mercoledì 21 febbraio 2018

C’era una volta… “Accadde all’Idroscalo. L’ultima notte di Pier Paolo Pasolini”


C’era una volta un poeta che fece della sua indipendenza la sua forza, ma, allo stesso tempo la sua debolezza. Un ribelle che, attraverso i suoi occhiali scuri, vedeva e prevedeva una realtà difficile e bellissima, con la quale non aveva paura di sporcarsi e confrontarsi. Un narratore in grado di raccontare, come gli aedi del passato, cimentandosi con ogni mezzo di espressione, con una voracità e un coraggio che non hanno più avuto eguali.
C’erano una volta, e ci sono ancora, due investigatori che non potrebbero essere più diversi tra loro e che di favole non ne raccontano. Indagano, piuttosto, su quelle storie nere su cui ancora nessuno ha saputo scrivere la parola “fine” e, tra documenti, interviste e ricostruzioni, non hanno paura di dire la loro facendo parlare i fatti, a costo di deludere chi è giunto a conclusioni differenti.
Con la Capitale sullo sfondo che, fino a oggi, è stata il teatro prediletto per le loro indagini, il giornalista investigativo Fabio Sanvitale e il criminalista, esperto di scena del crimine, Armando Palmegiani sono tornati indietro nel tempo a quella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975 quando, all’Idroscalo di Ostia, il poeta Pier Paolo Pasolini è stato brutalmente ucciso. Non sono stati sufficienti oltre quarant’anni di indagini, infatti, per far pienamente luce su cosa accadde quell’ultima notte sulla quale la giustizia italiana, invece, condannando il recentemente scomparso Pino Pelosi, ha messo un punto che non ha mai soddisfatto l’opinione pubblica del nostro Paese, divisa tra complottismo, indifferenza e idolatria.
Ma come è nata l’esigenza di scrivere questo libro, “Accadde all’Idroscalo. L’ultima notte di Pier Paolo Pasolini”, Sovera Edizioni, che riprende le fila di una vicenda ingarbugliata come solo la realtà sa essere? Qual è la storia nella storia di cui gli autori si sono resi protagonisti durante la stesura? E cosa li ha spinti, dall’Idroscalo, a San Basilio, passando per Testaccio, San Lorenzo e via Ostiense, sulle tracce di un’inchiesta più in bianco e nero del solito?


“Prima di aprirci alle storie di carattere nazionale ci siamo sentiti quasi in debito con quella di Pasolini, perché era uno dei più importanti ‘casi romani’ dei quali non ci eravamo mai occupati prima e sui quali pensavamo di poter fare la differenza,” ci ha confidato Fabio Sanvitale, abbozzando un sorriso, come fa sempre quando sta per dire qualcosa che evidentemente lo ha toccato nel profondo. “Il libro nasce proprio dalla volontà di dare delle risposte ai tanti interrogativi ancora aperti su questa vicenda piena di contraddizioni e troppo spesso condita da un’aura di complottismo che abbiamo voluto sfatare con più precisione possibile, senza mai perdere di vista i fatti. Man mano che le ricerche procedevano abbiamo scoperto di avere un coinvolgimento particolare che non avevamo previsto e questo è dovuto senza dubbio alla figura di Pasolini e alla sua grandezza. Scrivendo ci siamo resi conto che questo libro stava diventando particolare anche rispetto a tutti gli altri scritti insieme. Che ci stava spingendo oltre i nostri limiti, sia come autori, sia come esperti delle rispettive materie e, in un certo senso, stava anche cementando il nostro legame di investigatori. Il punto da cui siamo partiti è stato proprio l’intimo convincimento che, per comprendere meglio la morte del poeta, fosse necessario capirne la vita fino in fondo, ed è stato impossibile rimanere umanamente indifferenti al fascino e alla profondità di un artista unico nel suo genere come Pasolini, al di là dell’aspetto investigativo e criminalistico della storia”.
“Questo coinvolgimento emotivo da una parte ha facilitato le ricerche, perché la voglia di venirne a capo era forte, dall’altra ha comportato anche grande apprensione nella fase di stesura. Ci siamo affaticati fisicamente e ci siamo fermati più volte per poi ripartire più convinti di prima, cosa che, a posteriori, ci ha reso giustizia, visto il riscontro dei lettori,” ci ha confessato Armando Palmegiani, soddisfatto e sagace, ma sempre ironico, come sa chi lo conosce bene. “La ricostruzione dell’Idroscalo, in particolare, ci ha tenuti impegnati per oltre un anno e non solo per la scena del crimine. Da che parte fosse entrata l’auto di Pasolini quella notte, ad esempio, e tutta una serie di scoperte di cui parliamo nel libro sono state fatte davvero dopo una sequenza di ragionamenti durati ore e ore e che nel testo sono riassunti solo in minima parte nelle conclusioni alle quali siamo giunti. È stato faticoso, ma siamo certi di aver raggiunto il risultato più verosimile possibile, almeno secondo noi”.
“Altri momenti memorabili riguardano le numerose interviste all’interno del testo,” ha proseguito Fabio. “Ricordo anche di essermi recato di persona a Casarsa, nel Friuli, dove Pasolini aveva trascorso parte dell’infanzia, ospite dei nonni materni. Non era indispensabile per la stesura del testo, ma respirare quell’aria di campagna che sembrava immobile ai mutamenti del tempo e riconoscere alcuni posti di cui avevo letto nelle numerose biografie, mi ispirò molto e mi spronò nell’analisi e nell’investigazione. L’intervista con Antonio Mancini, uno dei principali esponenti della Banda della Magliana, è stata molto stimolante, perché ci siamo sentiti più volte e lui non parlava con i giornalisti da un po’ di tempo, quindi il fatto che ci abbia concesso il suo tempo, facendo tutte le rivelazioni forti e interessanti che si trovano nel libro è stato motivo di grande soddisfazione per noi. Ho ancora le sue parole che rimbombano nelle orecchie: “Non uso un minorenne per portare a dama Pasolini e poi lo lascio a casa.”, penso che rendano bene l’idea. Anche l’intervista col ‘Pecetto’ è stata memorabile e illuminante per certi aspetti. Ci siamo seduti assieme nel suo studio a Monteverde e abbiamo parlato per ore. Mi ha mostrato foto e documenti dell’epoca che mi hanno sorpreso. Non avevo previsto di trascorrere con lui diverse ore, con tanto di ‘pausa pranzo’ e di giro turistico, se così si può dire, per questo storico quartiere di Roma”.
“Un momento che ho impresso nella memoria è stata la consultazione degli atti, sia al Tribunale dei Minori, sia in Corte D’Assise,” ha raccontato Armando. “Abbiamo ritrovato perfino i nastri delle intercettazioni fatte nel ’75 sui ragazzi che quella fatidica notte erano con Pino Pelosi a Piazza dei Cinquecento che, ovviamente, si potevano ascoltare solo con un registratore a nastro che ci siamo rocambolescamente procurati. Consultando, invece, gli atti delle indagini che si sono concluse nel 2015 abbiamo scoperto una sorprendente parentela, che abbiamo svelato solo nell’ultima pagina del libro e che ha messo in fila tutte le nostre indagini, mostrandoci le vicende sotto una luce completamente nuova. Una scoperta esplosiva, una vera e propria svolta”.


“Ma non tutto è stato così semplice, moltissime persone coinvolte non hanno voluto parlare con noi, alcune in modo prevedibile, altre meno. E altrettanti testimoni inaspettati sono saltati fuori perfino dopo, a libro finito, lettori probabilmente,” ha concluso Fabio, interpretando il pensiero di entrambi. “Come sempre, quando si pubblica qualcosa, nel momento stesso in cui un libro esce, smette quasi di essere solo di chi l’ha scritto e diventa anche di chi lo legge. In questo caso i lettori si sono divisi: per molti si è trattato di un libro equilibrato, che finalmente ha affrontato la vicenda senza voler vedere a tutti i costi dei fantasmi anche là dove non ce n’è traccia. Per altri, i cosiddetti ‘complottisti’, è stata una delusione, ce ne rendiamo conto. L’apprezzamento di alcuni colleghi che, a loro volta si erano occupati del caso in passato, ci ha fatto enormemente piacere. Perfino qualche consulente che ha collaborato con le ultime indagini è stato d’accordo con noi, trovando perfino delle risposte tra le pagine del nostro libro. Di sicuro è un libro che non ha lasciato indifferente nessun lettore, perché quando muore un eroe è difficile accettare che ciò non sia accaduto ‘in maniera eroica’. Ci aspettiamo tutti una fine più simile possibile a una narrazione letteraria. Questa però è la vita, quella vera. E non tutti accettano il fatto che probabilmente quella notte molte cose sono semplicemente sfuggite di mano. Il complotto si adatterebbe meglio al ‘personaggio’ Pasolini, ma il nostro fidato ‘rasoio di Occam’ anche questa volta ci ha portato su un’altra strada e a conclusioni molto più lineari con le quali, forse, molti non saranno mai d’accordo, ma che ci vuole comunque grande onestà intellettuale a perseguire, senza ostinarsi, invece, a portare avanti tesi più allettanti, ma pur sempre fantasiose”.
Al di là dello sgomento per il racconto della morte di un poeta ineguagliabile, di questa storia nella storia ci resta il coraggio di due autori dalla personalità forte, fuori e dentro le pagine, e dallo stile inconfondibile, scorrevole e diretto, fatto di dialoghi incalzanti e viaggi nella cronaca alla scoperta solo di ciò che i fatti suggeriscono. Percorsi semplici, ma nient’affatto facili, quelli di Armando Palmegiani e Fabio Sanvitale che, come ci hanno svelato loro stessi, sono pronti per valicare i sette colli e lasciarsi alle spalle, canari, guardie svizzere e bande di criminali di borgata per analizzare alcuni recenti fatti di cronaca nazionale in nuovo libro di prossima uscita che svilupperà il tema della psicologia della testimonianza, rendendo ancora più rovente la nostra estate.
E vissero tutti felici, contenti e in attesa della prossima storia nella storia


 www.accaddeallidroscalo.com



mercoledì 14 febbraio 2018

Fatti i fatti tuoi! ha fatto goal: i ragazzi dell’A.S.D. Antonio Ianni


Dopo aver conosciuto Maurizio D’Onofrio, il Presidente dell’A.S.D. Antonio Ianni, continuiamo il nostro viaggio all’interno di questa squadra di calcio dilettantistico conoscendo alcuni dei suoi giocatori e componenti. Destreggiandosi tra le difficoltà della vita quotidiana, i ragazzi della squadra, ogni domenica, scendono in campo onorando la maglia bianconera che indossano, sulla quale Fatti i fatti tuoi! è orgoglioso di vedere stampato il proprio logo in questo campionato, inseguendo ciascuno non solo il pallone, ma anche il proprio bagaglio di sogni.
Oltre a condividere i novanta minuti in campo, gli allenamenti e le trasferte, i componenti dell’A.S.D. Antonio Ianni tengono alti i valori dell’amicizia e della solidarietà che, sin dalla fondazione della squadra, ne hanno caratterizzato il percorso sportivo, in memoria di Antonio, il ragazzo prematuramente scomparso da cui prende il nome la società. Ciò che colpisce di questo gruppo unito e coeso, nonostante i singoli componenti abbiano tutti personalità molto forti, sia dentro, sia fuori dal campo, è proprio il profondo affetto e rispetto verso Antonio, anche da parte di chi lo ha conosciuto solo attraverso i racconti dei compagni e dei suoi familiari che seguono da sempre le vicende della squadra.
In rappresentanza di tutti i membri dell’A.S.D. Antonio Ianni abbiamo chiesto a cinque di loro, Alessandro Mattiacci, Giorgio Turini, Fabio Ferretti, Vincenzo Santini Calisti e al capitano Valerio Scaramastra, cosa rappresenti per loro il calcio giocato e di fare per noi un bilancio del loro personale percorso all’interno della squadra, ricordando assieme gli aneddoti e gli episodi che sono rimasti maggiormente impressi nei loro cuori, oltre ai loro progetti futuri. Le loro storie di vita hanno in comune la passione, la sensibilità e il sacrificio che, come stiamo imparando seguendoli in questo combattuto campionato di Terza Categoria, contraddistinguono questo sport davvero a tutti i livelli. Cuore, grinta e polmoni, come avrebbe detto Antonio.


Alessandro Mattiacci

Il calcio è una parte molto importante della mia vita. Ma non nel modo più diffuso, per me il calcio “vero” è quello che si gioca a livello dilettantistico, dove non ci sono quei grandi interessi che suscitano sospetto e odio. Il calcio per me dovrebbe essere un modo di tenersi in forma fisicamente, un modo di passare del tempo con i tuoi amici e compagni, un modo di condividere con gli altri, che hanno la tua stessa passione, quelle sensazioni forti che provi ogni volta che scendi in campo. Significa combattere uno accanto all’altro aiutandosi quando il tuo compagno non ce la fa e avere la certezza che lui farà lo stesso per te. Il calcio è anche competizione con l’avversario della domenica con il quale ti affronti al massimo delle tue capacità, non regalandogli niente e con il quale alla fine della partita è bello potersi stringere la mano o darsi un abbraccio, perché è stato bello e stimolante affrontarlo.
Faccio parte di questa squadra da quando è nata, facevo parte della squadra da cui poi è nata la Comit, poi Quadraro, poi Capannelle ed oggi Antonio Ianni. Ne abbiamo fatta di strada insieme. Gioco con questo gruppo da tanti anni, almeno dieci e non ho mai più cambiato, perché è veramente un gruppo con cui mi trovo bene. I miei compagni sono anche miei amici e non intendo staccarmi da loro. Dopo tanti anni da giocatore, oggi sono un dirigente dell’A.S.D. Antonio Ianni. Continuo ad allenarmi con la squadra, perché a me il gruppo piace viverlo innanzitutto dentro il campo di gioco, sudare e mettere insieme gli sforzi per creare qualcosa di grande. In quanto a vittorie non abbiamo avuto grandi soddisfazioni ancora, ma per quanto riguarda la crescita personale, penso di aver ricevuto tanto, da ogni componente della squadra o della società c’è sempre qualcosa da imparare, nel bene o nel male e per gli altri sarà lo stesso nei miei confronti. Per il futuro spero che continui così! Spero che questa squadra e questa società riescano a portare avanti quei principi che rappresentano lo sport: lealtà, sacrificio e disponibilità e sono sicuro che, con questi punti ben saldi nella testa di ognuno di noi, le soddisfazioni sul campo non tarderanno ad arrivare.
Con Antonio ho giocato e anche sofferto, fianco a fianco. Lui era un elemento fondamentale nel gruppo, era un ragazzo pieno di vita e di voglia di fare, era molto competitivo e ci metteva tutto se stesso in quello che faceva. Quando penso ad Antonio mi viene in mente la sua grinta infinita. “Cuore, Grinta e Polmoni” è il motto della squadra che porta il suo nome e non sono parole a caso. A ogni allenamento lui era lì, primo del gruppo a tirare la corsa, alle partitelle non ci stava a perdere, te lo sentivi addosso quando ce l’avevi contro e lo vedevi sbucare in tuo aiuto quando giocava con te. In campionato, poi, dava tutto; a volte la sua carica andava anche oltre il dovuto, in una circostanza me lo ricordo correre da una parte all’altra del campo come un pazzo per poi girarsi verso la panchina e dire: “Aò! Non ce sto a capì un cazzo! Che devo fa!?”. Me lo sono guardato e gli ho detto: “Stai calmo Anto’, tu corri nella zona tua e fa quello che sai fare in maniera semplice, questi te li magni!” lui non ha detto niente, ha fatto come gli abbiamo suggerito ed è stato eccezionale. Una sua caratteristica fondamentale, veramente difficile da trovare, era la sua capacità di caricare tutta la squadra con racconti al limite della fantasia. Prima di una finale alla quale non poteva partecipare è venuto negli spogliatoi e ci ha parlato dei Masai, di come quel popolo lo affascinava e di come era in grado di difendersi dagli attacchi dei leoni armato solo di lance. All’inizio mi sembrava un racconto insensato, ma quando ha finito di parlare dentro di me avevo il fuoco! Siamo usciti da quello spogliatoio pronti a combattere con il leone, con o senza lance.
Antonio lo ricordo anche fuori dal campo, era sempre fra i più “festaioli” quando si scherzava e rideva lui si buttava in mezzo. Nei locali lo vedevi girare come una trottola, sembrava che non fosse finito l’allenamento per lui!
Se penso ad Antonio ho sempre in mente una figura forte, importante e alla quale potersi appoggiare. È così che lo vediamo tutti ed è così che vogliamo che lo vedano anche gli elementi della squadra che non hanno avuto la fortuna di conoscerlo. In base a questa immagine che abbiamo di lui cerchiamo di costruire la nostra squadra, provando a dare, per quanto possibile, ai nuovi compagni il sostegno che noi abbiamo sempre ricevuto da Antonio.
Di esperienze vissute che potrei raccontare ce ne sono diverse: partite in cui abbiamo lottato per poi vincere o perdere, ma uscendo comunque dal campo convinti di aver dato tutto. Ricordo la coppa persa ai rigori con la squadra dimezzata, una partita di campionato a Tor Bella Monaca vinta 3 a 0 dove abbiamo dato una dimostrazione di quanto l’unione di intenti e l’aiuto reciproco possano portare lontano, ma soprattutto mi viene in mente la partita giocata il 9 febbraio 2014, il giorno dopo la scomparsa di Antonio.
Quella partita era contro l’Esercito Calcio e nessuno voleva giocarla, purtroppo la federazione non ha accettato la nostra richiesta di rinvio e la decisione della squadra alla fine è stata di presentarsi. Prima della partita si è fatta la conta di chi se la sentisse di giocare e chi no, quando è stato chiesto a me erano già arrivati troppi no e, nonostante io fossi contrario a giocare una partita con quello stato d’animo interiore, ho deciso di farlo. Prima di entrare in campo ho pensato: “Se proprio devo giocarla, questa posso solamente vincerla”. Da che ero vuoto, senza la solita voglia e senza grinta, con un solo pensiero in testa, quando è iniziata la partita ho cominciato a scaricare la tensione, mi è venuto in mente come Antonio aveva affrontato tutte le partite giocate insieme e ho capito come era giusto comportarsi. Alla prima lamentela di un loro attaccante la mia risposta è stata: “Oggi perdi. Lascia sta’…”. La partita è andata avanti così per tutti i miei compagni, noi non eravamo disposti a non vincere e così è stato. Al fischio finale tutta la carica e la tensione accumulate sono calate e ci siamo stretti in un abbraccio in mezzo al campo senza che nessuno avesse voglia di festeggiare una partita che, in altre circostanze, lo avrebbe meritato. Quella giornata mi ha dimostrato ancora una volta cosa significa far parte di un gruppo del genere. Avevamo il vuoto dentro e avremmo preferito rimanere ognuno a casa propria, ma lo stare insieme sapendo che tutti provavamo la stessa sensazione di dolore ci ha aiutato. Giocare la partita alla fine è stato meglio che guardarla, in qualche modo ho potuto scaricare parte di quello che avevo dentro e quell’abbraccio collettivo a fine partita non si può spiegare che emozioni mi ha fatto provare… Pensando a questi motivi mi convinco sempre di più di quanto sia bello far parte di un gruppo di amici che condividono una passione, quanto sia forte lo sport e soprattutto lo sport di squadra, sia per tenere il proprio fisico in forma, sia per la crescita personale di chiunque.


Giorgio Turini

Per me il calcio, ad oggi, è il mio secondo grande amore, perché il primo è mio figlio, ma resta comunque è il mio primo amore della vita. Quell’ amore per il quale stai male se non giochi. Il calcio è un sogno che ti spinge a trentadue anni a giocare ancora e ad allenarti, perché ancora pensi che “da grande” potrai fare il calciatore professionista. Il calcio è appartenenza, amicizia, gioia e dolore. Il calcio rappresenta la vita su un rettangolo di gioco.
Sono fiero di dire che, con un piccolo contributo, ho partecipato a far nascere questa squadra, l’Antonio Ianni, ma già da diversi anni prima facevo parte di questo gruppo che all’inizio era Quadraro, poi Capannelle.
Il mio bilancio come giocatore sul campo si è concluso due anni fa, quando sono diventato padre. Con la nascita di mio figlio, per problemi famigliari, ho dovuto smettere di giocare le partite, ma tuttora ancora mi sento parte integrante del gruppo, visto che mi alleno con la squadra. Dal futuro mi aspetto che i miei compagni riescano a raggiungere la promozione di categoria, visto che ne hanno le potenzialità.
Per me Antonio era un grande amico, di cui conservo tanto ricordi. L’ho conosciuto il primo anno che ho iniziato a giocare con il Quadraro Cinecittà, poi da allora è nata una amicizia dentro e fuori dal campo, visto che abbiamo condiviso uscite e vacanze extracalcistiche che rimarranno dentro il mio cuore e che conservo gelosamente. Per chi lo ha conosciuto sicuramente rappresenta un meraviglioso ricordo. Penso che noi tutti che abbiamo avuto il piacere di condividere con lui delle esperienze dovremmo essere grati al Signore di averci dato la possibilità di conoscere Antonio. Per quanto riguarda i nuovi ragazzi, spero che, attraverso i nostri racconti, Antonio rappresenti un esempio da seguire, perché in fondo per tutti noi lui era ed è un esempio.  
Ho così tanti ricordi di Antonio, che è difficile sceglierne uno. Posso dire che ho deciso, subito dopo la sua morte, di dedicargli un tatuaggio che poi oggi insieme a quello di Fabio Ferretti, detto Fettucina, hanno dato vita allo stemma della nostra squadra.        
Avendo passato con Antonio molti momenti dentro e fuori dal campo, molti dei miei ricordi sono anche personali. Antonio ed io ci confidavamo molto. Per far capire che tipo di persona era posso raccontare un episodio accaduto all’ interno della sfera calcistica. Una domenica Mister D’Onofrio, l’attuale Presidente, decise di schierare Antonio titolare nel ruolo di terzino sinistro dove per tutta la settimana di allenamento avevo giocato in prova io stesso. Poco prima dell’inizio della partita Antonio si avvicinò a me dicendomi: “Giorgio, perdonami se gioco io al posto tuo, mi dispiace, mi sento in colpa!”.  Antonio era questo, dentro e fuori dal campo, una persona che si faceva in quattro per gli altri ed era in grado anche di scusarsi per cose che non dipendevano dalla sua volontà perché si metteva sempre nei panni degli altri.


Fabio Ferretti

Sono entrato a far parte di questa squadra in un momento della mia vita in cui avevo maggiormente bisogno di stimoli, adrenalina, competizione e di mettermi in gioco, cambiare aria e soprattutto riprendermi il mio ultimo gioco da bambino. Il gioco del calcio è condiviso con molte persone, ma al tempo stesso è un angolo fanciullesco che custodisco gelosamente dentro di me. La mia storia parla di un ragazzo che ha provato a diventare uomo, districandosi tra difficoltà e responsabilità, ma mosso sempre e comunque da passione e divertimento. Finché il fisico e gli impegni me lo consentiranno, il calcio rappresenterà quella scintilla che arderà dentro di me quotidianamente: è la cosa più importante fra le cose meno importanti.
Antonio è quello che cercavo, tutto quello che in un compagno bisognerebbe sempre trovare. Lealtà, dedizione, complicità, se avevo perplessità su qualche mio modo di seguire le attività agonistiche, ne parlavo con lui, mi rincuorava. Era la risata al momento giusto, la pacca sulla spalla nel momento del bisogno. Antonio è quel ragazzo che anche quando impossibilitato ad allenarsi e scendere in campo, faceva di tutto per caricarci, aiutarci, sostenerci fino a straziarsi, lui per noi, nelle avversità.
Per il gruppo, il suo motto, CUORE-GRINTA-POLMONI, deve essere uno stile di vita dentro il campo. Noi, pochi rimasti ad averlo avuto come compagno di squadra, cerchiamo anche con l'aiuto
dei genitori, delle sorelle, di sensibilizzare i nuovi che non lo hanno vissuto.
Una delle prime partite che riuscii a disputare dopo quel maledetto 8 febbraio 2014 che ci ha portato via Antonio, ci vedeva di fronte a una squadra ostica e abbastanza detestata, il Dacica. In casa loro, decimati dagli infortuni, siamo riusciti a mettere la partita sul binario giusto, 0 a 1. Dopo l’intervallo, subentro nella ripresa, un secondo tempo molto combattuto nonostante avessimo messo a segno lo 0 a 2. Mi piace pensare che sul finale di gara, con le forze che venivano a mancare, Antonio sia venuto in nostro aiuto: ricordo che mi lanciai in un pressing disperato, senza mai sapere da dove tirai fuori quella tenacia, rubai palla sulla trequarti di campo avversaria, dal limite dell'area beffai il portiere con un pallonetto onestamente tanto bello quanto insolito per me. Gioco, partita, incontro. Non so descrivere che emozione provai, viene la pelle d'oca e qualche lacrima solo a ricordarlo e il mio più grande rimpianto sarà sempre di non aver potuto gioire con lui fisicamente di questo gesto anche se, come detto, niente mi leva dalla mente, che quel giorno lui era lì con noi. Come sempre. Non solo sulle spalle della nostra maglia da gioco, lui vive con noi. Racconterò di lui, sempre, ai miei figli, ai miei nipoti, dirò di non smettere mai di sognare, di credere sempre nel raggiungimento di un obbiettivo che uno nella vita si prefissa. Si lotta fino alla fine per arrivare alla meta, questo ci ha lasciato Antonio, questo è quello che va fatto.



Vincenzo Santini Calisti

Dire cos’è per me il calcio è molto complicato, perché porta con sé molti significati, ma se dovessi sintetizzare questi concetti e dirlo in poche parole, direi che il calcio è ciò che mi rende libero.
Sono entrato a far parte di questa squadra otto anni fa, tramite un amico, di un amico, di un amico…
Le cose belle, però, nascono quando meno te lo aspetti, e infatti ho trovato un gruppo unico, ormai per me quasi una famiglia. Spero per il futuro che la squadra possa continuare a crescere e togliersi qualche soddisfazione.
Antonio era unico. Inizio con una frase forse scontata ma che racchiude tutto. Per la nostra squadra rappresenta l’ideale a cui tutti ci ispiriamo, non solo quando siamo nel rettangolo di gioco. Antonio era una persona fantastica, sempre sorridente, sempre pronto a darti una mano e ad aiutarti. Corretto e leale. Ti bastava starci insieme pochi minuti per capire quanto fosse speciale. Non posso dimenticare quando, durante la malattia di mio padre, mi scrisse per dedicarci (a me e mio padre) la vittoria della nostra squadra. Una cosa che può sembrare sciocca, ma che riuscì a regalarmi un sorriso in quel momento, e a farmi sentire la vicinanza di Antonio e di tutto il gruppo. La dedica finiva con il suo motto “cuore, grinta e polmoni”.
Il momento che più mi ha segnato è stato proprio il giorno in cui Antonio scomparve. Dovevamo giocare una partita contro l’Esercito Calcio. Negli spogliatoi ci siamo guardati perché non tutti se la sentivano di scendere in campo. Io ero fra quelli che volevano giocare, ma non biasimo chi non ce la faceva, ognuno ha il suo modo di reagire agli eventi della vita. Volevo giocare, perché entrare in campo significava per me essere vicino ad Antonio. È stato grazie a questa passione che avevamo in comune che ci siamo conosciuti. Io lo volevo salutare giocando, perché sapevo che lui in quel momento era con ognuno di noi, e so quanto ci teneva a scendere in campo e lottare con i compagni. Vincemmo la partita 1 a 0. Quando segnammo il gol della vittoria, ricordo solo un’esplosione di una gioia strana. Era mista a troppe cose, c’era rabbia, dolore, tristezza, ma anche gioia. La gioia per me di sentire Antonio ancora una volta esultare insieme a me, come avevamo fatto tante altre volte.



Valerio Scaramastra

Il calcio giocato è una delle cose più importanti della mia vita, lo è sempre stato. Ho iniziato a giocare all'età di sei anni e da lì non ho mai smesso, e spero di poter giocare ancora per molto tempo. Sicuramente fino a che le gambe mi sosterranno ce la metterò tutta per andare avanti!
Mi potrei definire uno dei "fondatori" della squadra (anche se all'atto pratico non è stato cosi), ma mi piace pensare di esserlo, per quello che ho fatto prima di conoscere Antonio, mentre ci giocavo insieme, e dopo la sua morte. Gioco in questo gruppo da almeno undici anni, se non ricordo male, abbiamo cambiato diverse maglie, giocatori e società, ma alcuni di noi ancora sono presenti nel gruppo.
Il mio percorso tutto sommato è stato sempre un crescendo, ovviamente con alti e bassi, che fanno parte della vita. Il miglior anno calcistico lo abbiamo ottenuto nel penultimo anno di A.S.D. Capannelle quando, anche con Antonio in campo, siamo riusciti a raggiungere una promozione in seconda categoria, con una finale di coppa delle province persa solo ai rigori. Lì eravamo un grande gruppo, un gruppo di amici dentro e fuori dal campo, lo ricorderò sempre come l'anno migliore. Per quanto riguarda il bilancio con l'A.S.D. Antonio Ianni, devo dire che avrei sperato di ottenere molto di più, visto purtroppo anche il livello in cui si trova ora la terza categoria, ed il potenziale dei giocatori che sono passati in questi anni. Personalmente penso che a livello tecnico siamo andati sempre migliorando con gli anni, però forse c'è sempre mancata la fame di vittoria, che magari ti dava quella spinta in più per ottenere un traguardo migliore. Come si dice, la speranza è l'ultima a morire, quindi mi auguro che ogni anno che verrà sia sempre migliore e che magari ci faccia rivivere le emozioni provate in quell'annata accennata in precedenza. 
Antonio era un ragazzo magnifico, l'amico che tutti vorrebbero avere. Era una persona leale, generosa, simpatica e piacevole. A livello calcistico si può definire un "cavallo pazzo", forse un po’ indisciplinato tatticamente, ma la sua voglia, il suo cuore e la sua grinta, facevano sì che riuscisse a colmare alcuni limiti. Il sacrificio che metteva a disposizione della squadra era una cosa che è sempre stata apprezzata e lo ha sempre contraddistinto.  Era un combattente che non si dava mai per vinto e ce la metteva tutta fino alla fine. Ovviamente per noi che lo abbiamo conosciuto e giocato insieme rappresenta una figura molto importante, delle volte è l'unica ragione che mi dà la forza e mi spinge a non mollare o a cambiare squadra. Adesso mi rende orgoglioso essere il capitano di questa squadra e spero vivamente che anche lui da lì su sia fiero di me. Certo è difficile far capire alle persone che non l'hanno mai conosciuto il suo vero valore, anche se devo dire che diversi compagni sono riusciti a "prendere a cuore" questa squadra, facendosi motivare anche da tutto quello che ci circonda (le sorelle di Antonio e i suoi genitori) e cercare il più possibile di essere utili alla causa. Ci sono molte cose che mi ricordano di lui, sia dentro che fuori dal campo durante la giornata, dal suo improvvisare frasi rap, alla famosa "mossa del granchio", quando prese a cazzotti un albero perché era stato espulso ingiustamente, a tutto il suo impegno quando è dovuto star lontano dal campo per l'infortunio alle anche, e ogni domenica per motivarci al meglio preparava sempre qualcosa di nuovo: il pallone con gli aggettivi dove ognuno di noi doveva togliere il nastro che li copriva ma che poi uniti tutti insieme ci legavano in qualcosa; le lettere con dei riferimenti a racconti di storie accadute in passato; i suoi miti che per certi versi potevano essere anche i nostri oppure lo striscione "faber est suae quisque fortunae" creato il giorno della finale di coppa, con i fogli dei cori rivisitati in versione A.S.D. Capannelle che ha consegnato a tutti i tifosi che erano presenti quel giorno e così via, potrei tirarne fuori ancora molti di ricordi. Come detto ce ne sono diversi di ricordi che sono impressi nel mio cuore, però una cosa che prevale su tutte (forse perché l'ho vissuta in prima persona) è un fatto accaduto durante una partita di campionato che giocavamo in casa (in quell'annata "storica") contro il Real Aurora, avversari che avevamo già affrontato diverse volte e con cui non c'è mai stata molta simpatia. Quel giorno Antonio era in tribuna perché era da poco tempo che aveva scoperto questo problema alle anche che non gli permetteva di giocare. La partita ovviamente era calda e tirata, il clima tra tifosi e giocatori molto teso, quando verso la fine un avversario fece un brutto fallo ad uno di noi, ed ovviamente dalla tribuna (dove c’era Antonio) partì tutto l'accanimento possibile contro di lui. Poco dopo la partita finì e ovviamente gli animi erano ancora accesi e i battibecchi tra lui e questo avversario sono continuati anche fuori, quindi Antonio entrò negli spogliatoi cercando di andarsi a scontrare con questa persona. Ovviamente tutti cercammo di fermarlo (compreso io che ero in accappatoio e ciabatte) quindi in tre cercammo di riportarlo nello spogliatoio e una volta dentro riuscii a chiudere la porta spingendo Antonio dentro, ma lui che continuava a cercare di liberarsi, quando tutto a un tratto si fermò, mi abbracciò forte e scoppiò a piangere, urlando che voleva tornare a giocare, e non ce la faceva più a stare fuori dal campo e non poterci dare una mano, ed io l'unica cosa che ho potuto fare con le lacrime agli occhi è stato stringerlo forte a me dirgli che sarebbe tornato presto. In questo episodio ho capito ancora di più tutto l'amore che provava per il pallone e l'attaccamento e il bene che ci voleva, è stato nello stesso tempo un momento triste, ma davvero emozionante che mi è rimasto impresso in maniera incredibile. Per fortuna questa rivincita se l'è presa poco dopo, nei quarti di finale di coppa di provincia, partita secca in campo neutro e ovviamente ci capitò il Real Aurora, questa volta Antonio era in panchina (al fianco della squadra anche se infortunato), la posta in palio era alta e il caso ha voluto che sul risultato di 1 a 1 il Mister (al tempo Maurizio D'Onofrio) decise di farlo entrare nella ripresa, ed fu proprio lui che durante un calcio d'angolo nella mischia riuscì a segnare il goal del 2 a 1, scatenando l'apoteosi più totale, e permettendoci così di andare avanti in quella coppa persa poi in finale ai rigori.

mercoledì 7 febbraio 2018

Ilaria Tuti: il Thriller italiano è ‘rosa’


Come disse Ted Bundy, l’assassino che, negli anni Settanta, terrorizzò gli Stati Uniti, uccidendo decine di giovani donne: “Noi serial killer siamo i vostri figli, siamo i vostri mariti, siamo ovunque”. Una verità difficile da accettare e che rivela come la realtà superi di gran lunga persino la fantasia dello scrittore più ingegnoso.
Si sentiva parlare di lei già molto prima che il suo romanzo d’esordio andasse a ruba sugli scaffali di tutte le librerie d’Italia, quando molti editori se la sono contesa: Ilaria Tuti col suo “Fiori sopra l’inferno”, edito da Longanesi, ha dato una scossa al thriller in rosa made in Italy, mettendo in discussione il primato di tante autrici d’oltreoceano molto amate dai nostri lettori. E ciò che colpisce di quest’autrice friulana dallo stile scorrevole, ma ricercato, non è solo il talento di aver creato una protagonista magnetica come il Commissario Teresa Battaglia, ma soprattutto l’empatia machiavellica con cui si è calata nei panni del cattivo, restituendoci un antagonista vero, non un super-killer, ma un essere umano. Uno come tanti, all’apparenza e non solo.
La capacità di evocare gli ambienti di montagna a lei cari con poche semplici parole e l’abilità nel muovere i propri personaggi come su una scacchiera, rendono Ilaria Tuti una vera promessa del thriller psicologico al femminile. La profondità del Commissario Battaglia, ben lontana dagli stereotipi di perfezione e bellezza ai quali tante autrici del genere restano comunque legate, la rendono autentica e ne colorano la personalità, regalandoci la certezza che, anche sulla carta, si può essere vincenti senza necessariamente essere sempre vincitori, e sensibili anche quando si fa un mestiere che sembra non lasciare spazio alla sensibilità, ma richiede tanto sentimento.
Un altro aspetto interessante del romanzo è il confronto generazionale tra i vari personaggi: ogni sfaccettatura dell’esistenza è analizzata con finezza e col giusto disincanto, tutti elementi singolari e stimolanti anche nello sviluppo della trama gialla.
“Fiori sopra l’inferno” è un romanzo da leggere e rileggere, in attesa che il Commissario Battaglia torni a stupirci al più presto con una nuova avventura.


Un sinistro paesaggio di montagna, una profiler esperta come ce ne sono poche nel nostro Paese, con un pesante segreto sul cuore, e un assassino crudele che contamina la purezza della neve con la sua scia di sangue: inizia così “Fiori sopra l’inferno”, Longanesi, il thriller d’esordio più incalzante dell’anno. Raccontaci la genesi di questa storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura? Cosa vuoi comunicare?

Il personaggio principale, Teresa Battaglia, era già nato nella mia mente, con il suo vissuto e l’abilità investigativa che la contraddistingue. Pensando alla storia da scrivere, volevo calarla in un’ambientazione suggestiva e ho scelto le atmosfere delle mie montagne innevate, quelle del Friuli al confine con l’Austria. A quel punto avevo bisogno di un antagonista che le tenesse testa. Lo immaginavo diverso dal serial killer freddo e spietato: volevo un personaggio empatico che potesse dare un punto di vista diverso e inaspettato. Ho trovato lo spunto che cercavo in una lettura che stavo facendo a proposito della psiche umana e dei suoi meccanismi affascinanti, per quanto a volte spaventosi. Una lettura che mi ha fatto conoscere un fatto passato che è diventato l’innesco dell’intera storia.
Con questo romanzo ho voluto indagare la figura del “mostro”, dell’assassino seriale, ma come dice la protagonista Teresa Battaglia, i mostri non esistono: siamo tutti figli – a volte bistrattati – del nostro passato.

Carismatica e nello stesso tempo sensibile come solo una donna e una grande professionista sa essere: chi è Teresa Battaglia, il Commissario protagonista del tuo romanzo, che promette di fare serrata concorrenza a tanti suoi omologhi letterari maschili ben più famosi? Come la definiresti e, in generale, come delinei i personaggi delle tue storie e le vicende che li coinvolgono?

Teresa è una donna quasi sessantenne straordinariamente normale. Non piacente, sovrappeso, diabetica, stanca, spesso scorbutica, ma empatica e profonda. Teresa è una pura, la sua integrità non è mai messa in discussione, come persona e come professionista. Non ha filtri, quindi o la ami o la detesti. È materna senza essere madre, è fragile e determinata, saggia eppure inquieta, protettiva e respingente: le sue contraddizioni la rendono umana e sfaccettata. La sua forza non risiede nell’essere indistruttibile, ma nel saper ricominciare dopo ogni battuta d’arresto, da qualsiasi punto in cui si trovi, con il carico di paure e insicurezze che una nuova malattia le ha portato: esattamente come fanno tante donne ogni giorno della loro vita, da sole.
Per delineare i miei personaggi mi ispiro alle persone che incontro ogni giorno, mi lascio guidare dalla curiosità istintiva che ho nei confronti delle loro esistenze: mi chiedo sempre quale sia la storia di chi ho di fronte, cerco di intuire il vissuto che c’è dietro la facciata, ma faccio riferimento anche a personaggi conosciuti, che con il loro carisma mi ispirano. Le vicende che coinvolgono i personaggi sono frutto di un’ideazione continua. Invento storie ogni giorno, le annoto, immagino i dialoghi, riempio di appunti i miei taccuini.


Non una metropoli, ma una piccola cittadina e tutte le dinamiche della provincia e degli ambienti di montagna del nostro Paese che ben conosci: cosa ti ha spinto a scegliere questo sfondo innovativo e suggestivo per accompagnare all’inferno i tuoi personaggi e i tuoi lettori?

Sono partita da ciò che conosco meglio e amo per costruire il mondo di “Fiori sopra l’inferno”: luoghi veri, in cui ho giocato nella mia infanzia e che ho imparato in età adulta a guardare con la meraviglia di quando ero bambina. Ho cercato di descriverli in modo da farli arrivare al lettore non solo con le parole, ma con i colori, gli odori, le ombre e le luci, in modo che l’immersione nella storia fosse un’esperienza sensoriale. Ho voluto trasmettere la loro bellezza arcaica e arcana. È stata una piccola dichiarazione d’amore alla mia terra.

Con un debutto così intenso, le aspettative dei lettori sono destinate a crescere: che scrittrice sei oggi? Ti lasci guidare dall’ispirazione o hai un metodo collaudato al quale non sai rinunciare? Cosa significa al giorno d’oggi esordire e gestire la collaborazione con un grande editore?

È sempre l’ispirazione a guidarmi, una visione che si forma nella mente e che cerco di tradurre con le parole. Da sempre il mio metodo per scrivere prevede una scaletta: un thriller è atmosfera e suggestione, ma è anche matematica. La scaletta mi aiuta a non perdermi, ad annotare idee, dialoghi e spunti di riflessione senza correre il rischio di dimenticarli.
Esordire con una grande casa editrice significa gestire la grande passione che è per me la scrittura in modo il più possibile professionale: è una questione di rispetto per chi ha creduto in me e per i lettori che leggeranno le mie storie. È impegnativo, ma resta il “lavoro” più appassionante, divertente e stimolante che possa immaginare (tanto che faccio fatica a definirlo “lavoro”).

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro e quanto dovremo attendere per leggere una nuova avventura del Commissario Battaglia…

Sto iniziando a delineare una nuova storia di Teresa, sono nella fase di ideazione (complicata, ma entusiasmante). Il nuovo episodio, però, non uscirà prima del prossimo anno. Sarà sempre ambientato in Friuli, ma la neve lascerà il posto a una natura nel pieno della sua forza…

mercoledì 24 gennaio 2018

Massimo Cuomo: ogni storia è come la prima…


Da queste parti uno straniero lo riconosci al volo. Massimo Cuomo presenta così il suo Salvatore Maria Tempesta, il protagonista di “Piccola Osteria senza parole”, il romanzo pubblicato da E/O nel 2014 che, dopo il successo del suo debutto con “Malcom”, lo ha consacrato tra le penne più apprezzate del nostro scenario letterario attuale. Anche Massimo Cuomo, infatti, proprio come il misterioso Tempesta, è un puro: uno scrittore inconfondibile e riconoscibile come uno straniero in un luogo lontano, tra realtà e fantasia, dove non va mai nessuno e non succede mai nulla. Il lettore pensa di aver imparato a conoscerlo, di aver inquadrato il suo stile, la profondità dei suoi personaggi, la struttura originale delle sue storie. Ma, a ogni suo nuovo romanzo, Massimo Cuomo riesce a stupire come alla prima lettura per la libertà con cui si muove tra le storie, donando al lettore il piacere di nuove scoperte, senza negargli il gusto di ritrovare la forza di uno stile che cresce, pur restando sempre fedele se stesso.
In “Bellissimo”, l’ultimo romanzo anch’esso edito da E/O, Massimo Cuomo racconta la storia di due fratelli, il bellissimo Miguel e lo sfortunato Santiago, opposti quanto due facce della stessa medaglia che hanno in comune molto più di quel che vorrebbero ammettere. La vicenda si snoda, con delicato e onirico surrealismo, tra l’apparentemente incolpevole fascino di Miguel e la frustrazione crescente del primogenito Santiago, andando a toccare in profondità la complessità senza tempo dei rapporti famigliari fatti di aspettative e pregiudizi culturali troppo spesso incompatibili con le leggi del sangue, giocando, talvolta, coi linguaggi della fiaba e del mito.
Ogni caleidoscopico personaggio che colora le pagine di Massimo Cuomo ha la capacità di scavare una nicchia nell’intimo di un lettore sensibile e la più grande capacità di questo autore è la sottile ed emozionante attesa che sa creare tra un libro e l’altro. Una sensazione unica, appena sotto l’epidermide, che non è legata alla serialità di un protagonista, come capita con tanti scrittori di grande talento, ma alla curiosità e al desiderio di lasciarsi sorprendere da una nuova imprevedibile storia.



Evocativo, poetico, delicato, ma allo stesso tempo tagliente, ruvido, realistico: il tuo stile, unico nel panorama letterario attuale del nostro Paese, ti rende uno degli autori più interessanti degli ultimi anni, in grado di scrivere storie solo apparentemente diversissime tra loro. Facciamo un passo indietro: come, quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autore sei: hai un metodo collaudato o ti lasci guidare dall’ispirazione?

Grazie per questa premessa, per questi complimenti. Mi gratificano perché confermano gli obiettivi che mi sono dato strada facendo, primo fra tutti scrivere a modo mio ciò che sento di voler scrivere nel momento. Un modo che è lo stesso di quando ero ragazzo, perfezionato dall’esperienza. È sempre stata la cosa che ho saputo fare un po’ meglio delle altre, scrivere: mi ha portato prima al Liceo Classico, alla facoltà di Scienze della Comunicazione poi, alle prime esperienze da giornalista. In quel periodo intervistavo la gente, stendevo pezzi di cronaca e mi sembrava il mestiere che avrei fatto da grande. Invece, dopo un po’, ho capito che non mi sarebbe bastato, che nella scrittura inseguivo piuttosto la possibilità di stupire, di inventare, di emozionare gli altri. A un certo punto ho deciso di provarci e ogni volta, prima di ogni nuovo romanzo, è un po’ come la prima volta: mi ascolto per intuire se c’è una storia che più di altre si fa sentire e poi soltanto la assecondo. In genere si tratta di qualcosa che mi ha colpito e chiede di essere analizzato o più spesso di qualche ferita da rimarginare. C’è molta ispirazione, sì. Però modulata dall’analisi razionale di tutto ciò che è successo prima, dalle lezioni, dalle sensazioni che ogni singola pubblicazione mi ha lasciato e che in qualche modo condizionano sempre le storie successive e come decido di raccontarle.

Dal mondo interiore di un ragazzo come tanti, al nord-est chiuso e impenetrabile, fino agli sconfinati cieli del Messico: le ambientazioni e le vicende delle tue storie sembrano celare significati metaforici, allegorici perfino. Come le scegli e le rendi così vivide? In che modo ti rappresentano?

Sono una persona molto riflessiva. Mi faccio domande su tutto quello che mi capita, ogni giorno, e sul senso profondo della vita e delle relazioni. È uno “stato di coscienza” costante, che ho acquisito nel tempo, e che non mi permette di vivere quasi nulla in modo superficiale o del tutto spensierato. In un certo senso è uno stato di infelicità latente perché l’unico modo per sentirsi del tutto felici credo appartenga all’incoscienza: i bambini riescono a esserlo per davvero. Eppure non rinuncerei a questa condizione, senza la quale peraltro non sarei mai arrivato alla scrittura: nei romanzi trasporto le mie riflessioni, la visione della realtà che ho costruito un pensiero dietro l’altro molto prima di mettermi a raccontarla. Poi ci aggiungo il mio stile personale, che non è uno stile perfetto, anzi, riesco a intuire con una certa chiarezza i limiti della mia scrittura, quasi dei difetti ripetuti, che però reputo necessari: io scrivo così ed è così che riesco a esprimermi; cerco solo di migliorarmi, leggendo gli altri e dedicando un tempo crescente alla stesura del testo. Possedere uno stile in fondo è questo: risultare in qualche modo riconoscibile. E per farlo cerco di restare me stesso sempre, anche sulla carta.


L’insicuro Zan, l’imprevedibile Tempesta e i due opposti Miguel e Santiago: tutti protagonisti molti diversi tra loro, ma ugualmente memorabili. Come li definiresti e quanto c’è di autobiografico in loro? Come delinei, in generale, i personaggi dei tuoi romanzi?

Sono un po’ in ognuno di loro. Semplicemente ho evidenziato per ciascun protagonista delle caratteristiche che mi sono appartenute in fasi diverse della vita oppure che attengono a lati differenti del mio carattere. L’abilità è quella di non risultare troppo riconoscibile, di sparire fra le righe come dovrebbe fare un buon narratore: la scelta di rinunciare alla prima persona, nei due romanzi successivi al primo, dipende anche da questo.
Li concepisco, i miei personaggi, come accade con la trama: comincio a intravederli un poco alla volta, me li porto a spasso, nella testa, anche per parecchio tempo prima di mettermi a delinearli per iscritto. E, quando quel momento arriva, descriverli è facile, perché è come raccontare di qualcuno che conosci bene. Il loro nome e cognome in genere nasce lì: glielo assegno di getto, pensandoci un istante appena, e il più delle volte è un battesimo definitivo. Per il resto li racconto per come “sento” che vadano raccontati, per come li ho capiti. E così gli faccio fare cose che semplicemente ritengo giusto che facciano.

È ancora possibile, secondo te, al giorno d’oggi, fare della scrittura una professione a tempo pieno? Che suggerimenti daresti a un giovane aspirante che volesse seguire le tue orme? Facciamo un bilancio della tua carriera fino ad oggi: cosa significa collaborare con un editore di qualità e come ci sei arrivato?

Scrivere con l’obiettivo di farne una professione è pericoloso: si corre il rischio di perdere di vista il senso profondo della letteratura, che dovrebbe creare un prodotto artistico prima che commerciale. Il mio suggerimento è di sforzarsi soltanto di scrivere delle belle storie, che siano il più possibile personali e originali. Per riuscirci occorre acquisire più consapevolezza possibile rispetto al panorama letterario (eventualmente mirato al proprio genere) in cui ci si vorrebbe inserire, acquisire una “visione d’insieme” studiando i meccanismi che governano questo mondo, imparare a scegliere i libri giusti da leggere e leggerli con spirito critico. E poi spedire e sperare, perché non è vero che gli editori non leggono quello che ricevono. Io ho spedito ed E/O mi ha scelto, le cose sono andate così. E considero un vantaggio il fatto di aver cominciato e proseguito questa esperienza con un editore indipendente di qualità perché mi ha permesso di viverla esattamente come volevo, in libertà e con puro spirito artistico. Il fatto che non sia una professione a tempo pieno, forse, ha reso i miei libri più belli.


A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Dopo aver portato in giro “Bellissimo” per parecchi mesi è arrivato il momento di dedicarsi a una storia nuova che sta prendendo forma nei miei pensieri. Vedo lo scenario e il senso di quello che vorrei raccontare ma è prematuro dare qualsiasi anticipazione.

Nel prossimo futuro ho un paio di progetti che sto perfezionando: un reading musicale per “Piccola Osteria senza Parole” che vedrà la luce in primavera. E poi l’organizzazione di una rassegna letteraria interna a un’importante azienda italiana. Il responsabile del personale ha letto tutti i miei romanzi, è venuto a una presentazione e alla fine mi ha avvicinato: «Te la sentiresti di raccontare le tue storie, magari anche le storie di altri scrittori, ai dipendenti di un’azienda per invogliarli a leggere di più?». E io potevo dirgli di no?

www.massimocuomo.com


mercoledì 17 gennaio 2018

Sandro Settimj: l’amore? Non è una fiaba…


Una cosa è certa. Anzi, due. La prima è che a Ugo piacciono molto le donne. Non solo per le bimbe, infatti, il principe azzurro delle fiabe sarà il paradigma col quale ogni uomo in carne e ossa sarà destinato a perdere il confronto. Anche per Ugo, sempre convinto di avere a che fare con un esercito di principesse che hanno perso la scarpetta, lo scontro con la realtà è sempre una doccia fredda. Prima si innamora di una donna, poi la corteggia, ce la mette proprio tutta, ma, quando arriva il fatidico momento della prova della scarpina di cristallo, quella che ha di fronte non è mai la sua Cenerentola e ne rimane puntualmente deluso.
La seconda è che, chiunque abbia letto “Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato”, il romanzo d’esordio di Sandro Settimj edito da Mondadori, di cui Ugo è l’indimenticabile protagonista, ne è rimasto talmente colpito, da attendere con ansia di conoscere quale sarà il futuro di questo eroe dei nostri tempi, così romantico e confuso che, altro che Christian Grey, come direbbero i duemila.
Lasciando da parte l’ironia, in un panorama letterario internazionale decisamente saturo di maschioni dai portafogli gonfi, Ugo è davvero come un vaso di coccio tra tanti vasi di ferro, che il buon Manzoni non ce ne voglia. Ed è così di coccio, come si direbbe a Roma, da essere semplicemente irresistibile. Ugo è un ragazzo come tanti: sognatore, fragile, sensibile, di quelli che hanno imparato a difendersi con una battuta sarcastica sperando di farsi notare come brillanti seduttori, ma che, in fondo, sono solo eccezionalmente ingenui. Quando decide di partire come animatore di villaggi turistici, Ugo ha già collezionato un paio di quelle delusioni d’amore che marchiano più di un tatuaggio. Ma non sa che quello è solo l’inizio di una serie di disavventure amorose degne di un romanzo di formazione alla rovescia. Tra donne fatali e timide ragazzine alle prime esperienze, nessuna sembra corrispondere all’irraggiungibile ideale femminile di Ugo, finché una ragazza imprevedibile gli ruba il cuore.
Ironico e graffiante, Sandro Settimj ci avvolge col suo stile scorrevole e diretto, fatto di dialoghi scoppiettanti e veloci cambi di scena che nulla tolgono alla profondità di alcune riflessioni fatte per bocca del protagonista, senza mai farci perdere il sorriso. Una storia tenera e divertente, autentica e irriverente, così attuale e moderna, da essere senza tempo, proprio come l’amore.


 “Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato”: non è solo il titolo del tuo romanzo d’esordio, edito da Mondadori, ma anche la filosofia di vita del protagonista della storia, un aspirante seduttore decisamente imbranato che meno capisce le donne e più ne è affascinato, nonostante collezioni una disavventura amorosa dopo l’altra. Raccontaci la genesi di questa storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Il romanzo è basato su un nucleo di racconti scritti nell'arco di venti anni e lasciati lì da parte finché non ho pensato di unirli e riadattarli nell'ambito di una storia unica che descrivesse - in chiave semi seria - l'apprendistato sentimentale e sessuale di un giovane. Il risultato può definirsi, a suo modo, un romanzo di formazione.

Come definiresti Ugo, l’indimenticabile protagonista della tua storia? Quanto c’è di autobiografico in lui? E, in generale, come delinei i personaggi dei tuoi romanzi e le vicende che li coinvolgono?

Ugo è un ragazzo normale - l'antitesi del maschio duro e puro - che ha avuto la sfortuna di nascere con un'indole romantica nell'epoca sbagliata. Lui ama le fiabe, crede nell'amor cortese e deve quindi fare i conti con la dura realtà: l'universo femminile che incontra sul proprio cammino si rivela assai distante dal modello sognato.
Gli spunti iniziali dei racconti e alcuni personaggi sono indubbiamente frutto della mia esperienza, ma le storie hanno un loro corso totalmente autonomo, tanto che oggi non saprei più dire cosa è "vero" e cosa frutto di fantasia, perché scrivere storie significa viverle e la mente è un organo suggestionabile che finisce col non distinguere più la realtà dalla immaginazione.
La scelta della narrazione in prima persona implica che i personaggi e le vicende siano visti e descritti con gli occhi del protagonista, uno che fatica a prendersi sul serio e più in generale a prendere sul serio la vita e i suoi abitanti.

Non solo letteratura, ma anche televisione: che differenza c’è tra scrivere un romanzo e una sceneggiatura? Che autore sei: segui l’ispirazione o hai un metodo collaudato? Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Facciamo un bilancio della tua esperienza fino a oggi, tra passione e professione.

Romanzo e sceneggiatura sono due scritture totalmente diverse, a partire dal fatto che il primo è un prodotto finito, mentre la seconda è solo un anello intermedio suscettibile di mille interpretazioni diverse da parte del regista, degli attori ecc. Ciò che li accomuna, nel mio caso, è l'uso della scaletta, ossia la suddivisione in scene che mi aiuta a programmare il percorso della narrazione. Il mio modo di scrivere parte inizialmente quasi sempre da un dialogo o da un'immagine e spesso mi ritrovo a buttare giù scene senza un ordine cronologico che poi provo a incasellare qua e là nell'ambito di una scaletta. Il lavoro successivo è quello di cucire i pezzi fra loro scrivendo le scene mancanti. È un po' come il gioco della Settimana Enigmistica in cui bisogna unire i puntini per vedere cosa apparirà.
La mia esigenza di scrivere si è manifestata all'improvviso alla fine dell'università. La parte autobiografica del primo racconto è proprio quella. Mi trovavo in cantina a preparare la tesi, ma in realtà fissavo il telefono con il cuore in gola: "lei" non chiamava. Così ho iniziato a scrivere (non la tesi) e la cosa mi ha fatto sentire bene. Oggi scrivere è una delle poche cose che mi fa alzare felice al mattino.
Per quanto riguarda il bilancio tra passione e professione, questo pende ahimè tutto dalla parte meno piacevole. Se non sei Ken Follet, il romanzo è un lusso che devi riuscire a mantenere scrivendo innanzitutto per vivere.

Per saper scrivere bene, occorre, certamente, leggere tanto. Quali sono i tuoi autori di riferimento? Immagina di avere una macchina del tempo: chi dei grandi maestri del passato ti piacerebbe conoscere e intervistare? E quali domande gli faresti?

Leggere fa indubbiamente bene, non solo per scrivere. In quanto agli autori di riferimento, bisogna capire cosa si intende. Io venero scrittori lontanissimi dal mio stile (e dalle mie capacità) come Marquez o Joseph Roth, ma quello che sento più vicino, ossia che considero come un modello di equilibrio fra umorismo e pathos, è senza dubbio Pennac.
Non so se vorrei incontrare i grandi scrittori del passato, perché spesso i geni si rivelano persone assai deludenti sul piano umano. Preferisco leggerli. L'unica domanda che mi viene in mente nasconde in realtà una profonda invidia ed è rivolta in generale ai grandi sfornatori di best seller americani: "Come diamine fate a maneggiare e intrecciare le storie di un centinaio di personaggi a romanzo senza perdervi?" La verità è che non voglio conoscere Follet, ma il suo pusher!

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.

Al momento ho appena terminato il secondo romanzo di Ugo, impelagato in una difficile prova di convivenza. Il futuro spero che mi vedrà ancora impegnato a scrivere. Sarebbe un buon segno...