mercoledì 6 dicembre 2017

Tre buone ragioni per… non mettersi a dieta prima delle Feste


Alzi la mano chi, in vista degli stravizi delle Feste, ha iniziato a mangiare solo insalatina già da una settimana… ok, abbassate le mani! Non siamo nessuno per dirvi come, quando e perché mettervi a dieta, perché è sempre necessario consultare un professionista dietologo o nutrizionista, ma possiamo dirvi perché le diete improvvisate prima di pranzi e cenoni possono solo essere controproducenti e, talvolta, pericolose.
Per non correre rischi prima delle Feste, infatti, non è necessario seguire una dieta ferrea, nel senso comune del termine, ma solo un regime alimentare più accorto: non occorre dimagrire prima per potersi ‘abbuffare’ dopo, ma solo fare attenzione a non eccedere in entrambi i casi, per non appesantirsi. L’alimentazione equilibrata è decisamente una cosa seria, a prescindere dal vostro stile di vita e dalla vostra ‘filosofia’ alimentare. Ecco, dunque, le nostre tre buone ragioni per non mettersi a dieta prima delle Feste.

1.      Digiunare non brucia i grassi. È comprensibile che l’insalatina di oggi, vi farà sentire meno in colpa per il cotechino di domani, ma è bene non illudersi: digiunare prima dei cenoni delle Feste non brucia preventivamente i grassi dei bagordi natalizi.

2.      Diete last second? No grazie! Improvvisare una settimana di pane, acqua e riso in bianco prima del cenone di Capodanno è quanto di più sbagliato si possa fare. Non dimenticate che, anche se si desidera seguire un regime alimentare ipocalorico per qualche tempo, le diete squilibrate sono dannose e pericolose per l’organismo.

3.      Sì a più movimento e più attenzione alle quantità. Se proprio volete disintossicarvi e depurarvi prima di panettoni e pandori, mangiate di meno, ma un po’ di tutto, bevete più acqua possibile e cercate di fare più movimento del solito: anche semplicemente una bella passeggiata alla ricerca dei regali di Natale farà al caso vostro.

mercoledì 29 novembre 2017

“Il buio oltre la valle”: Tonino Ruggiero presenta il suo libro sulla scomparsa del padre, Zio Peppuccio


Il prossimo 2 dicembre, alle ore 10:30, presso la sala polifunzionale del Comune di Coreno Ausonio, in provincia di Frosinone, verrà presentato al pubblico “Il buio oltre la valle”, Caramanica Editore, il libro che cerca di far luce sulla scomparsa di Giuseppe Ruggiero, detto zio Peppuccio, avvenuta il 15 maggio 2011 proprio dalle colline che circondano il paese. Questo testo è stato scritto dal figlio di zio Peppuccio, Tonino Ruggiero, Vicepresidente dell’Associazione Penelope Lazio Onlus, da sempre impegnata nel sostegno alle famiglie degli scomparsi italiani.
Il 2 dicembre saranno trascorsi 2.392 giorni dalla scomparsa di zio Peppuccio. Tonino Ruggiero tiene aggiornato questo triste conto ogni giorno sulla pagina Facebook creata per tenere alta l’attenzione su questa inspiegabile scomparsa, nella speranza che nessuno si dimentichi di suo padre. È proprio per questo motivo che ha deciso di scrivere personalmente un libro che facesse il punto sulle indagini e sulle vicende che, in questi anni, hanno caratterizzato questo mistero, convinto che tutti noi possiamo aiutarlo a “scrivere l’ultimo capitolo” di questa storia dolorosa, proprio come scrive Federica Sciarelli nella prefazione al testo. La conduttrice di “Chi l’ha visto?”, lo storico programma televisivo dedicato alla ricerca di persone scomparse, non è l’unica ad aver partecipato alla creazione di questo libro. Ciò che colpisce, oltre alla scrupolosa e sentita, ma lucida ricostruzione dei fatti effettuata da Tonino Ruggiero, con tanto di foto e cartine della zona, è il gran numero di esperti e amici che hanno voluto contribuire alla stesura del testo con la loro testimonianza di partecipazione a questi anni di ricerca. A partire dal Sindaco di Coreno, fino alle numerose Associazioni che hanno partecipato alle ricerche di zio Peppuccio, passando per tutti i professionisti, avvocati e giornalisti, che si sono occupati della vicenda: tutti hanno voluto contribuire al grido lanciato da Tonino Ruggiero attraverso queste pagine apparentemente mute, ma che pesano sulla coscienza di ciascuno di noi, riaprendo la ferita mai rimarginata che riguarda le persone scomparse nel nostro Paese, in particolare quando si tratta di anziani, troppo spesso e troppo superficialmente dimenticati.
Di seguito c’è il testo integrale della lettera che Tonino Ruggiero ci ha inviato per invitare tutti i nostri lettori alla presentazione del 2 dicembre prossimo a Coreno, facendo della sua scrittura uno strumento di riflessione e condivisione:



Coreno Ausonio, 26/11/2017
Cara Alessandra,
scrivo di seguito una lettera a tutti i lettori del Blog “Fatti i fatti tuoi!” che probabilmente ricordano la storia di mio padre che abbiamo raccontato insieme qualche anno fa, per invitarli a leggere “Il buio oltre la valle”, il libro che ho scritto per tenere alta l’attenzione su questa scoparsa
Sono Antonio Ruggiero, Tonino per gli amici, figlio di Giuseppe Ruggiero, detto Zio Peppuccio - ottantatré anni all’epoca della scomparsa - avvenuta in mezzo alla gente sulla collina di Vallauria in Coreno Ausonio (FR) il 15 maggio 2011.
Sono nato e vivo in questo paese di 1.700 anime, e, in seguito alla sparizione di mio padre, mi sono dedicato esclusivamente a cercarlo (trascurando gli affetti familiari, il lavoro e non solo), non riuscendo più a fare le cose di prima.
Attualmente ricopro la carica di vicepresidente di Penelope Lazio ONLUS, un’Associazione composta dai familiari e amici delle persone scomparse, per continuare a cercare ancora mio padre, rappresentare chi non ha più voce e quelli che “restano”.
Fino a poco tempo fa acquisivo questa forza assistendo al quotidiano soffrire di mia madre ma ora lei non c’è più: dopo sei anni di dolore, il 26 maggio scorso è morta di crepacuore.
Adesso, per continuare ancora a cercare mio padre, riesco a trovare le motivazioni pensando alle sue sofferenze patite in questi lunghi anni e ho la consolazione che, al contrario di suo marito, almeno lei ora riposi in pace.
Mio padre sta subendo l’ingiustizia più grande: quella di trovarsi abbandonato al suo destino, con l’aggravante, per me, che diventa sempre più difficile parlare della sua scomparsa quando faccio riferimento alla sua età!
Da quando la faccenda di questo nonno di ottantatré anni fu archiviata in fretta e furia, mi sono convinto che l’anziano non ha pari dignità a un qualsiasi altro cittadino, perché la sua questione non interessava più di tanto le istituzioni preposte che demandano al tempo che passa la risoluzione di questo problema.
Vedendo allora che più passava il tempo e più questa vicenda stava scivolando nell'oblio, mi dissi che questa storia non poteva finire cosi, e c’era anche l’urgenza di preservare la memoria dell’accaduto.
Non sia mai, mi sono detto, che dovesse capitare che quello che e successo fosse rimosso: sarebbe come ammettere che niente è mai accaduto.
E quindi, per continuare a cercare ancora mio padre, in un mondo dove gli anziani sono abbandonati negli ospizi - quando tutto va bene – e in alcuni casi alla mercé di personale medico e paramedico incompetente, mi sono improvvisato anche scrittore, io che non sono un letterato e ho ottenuto uno straccio di diploma trentasette anni fa!
E fu così, che durante le notti insonni ho incominciato a scrivere qualcosa, mettendo agli atti, nero su bianco, tutto ciò che riguardasse mio padre dal giorno della scomparsa fino a oggi.
Ho cercato di esporre i fatti in forma coerente nel loro giusto ordine (in modo che non appaiano scollegati e perdano la loro valenza di prova), cristallizzando ogni particolare riconducibile agli avvenimenti di questi sei anni trascorsi.
Ho elencando le realtà oggettive e le criticità riscontrate durante l’attività di ricerca, corredando il tutto con mappe e cartine geografiche, che ho preparato in modo scientifico per l’occasione.
Ho documentato scrupolosamente tutto l’accaduto e la psicologia di mio padre: cosa non fatta (come ci avevano fatto credere) dagli organi competenti.
E, affinché questo mio scritto attestasse in modo immutabile e chiarissimo la mia esposizione dei fatti, ho accluso al libro cento foto, quaranta copie di articoli di giornali (pubblicati sui quotidiani e settimanali che garantiscono quello che asserisco) e tutti i duplicati di Atti ufficiali, più un album a colori a fine testo.
Come figlio di una persona scomparsa ancora da ricercare, nella prima parte del libro ho messo in risalto la vicenda di mio padre, cercando di far conoscere chi era questo cittadino italiano nella vita di tutti i giorni. Nella seconda parte, invece, come vicepresidente di Penelope Lazio, mostro il dramma sottaciuto e nascosto di tanti familiari di scomparsi.
Spero che chiunque legga questo testo possa entrare nel merito dei dettagli storici della vicenda e incontrare la sua “anima” - perché questo libro ha “un’anima” – per poter comprendere che questi fatti non sono importanti solo per me, perché ciascuno purtroppo potrebbe trovarsi al mio posto.
La mia segreta speranza è quella di riuscire a suscitare nuovamente interesse verso l’accaduto e che la giustizia si ravveda e faccia il suo corso!
Tutto questo ora è diventato un libro dal titolo emblematico: IL BUIO OLTRE LA VALLE, Il mistero della scomparsa di Giuseppe Ruggiero detto zio Peppuccio, con prefazione di Federica Sciarelli, conduttrice della trasmissione televisiva di “Chi l’ha Visto?” Giornalista e Scrittrice, a cui noi familiari di scomparsi siamo molto legati.
Il libro, con la presenza della stessa Federica Sciarelli e la coordinazione dallo scrittore Pino Nazio, sarà presentato alla società civile Italiana e alle Istituzioni nella sala polifunzionale del Comune di Coreno Ausonio (FR) il 2 dicembre prossimo alle ore 10.30 (nel giorno del novantesimo compleanno di mio padre), con l’Associazione Penelope Lazio e il patrocinio dell’Amministrazione Comunale.
È fondamentale, che questa vergogna sia conosciuta da più persone possibili e che il libro, portando all’attenzione di tutti i media dell’informazione questa storia, serva a far riqualificare i fatti accaduti e a giungere alla riapertura del fascicolo ormai archiviato.
Questo è propedeutico, affinché mio padre sia ancora ricercato e ritrovato, senza obiettare che in mancanza di “nuovi elementi” tutto debba finire così.
Nel libro dimostro che i nuovi elementi ci sono, perché ci sono sempre stati fin da quando questa vicenda è iniziata, ma sono stati trascurati e non presi nella giusta considerazione.
Questo volume adesso è la sola arma che mi resta per continuare questa battaglia, cosciente che un libro su una persona scomparsa potrebbe non interessare a nessuno. Ma mi resta solo questa strada da percorrere e la determinazione a continuare cercare mio padre!

Il figlio dello scomparso Giuseppe Ruggiero, detto Zio Peppuccio, nonché vicepresidente di Penelope Lazio o.n.l.u.s, Associazione territoriale delle Famiglie e degli Amici delle Persone Scomparse.
Tonino Ruggiero


Alla presentazione di sabato, oltre allo stesso Tonino Ruggiero, prenderanno parte anche Federica Sciarelli, il giornalista Pino Nazio, che si è occupato sin dall’inizio della scomparsa di zio Peppuccio, il giornalista Marcello Caliman, il Presidente di Penelope Lazio Andrea Mario Ferraris e il Sindaco di Coreno Ausonio Domenico Corte. Assieme a loro ci saranno anche molti familiari di scomparsi italiani che saranno tra il pubblico a sostenere la famiglia Ruggiero e ad augurare buon compleanno a zio Peppuccio che, proprio il 2 dicembre, compie 90 anni, laggiù, nella Terra degli scomparsi.


www.ziopeppucciodovesei.it



mercoledì 22 novembre 2017

“Una finestra sul noir”: Marco Frilli raccontato dai suoi autori


“In un’epoca di profondissima crisi culturale da cui è scaturita la crisi economica e non viceversa, l’editore può diventare un baluardo contro la barbarie creando cenacoli attorno ai quali possono trovare voce gli intellettuali oggi dispersi in desolate solitudini. Si parla del “tradimento dei chierici” da anni silenti e sempre meno punto di riferimento per la gente. Ebbene, gli editori possono essere un primo coagulo di resistenza nel vuoto che minaccia di aspirarci. Fare gli editori al giorno d’oggi, mettendo la qualità delle opere al primo posto, significa portare sempre linfa vitale e voci nuove alla letteratura, senza farsi fuorviare dalle mafie culturali che la affossano con premi che spesso erigono a capolavori libri meno che mediocri e promuovono gli adepti nell’osceno circuito dei talk show televisivi”.
A risponderci così quando gli abbiamo chiesto quale potrebbe essere il ruolo degli editori di oggi circa la tutela e la promozione della nostra cultura, della nostra lingua e quindi della profondità e della ricchezza dei nostri libri, è stato l’autore Valerio Varesi. È stato proprio lui, infatti, in virtù della stima che lo lega a Carlo e Giacomo Frilli, a firmare la prefazione all’antologia “Una finestra sul noir”, la raccolta di racconti dedicata alla memoria dell’editore Marco Frilli, fondatore della Fratelli Frilli Editori, celebrato in quest’opera da oltre quarantacinque tra gli autori della sua Casa Editrice.



Dopo avervi raccontato la genesi di questa prima antologia, uscita a circa un anno di distanza dalla prematura scomparsa di Marco Frilli, attraverso le parole dello stesso Carlo Frilli, abbiamo voluto approfondire ancor di più come è nato questo progetto, che si rinnoverà ogni anno, dando voce non solo a Valerio Varesi, ma anche ad alcuni tra gli autori che hanno contribuito a comporre questo caleidoscopico libro dalle mille sfaccettature.
Il rapporto tra autore ed editore è una relazione difficile da raccontare, spesso fatta di compromessi e delicati equilibri. Ma come nascono e si consolidano questi legami? Abbiamo chiesto a Valerio Varesi quali sensazioni abbiano suscitato in lui Carlo e Giacomo Frilli quando gli hanno parlato di questo omaggio editoriale fatto da quasi quaranta autori a Marco Frilli, un editore di cui, evidentemente, si percepisce la nostalgia, e lui ci ha risposto in questo modo: “Carlo e Giacomo Frilli hanno saputo instaurare un rapporto professionale e umano con i loro autori, tale da creare un legame molto forte. Non ho mai pubblicato con Frilli, ma dall’esterno ho percepito questo attaccamento tramite le parole di stima che ho sentito. L’equilibrio nel rapporto tra autore ed editore non è facile. Il primo crede sempre che il proprio libro sia il migliore e addebita spesso all’editore la pigrizia nel promuoverlo. Il secondo si aspetta che il libro abbia successo perché rischia soldi suoi e rigetta sullo scrittore la stessa colpa. Queste differenti aspettative il più delle volte generano incomprensioni, insoddisfazioni e anche astio”.



Per comprendere al meglio il significato più profondo di questo omaggio a ricordo di Marco Frilli ci siamo rivolti ai suoi autori che con tanto entusiasmo hanno risposto all’iniziativa, come lo stesso Carlo Frilli ci ha raccontato. Ogni autore che ha partecipato all’antologia “Una finestra sul noir” ha cercato di immaginare l’incontro tra il proprio personaggio letterario e lo stesso Marco Frilli, cristallizzando così, per sempre, la sua figura tra le pagine di un libro, oltre che nei cuori di chiunque lo abbia conosciuto. Tra le quasi quaranta firme Frilli che hanno partecipato a questa raccolta Maria Masella, Maria Teresa Valle, Alessandro Reali, Gino Marchitelli e Armando D’Amaro, che è anche il curatore dell’opera, hanno risposto alle nostre domande circa il loro rapporto con Marco Frilli e la Casa Editrice, raccontandoci, in modo inedito, storie di stima reciproca, coraggio, impegno e professionalità, come i cardini indispensabili su cui costruire una sana collaborazione tra autore ed editore. A tutti abbiamo rivolto domande che miravano a investigare come si costruisce, libro dopo libro, un equilibrio stabile e duraturo tra autore ed editore, due ruoli solo apparentemente caratterizzati da interessi contrastanti, visto che sono destinati a raggiungere il successo solo collaborando. Il rapporto tra Marco Frilli e i suoi autori, quindi, diventa esempio e paradigma per comprendere meglio queste dinamiche editoriali spesso sconosciute al pubblico dei lettori che non sanno il lavoro che c’è dietro la creazione dei loro libri preferiti.
Le domande rivolte agli autori che hanno fatto da portavoce hanno riguardato i loro primi contatti con la Fratelli Frilli Editori, i loro ricordi più vividi di Marco Frilli e la genesi dei racconti da loro ideati per “Una finestra sul noir”. Il trasporto che traspare dalle loro risposte è la migliore testimonianza della passione e dell’impegno che fanno da fondamenta a questa antologia e a tutti i libri targati Fratelli Frilli Editori.




Era l’estate del 2001, avevo già pubblicato un giallo con un piccolissimo editore e ne avevo scritto un altro più corposo. Quando ho letto che c’era un nuovo editore genovese che stava pubblicando gialli di ambientazione locale, mi sono detta: “Perché non provare a portargli il mio?”. Ho cercato l’indirizzo e ho scoperto che era vicinissimo a casa mia, anzi a metà strada fra casa e stabilimento balneare! Ho telefonato, ho preso una specie di appuntamento, ho stampato il file e sono andata con il mio pacco di A4. Il libro era “Camelie” che sarebbe diventato “Morte a domicilio”, il numero 6 della collana ‘giallo pantone’. È stato Marco a scegliere il titolo e anche la copertina.
Ho talmente tanti ricordi legati a Marco, perché era un rito passare in casa editrice anche solo per due chiacchiere a raccontargli cosa avevo in mente. Ne scelgo due: il primo e l’ultimo. Quando l’ho incontrato per la prima volta ero abbastanza imbarazzata, temevo di fare la figura della sciocca presuntuosa. Dopo dieci minuti eravamo al tu e fumavamo la prima di tante sigarette insieme. L’ultimo? Era già malato quando mi ha chiesto un Mariani veloce per la prima volta: “Ancora uno, bella gnocca.” A volte lo chiamavo “ragazzino” perché era più giovane di me, altre “Marcuzzo”. Quel giorno gli ho detto: “Sì, ragazzino.” Li ho scritti con il cuore in gola quei racconti e sono riuscita a farglieli leggere. E per quella raccolta ho chiesto la dedica “A Marco”.
Non posso anticiparvi nulla del racconto che ho scritto per l’antologia. Del resto non si svela la trama di una storia noir, neppure sotto tortura! Vi basti sapere che Mariani è in crisi (la storia si colloca fra “Il Cartomante di via Venti” e “Giorni contati”, quando Antonio e Francesca vivono separati) e certi incontri casuali in una spiaggetta di Quinto diventano per lui un momento di tregua, anche di speranza. L’aspetto indagine è secondario, in primo piano c’è il rapporto fra due persone che, con poche parole, si capiscono. Con Marco non ho mai avuto bisogno di tanti discorsi. E davvero a Quinto l’ho incontrato più volte con la sua Lilla.



Conoscevo le pubblicazioni della Frilli e sapevo che avevano una predilezione particolare per i noir con forti connotati di localizzazione. Mi piacevano molto i libri che pubblicavano e sono entrata in contatto con loro prima come lettrice, che come autrice. Ho cominciato a scrivere molto tardi, dopo il pensionamento, dopo una carriera di biologa che mi ha dato grandi soddisfazioni. Leggere e scrivere è sempre stata una passione e ho realizzato il primo noir per divertimento. L'ho mandato a Marco, seguendo esattamente i consigli della casa editrice per l'invio dei manoscritti, insieme a una lettera in cui lo pregavo di mandarmi in ogni caso due righe, eventualmente per dirmi che il mio manoscritto era una schifezza, solo per mettermi l'anima in pace e non scocciare altri editori. Avrei continuato a scrivere per il mio piacere e basta. Dopo quindici giorni mi arrivò una e-mail in cui Marco mi scriveva che il manoscritto gli era piaciuto e, se ero d'accordo, lo avrebbe pubblicato. Quando ci siamo visti di persona lui era seduto dietro una scrivania ingombra di qualunque cosa, il posacenere colmo di cicche e la stanza invasa dal fumo di sigaretta. È stata simpatia a prima vista. E poi nel tempo amicizia. Non si poteva non volergli bene.
Il ricordo di Marco che mi è rimasto nel cuore è sicuramente l'ultima volta che l'ho visto, due giorni prima che ci lasciasse. Andai a trovarlo nella struttura dove era ricoverato. Stava male. Con lui c'era sua sorella, che io non conoscevo e Nora, la moglie.
Fui presentata e la sorella di Marco rivolgendosi a lui: -Maria Teresa Valle? -disse- una brava scrittrice?
Marco guardò me, poi lei, sorrise sornione e disse: -Vende...
Scoppiammo tutti a ridere e lui mi guardò soddisfatto della sua battuta. Non aveva perso il suo spirito, nemmeno in quel momento.
Il filo conduttore di tutta l’antologia è l'incontro immaginario tra il personaggio o i personaggi principali dei nostri noir e Marco. Non era una cosa semplice far avvenire l'incontro tra una persona realmente esistita e persone “di carta”.
Aggiungiamo che Maria Viani, il personaggio seriale dei miei romanzi, non è una poliziotta, ma una semplice cittadina che ficca il naso in tutti i delitti di cui venga a conoscenza. Come tale l'ho immaginata nel momento in cui lascia definitivamente il lavoro e, di cattivo umore, incerta del suo futuro, si trova a passeggiare sul lungomare di Quarto. Immediatamente ho visualizzato Marco, nello stesso luogo, a passeggio con Lilla. La sua cagnolona, che io ben conoscevo.
Mi è bastato lasciare che ognuno di loro esprimesse il suo carattere: Maria pasticciona, ficcanaso, emotiva, chiacchierona, e Marco, solido, ironico, osservatore attento, capace di cogliere l'essenza delle cose e la storia si è scritta da sola. È un piccolo episodio, ma su quel lungomare, su quella spiaggia vedevo proprio lui, Marco. Sentivo la sua voce. Era con me.




Ho iniziato alla Frilli come autore: provato per la morte di un amico, mi sono sfogato scrivendo un noir che, giunto quasi per caso in casa editrice, è stato pubblicato nel 2007 con il titolo ‘Delitto ai Parchi’, poi seguito da tanti altri. Una profonda stima reciproca è cresciuta via via tra me e Marco, che mi ha ‘nominato sul campo’ lettore di gialli inediti, quindi curatore di antologie e infine assorbito nella sua famiglia editoriale.
Marco vive costantemente nei miei ricordi, l’amicizia che ci legava sussiste ancora oggi inalterata: insieme abbiamo navigato su acque calme e su mari in tempesta, scambiandoci suggerimenti sia di lavoro che di vita…Un aneddoto? Una volta, partiti in auto per un appuntamento importante a Milano, eravamo tanto intenti nel parlare da trovarci – ah, questi GPS! – sotto il Duomo: scesi dalla macchina ridendo come bambini, novelli Totò e Peppino ci eravamo rivolti a un ‘ghisa’ con la mitica frase “Noio volevam savoir l'indiriss”…e quello, impassibile, ci aveva multati.
Il mio racconto inserito nell’antologia non è un giallo, ma un sentito rivivere dei nostri ultimi incontri, pertanto molto intimista. Leggendolo si comprende il legame che ci univa, tanto che suo figlio Carlo mi ha scritto: “Diavolo di un Armando, mi hai fatto sorridere e piangere…”.




Avevo iniziato da poco a leggere qualche autore Frilli, ma non conoscevo Marco né la famiglia, mi sembrava una realtà per me irraggiungibile da nuovo e microscopico scrittore dell'universo noir. Poi una comune conoscenza a me e Marco ci ha fatti incontrare e conoscere dopo che il mio romanzo “Il Pittore” aveva ottenuto una serie di riconoscimenti letterari importanti ed era stata considerata una delle migliori opere inedite in Italia del mercato editoriale indipendente. Questa persona, Riccardo Sedini, mi ha messo in contatto con Marco Frilli al quale ho mandato un mio scritto. Lui lo ha letto e mi ha chiamato dicendomi che ne era rimasto molto colpito e affascinato, chiedendomi se volevo entrare nella “scuderia” Frilli non come autore in sé, ma in veste di “narratore” di noir sociale. Detto fatto, ed ecco la pubblicazione di “Milano non ha memoria” che mi ha fatto conoscere ad un buon pubblico e mi ha dato una certa notorietà dandomi la possibilità di far arrivare i miei lavori ad un pubblico più vasto.
Il ricordo più vivo che ho di Marco è quel suo modo gentile e un po' guascone di girarsi lentamente verso l'interlocutore, me in questo caso, quando si era seduti nel suo ufficio. Lui alla sua postazione di lettura, mi prendeva sempre in giro parlandomi di belle donne che non potevo avere e sfottendomi paternamente. Ma ricordo anche quando tornava a essere serio e mi esprimeva la sua stima per il lavoro socio-politico che svolgo nella mia vita.
Quando mi è stato chiesto di scrivere un racconto per l'antologia in omaggio alla grande figura di Marco quello che mi è venuto in mente – dato che lui mi diceva sempre che la figura di Cristina, la giornalista indagatrice con il commissario Lorenzi dei miei romanzi, era una bella tipa e voleva sapere se la conoscevo davvero o se era fantasia – che proprio il commissario Lorenzi e Cristina nel corso di un viaggio a Genova per motivi legati ancora alla storia delle violenze di polizia del G8 del 2001, arrivassero a litigare quasi furiosamente su quelle vicende, poi si riappacificassero rendendosi conto che la lite avrebbe preso una brutta piega. È in queste circostanze che i due conoscono Marco Frilli, restando però in incognito. Ma non era facile farla a Marco, grande scopritore di scrittori e personaggi, e ciò che succede è davvero esilarante… Ho pensato che questo potesse farlo sorridere ovunque lui ora si trovi.




Avevo scritto, tra le altre cose, tre racconti lunghi di genere noir. Alcuni amici, lettori “Frilli”, circa sei anni fa, mi hanno consigliato di provarci… è andata bene. È così che sono entrato in contatto per la prima volta con questa casa editrice.
Io, come scrittore, devo molto, se non tutto, a Marco Frilli. Avevo pochissima fiducia nelle mie capacità narrative. Lui invece ha subito creduto in me. Ricordo la prima telefonata, schietta, com’era lui: “Reali, allora sei tu quello che ha scritto quei tre brutti racconti ambientati in provincia di Pavia… bene, te li pubblichiamo noi. Se ci lavori un po’ faremo molte cose insieme. E siamo arrivati a sette romanzi, otto tra poco. Un altro particolare che mi piace ricordare è questo: ogni volta che ci sentivamo o ci incontravamo mi diceva, oltre a qualche battuta sulle donne che non mancava mai: “Reali, tu sei il narratore della Frilli, è inutile che fai finta di scrivere gialli, non mi freghi…”. Ovviamente c’era molta ironia, in questo, ma anche un fondo di verità, penso. Lui aveva un intuito formidabile per capire le caratteristiche di un autore.
Quando Carlo mi ha detto della raccolta dedicata a suo padre ho scritto subito questo breve racconto. Una piccola storia ambientata in una Pavia gelida e nebbiosa, come piace a me, che ruota intorno alla figura triste di una prostituta amica di Selmo Dell’Oro. Marco Frilli è coinvolto nel suo incontro con i detective. Ho cercato, in poche pagine, di rappresentarlo come lo ricordo io: sempre pronto alla battuta, schietto e senza fronzoli, acuto e tagliente, ma capace di un’umanità fuori dal comune. Sembra scontato, parlarne così. Ma sono sicuro che è opinione condivisa dalla maggior parte dei suoi autori.


www.frillieditori.com



mercoledì 15 novembre 2017

Carlo Frilli: celebrando mio padre, Marco Frilli

Carlo, Marco e Giacomo Frilli

Le storie migliori, più toccanti e intense, sono quelle che prendono spunto dalla realtà e si mescolano con la fantasia e la creatività della penna che le ha catturate. Così come ci sono personaggi letterari talmente vividi, da far parte della quotidianità e non solo dell’immaginario dei milioni di lettori che li conoscono, esistono persone che tornano a vivere tra le pagine di un libro quando il destino se l’è portate via troppo presto e vengono celebrate così, in punta di anima e tastiera, dagli autori che loro stesse hanno contribuito a formare e a far esprimere.
“Una finestra sul noir”, l’antologia edita da Fratelli Frilli Editori e curata da Armando D’Amaro, con la prefazione di Valerio Varesi, fa proprio questo: in circa quaranta racconti scritti da oltre quarantacinque tra i migliori autori della scuderia Frilli fa rinascere il fondatore di questa Casa Editrice tanto amata dal pubblico di lettori, Marco Frilli, prematuramente scomparso poco più di un anno fa nel giorno del suo sessantottesimo compleanno.
Chi conosce la passione e l’impegno che Carlo e suo fratello Giacomo hanno messo nell’affiancare il padre Marco nella gestione della casa editrice di famiglia, conosce anche la qualità dei loro libri e la grinta dei loro autori, fili di perle in un mondo editoriale sempre più improvvisato e superficiale. La Fratelli Frilli Editori è la testimonianza di come gli scrittori e gli editori più autentici e impegnati a rendere queste professioni sempre più rigorose siano artigiani della narrazione e artisti della fantasia, in grado di collaborare e cooperare per portare avanti i reciproci interessi per il bene del lettore.
Il trasporto col quale Carlo Frilli ricorda suo padre nella chiacchierata che segue non è solo una lezione per qualsiasi aspirante editore, ma anche lo specchio della parte migliore del nostro Paese che è in grado di ideare, creare e costruire, giorno dopo giorno, eccellenze perfino nei settori più complessi, facendo anche dei legami familiari una forza con cui affrontare il mondo, con fiducia e rispetto e della relazione tra un padre e un figlio un terreno su cui seminare qualcosa da tramandare di generazione in generazione.
Ciò che caratterizza la Fratelli Frilli Editori, oltre alla iniziale connotazione territoriale che si è poi espansa su tutto il territorio nazionale, è l’esclusiva dedizione al mondo del giallo in tutte le sue declinazioni. Dal noir, al poliziesco, passando per il giallo classico e il thriller, il fiuto di Marco Frilli per gli autori che si cimentano in questi generi è così proverbiale, da essere diventato una leggenda nel settore. E la devozione con cui Carlo e suo fratello Giacomo hanno fatto di questa peculiare tradizione, insita nel loro stesso sangue, un segno di distinzione e professionalità è ciò che più ci fa amare i loro autori e le loro storie. Storie appassionanti, talvolta ruvide, talaltra nostalgiche, commoventi e allo stesso tempo ironiche, ma tutte contrassegnate da quella magia che va oltre la creatività e la fantasia e fa sentire, tra le pagine di ciascuno dei loro libri, l’autenticità di chi li ha resi una realtà condivisibile da tutti.



Un Editore in famiglia, è proprio il caso di dirlo, vista la tradizione che accompagna la Fratelli Frilli Editori, una Casa Editrice nata a Genova nel 2000 dall’estro creativo di Marco Frilli, prematuramente scomparso lo scorso anno. Cosa significa oggi essere un Editore di qualità nel nostro Paese?

Un Editore in famiglia ma soprattutto un Editore indipendente in uno dei Paesi con la più bassa percentuale di lettori al mondo. Sulla carta può sembrare un suicidio premeditato, ma noi ci occupiamo invece di omicidi, delitti e crimini e, forse proprio questo, ci ha, in parte, salvato dalla crisi e dalla penuria di lettori. Essere editori ed esserlo, in particolare, in questi anni è veramente impresa ardua. La Fratelli Frilli Editori, grazie al suo fondatore Marco Frilli, ha però seminato molto bene negli anni passati e oggi al sottoscritto amministratore delegato rimane il compito di portare avanti il progetto nel migliore dei modi. La mancanza di una guida capace come mio padre si fa sentire ogni giorno, si fa sentire allo stesso modo di ciò che di lui più amavamo. Ma in quest'anno credo di aver dimostrato di poter riuscire a reggere bene al contraccolpo e, allo stato attuale, manteniamo saldamente le nostre posizioni faticosamente conquistate nel mercato editoriale.

Facciamo un bilancio della vostra attività in questi anni di grande cambiamento in ambito editoriale: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali le difficoltà che affrontate quotidianamente?

Il primo obiettivo raggiunto e che continua a essere la nostra priorità è quello di offrire ai nostri lettori proposte qualitativamente alte. La ricerca di nuovi autori è incessante e solo nell'anno in corso siamo orgogliosamente riusciti a lanciare sul mercato sette autori esordienti con ottimi risultati di vendite. Il lettore da tempo si fida delle nostre scelte e sperimenta i nuovi autori acquistandoli e leggendoli con pressoché unanimi buoni giudizi. La Fratelli Frilli Editori sta inoltre riuscendo a consolidare, anno dopo anno, la sua immagine di editore soprattutto nel settore del giallo- noir italiano. Le difficoltà non mancano e sono molteplici, una su tutte è la delicata questione distributiva e promozionale. La Frilli si affida a distributori regionali e, pur coprendo il 70% del territorio nazionale, soffre di una promozione talvolta pigra e altre volte incapace di scardinare la diffidenza o la scarsa conoscenza/esperienza libraria da parte delle librerie, in particolare quelle di catena. Queste ultime oramai rappresentano la fetta più ampia del mercato ma sono anche le più difficili da gestire. Si aggiunga poi che le librerie indipendenti sono, invece, negli ultimi anni diminuite a vista d'occhio lasciando un vuoto incolmabile nel già povero panorama editoriale.

Per celebrare la memoria di Marco Frilli è appena uscita un’antologia di racconti noir intitolata “Una finestra sul noir”, a cura di Armando D’Amaro, che coinvolge circa quaranta affezionati scrittori della vostra scuderia: raccontaci chi era Marco, tuo padre, e la genesi di questo ambizioso progetto.

Nell'ottobre dello scorso anno, il giorno del suo sessantottesimo compleanno, mio padre è mancato, dopo aver combattuto la malattia dall'inizio dello stesso anno. Qualche giorno dopo apro la mia pagina Facebook e tra i tantissimi, sentiti, affettuosi ed emozionati commenti due mi colpiscono in particolar modo. Sono quelli di due nostri autori Frilli, Piero Castoldi e Ippolito Edmondo Ferrario. I due, senza nemmeno essersi preventivamente messi d'accordo, avevano avuto la stessa originale idea. I loro protagonisti di carta e inchiostro incontrano mio padre in una dimensione di fantasia che permette a tutti noi di far rivivere il compianto Marco Frilli. A me e all'amico e scrittore Armando d'Amaro, divenuto poi il curatore del volume, è piaciuto talmente tanto questo metodo di ricordarlo che abbiamo voluto farlo nostro dando vita al progetto di un'antologia cui abbiamo dato il titolo di “Una finestra sul noir”. La risposta da parte di quasi tutti gli autori è stata entusiastica e immediata. Anche chi non lo conosceva ha preso informazioni, mi ha scritto o telefonato catturando dettagli e particolari come tanti investigatori alla ricerca di elementi per dare forma a racconti divertenti e densi di affetto, malinconia e tanta umanità. La stima, la riconoscenza e la gratitudine dovrebbero sempre mettere d'accordo tutti e questo è ciò che è accaduto per i 46 scrittori che hanno voluto dare il loro contributo scritto in questa prima antologia. Ne seguiranno altre, ogni anno a ottobre, per far rinascere la figura di mio padre e la voglia di scoprire ancora altri autori Frilli.

Prima Presentazione dell'antologia "Una finestra sul noir", Fratelli Frilli Editori, presso la Libreria Feltrinelli di Genova il 27 ottobre 2017

Com’è di solito il rapporto coi vostri autori? È ancora possibile dedicarsi alla scoperta di nuovi talenti e dar loro fiducia? E come ci si pone, invece, con le firme ormai note al pubblico di lettori?

Lettori, addetti ai lavori, librai, blogger, giornalisti hanno notato che con la maggior parte dei nostri autori esiste un rapporto davvero splendido. Si parla sempre, o comunque troppo spesso con grande facilità, di amicizia e amici veri (come se poi fosse normale far coesistere una categoria di amici falsi!). Lo faceva mio padre e lo continuo a fare anch'io e credo che, se alla base dei rapporti professionali dimorano quelli dell'educazione e della stima reciproca, si possa ben pensare che ci siano anche i presupposti per una durevole amicizia. Talvolta i rapporti si possono poi incrinare, ma questo fa parte del gioco, anche se sarebbe sempre opportuno riconoscere gratitudine e riconoscenza a chi ci ha dato fiducia.
Come anticipato in una delle mie precedenti risposte, abbiamo tra le nostre priorità quelle di far conoscere tanti nuovi bravi e talentuosi autori. La risposta del pubblico in tal senso è sempre più positiva e questo, naturalmente, ci conforta e sprona a continuare su questa strada.
Sono anche lettore, nei rari ritagli di tempo tra un manoscritto e l'altro, di autori famosi e riconosciuti come importanti firme nel mondo editoriale. Dal maestro Andrea Camilleri a Valerio Varesi, Margherita Oggero, Maurizio De Giovanni, Marco Vichi, Carlo Lucarelli, Marco Malvaldi, Massimo Carlotto e da tantissimi altri abbiamo solo da imparare, sono un punto di riferimento par la nostra attività e a loro va tutta la nostra gratitudine. Con alcuni di essi talvolta ci si incontra o ci si sente per mail o al telefono e rimango sempre molto meravigliato e un po' imbarazzato dalle loro confortanti parole di ammirazione e apprezzamento verso la nostra produzione.

La vostra Casa Editrice è specializzata in tutte le declinazioni del giallo, dal noir, al thriller. Come è nata questa scelta di genere e quali sono i vostri progetti per il futuro in merito?

Continueremo senz'altro a pubblicare vecchi e nuovi autori nella nostra collana noir, lo faremo con immutato impegno, osservando e ascoltando sempre ciò che il nostro pubblico è pronto a suggerirci. Prima che nascesse la Fratelli Frilli Editori eravamo ingordi lettori di gialli. Mio padre ha sempre coltivato una particolare passione per il giallo italiano, pur avendo come riferimento Simenon e il suo Maigret. Non scorderò mai quel giorno che arrivòa casa portando, dal rientro da lavoro, un agile volumetto in formato tascabile dal titolo “I cioccolatini di Soziglia” un giallo ambientato a Genova con una bella trama e con una scelta ambientale assolutamente azzeccata. Posso senz'altro dire che la Frilli nasce da questo suo aver apprezzato quel romanzo e più in generale il genere che poi ha saputo modellare a suo piacimento.
Ho ereditato la passione e un po' della follia che hanno contraddistinto la carriera di editore di mio padre. Si deve rischiare per poter tentare di dar vita a delle imprese. Ho un progetto legato in qualche misura con quella che è la nostra specializzazione e, se non ci saranno contrattempi, spero di potervelo presentare ufficialmente nella prossima primavera. Sino a oggi ci siamo proposti a un pubblico adulto, attento e spesso molto preparato in tema di romanzi di indagine. La sfida prossima è quella di riuscire a catturare anche il pubblico dei più giovani. Lettori ancor più difficili, poiché non ancora coscienti di essere lettori. La nostra speranza è quella di catturare la loro attenzione e di fargli scoprire il lettore che è dentro ognuno di loro. Incrociamo le dita!

Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia che nel tuo percorso da Editore è rimasta particolarmente impressa nel tuo cuore di uomo e di imprenditore, anche come insegnamento che tuo padre, Marco, ti ha lasciato in eredità.

Conservo tanti piccoli ricordi che per me sono grandi e importantissime occasioni di ritrovarmi serenamente a rivivere l'esperienza lavorativa con mio padre. Poi ne custodisco gelosamente molti altri che fanno parte di una sfera più intima e privata. Una mattina arrivai in casa editrice e, come spesso accadeva, mio padre era già sul posto di lavoro. Mi chiamò nel suo ufficio e mi disse che quella notte aveva portato a termine la lettura di un testo di uno scrittore milanese di sicuro talento. Me lo disse con quella certezza che già in molte altre occasioni aveva avuto pubblicando altri autori esordienti, ma quella volta negli occhi e nel tono della sua voce c'era qualcosa di nuovo. A distanza di nemmeno un anno quell'autore esordiente con il suo primo titolo “Il giallo di via Tadino” vendette oltre ventimila copie! Seguirono altri tre titoli che ricalcarono il medesimo successo, portandolo inevitabilmente ad essere oggetto di curiosità e interesse di molti grandi editori italiani. Dario Crapanzano, da lì a poco, passò alla Mondadori, dopo una serrata trattativa portata avanti magistralmente da mio padre. Era orgoglioso del risultato portato a casa grazie al suo innato intuito. Quando si parlava dell'affare Crapanzano, i suoi occhi, il suo sorriso e il tono della sua voce erano gli stessi che avevo visto quella mattina, gli stessi che non dimenticherò mai.





www.frillieditori.com



giovedì 2 novembre 2017

Adriano Mancini: “Recycle & Refine”, storia del riciclo artistico


Come si definisce un artista? Cosa lo caratterizza? E cosa lo rende tale? Se ci fosse un’unica risposta a queste domande così complesse, probabilmente si snaturerebbe il significato stesso del concetto di arte intesa quasi come un’esigenza, una missione, uno stile di vita. Tuttavia una cosa è certa: ciò che rende grande un artista, oltre al talento, alle tecniche e allo studio, è la profondità del messaggio che vuole trasmettere con le sue opere attraverso un’idea e un racconto che, invece di essere veicolato dalle parole, è espresso dalle immagini, dai materiali, dagli oggetti e dal loro eventuale utilizzo quotidiano.
Questo è esattamente ciò che si propone di fare Adriano Mancini, classe 1980 e di professione perito meccanico, che, di sentirsi chiamare artista proprio non ne vuole sapere, ma ha le capacità e la sensibilità di dare nuova vita a tanti oggetti solo apparentemente inutilizzabili come soltanto un vero creativo, artista e artigiano nello stesso tempo, saprebbe fare. Traendo ispirazione dalla nota massima di Lavoisier, secondo cui in natura “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, Adriano Mancini è in grado di creare accessori di uso quotidiano da oggetti che hanno ormai assolto i compiti originari per i quali erano stati costruiti e che, altrimenti, sarebbero destinati all’oblio e alla distruzione, unendo arte e scienza in un connubio dalle sfaccettature sorprendenti.
È così che bottiglie, filtri d’acqua e vecchi tubi idraulici si trasformano in lampade, punti luce e piantane dal design unico e irripetibile. Da questa cultura del riciclo artistico nasce il progetto “Recycle & Refine”, un’idea imprenditoriale originata dalla collaborazione di Adriano Mancini con alcuni amici creativi e appassionati del settore che lo hanno spronato a mettersi in discussione e lo supportano. Le opere nate in seno a questo progetto saranno in esposizione sabato 11 e 18 novembre 2017, a partire dalle ore 18, presso il Ristorante “Giusto Gusto – Sicily”, in via Raffaele Cadorna 24, Roma, per proporre a tutti gli ospiti che interverranno un imperdibile percorso artistico-gastronomico tra le prelibatezze culinarie della tradizione mediterranea e le sorprendenti emozioni dell’esperienza del riciclo nell’arte e nell’artigianato contemporaneo che possono impreziosire la nostra vita quotidiana.


Se, in natura, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, anche ciò che è stato utile all’uomo ha diritto a una seconda vita: una filosofia che sembra calzare alla perfezione alle tue opere ingegnose e originali. Raccontaci com’è nata questa esigenza di trasformare oggetti di tutti i tipi ormai in disuso.

Questa domanda apre un argomento vastissimo e, posta in maniera diretta, affonda le mie radici nel continuo dissidio interiore tra valore della vita e timore della morte.
Vedo nei pezzi abbandonati a lato di un cassonetto o messi in vendita da un nipote che non vede l’ora di prendere gli spazi di famiglia dopo la morte dell’ultima nonna, una vita finita con la sua immensa voglia ancora di raccontarsi. Puoi immaginare, ad esempio, il tavolo di una cucina di una casa del 1900 quante pagine di vita e di generazioni ha vissuto? Mi piace fantasticare sulla storia di ogni singolo oggetto e riscriverla. Il riuso in realtà, a mio avviso, non è altro che una strada verso la condivisione e l’immortalità.
Già le religioni precristiane fondavano tutto su questo credo: la morte era necessaria per creare la vita; l’inverno e la primavera erano le due facce della stessa medaglia. Lo stesso è per il riciclo: occorre che qualcosa cessi il suo ciclo originario per essere reintrodotta nel mondo sotto nuove vesti.
Credo non ci sia nulla di più bello nella vita delle “seconde opportunità”. Io cerco di dare queste nuove opportunità di vita agli oggetti. Siamo impotenti di fronte alla morte, ma, come vedete, possiamo beffarla, in un certo senso…

Tra bottiglie che diventano lampade e cartelli stradali che si trasformano in tavolini, sembra non esserci limite alla fantasia per coniugare arte e vita quotidiana. Quali sono gli oggetti più strani che hai lavorato? Svelaci qualche aneddoto…

Strano è un termine dal significato molto personale. Basti pensare che in Cina i cani sono venduti nei banchi del mercato, e io, invece, ne ho una dentro casa che considero un membro di famiglia!
Comunque, accettando l’accezione comune del termine, sicuramente non posso non citare la mia perenne opera inconclusa: un sifone di un bagno coniugato ad un pezzo di meccanica di precisione. È lì sul mio tavolo da mesi e ogni giorno lo reinvento e reinterpreto, non ho ancora, evidentemente, trovato la sua collocazione.
A questo punto è chiaro che per me l’opera migliore, la più strana, è quella che ancora deve divenire, perciò non posso che dare una minuscola anticipazione su un’altra mia anomalia di progetto: uno schedario da scrivania anni Settanta che diventerà una boom box.
Il resto, che ci crediate o no, il realizzato, per me, diventa parte di vita e quindi normale, sempre nell’accezione comune del termine, ergo se l’ho pensato e l’ho fatto, ora di diritto esiste.
Sarò un po’ Alice nel Paese delle Meraviglie, ma in questo posto io ci sto proprio comodo!

Che cosa significa essere un aspirante artista nella società di oggi? Che ruolo ha, o potrebbe avere, l’arte in un periodo di precarietà come quello che stiamo vivendo? Facciamo anche un bilancio della tua esperienza recente.

Innanzitutto il termine “artista” lo trovo inflazionato e non sempre calzante. Piuttosto preferirei fare una riflessione su cosa significhi essere completamente se stessi al giorno d’oggi. È difficile spiegarlo, ogni volta che affronto una creazione sono di fronte a un’enorme sfida: l’invenzione. Inventare significa rompere gli schemi, avere voglia di guardarsi dentro e il grosso rischio è quello di non trovarci nulla di interessante. Ma è un rischio che sono disposto a correre.
A ogni modo, il settore che sento più mio, quello che ho scelto, ai giorni nostri potrebbe essere una grossa opportunità. Opportunità di partecipare in maniera costruttiva anche a molti problemi moderni come lo smaltimento dei rifiuti. Mi spiego meglio: provate per un istante a pensare se le isole ecologiche fossero aperte al riuso (attualmente la legge vieta tassativamente di effettuare qualunque operazione in merito). Sapreste immaginare che bacino di meraviglie destinate al macero sarebbero disponibili? Si potrebbero raccontare tante di quelle storie anche solo passeggiando tra i vari cassoni di raccolta. Oltre ai costi risparmiati per lo smaltimento, si creerebbero utili da “materia morta”. Naturalmente andarlo a spiegare alle mafie che regolano questi ambienti non sarebbe proprio semplice! Se accettiamo il termine, sarò un artista, molto meno un eroe probabilmente…

Immagina di poter viaggiare su una macchina del tempo: quali sono i tuoi Maestri di riferimento? A quali Movimenti Artistici del passato ti rifai? E a quale artista ti piacerebbe stringere la mano se potessi tornare indietro?

Premetto che la mia estrazione culturale è di tipo tecnico. Nella vita sono un perito meccanico e quindi non ho affrontato complessi e approfonditi percorsi di studi in merito all’arte nei secoli. So, però, per certo di avere nel mio DNA geni di artista: il mio bisnonno, a quel che mi raccontano, in quanto io non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo, costruiva qualunque cosa servisse per la casa, perfino la casa stessa, con quel poco che si trovava a disposizione ai suoi tempi, periodo di guerra compreso. Forse da qui viene la mia intraprendenza e la mia apertura mentale verso ogni tipo di materiale. Detto ciò, indubbiamente nutro una profonda stima per tutti coloro che hanno avuto il coraggio di concretizzare una propria idea. Siederei ore in silenzio a osservare Da Vinci mentre disegna calmo e metodico sul suo quaderno o a guardare Gustave Eiffel mentre progetta la sua torre definita dagli studiosi dell’epoca impossibile. Non posso poi non pensare a Tesla. D’altronde ho fatto lo stesso per anni in una bottega artigiana di Ovindoli durante le mie vacanze estive: ore e ore a osservare tale artista Bottone, trasformare tronchi di legno in elfi, gufi, mensole… che spettacolo!
Ma, sostanzialmente, vorrei avere la macchina del tempo per andare a scovare tutti quei geni di cui oggi non abbiamo traccia, e non l’abbiamo solo perché non hanno avuto il coraggio o l’opportunità di esprimersi… Vorrei convincerli, aiutarli a farlo: questo sarebbe un bell’uso della macchina del tempo!

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Da poco ho fondato, grazie anche al supporto di alcuni amici appassionati, il progetto Recycle & Refine. Tutto nasce quasi per caso: due amici e vicini di casa, assieme alla mia compagna hanno visto in anteprima alcune delle mie creazioni e, opera dopo opera, abbiamo deciso di creare una sorta di gruppo di lavoro in cui condividere queste nostre attitudini verso arte, artigianato e riciclo. Un progetto comune che ci vede impegnati nel promuovere i concetti di riciclo e riuso, portando in giro le nostre opere e farle conoscere. Mi piace parlare al plurale e ritenere queste opere un po’ di tutti noi, anche se concretamente sono io a realizzarle, perché, senza questi insostituibili compagni avventura, forse non avrei mai avuto il coraggio di esprimermi con questa naturalezza. Inevitabile che ci sia una forte componente edonistica in tutto ciò, ma la parte sociale e quindi di condivisione a mio avviso la fa da padrona.
L’11 e il 18 Novembre avremo un a grossa opportunità: grazie alla collaborazione con un neonato e interessante locale del centro di Roma, “GiustoGusto – Sicily”, potremo coniugare i sapori della cucina Siciliana coi sensi estetici delle mie creazioni in una esposizione evento che ci permetterà di raccontare a tutti coloro che interverranno le emozioni che ci sta regalando questo progetto appena nato. Quindi ad oggi il mio tempo libero è volto alla creazione e alla riuscita di questo evento.
Nel senso più pratico della domanda, ho sempre più progetti in testa di quanti ne possa concretamente portare avanti. Spesso mi si vede immobile e tutti pensano che sia tempo lasciato lì, in realtà sto mediando tra le varie idee e valutandole, perché, mai frase fu più rappresentativa di me, mentre apro il verde… poi prendo la sega... infine richiudo e poso e passo al rosso e al cacciavite… come diceva Walt Whitman: “Mi contraddico?”. Certo che mi contraddico! Sono spazioso, contengo moltitudini...

Comunque tutte le opere finite e in corso di lavorazione sono visibili sulla nostra pagina Facebook, su Instagram e sul nostro sito… Vorrei aprire un canale diretto con chi sposa questo progetto pubblicando le varie fasi delle operazioni di recupero e acquisendo i pareri di chi ci osserva: sarebbe bello riuscire a creare un pezzo che racconti qualcun altro, dopo molti che parlano di me!