venerdì 15 giugno 2018

“Doctor Sleep” di Stephen King. Il sequel di “Shining”



Ho il forte presentimento che molti di noi abbiano atteso questo momento con ansia per giorni, mesi, addirittura anni. Ebbene, l’attesa è finita: il magico potere della luccicanza è tornato a popolare i nostri incubi di insaziabili lettori con “Doctor Sleep”, l’attesissimo seguito di “Shining” di Stephen King, edito in Italia da Sperling & Kupfer. Dopo più di trent’anni dalla pubblicazione del suo capolavoro, il re del brivido firma uno dei sequel più attesi degli ultimi decenni, lasciando ancora una volta il suo pubblico senza fiato.
Come abbiamo letto in numerose interviste rilasciate per la promozione del romanzo, i personaggi inquietanti che popolavano l’Overlook Hotel, magistralmente reso sullo schermo dal film capolavoro di Stanley Kubrick interpretato dall’indimenticabile Jack Nicholson, hanno tormentato le notti del maestro dell’horror per molti anni dopo la pubblicazione di “Shining”, tanto da spingerlo a riportarli in vita in questo romanzo che inizia esattamente dove si era interrotto il precedente, dopo l’incendio del lugubre hotel.


A quella tragedia sono scampati Richard Hallorann, cuoco dell’albergo, Wendy Torrance, moglie del custode invernale Jack Torrance, morto nel vano tentativo di fermare le fiamme, e il loro figlioletto, Danny Torrance, rimasto miracolosamente illeso nel corpo, ma non nell’anima. Il protagonista del romanzo è proprio un Dan ormai cresciuto, ma ancora profondamente segnato da ciò che accadde all’Overlock. Dan, dopo anni passati allo sbando in giro per l’America, cercando di combattere contro un’eredità paterna fatta di alcolismo, violenza e depressione, ha finalmente messo radici in una piccola città del New Hampshire, trovando lavoro in un ospizio. Aiutato da un gatto in grado di prevedere il futuro, Dan cerca di accompagnare i vecchietti nell’ultima parte della loro vita, donandogli il conforto che solo il potere della luccicanza è in grado di dare, diventando Doctor Sleep, il Dottor Sonno.
Sarà l’incontro con la misteriosa Abra Stone, dotata di un potere ancor più abbagliante del suo, a sconvolgere di nuovo la fragile esistenza di Dan, riportando in superficie l’orrore di demoni spaventosi che credeva ormai sepolti da tempo, ma che in realtà sono cresciuti con lui.


King ricostruisce e approfondisce un mondo demoniaco di presenze oscure che sono più vicine di quel che noi tutti vorremmo credere, senza rinunciare al suo stile asciutto e diretto, spesso sarcastico e distaccato, ma a tratti emozionante e perfino commovente. La capacità dell’autore di farci entrare in una dimensione parallela, fatta di mostri all’apparenza assolutamente inoffensivi e nascosti dietro facce comuni, ma in realtà potenzialmente distruttivi e capaci di annientare la nostra volontà, è a dir poco unica e la tensione è sempre palpabile anche mettendosi nei panni dei personaggi che, nonostante le loro potenti capacità soprannaturali, sembrano essere anche più vulnerabili di noi semplici esseri umani.
“Doctor Sleep” è un romanzo emozionante e coinvolgente sin dalla prima pagina, irrinunciabile per gli appassionati ammiratori di King, nonostante non tutti ne siano rimasti soddisfatti, ma ugualmente avvincente e interessante anche per i più scettici che credono sia tutta fantasia. O, meglio, vogliono credere. Buona lettura e sogni d’oro!


giovedì 14 giugno 2018

“Il diario di Mr. Darcy” di Amanda Grange. I segreti dell’‘orgoglioso’ più amato di sempre



Dopo oltre duecento anni dalla realizzazione del romanzo più noto della scrittrice inglese, la personalità e le opere di Jane Austen continuano a influenzare le autrici de nostri tempi, come abbiamo potuto già constatare analizzando la trilogia di Pamela Aidan. L’esperimento condotto con “Il diario di Mr. Darcy”, Tre60 Edizioni, da Amanda Grange, prolifica scrittrice inglese, specializzata nell’interpretazione creativa dei classici della letteratura, è simile, ma racconta in modo fluido e piacevole i pensieri del nostro Darcy attraverso le intense pagine del suo diario personale.
La vicenda inizia circa un anno prima rispetto alla versione originale, ripercorrendo le tappe salienti del tradimento di Wickham, che cerca di plagiare Georgiana Darcy, e si conclude un anno dopo il matrimonio tra Darcy e Elizabeth, ormai felici e affiatati nella rinnovata tenuta di Pemberly. Le vicende intermedie sono proprio le stesse che tutti conosciamo alla perfezione, vissute nei panni di Darcy: il primo incontro al ballo, la permanenza con Jane a Netherfield Park, il grande rifiuto di Lizzie, il nuovo incontro a Pemberly, la disgrazia di Lydia a causa del solito Wickham e il tentativo disperato di rimettere a posto le cose, fino allo splendido lieto fine, il tutto raccontato in modo fedele e appassionato, facendo risaltare quella sensibilità profonda del temperamento di Darcy che egli stesso cela agli occhi di Elizabeth, ostentando orgoglio e superbia.


Lo stile della Grange è pulito, gradevole e credibile e denota una profonda conoscenza del romanzo e dello stile di Jane Austen, tanto che è in grado di ricreare, col giusto tocco di modernità, le squisite atmosfere di tempi e luoghi che hanno fatto sognare a occhi aperti milioni di lettrici e lettori in tutto il mondo.
Tutti i personaggi, compresi quelli minori, mantengono la propria personalità, così come erano stati magistralmente delineati dalla stessa Jane, nonostante cambi il punto di vista degli eventi. L’intero romanzo, disponibile anche in versione e-book, scorre velocemente, grazie anche alla veridicità dei dialoghi e delle descrizioni, forse insuperata in questo filone di autrici che si ispirano ai personaggi della Austen, reinventandoli nelle loro opere. Anche l’acume e l’ironia del personaggio di Elizabeth, di solito paradossalmente trascurato in questi casi, non passano affatto in secondo piano e sono resi alla perfezione attraverso gli occhi di Darcy che, sebbene spiazzato, in un primo momento, dallo spirito allegro e gioioso della ragazza, ne rimane catturato, pagina dopo pagina, arrendendosi al nuovo sentimento che sta nascendo dentro il suo cuore.
Nessun appassionato ammiratore di Jane Austen riuscirà a resistere alla tentazione di leggere quest’incantevole rivisitazione di una delle, ormai longeve, storie d’amore più belle di tutti i tempi.


mercoledì 13 giugno 2018

“Bridget Jones. Un amore di ragazzo” di Helen Fielding. Il romanzo che ha ispirato “Bridget Jones’s baby”



A chi non è mai capitato di ritrovarsi in una imbarazzante situazione alla Bridget Jones? E chi di noi donne, almeno una volta nella vita, non ha tenuto un diario, provando a emulare l’eroina inglese, alla quale sembra succedere proprio di tutto? L’abbiamo lasciata, ormai qualche anno fa, felice e pazzamente innamorata del suo Mark Darcy, dopo pagine e pagine di risate, passate tra strategie per accalappiare l’uomo perfetto, l’incessante lotta ai chili di troppo e la scelta delle mutandine giuste per ogni occasione, e l’abbiamo recentemente ritrovata in tutte le librerie e poi in tutti i cinema alle prese con nuove e spassosissime avventure dai risvolti davvero inaspettati. Ma andiamo con ordine.
In “Bridget Jones. Un amore di ragazzo”, edito da Rizzoli, la scrittrice Helen Fielding infatti, vera pioniera del chick lit, ha sconvolto i milioni di fans in tutto il mondo con una mossa davvero audace: Bridget è di nuovo sola e nel modo peggiore possibile, è rimasta vedova e con due figli piccoli, Billy e Mabel. Lo sconcerto è stato grande, me ne rendo conto, ma, ragazze, dobbiamo farci coraggio!
Anche io sono stata tentata di chiudere il libro e di lanciarlo disgustata contro il muro, ma non l’ho fatto, e non solo perché lo stavo leggendo sul mio affezionato lettore, in versione e-book. A Bridget bisogna sempre concedere una possibilità. E Bridget, infatti, non mi ha delusa neppure stavolta.


Alle soglie dei cinquanta, disperata, depressa e con due figli piccoli, Bridget è la stessa pasticciona di sempre, che ne combina una al minuto, manda a fuoco la cucina per fare le salsicce, fa mille buoni propositi e poi non ne mantiene nemmeno uno, e ha un pessimo rapporto con la tecnologia, dal telecomando della TV, allo smartphone di ultima generazione. Dopo un lungo periodo di lutto però, la nostra amata Jones decide di darsi una mossa: si mette a dieta e finalmente riesce a perdere tutti i chili di troppo, smette definitivamente di fumare e si iscrive a Twitter, lasciandosi prendere dal vortice dei Social Network. Circondata dagli amici di sempre, Tom, Jude, Talitha e Daniel, il solito marpione che al cinema era stato interpretato da Hugh Grant, e ora è il padrino di Billy e Mabel, ma non sembra essere cambiato più di tanto, Bridget cerca di essere una madre migliore possibile per i suoi figli e, nello stesso tempo, decide di tentare una nuova carriera come sceneggiatrice di soggetti cinematografici, riscoprendo il talento per la scrittura.
Il risultato è una miscela esplosiva di esilaranti episodi di vita quotidiana, tra il comico e il grottesco, che vi faranno ridere a crepapelle e vi strapperanno anche qualche lacrima, facendovi spesso riflettere su voi stesse e sul vostro modo di affrontare il futuro anche nelle difficoltà.


Gli spunti di critica ironica verso la nostra routine giornaliera sono sempre più acuti e spassosi, pagina dopo pagina: lo scorrere del tempo, la capacità di superare le avversità più imprevedibili, lo sforzo di essere buoni genitori, alle prese con una scuola sempre più esigente e con giochi elettronici di ogni tipo, che sembrano venir fuori come funghi dopo la pioggia e, last, but not least, la volontà di coltivare la propria femminilità, cercando di non cedere troppo agli stereotipi o ai sensi di colpa o, magari, a qualche bottiglia di vino. Brigdet è tutto questo e molto di più. È uno specchio della donna di oggi, fragile e spesso disorientata, ma coraggiosa e incosciente quanto basta per sopravvivere a qualsiasi cosa. Ed ecco che la nostra inarrestabile beniamina si barcamena tra improbabili appuntamenti, un toy boy davvero travolgente di nome Roxster, imbarazzanti avventure, tra sbronze e pidocchi, e i sempre più numerosi scontri con un arrogante, quanto affascinante, insegnante di Billy, Mr. Wallaker.
Questo libro scorre che è una bellezza, frizzante e divertente, non deludendoci nemmeno nel finale, che potrebbe essere, addirittura, l’inizio di nuove avventure che, ancora una volta, non sapremo lasciarci sfuggire.


Non molto tempo dopo l’uscita del romanzo, i cinefili appassionati di sequel hanno iniziato a scalpitare in attesa di capire come si sarebbero sviluppate sullo schermo le avventure della Jones interpretata da Renée Zellweger. La trama di “Bridget Jones’s baby” è decisamente diversa da quella del romanzo e vede la nostra eroina, ormai più adulta, che, dopo ave rotto con Mark Darcy, immancabile e sempre più affascinante Colin Firth, si butta sul lavoro di produttrice e conosce Jack, uno spericolato americano che ha il sorriso irresistibile di Patrick Dempsey, e intreccia con lui una relazione. Dopo poco Bridget scopre di essere incinta, ma non sa chi dei due uomini della sua vita sia il padre del bambino. Questo è solo l’inizio di una gravidanza davvero esilarante, complice anche una spassosa ginecologa interpretata da Emma Thompson, verso un epilogo in cui non si può far altro che seguire il cuore. Insomma, neppure la Fielding, che ha firmato il soggetto del film e poi un nuovo romanzo sotto forma di diario che segue le vicende della pellicola, “Bridget Jones’s baby. I diari”, edito da Rizzoli, sembra aver avuto il coraggio di far fuori il nostro amato Darcy-Firth, colonna portante di quella che anche al cinema si sta trasformando in una vera e propria serie. Chissà cosa riserverà il futuro per Bridget e per la sua nuova famiglia…


martedì 12 giugno 2018

“Gatti molto speciali” di Doris Lessing. La biografia felina della vincitrice del Nobel



Tra le commoventi pagine sulla sua amata Africa e le taglienti storie di donne, è stato affascinante scoprire come nella vita di Doris Lessing, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2007 scomparsa nel 2013, i gatti abbiano sempre occupato un posto speciale. Tutto viene raccontato in “Gatti molto speciali”, edito da Feltrinelli.
Il primo gatto la Lessing lo accarezzò quando viveva ancora in Persia, con la famiglia, all’età di soli tre anni e, a quanto pare, fu amore a prima vista, nella convinzione che ogni gatto sia unico e irripetibile. Nonostante i numerosi viaggi, dall’Africa, all’Inghilterra, Doris Lessing non volle mai privarsi della compagnia di molti gatti, spesso ritenuti più sensibili e comunicativi di tanti esseri umani e, fino alla fine, nel tranquillo quartiere inglese dove viveva, non è stata considerata come la scrittrice di fama mondiale, vincitrice del Nobel, ma semplicemente come la gattara del circondario, tanto la sua casa era rifugio sicuro per tutti i felini dei dintorni. In questo splendido libro, dedicato alla figlia, la Lessing racconta la sua vita e quella delle persone che ha amato attraverso gli occhi dei gatti che ha incontrato, tra aneddoti divertenti ed episodi malinconici, capaci di commuovere per la limpidezza dello stile e la disarmante purezza con cui sono narrati.


Dall’Africa, dove i gatti domestici andavano tenuti separati da quelli selvatici, nonostante tutti subissero il richiamo della natura, alla città di Londra, nella quale ha avuto a che fare con felini ormai abituati a convivere con gli esseri umani e per questo più avvezzi alla città, ma a volte non meno provati dalle difficoltà della vita randagia, il rapporto di confidenza della scrittrice coi gatti che l’hanno circondata è sempre stato molto intenso, a tratti felice, a tratti persino drammatico. I gatti della Lessing assumono quasi connotazioni umane, alcuni dotati di personalità forti e socievoli, altri vittime della paura e delle esperienze negative, alcuni longevi e sani, altri condannati a lunghe trafile tra un veterinario e l’altro, ma tutti di sicuro hanno avuto la fortuna di sedere accanto alla macchina da scrivere di una delle autrici più intense del secolo appena passato e di assistere alla creazione dei suoi capolavori.
Nulla meglio delle parole della stessa Lessing può descrivere esaustivamente il suo attaccamento ai suoi compagni felini. Augurandovi dunque, come sempre, buona lettura, riportiamo qui di seguito le ultime commoventi righe del racconto che conclude l’edizione italiana di “Gatti molto speciali”, dedicato a Rufus, un randagio che l’autrice ha curato e accolto in casa per alcuni anni, accompagnandolo verso la fine della vita con la stessa premura che avrebbe avuto verso un essere
umano.
“Quando si conoscono i gatti, quando si è passata una vita insieme ai gatti, quel che rimane è un fondo di sofferenza, un sentimento del tutto diverso di quello che si deve agli esseri umani: un misto di dolore per la loro incapacità di difendersi, e di senso di colpa a nome di tutti noi.”


lunedì 11 giugno 2018

“Febbre” di Maya Banks. Dopo le ‘sfumature’, i malanni di stagione



Siete in crisi di astinenza da Cinquanta sfumature? A forza di rileggerlo avete consumato le pagine del capolavoro di E. L. James? Niente paura! A quanto pare continua l’invasione in tutte le librerie da parte dell’ennesima trilogia erotica. Ci penserà “Febbre”, Mondadori, di Maya Banks, moglie e mamma di tre figli, che vive in Texas e, evidentemente quando non scrive, ama andare a caccia e a pesca con la sua famiglia, a farvi dimenticare il mitico Mr. Grey, che, sarò pazza, ma a me ricorda sempre la pubblicità di un ammorbidente di qualche anno fa. Il vostro beniamino, infatti, stavolta sembra dividersi in tre. Tre come i protagonisti di ciascuno dei romanzi che compongono la trilogia della Banks, dal titolo italiano “Passione senza tregua”.
Nel primo volume, disponibile anche in versione ebook, il protagonista è Gabe Hamilton, neanche a dirlo bellissimo miliardario sulla quarantina, proprietario di una catena di hotel di lusso presente in tutto il mondo assieme ai soci, altrettanto belli e ricchi, Jace e Ash, protagonisti a loro volta del secondo e terzo volume della trilogia.
Quando Gabe rincontra, dopo molti anni, Mia, la ventiquattrenne sorellina di Jace, non può fare a meno di constatare che la piccolina è diventata donna. E che donna. La sua ossessione per lei cresce e Mia, che, dal canto suo, vede in Gabe l’irraggiungibile fantasia della sua adolescenza, quasi non riesce a credere alle attenzioni che l’uomo inizia a dedicarle, fino a proporle di firmare un contratto che, vista la crisi, la poveretta non può lasciarsi sfuggire. I due verranno inghiottiti da un vortice di passione che li porterà a oltrepassare perfino i propri limiti, sotto ogni punto di vista, fino a un epilogo che, beh, non vi sveleremo, ma siamo sicuri che potete immaginare.
I personaggi, Mia e Gabe, non fanno altro che ricalcare gli stereotipi che sembrano andare per la maggiore in questo periodo: lui bello, ricco e dominatore, lei bella, ingenua e dominata. Non vi annoieremo sui dettagli della faccenda, perché ormai sembrano saperli proprio tutti, in ogni caso più piatti e insignificanti di così sarebbe difficile. L’introspezione psicologica dei protagonisti è, probabilmente, più profonda nei temi dei bambini delle scuole medie.
La narrazione salta dal punto di vista dell’uno a quello dell’altra in modo banale e insulso, senza pathos ed emozione persino nelle numerose, esagerate e un po’ grottesche scene di sesso, attorno alle quali, in fin dei conti, è costruito l’intero romanzo.
Lo stile è elementare e ripetitivo, zeppo di similitudini talmente trite, da sembrare i proverbi della nonna. E, udite udite, c’è perfino qualche refuso. Ma non ci sentiamo di muovere nessun rimprovero alla traduzione, perché probabilmente già in lingua originale la materia prima è quel che è.
Visto che ormai l’estate è alle porte non possiamo che consigliarvi di leggerlo sotto l’ombrellone. O magari potrà esservi utile per i problemi di stitichezza che flagellano le vacanze di molti, in attesa che il vento cambi e anche questa moda letteraria finisca, lasciando spazio a chi racconta l’amore in modo più profondo e genuino.


venerdì 8 giugno 2018

“Il reato di scrivere” di J. Rodolfo Wilcock. Siete proprio sicuri di voler fare gli scrittori?



“Non di rado la letteratura diventa strumento di potere; chi ne ha le redini in mano, da quel momento se le tiene strette. La cultura si chiude in casa e si fa rappresentare dalla sua serva ch’è la sottocultura. Il mondo letterario ha allora un suo governo il quale, come tutti i governi, tende a soddisfare anzitutto le aspirazioni dei più bestiali, cioè i più forti, tra i suoi sudditi. In quello che oggi scandalizza i giovani, non c’è nulla di nuovo; le stesse prepotenze avranno scandalizzato trent’anni fa i loro genitori”.
Così comincia il primo articolo della raccolta “Il reato di scrivere”, edita da Adelphi nella collana Biblioteca Minima, dello scrittore, traduttore e critico letterario J. Rodolfo Wilcock, argentino naturalizzato in Italia, scomparso alla fine degli Anni Settanta. Fu un critico acuto, dalla penna pungente, che collaborò con numerose riviste, pur avendo del ruolo della critica un’opinione ben precisa, testimoniata spesso dal suo vezzo di recensire, ad esempio, spettacoli che non aveva mai visto, o addirittura inesistenti, sulle cui tracce si mettevano subito tutti, con suo grande divertimento. In questo breve libro sono raccolti alcuni dei suoi articoli più interessanti sulla cosiddetta società letteraria e sui suoi meccanismi, talvolta perversi, analizzati con ironia e spietatezza. Le parole più dure Wilcock le riserva a quelli che, secondo lui, dovrebbero essere permanenti cause di rivoluzione in questo mondo patinato: innanzitutto la critica, nelle mani di persone che lui definisce prive delle qualità necessarie; i premi letterari, non concessi al merito, ma ormai risultato di patteggiamenti; i consulenti delle case editrici e i loro cosiddetti recensori ufficiali, capaci solo di scegliere libri a caso e, infine, gli stessi scrittori, esibizionisti poco lungimiranti, in grado, in questa marmaglia, di cancellarsi da soli, senza neppure scomodare il tempo.
“L’omertà viene detta buon gusto quindi è considerato di cattivo gusto rivelare le vicende losche del sottobosco letterario”.
Con queste parole Wilcock apostrofa l’odierna industria della carta stampata a tutto tondo, affermando che, in verità un vero e proprio bosco non c’è. Tuttavia non c’è motivo di lamentarsi più di tanto perché “l’ingiustizia è la giusta punizione di chi si offre al giudizio dei suoi inferiori.” Leggere per credere!


giovedì 7 giugno 2018

“Joyland” di Stephen King. Amore e morte in un nostalgico Luna Park



Estate 1973, Heaven’s Bay, Carolina del Nord. Il giovane studente universitario Devin Jones, squattrinato e ingenuo, decide di accettare un incarico stagionale a Joyland, un Luna Park moltogrande, per guadagnare qualche dollaro e cercare di dimenticare Wendy Keegan, la ragazza che gli ha spezzato il cuore, tradendolo. Inizia così “Joyland”, Sperling & Kupfer, un romanzo tra i più atipici del re dell’horror, Stephen King.
All’interno del parco divertimenti Devin sembra trovarsi perfettamente a proprio agio, in una sorta di universo parallelo, che gli restituisce serenità e fiducia in se stesso. A circondarlo ci sono una serie di curiosi personaggi: la vedova Emmalina Showplaw, che gli affitta una stanza, Lane Hardy, il burbero responsabile della Ruota del Sud, Rozzie Gold, in arte Madame Fortuna, la sedicente zingara che predice il futuro e ogni tanto ci azzecca, il Signor Easterbrook, l’ultranovantenne proprietario del parco e i due coetanei Erin e Tom, studenti universitari come lui e ben presto inseparabili amici.
In questo colorato mosaico di figli del carrozzone, come si chiamano secondo la Parlata, il gergo usato da tutti i lavoranti del parco, si nasconde anche un terribile segreto: Devin scopre, infatti, che dentro al Castello del Brivido, una delle attrazioni del parco, sembra aggirarsi il fantasma di Linda Gray, una ragazza uccisa barbaramente proprio al suo interno quattro anni prima dal suo fidanzato, che non è stato mai catturato.
Devin vorrebbe vedere il fantasma di Linda a tutti i costi, ma il suo cuore puro, appena guarito, è scosso ben presto dalle emozioni provocate dalla bella e triste Annie Ross e dal suo figlioletto Mike, gravemente malato, ma pieno di vita e dotato di un potere speciale.
Riuscirà Devin a difendere Heaven’s Bay dal male oscuro che sembra minacciarla e a proteggere la donna della quale nel frattempo si sta innamorando? E chi è l’assassino di Linda Gray?
“Joyland”, edito solo in edizione cartacea, per espressa volontà dell’autore, è un romanzo anomalo per il re del brivido. Quello che scrive, infatti, è un King nostalgico e poetico, che sembra ricordare, a tratti, le pagine più commoventi de “Il Miglio Verde”, “Cuori in Atlantide” o “Le ali della libertà”, ma con le atmosfere più leggere di alcuni racconti come quelli presenti in “Stagioni diverse”, dai quali è stato tratto il film “Stand by me” di Rob Reiner.
A narrare i fatti in prima persona è lo stesso Devin, ormai adulto, che riesce a rileggere tutti gli avvenimenti di quel periodo con gli occhi di un uomo che ha avuto la fortuna di crescere e realizzare solo in parte le proprie aspirazioni, ma che nel suo cuore è rimasto legato alla purezza e all’autenticità del ragazzo che è stato, non vergognandosi di avere qualche rimpianto e rimorso.
Lo stile è come sempre scorrevole, ironico e asciutto, ma puntuale nelle descrizioni ed efficace nei dialoghi, senza risultare prolisso o monotono. Gli eventi che accadono hanno il ritmo della realtà: a tratti estremamente lenta, a volte così veloce e avvincente, da lasciare senza fiato, e al lettore sembra davvero di subire i cambiamenti che pian piano forgiano il carattere dello stesso Devin, in un’immedesimazione totale, pagina dopo pagina. Una storia coinvolgente e appassionante, i cui veri protagonisti sono i sentimenti unici, e spesso contrastanti, che caratterizzano il corso della vita di ognuno di noi, compresa la paura...


mercoledì 6 giugno 2018

“I gatti della mia vita” di Margherita Hack. La grande astronoma raccontata dai suoi migliori amici



“Io sono Margherita e voglio dire a tutti voi, mamme e papà, nonni e nonne, quanto è più gioiosa l’infanzia di un bambino che abbia un animale per amico e compagno!”
A dirlo, cari bambini, non è una qualunque, ma la più grande astronoma italiana di tutti i tempi: Margherita Hack, scomparsa nel 2013, in questo libro poetico e commovente, edito da Scienza Express, per la collana Piccoli Scienziati Crescono, con le splendide illustrazioni di Nicoletta Costa e le toccanti fotografie di Ottavia Foà.
A ripercorrere le tappe più importanti della vita di Margherita sono tutti i gatti che l’hanno affettuosamente accompagnata dall’infanzia durante la guerra, ai primi studi di astronomia, fino all’importante incarico come Direttrice dell’Osservatorio Astronomico di Trieste e poi alla vecchiaia, fatta di nuovi studi, ricerche e libri.


Nella prima parte del libro Ciompa, Cirilla, Smeraldina, Fiocchino, Melchiorre, Trappola e tanti altri raccontano, in prima persona, l’affetto che questa donna forte e sensibile, sempre col naso all’insù a studiare le stelle, ha dato loro per tutta la sua vita.
Successivamente è Margherita stessa a rivolgersi a tutti noi per dichiarare a cuore aperto quanto, per chiunque, l’affetto di un animale faccia la differenza nella vita, soprattutto per i più piccini, donandoci, senza riserve, allegria e sostegno anche nei momenti più impensati, in cambio di rispetto e premura.
Dunque, bambini, fate il primo passo per imparare a rispettare i diritti di tutti gli animali: leggete questo libro, magari proprio sotto l’ombrellone, con mamma e papà, quando ancora non vi è permesso di fare il bagno, dopo mangiato. Sapere che viviamo in un mondo non abitato solo da esseri umani e per questo più bello, ma anche più fragile, ci renderà tutti migliori, grandi e piccini.


martedì 5 giugno 2018

“Gatti di potere” di Marina Alberghini. I Gatti più importanti della Storia



Lo sapevate che uno degli ultimi pensieri di Leone XIII, in punto di morte, fu per il suo gatto Micetto? E che per la scomparsa di Tom Kitten, gatto di John F. Kennedy, fu scritto un necrologio su uno dei più importanti giornali americani?
Charles De Gaulle andava letteralmente pazzo per il suo certosino, Aramis, sempre al suo fianco. Il Cardinale Richelieu, uomo inflessibile e senza scrupoli, amava circondarsi di felini di ogni specie, ma aveva un debole per Ludovico il Crudele, il grande gatto d’Angora che aveva il compito di sancire le sue condanne a morte.
Si dice che, prima di prendere qualsiasi decisione importante, Abramo Lincoln se ne stesse da solo a riflette accarezzando un gatto tigrato, magro e spelacchiato: Tabby, suo fedelissimo consigliere. E poi Lenin, Churchill, la regina Vittoria, Rosa Luxembourg e molti altri: tutti, ma proprio tutti i Grandi della Terra sembrano aver avuto per consiglieri gatti di ogni razza.
O almeno così ci assicura Marina Alberghini, laureata in Storia dell’Arte e storica felina molto esperta, in “Gatti di potere”, un libro interessante e divertente al tempo stesso, edito da Mursia. Non si tratta, infatti, del solito saggio per appassionati animalisti: la Alberghini, destreggiandosi tra le tecniche del racconto e del romanzo, fa parlare in prima persona proprio i nostri amici felini, tutti ben lieti di raccontare al mondo il loro ruolo importantissimo nella Storia dell’Umanità.
Ogni aneddoto è sapientemente romanzato, rendendo la lettura scorrevole e godibile oltre ogni dire per i lettori di tutte le età, compresi quelli che guardano con più diffidenza verso il mondo felino. Inoltre l’autrice non manca di far riaffiorare nella nostra mente stimolanti reminiscenze storiche viste attraverso gli occhi dei gatti, che spesso scopriamo essere più saggi di noi esseri umani.
Gatti di Corte, gatti devoti, gatti di potere, come li suddivide la Alberghini, con tanto di foto o dipinti che li ritraggono coi rispettivi padroni importanti, tutti i felini in questione sembrano lasciare un’impronta profonda nella nostra Storia e senz’altro nel cuore di Capi di Stato, Re e uomini di Chiesa.
Così non ci resta che leggere con grande attenzione e, volendo, approfondire le nostre conoscenze con le altre numerose opere scritte da Marina Alberghini sull’argomento, tutte edite da Mursia, ma soprattutto provare a imparare qualcosa dalla curiosa imperturbabilità felina, che, nei secoli, ha reso questi animali irrinunciabili protagonisti delle nostre vite.

lunedì 4 giugno 2018

“Parola di cadavere” di Andrea Vitali. Storia di un’Italia dimenticata



Bellano, proprio sulle rive dell’ormai letterariamente noto lago di Como, Anemio Agrati conduce un’esistenza tranquilla, trasportando sul battello turisti e compaesani da una parte all’altra di quello specchio d’acqua che conosce alla perfezione. Solo un’insana passione, però, lo anima da sempre: costruire bare. Inizia così “Parola di cadavere”, un racconto lungo di Andrea Vitali edito, esclusivamente in formato e-book, da Garzanti.
Dopo aver abbandonato ben presto l’idea di fare concorrenza alla locale ditta di pompe funebri, si è rassegnato al fatto che il suo rimarrà per sempre un alquanto bizzarro hobby, che tuttavia non abbandonerà mai, fino all’ultimo respiro.
Ovviamente tutti in paese non mancano di prendersi gioco di lui per tutta la faccenda e a farne le spese sono la moglie Morosina Cargamucchi, soprannominata Polifema, e il figlio, detto appunto “Il cadavere”, anche a causa dell’aspetto pallido ed emaciato che ha sin da bambino.
Sembra infatti che lo si incontri solo al cimitero, durante la ricorrenza dei defunti, stanco, magro, sempre afflitto e perennemente avvolto da strane ombre e cattivi presagi, il che, oltre alle strane tendenze del padre, lo rende il bersaglio preferito per ogni scherzo.
A raccontarci la storia del cadavere, dalla fanciullezza all’età adulta, sono voci di paese e chiacchiere di piazza, riportate da un coetaneo incuriosito dalle vicende che lo riguardano a tal punto, da chiedere continuamente in giro circa le sorti del redivivo, fino a un epilogo tragicomico.
Un racconto lungo da leggere tutto d’un fiato, edito da Garzanti e disponibile solo in versione e-book su tutte le piattaforme.
Non fatevi ingannare dal titolo: non si tratta affatto di un giallo, ma semplicemente di una storia spassosa e drammatica allo stesso tempo, che riconferma il talento di Vitali nel dipingere un’Italia che ci sembra lontana, ma che in realtà è sempre lì, freneticamente immobile in un sottobosco di provincia dal quale molti fuggono a gambe levate e che invece sembra essere, per l’assai prolifico Vitali, motivo di continua ispirazione.
Una storia delicata e grottesca, talmente scorrevole che, invece di leggerla, sembra di sentirla raccontare dall’autore stesso, in un turbinio irresistibile di personaggi indimenticabili ed episodi curiosi, come chiunque di noi avrà sentito riferire, almeno una volta nella vita dal matto del villaggio, seduti al fresco di qualche uscio, in un vicoletto di paese.