiens. Ecco perché parliamo di Criminogenesi Evolutiva: abbiamo esplorato il cespuglio evolutivo dal quale noi tutti proveniamo, esaminando altresì i comportamenti e le interrelazioni che sono venute a crearsi tra il sapiens e gli ominini a lui coevi, nonché quelli che l’evoluzione ha collocato, in un passato primordiale, sulla sua linea filogenetica. Il tutto per tentare di comprendere quale importanza abbia rivestito la genetica nel complesso puzzle dell’aggressività umana. Certo non dobbiamo dimenticare che il criminale è funzione dell’uomo con l’ambiente, giacché l’habitat influenza e può predisporre l’individuo a delinquere. Quanto detto non vale solo in senso criminologico, ma anche antropico ed evolutivo: né è la prova il fatto che non si può oggi parlare di razze, ma solo di un adattamento umano all’ambiente.

Tra i tanti casi analizzati nel testo per suffragare la vostra tesi di partenza qual è il più significativo, che è rimasto maggiormente impresso nella vostra memoria di studiosi e perché?

Particolarmente interessante è rendicontare il risultato delle ricerche portate a compimento presso il Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Firenze – Collezione di Antropologia. Il lavoro archivistico condotto sui cataloghi manoscritti ha permesso di rintracciare, e quindi ricostruire, il caso forense di Vincenzo Rosi, ultimo ghigliottinato fiorentino.
L’efferatezza del crimine compiuto, l’aver brutalmente trucidato Gaetano Del Coco, la moglie Maria Domenica in stato interessante e i due figli sprangando nottetempo la porta della loro abitazione per dargli poi fuoco, vale al Rosi l’ultima esecuzione capitale in terra toscana alle prime luci del mattino del 20 luglio del 1830.
Ulteriori ricerche condotte presso la Collezione di Antropologia hanno poi permesso di recuperare il cranio di Rosi, fino ad oggi dato per disperso dalla storiografia. Del cadavere, come di prassi inviato presso l’Arcispedale di Santa Maria Nuova, viene fatto dono al celebre antropologo Paolo Mantegazza, all’epoca Direttore del Museo Nazionale di Antropologia di Firenze, perché effettuasse una valutazione in particolare del cranio decollato. Mantegazza rubrica quindi il reperto al numero 34 del Catalogo Craniologico e ne affida l’esame all’allievo Giuseppe Amadei che conclude essere stato Rosi un delinquente «per predestinazione», ossia le radici ultime del suo comportamento violento risiedono nel corredo biologico il quale, sotto particolare stimolo ambientale di origine stressoria, porta il soggetto a compiere atti criminali di estrema violenza come l’incendio alla capanna del Vignaccio sembra mostrare. Il reperto anatomico presenta la particolarità dell’incisione ad inchiostro del cognome ROSI sulla superficie ossea, annotazione questa che conferisce ancor più importanza e rilievo a una «microstoria» che racconta sì una pagina inedita del passato fiorentino, rimarcando al contempo la straordinarietà documentaria del patrimonio museale del nostro paese, la cui eccezionalità non risiede nella mera bellezza di turistica ammirazione, bensì nel suo essere guida e viatico per la ricerca scientifica.

Dopo la fase di ricerca e di pubblicazione, che riscontri state avendo dalla divulgazione del testo? Quali sono le impressioni dei lettori, siano essi colleghi accademici o semplici appassionati? E come potrebbe cambiare concretamente lo studio e la lotta contro la criminalità alla luce di questa tesi anche a livello di prevenzione e di reinserimento del reo nella società?

Possiamo ritenerci soddisfatti del risultato fin qui raggiunto. Abbiamo cercato di divulgare “Criminogenesi Evolutiva” nella maniera più “social” possibile grazie all’apertura di pagine dedicate sui maggiori social network. Questo ci permette di mantenere un filo diretto con i nostri lettori che, informati in tempo reale sulle iniziative a sostegno della promozione del volume, non mancano di far sentire la loro attiva e interessata partecipazione agli eventi organizzati presso librerie ed istituzioni scientifiche. Anche il circolo accademico ha accolto favorevolmente l’uscita del libro, abbiamo infatti ricevuto le congratulazioni di Adrian Raine, docente statunitense e pioniere nella ricerca sul neuro-crimine e sulle applicazioni della genetica comportamentale in ambito forense e giudiziario.
Il nostro studio è un warning per il legislatore affinché comprenda che la norma penale si fonda essenzialmente sulla valutazione di un determinato comportamento illecito. Quest’ultimo non è figlio di una sterile legge, bensì di un comportamento umano. È quindi l’uomo il fulcro del processo penale e non la norma, e il soggetto umano è e rimane un organismo biologicamente complesso frutto di un’evoluzione durata milioni di anni e che forse non ha ancora visto la sua conclusione. La norma penale, in futuro, dovrà necessariamente tenere conto della genetica comportamentale, degli studi nati dall’antropologia criminale e delle neuroscienze di stampo forense, se si vorrà davvero prevenire il crimine, ma anche e soprattutto ottenere un giusto processo. Articoli del codice penale volti alla comprensione della capacità di intendere e di volere, alla luce degli studi di settore, dovranno subire prima o poi un inevitabile restyling, altrimenti rischiamo di avere apparati codicistici assolutamente anacronistici.
Ecco perché Diritto penale e Scienza dovranno andare sempre più a braccetto. Questo vale anche per valutare il profiling criminologico di un soggetto che sia dichiarato pericoloso sociale e un suo eventuale reinserimento nel tessuto sociale.    

A cosa state lavorando attualmente? Raccontateci quali sono i vostri programmi per il futuro.

Ci muoviamo su diversi campi scientifici come l’intersessualità e le devianze a essa collegate, i rapporti che sussistono tra violenza ed evoluzione e i nessi che intercorrono fra scienze forensi ed esplorazione spaziale, un campo, permetteteci il gioco di parole, ancora tutto da esplorare!