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mercoledì 5 dicembre 2018

Tiziana Bartolini: l’Arte secondo me


Dall’acquerello, alla creta, passando per la grafite, sono molte le tecniche che caratterizzano le opere di Tiziana Bartolini, artista di punta e anche curatrice di esposizioni all’interno della neonata Associazione “RBN Arte” di Mauro Rubini. Dopo una lunga amicizia e precedenti collaborazioni, infatti, da quando è stato inaugurato il nuovissimo “Spazio I.DE.A.”, Tiziana Bartolini è stata tra le maggiori promotrici delle mostre che si sono tenute all’interno della galleria e che l’hanno sempre vista come protagonista, sia come artista, sia come organizzatrice. Il suo percorso come artista, tuttavia, è iniziato già ai tempi delle scuole, con un felice percorso al Liceo Artistico e, successivamente, una Laurea in Architettura, studi che evidenziano il suo desiderio di essere circondata dall’arte in ogni momento della vita. L’espressività e la delicatezza delle sue opere che non hanno mai perso la creatività e l’entusiasmo dei primi passi, guadagnando, però, di volta in volta in padronanza delle tecniche e dei materiali, rappresentano il suo entusiasmo e il suo ottimismo, oltre a una profonda capacità di osservazione. La sua sensibilità di artista, propensa a catturare aspetti sempre nuovi anche di soggetti ormai emblematici, la caratterizza, sia come pittrice, sia come scultrice, anche se Tiziana non ha mai disdegnato di cimentarsi con obiettivi e macchine fotografiche, dando prova di essere anche una fotografa attenta ai dettagli e alle simmetrie delle immagini. Le opere più intense, tuttavia, a nostro avviso, sono senza dubbio quelle a grafite o acquarello, nelle quali Tiziana Bartolini mette a frutto tutto il suo talento per i colori e le sfumature. I soggetti di quadri e disegni, in questi casi, sembrano quasi essere dotati di vitalità e movimento, dando sorprendente tridimensionalità alle opere. Ecco che il sorriso malinconico di un Pierrot, i prepotenti flutti attorno a un faro o l’imperturbabile espressione di un felino sembrano prendere vita, accogliendo lo spettatore in un mondo fatto di fantasia e colori.


Da dove nasce la tua esigenza di dipingere: è una passione che coltivi da sempre o si tratta di un talento che hai scoperto recentemente? Cosa vuoi comunicare?

La mia passione per il disegno nasce da lontano, già all‘asilo se non prima. I miei genitori conservano ancora dei miei disegni. Ero portata, si vedeva già da piccola e soprattutto mi permetteva di esprimermi, poi ho iniziato la scuola e quando è stato il momento di decidere le superiori non ho avuto dubbi: ho preso il Liceo artistico, tutti mi hanno appoggiata senza mai ostacolarmi nella scelta. Successivamente mi sono iscritta alla Facoltà di Architettura, mi sono laureata e abilitata alla professione ma ho sempre continuato a disegnare a mano libera, dando sfogo alla mia creatività. Sono anche riuscita a coinvolgere le mie due figlie, Chiara e Sara, che, fin da piccole, hanno potuto cimentarsi in bigliettini e decorazioni appesi in casa e alla porta d’ingresso.


Cosa ti ispira maggiormente: quali sono i soggetti che preferisci e le tecniche che prediligi? A quali movimenti artistici del passato ti rifai? E chi sono i tuoi Maestri di riferimento?

Io disegno in grafite e dipingo poi in acquarello la maggior parte dei miei quadri. Talvolta uso anche le matite acquerellabili e i pastelli. Ma ho anche creato delle piccole sculture in terracotta e amo fare fotografie.
I soggetti sono vari, mi piace organizzare e partecipare ad eventi espositivi, perciò spesso mi lascio guidare dal tema della mostra a cui partecipo.
Sono molti gli artisti che mi hanno ispirato, sia negli anni della formazione, sia oggi.


Quanto è importante, tra artisti, la condivisione di ideologie nuove, tecniche innovative e sperimentazioni, per riuscire a esprimersi? Esiste ancora una comunità degli artisti? E che ruolo svolgono i Social Network in merito per la diffusione e la divulgazione?

Io penso che la condivisione tra artisti sia molto importante, lo era nel passato come lo è adesso, tanto più che adesso con Internet e i Social Network il coinvolgimento è più facile e immediato. In definitiva tutti postiamo una foto e in qualche modo anche quella visione di quell’oggetto, volto o panorama è arte, perché è opera di una persona che ha creato nella sua testa l’immagine che poi ha scattato. Ne è la prova che trovare due foto identiche dello stesso soggetto è quasi impossibile!


Raccontaci le esperienze che nel tuo percorso da artista hai trovato più formative e che ti sono rimaste nel cuore: corsi, esposizioni, mostre alle quali hai partecipato o che hai solamente visto come spettatrice, ma che ti hanno lasciato un messaggio profondo e hanno influenzato le tue opere.

Una delle mie esperienze formative più significative è stata sicuramente aver frequentato il Liceo artistico. Tante ore di disegno, il concetto di nature morte, i disegni di figure avendo come modelli persone in carne e ossa, le tecniche pittoriche: tutto ciò mi ha dato le basi per esprimermi al meglio, donandomi ulteriore sensibilità. Poi scegliendo la sezione Architettura e andando all’Università si ho perso momentaneamente lo slancio e il tempo da dedicare al disegno pittorico, ma cercavo sempre esami dove potevo esprimere la mia così detta “mano felice”. Ricordo che quello era il periodo del verde riprodotto a mano libera, molto espressive erano le mie rappresentazioni della natura dove potevo esprimere la mia creatività.
Ogni mostra a cui sono stata ha lasciato qualcosa dentro di me, non si può essere indifferenti alle opere di un artista indipendentemente dal fatto che sia famoso o sconosciuto, perché egli lascia un pensiero, un concetto con la sua opera d'arte e lo trasmette a tutti, lo condivide in eterno. Naturalmente anche partecipare come artista a un evento espositivo lascia delle emozioni e dei ricordi unici.



A cosa stai lavorando ultimamente? Collabori con Gallerie e Associazioni o hai in programma la partecipazione a qualche mostra nei prossimi mesi? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

La mia vita artistica è ripresa da circa cinque o sei anni grazie a un amico di mio fratello e di mia cognata, Mauro Rubini che ha fondato la RBN Arte all’interno dello Spazio I.DE.A., proponendomi di partecipare come artista a delle mostre organizzate da lui. Questa esperienza è stata meravigliosa e molto gratificante, soprattutto in un momento della mia vita lavorativa purtroppo non positivo. Da quest’anno aiuto Mauro Rubini nell'organizzazione di mostre personali e collettive nella sua galleria aperta da poco al pubblico a Roma.
Naturalmente essendo Mauro Rubini anche un artista, partecipiamo anche noi alle mostre collettive che organizziamo e il gruppo di artisti che ci segue e partecipa è molto unito e creativo.
I miei progetti per il futuro? Spero di continuare a fare esperienze bellissime come queste e vi aspetto in galleria!


                                   


giovedì 2 novembre 2017

Adriano Mancini: “Recycle & Refine”, storia del riciclo artistico


Come si definisce un artista? Cosa lo caratterizza? E cosa lo rende tale? Se ci fosse un’unica risposta a queste domande così complesse, probabilmente si snaturerebbe il significato stesso del concetto di arte intesa quasi come un’esigenza, una missione, uno stile di vita. Tuttavia una cosa è certa: ciò che rende grande un artista, oltre al talento, alle tecniche e allo studio, è la profondità del messaggio che vuole trasmettere con le sue opere attraverso un’idea e un racconto che, invece di essere veicolato dalle parole, è espresso dalle immagini, dai materiali, dagli oggetti e dal loro eventuale utilizzo quotidiano.
Questo è esattamente ciò che si propone di fare Adriano Mancini, classe 1980 e di professione perito meccanico, che, di sentirsi chiamare artista proprio non ne vuole sapere, ma ha le capacità e la sensibilità di dare nuova vita a tanti oggetti solo apparentemente inutilizzabili come soltanto un vero creativo, artista e artigiano nello stesso tempo, saprebbe fare. Traendo ispirazione dalla nota massima di Lavoisier, secondo cui in natura “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, Adriano Mancini è in grado di creare accessori di uso quotidiano da oggetti che hanno ormai assolto i compiti originari per i quali erano stati costruiti e che, altrimenti, sarebbero destinati all’oblio e alla distruzione, unendo arte e scienza in un connubio dalle sfaccettature sorprendenti.
È così che bottiglie, filtri d’acqua e vecchi tubi idraulici si trasformano in lampade, punti luce e piantane dal design unico e irripetibile. Da questa cultura del riciclo artistico nasce il progetto “Recycle & Refine”, un’idea imprenditoriale originata dalla collaborazione di Adriano Mancini con alcuni amici creativi e appassionati del settore che lo hanno spronato a mettersi in discussione e lo supportano. Le opere nate in seno a questo progetto saranno in esposizione sabato 11 e 18 novembre 2017, a partire dalle ore 18, presso il Ristorante “Giusto Gusto – Sicily”, in via Raffaele Cadorna 24, Roma, per proporre a tutti gli ospiti che interverranno un imperdibile percorso artistico-gastronomico tra le prelibatezze culinarie della tradizione mediterranea e le sorprendenti emozioni dell’esperienza del riciclo nell’arte e nell’artigianato contemporaneo che possono impreziosire la nostra vita quotidiana.


Se, in natura, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, anche ciò che è stato utile all’uomo ha diritto a una seconda vita: una filosofia che sembra calzare alla perfezione alle tue opere ingegnose e originali. Raccontaci com’è nata questa esigenza di trasformare oggetti di tutti i tipi ormai in disuso.

Questa domanda apre un argomento vastissimo e, posta in maniera diretta, affonda le mie radici nel continuo dissidio interiore tra valore della vita e timore della morte.
Vedo nei pezzi abbandonati a lato di un cassonetto o messi in vendita da un nipote che non vede l’ora di prendere gli spazi di famiglia dopo la morte dell’ultima nonna, una vita finita con la sua immensa voglia ancora di raccontarsi. Puoi immaginare, ad esempio, il tavolo di una cucina di una casa del 1900 quante pagine di vita e di generazioni ha vissuto? Mi piace fantasticare sulla storia di ogni singolo oggetto e riscriverla. Il riuso in realtà, a mio avviso, non è altro che una strada verso la condivisione e l’immortalità.
Già le religioni precristiane fondavano tutto su questo credo: la morte era necessaria per creare la vita; l’inverno e la primavera erano le due facce della stessa medaglia. Lo stesso è per il riciclo: occorre che qualcosa cessi il suo ciclo originario per essere reintrodotta nel mondo sotto nuove vesti.
Credo non ci sia nulla di più bello nella vita delle “seconde opportunità”. Io cerco di dare queste nuove opportunità di vita agli oggetti. Siamo impotenti di fronte alla morte, ma, come vedete, possiamo beffarla, in un certo senso…

Tra bottiglie che diventano lampade e cartelli stradali che si trasformano in tavolini, sembra non esserci limite alla fantasia per coniugare arte e vita quotidiana. Quali sono gli oggetti più strani che hai lavorato? Svelaci qualche aneddoto…

Strano è un termine dal significato molto personale. Basti pensare che in Cina i cani sono venduti nei banchi del mercato, e io, invece, ne ho una dentro casa che considero un membro di famiglia!
Comunque, accettando l’accezione comune del termine, sicuramente non posso non citare la mia perenne opera inconclusa: un sifone di un bagno coniugato ad un pezzo di meccanica di precisione. È lì sul mio tavolo da mesi e ogni giorno lo reinvento e reinterpreto, non ho ancora, evidentemente, trovato la sua collocazione.
A questo punto è chiaro che per me l’opera migliore, la più strana, è quella che ancora deve divenire, perciò non posso che dare una minuscola anticipazione su un’altra mia anomalia di progetto: uno schedario da scrivania anni Settanta che diventerà una boom box.
Il resto, che ci crediate o no, il realizzato, per me, diventa parte di vita e quindi normale, sempre nell’accezione comune del termine, ergo se l’ho pensato e l’ho fatto, ora di diritto esiste.
Sarò un po’ Alice nel Paese delle Meraviglie, ma in questo posto io ci sto proprio comodo!

Che cosa significa essere un aspirante artista nella società di oggi? Che ruolo ha, o potrebbe avere, l’arte in un periodo di precarietà come quello che stiamo vivendo? Facciamo anche un bilancio della tua esperienza recente.

Innanzitutto il termine “artista” lo trovo inflazionato e non sempre calzante. Piuttosto preferirei fare una riflessione su cosa significhi essere completamente se stessi al giorno d’oggi. È difficile spiegarlo, ogni volta che affronto una creazione sono di fronte a un’enorme sfida: l’invenzione. Inventare significa rompere gli schemi, avere voglia di guardarsi dentro e il grosso rischio è quello di non trovarci nulla di interessante. Ma è un rischio che sono disposto a correre.
A ogni modo, il settore che sento più mio, quello che ho scelto, ai giorni nostri potrebbe essere una grossa opportunità. Opportunità di partecipare in maniera costruttiva anche a molti problemi moderni come lo smaltimento dei rifiuti. Mi spiego meglio: provate per un istante a pensare se le isole ecologiche fossero aperte al riuso (attualmente la legge vieta tassativamente di effettuare qualunque operazione in merito). Sapreste immaginare che bacino di meraviglie destinate al macero sarebbero disponibili? Si potrebbero raccontare tante di quelle storie anche solo passeggiando tra i vari cassoni di raccolta. Oltre ai costi risparmiati per lo smaltimento, si creerebbero utili da “materia morta”. Naturalmente andarlo a spiegare alle mafie che regolano questi ambienti non sarebbe proprio semplice! Se accettiamo il termine, sarò un artista, molto meno un eroe probabilmente…

Immagina di poter viaggiare su una macchina del tempo: quali sono i tuoi Maestri di riferimento? A quali Movimenti Artistici del passato ti rifai? E a quale artista ti piacerebbe stringere la mano se potessi tornare indietro?

Premetto che la mia estrazione culturale è di tipo tecnico. Nella vita sono un perito meccanico e quindi non ho affrontato complessi e approfonditi percorsi di studi in merito all’arte nei secoli. So, però, per certo di avere nel mio DNA geni di artista: il mio bisnonno, a quel che mi raccontano, in quanto io non ho mai avuto la fortuna di conoscerlo, costruiva qualunque cosa servisse per la casa, perfino la casa stessa, con quel poco che si trovava a disposizione ai suoi tempi, periodo di guerra compreso. Forse da qui viene la mia intraprendenza e la mia apertura mentale verso ogni tipo di materiale. Detto ciò, indubbiamente nutro una profonda stima per tutti coloro che hanno avuto il coraggio di concretizzare una propria idea. Siederei ore in silenzio a osservare Da Vinci mentre disegna calmo e metodico sul suo quaderno o a guardare Gustave Eiffel mentre progetta la sua torre definita dagli studiosi dell’epoca impossibile. Non posso poi non pensare a Tesla. D’altronde ho fatto lo stesso per anni in una bottega artigiana di Ovindoli durante le mie vacanze estive: ore e ore a osservare tale artista Bottone, trasformare tronchi di legno in elfi, gufi, mensole… che spettacolo!
Ma, sostanzialmente, vorrei avere la macchina del tempo per andare a scovare tutti quei geni di cui oggi non abbiamo traccia, e non l’abbiamo solo perché non hanno avuto il coraggio o l’opportunità di esprimersi… Vorrei convincerli, aiutarli a farlo: questo sarebbe un bell’uso della macchina del tempo!

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Da poco ho fondato, grazie anche al supporto di alcuni amici appassionati, il progetto Recycle & Refine. Tutto nasce quasi per caso: due amici e vicini di casa, assieme alla mia compagna hanno visto in anteprima alcune delle mie creazioni e, opera dopo opera, abbiamo deciso di creare una sorta di gruppo di lavoro in cui condividere queste nostre attitudini verso arte, artigianato e riciclo. Un progetto comune che ci vede impegnati nel promuovere i concetti di riciclo e riuso, portando in giro le nostre opere e farle conoscere. Mi piace parlare al plurale e ritenere queste opere un po’ di tutti noi, anche se concretamente sono io a realizzarle, perché, senza questi insostituibili compagni avventura, forse non avrei mai avuto il coraggio di esprimermi con questa naturalezza. Inevitabile che ci sia una forte componente edonistica in tutto ciò, ma la parte sociale e quindi di condivisione a mio avviso la fa da padrona.
L’11 e il 18 Novembre avremo un a grossa opportunità: grazie alla collaborazione con un neonato e interessante locale del centro di Roma, “GiustoGusto – Sicily”, potremo coniugare i sapori della cucina Siciliana coi sensi estetici delle mie creazioni in una esposizione evento che ci permetterà di raccontare a tutti coloro che interverranno le emozioni che ci sta regalando questo progetto appena nato. Quindi ad oggi il mio tempo libero è volto alla creazione e alla riuscita di questo evento.
Nel senso più pratico della domanda, ho sempre più progetti in testa di quanti ne possa concretamente portare avanti. Spesso mi si vede immobile e tutti pensano che sia tempo lasciato lì, in realtà sto mediando tra le varie idee e valutandole, perché, mai frase fu più rappresentativa di me, mentre apro il verde… poi prendo la sega... infine richiudo e poso e passo al rosso e al cacciavite… come diceva Walt Whitman: “Mi contraddico?”. Certo che mi contraddico! Sono spazioso, contengo moltitudini...

Comunque tutte le opere finite e in corso di lavorazione sono visibili sulla nostra pagina Facebook, su Instagram e sul nostro sito… Vorrei aprire un canale diretto con chi sposa questo progetto pubblicando le varie fasi delle operazioni di recupero e acquisendo i pareri di chi ci osserva: sarebbe bello riuscire a creare un pezzo che racconti qualcun altro, dopo molti che parlano di me!



mercoledì 20 settembre 2017

Alessandra Redaelli: Arte, Amore e tante storie da scrivere


A lei scrivere romanzi piace proprio tanto. Ce lo ha confessato col sorriso, nel suo stile scanzonato e senza prendersi troppo sul serio. Soprattutto perché sono loro a guidarla, prendendola per mano, capitolo dopo capitolo. Ma chi è lei? Si tratta di Alessandra Redaelli, critica d’arte e curatrice di mostre d’arte contemporanea e loro sono Martina, Ananda, Nirvana e un mosaico di coloratissimi personaggi, protagonisti del suo primo romanzo, “Arte, amore e altri guai”, Newton Compton Editore, una storia frizzante e fuori dagli schemi, il cui impatto può essere paragonato a quello della Pop Art di Andy Warhol nel secolo scorso.
A dare una marcia in più a questa opera prima, oltre all’impronta stilistica molto personale dell’autrice, che aveva già caratterizzato i suoi saggi sulla storia dell’arte, sono proprio i suoi protagonisti. Quelle creature nate a due dimensioni, tra inchiostro e tastiera che, sul più bello, prendono letteralmente vita e si mettono a fare tutto da soli. E noi, lettori, ma evidentemente anche scrittori, ci mettiamo l’anima in pace e li assecondiamo, soprattutto quando a ispirarci è stata la nostra quotidianità. Alessandra Redaelli scrive di ciò che conosce e di ciò che ama e questo genuino trasporto si percepisce, pagina dopo pagina.
Martina, la protagonista della storia, è una donna che ha da poco superato i quaranta e si divide tra gli impegni di mamma di due adolescenti, i suoi gemelli Ananada e Nirvana, e gli obblighi di redazione della rivista d’arte con cui collabora. Ha un marito bello e attraente che ama moltissimo, ma quando si rende conto che qualcosa nel suo matrimonio inizia a scricchiolare, sarà costretta a mettersi profondamente in discussione, cercando di non perdere l’ironia che la contraddistingue, nonostante i guai che sembrano darle la caccia. Quella di Martina è una vita nella quale è facile immedesimarsi, fatta di fragilità, ma anche di tanti colori diversi, come potrebbe essere quella di ciascuna di noi, eroine di noi stesse, sempre di corsa, ma mai troppo impegnate per guardarci dentro, alla ricerca di un pizzico di romanticismo e passione.



Il passaggio dalla critica d’arte alla narrativa sembra esserti stato particolarmente congeniale, vista la naturalezza con cui hai costruito una storia divertente e dissacrante al tempo stesso, anche se, in fin dei conti, non ti sei allontanata troppo dal tuo mondo, visto che tanti stravaganti artisti fanno incursione tra le pagine di “Arte, amore e altri guai”, Newton Compton. Come nasce questa esigenza di raccontare e cosa ti ha ispirata durante la stesura del tuo primo romanzo?

L’esigenza di raccontare una storia come quella di Martina nasce dalla mia lunghissima esperienza all’interno di un mensile specializzato. Ho lavorato per tantissimi anni come collaboratrice fissa per la rivista Arte – della Cairo Editore – e collaboro ancora, ma per un lungo periodo ho vissuto proprio la vita della redazione. Ho avuto a che fare con diversi direttori, ognuno con i suoi talenti speciali e con le sue peculiarità. Ho lavorato gomito a gomito con colleghi fantastici con cui c’era uno scambio continuo e ho conosciuto una quantità di artisti, giovani o già famosi, che mi hanno entusiasmato e mi hanno fatto amare immensamente questo mondo. E poi c’era il caporedattore storico, quello il cui nome, nella cerchia dei critici e dei giornalisti di settore di Milano, fa ancora “tremare le vene e i polsi”. Un individuo pazzesco, indimenticabile, a tratti feroce e a tratti tenerissimo, che mi ha insegnato tantissimo e che ho messo al posto d’onore nei ringraziamenti del mio primo saggio. A lui – che oggi è in pensione e si gode la vita in una tranquilla cittadina del Piemonte – mi sono ispirata per uno dei personaggi che amo di più di “Arte, amore e altri guai”: il terribile Pitbull.

Già nei panni di saggista e divulgatrice hai dimostrato come, anche un argomento serio come quello della storia dell’arte, possa essere raccontato col sorriso. Facciamo un bilancio dei tuoi primi passi come narratrice: è un’esperienza che pensi di ripetere in futuro? Che autrice sei e come hai dovuto adattare il tuo metodo a seconda dei vari generi in cui ti sei cimentata?

Assolutamente sì: è un’esperienza che intendo ripetere. E già mi frullano mille idee per la testa.
Scegliere un tono leggero, apparentemente facile (e dentro quell’ “apparentemente” c’è tanto) e uno sguardo scanzonato e dissacrante nei confronti di una materia considerata ostica come l’arte contemporanea è stata la mia sfida, e credo di averla vinta. Tanti colleghi – che peraltro stimo moltissimo e da cui ho imparato tanto – si affidano per parlare d’arte a un linguaggio erudito e complesso. Io ho voluto dimostrare che per parlare di cultura si può usare un linguaggio diverso e che la leggerezza, a volte, è la chiave migliore, perché non fa paura, non è respingente, non mette l’interlocutore in soggezione, ma al contrario lo fa sentire a suo agio. Già dimostrare che un mucchio di caramelle o una stanza vuota sono opere d’arte non è la cosa più semplice del mondo, se poi lo si fa arrotolandosi dentro frasi involute il lettore rischia di mettersi a prendere a testate il muro per poi passare a una fiction in tv. Far capire invece anche a chi non bazzica la materia, che l’arte contemporanea può essere assaporata col piacere di una fiction – ma una fiction che ti lascia dentro qualcosa, ti apre la mente e ti rende felice – ecco, è una bella soddisfazione.
In realtà non c’è tanta differenza tra il linguaggio di “Keep Calm e impara a capire l’arte” o di “I segreti dell’arte moderna e contemporanea” e quello del romanzo. L’idea – sostanzialmente – è la stessa: parlare di cose serie (in questo caso il matrimonio a una svolta, i deragliamenti amorosi, il ruolo della donna, l’amicizia, il sesso) in maniera leggera ma precisa e senza sconti. Diciamo che, ora che conosco Martina, la protagonista del romanzo, penso che “Keep Calm” e “I segreti” potrebbe averli scritti proprio lei.




Come definiresti Martina, l’indimenticabile protagonista della tua storia? In generale, come hai delineato tutti i personaggi, più o meno importanti, che le ruotano attorno, a partire dai suoi figli adolescenti, Ananda e Nirvana?

Martina è una donna multitasking tipica del nostro tempo: mamma acrobata, moglie, massaia (più o meno…), professionista. Vorrebbe dare il meglio di sé in tutti i suoi ruoli, ed è sempre in corsa contro il tempo: sia quello della quotidianità – che le sembra perennemente insufficiente – che quello degli anni che passano, del corpo che cambia. Quello che succede al suo matrimonio è come uno schiaffo in piena faccia, e tuttavia è la chiave che le permette di rileggersi come una donna nuova, capace ancora di sedurre e di salvarsi attraverso la passione per il suo lavoro, l’aiuto delle amiche e – arma fondamentale – l’autoironia. Diciamo che per lei si chiude una porta e si apre un portone (o un burrone, come direbbe Fedez… sta a voi decidere).

Immagina di avere una macchina del tempo: quale grande artista o scrittore del passato ti piacerebbe conoscere e intervistare? E quali domande gli faresti?

Oh… Vorrei essere Berthe Morisot e – cavolo – giuro che riuscirei a sedurre Manet, a fargli lasciare la moglie (tanto non l’amava: la tradiva compulsivamente) e a farmi sposare da lui. Altro che accontentarmi del fratello! Ok, seriamente? Vorrei incontrare Artemisia Gentileschi anziana – è morta a sessant’anni… per quegli anni era anziana – e farle una lunga intervista, capire come ha fatto allora, in una delle epoche più buie, lei, donna, indifesa e sola, a farsi strada in quel mondo di lupi (maschi) che è l’arte e a uscirne come la più vittoriosa delle guerriere.



A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


La mia professione ufficiale è quella della curatrice di mostre, e per i mesi a venire ho tanti appuntamenti (si trova tutto sulla mia pagina Facebook). Per Newton Compton, poi, sto lavorando a un nuovo saggio. Sarà completamente diverso dai due precedenti, perché non sarà scandito in microcapitoli monografici su un’opera, ma avrà un andamento fluido e consequenziale. Anche se il tono – dont’t worry – sarà assolutamente il mio. E poi… chissà. Ti dirò: a me scrivere romanzi piace proprio tanto. 

venerdì 2 dicembre 2016

Massimo D’Angelo: essere artisti, tra narrazione, ricerca e sperimentazione

Pensieri

L’esigenza di dipingere nasce da bisogni diversi e apparentemente incompatibili, ma tutti profondamente radicati nell’animo dell’artista e volti al solo scopo di sperimentare, non tanto le tecniche pittoriche, quanto la capacità di spingersi oltre i propri limiti. La pensa così Massimo D’Angelo, un pittore che ha fatto della sperimentazione la propria impronta su tutte le sue tele ricche di suggestioni e di storie da raccontare.
Nonostante il percorso di studio e di lavoro abbia condotto Massimo D’Angelo ben lontano dal mondo dell’arte, portandolo a una carriera tra aziende e multinazionali, la sua passione per la pittura non si è mai sopita del tutto e ha rappresentato un cammino di vita parallelo a molti altri. La sua capacità di coniugare tecniche differenti, come l’acquerello e l’acrilico, con efficacia costante, restituendo agli occhi dei fruitori un mondo visto attraverso lenti inedite, ci porta a passeggio su un campo di girasoli, tra nuvole e palloncini colorati, metafore di crucci e spensieratezza, ma anche tra costellazioni e sprazzi di colore che prendono la forma di corpi voluttuosi, fino all’interno del nostro stesso corpo, tra il cuore e il cervello, irrorati da un sangue che si riscalda dinnanzi a tanta meraviglia.
In esposizione con altri artisti presso la Galleria Spazio 40 di Roma, a partire dal prossimo 9 dicembre, nella Mostra collettiva “Diari di Viaggio”, Massimo D’Angelo è un pittore dalla personalità originale ed eclettica che sa imprimere sulla tela la profondità delle proprie idee attraverso un irresistibile arcobaleno di colori.

Aurora

Libera
Che artista sei? Da dove nasce la tua esigenza di dipingere: è una passione che coltivi da sempre o si tratta di un talento che hai scoperto recentemente?

Ho sempre disegnato. Di tutto e con tutto, ma soprattutto a china, cose serie e meno serie, dai chiaroscuri di Roma sparita alle etichette dei vini, immagini pubblicitarie per arrotondare all’università. Poi cartellonistica con veri e propri capolavori dei grandi del fumetto. Successivamente ho perso un po’ gli stimoli fino a che la pittura si è risvegliata facendo acquerelli in riva al mare, con l’acqua marina e una cartolina pronta in dieci minuti al posto di una foto. Da lì non mi sono più fermato.

Addosso
Dietro ogni opera si cela una storia da raccontare: cosa vuoi comunicare e cosa ti ispira maggiormente? Quali sono le tecniche che prediligi e i soggetti che preferisci?

La mia opera si sviluppa su direttrici diverse, talvolta tanto diverse, da sembrare che abbia origine da diversi autori. È come se avessi diversi periodi pittorici, ma uno sovrapposto all’altro, ora con il bisogno di raccontare storie, ora con quello di prendere immagini dall’anatomia del corpo umano. In realtà il fil rouge è quello di sperimentare, non importa con quale tecnica, con quale tema pittorico. Stigmatizzare i problemi che ci travolgono. Di sicuro mi piace sfruttare l’istinto del disegnatore e del chiaroscuro e far incontrare il figurativo con l’astratto. Trovo irresistibili le “forme”, ma spesso sono gli stimoli che cerco costantemente a guidare la mia esecuzione. Che poi sia l’acquerello o l’acrilico lo strumento, questo poco importa.
L’acquerello è sempre con me, in vacanza, ma anche in una serata d’estate, mi fermo in qualsiasi posto, tiro fuori il mio quaderno Fabriano formato cartolina, i miei goauche Winsor & Newton, un bicchiere di carta e via. Con l’acrilico ogni volta cerco una novità: materia, sabbia, supporti improbabili, pigmenti tirati, spugnati, spatolati, silicone colorato, dripping. Insomma ogni volta emerge l’esigenza di realizzare un’idea come richiesto dal soggetto da creare.

Corpo celeste
Che ruolo ha, o potrebbe avere, l’arte in un periodo di precarietà come quello che stiamo vivendo? Che cosa significa essere un artista nella società di oggi? Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia legata al tuo percorso.

Quando inviti qualcuno ad una mostra rimane sbalordito, come se dipingere fosse un risvolto di pazzia in una società dove si fanno solo cose legate al commercio. Eppure in Italia si stimano circa 6.000 pittori (il giudizio se veri non spetta a me) intorno ai quali si aggirano personaggi più o meno organizzati, più o meno esperti, che cercano di guadagnarci sopra per regalare loro un secondo di pubblica gloria, spesso effimera e artificiale. Ti chiedono anche 400 € per esporre un’opera, spesso senza portare visitatori e senza mai spendere una sola parola sull’arte. Così si terrorizzano i talenti, la storia ripete le sue atrocità, ma con la peculiarità contemporanea dell’illusione della visibilità garantita dai Social e dai siti virtuali, tortura per gli amici e totale indifferenza del pubblico tutto.
Un momento di grande interesse personale è stato quando ho esposto a Londra, in una galleria vicino al National Gallery ma con la gallerista che, a causa di una bega con l’organizzatrice, ha trattenuto per mesi le nostre opere fino a che non ci siamo rivolti all’ambasciata italiana a Londra. Il giorno dopo il corriere ha ritirato tutto. In compenso il gruppo artisti ha fatto quadrato su una chat di Whatsapp e per questo siamo rimasti in contatto, per difenderci dagli avvoltoi o scambiarci informazioni su iniziative artistiche.
Simpatica è anche la considerazione di una signora che davanti al mio “Folla”, stilizzazione del tratto coroideo del cervello, effettivamente simile ad una folla, ha dichiarato: “Questo deve essere uno con la personalità fortemente disturbata”.

Folla
Immagina di poter viaggiare su una macchina del tempo: quali sono i tuoi Maestri di riferimento? A quali Movimenti Artistici del passato ti rifai?

Più che di ispirazione, direi che nutro una vera e propria venerazione per Jackson Pollock e Boccioni e, in parte, per Picasso. Tra i classici apprezzo Caravaggio. Ho grande invidia per le intuizioni contemporanee di Keith Haring, Banksy e Brainwashed. Guttuso, invece, è il più grande italiano del Novecento.
Anche gli Impressionisti, che penso di aver visto in tutti i musei possibili, non mi sono di ispirazione diretta, ma il pointillisme mi ha lasciato qualcosa dentro. Tuttavia se la macchina del tempo funzionasse davvero vorrei essere l’aiutante di Pellizza da Volpedo mentre crea il Quarto Stato.   

Globuli rossi
A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.  

A breve parteciperò alla mostra collettiva “Diari di Viaggio”. organizzata dall’Associazione Artistica di cui faccio parte, “Ars Movimento Culturale”, con tema Racconti di viaggio, che sarà visitabile dal 9 al 15 dicembre, presso la Galleria Spazio 40 di Roma, e dove porto un’opera sul memorial dell’11 settembre che l’estate scorsa mi ha profondamente colpito. In generale, invece, qui è il vero problema. Da un progetto ne nascono due e da due… quattro. Non c’è il tempo e l’energia per dare seguito a tutto e soprattutto i fondi. Sto lavorando ad un progetto di Crowdfunding sulla multidisciplinarità e l’interrelazione delle arti, sto ideando una mostra per affiancare fotografie di bravi autori e amici con un dipinto della foto stessa. Sto cercando anche di dare un risvolto concreto all’esperimento del tour emozionale dell’esposizione che ho terminato lo scorso 31 ottobre: persone che vengono analizzate da software per il riconoscimento delle emozioni davanti ad un’opera d’arte; non è una prima mondiale, ma le tecnologie lo sono e, oggi, si possono mettere in campo APP sorprendenti, se non si tralascia l’altra metà del cielo costituita dagli psicologi.


Macchie nella mente

Massimo D'Angelo Web Site


domenica 30 ottobre 2016

Amedeo Di Marco: sono un artista “grigio-verde”!


Ama definirsi proprio così Amedeo Di Marco, classe 1954 e origini lucane: un artista grigio-verde, grigio nei capelli, ma verde nello spirito, perché quella passione per l’arte, nata sui banchi di scuola e rimasta sopita per una vita intera, è sbocciata di nuovo e con rinata intensità, ora che i tempi gli permettono di dedicarvisi anima e corpo, senza distrazioni. Non ha mai preso parte a una mostra, né i suoi paesaggi e i suoi scorci a olio hanno mai varcato la soglia di una galleria d’arte, ma la vitalità che esprimono è tale da catturare il fruitore con la sola potenza dei colori e delle storie che narrano e, grazie al passaparola della Rete, questo artista di grande talento ha ricevuto numerosi apprezzamenti e altrettante soddisfazioni.
Di sicuro non c’è un’età per emergere, né una data di scadenza per esprimere se stessi al meglio e le pennellate decise di Amedeo Di Marco, in continua tensione tra i ricordi dell’infanzia, la luce delle terre natie e le aspettative di un futuro ancor più luminoso, riscaldano l’animo di chi osserva le sue opere con grande energia. Non è la nostalgia ad animare Amedeo Di Marco, ma la speranza e l’entusiasmo per il bagaglio di emozioni che i ricordi di gioventù gli hanno lasciato e che è rimasto impresso sulla tela senza difficoltà. La stessa freschezza che Amedeo Di Marco sta dando alle sue poesie e ai suoi racconti, omaggio alle grandi tradizioni lucane e di prossima pubblicazione.
 
I colori di maggio

Da dove nasce il tuo bisogno di dipingere: è una passione che coltivi da sempre o si tratta di un talento che hai scoperto recentemente? Che artista sei?

Cattedrale di Moliterno
Da piccolo amavo disegnare e colorare come tutti i bambini, ma più di tutti gli altri la mia era una vera passione. Acquerelli e pastelli non mancavano mai nella mia cartella. Allo Scientifico espressi il meglio della mia vena artistica giovanile, ma incontrai lo scoglio di un Professore, bravissimo acquerellista, che bollò i miei lavori come farina di altro sacco, chissà perché, e decisi di cimentarmi in altro. Per venticinque anni, dunque, percorsi strade distanti dal mondo dell’arte finché, a metà degli anni Novanta, eventi casuali mi portarono ad aprire una cartolibreria. Incoraggiata da tele e colori, la passione sopita riesplose più forte di prima. Scoprii la pittura a olio e me ne innamorai dando vita, così, a tutti i miei attuali dipinti.  
Che artista sono? Amo stimolare il bambino che alloggia in me e, credo, in ognuno di noi, per cui oso definirmi artista grigio-verde, grigio nei capelli, ma verde nello spirito!

Cosa vuoi comunicare e cosa ti ispira maggiormente davanti a una tela bianca? Quali sono i soggetti che preferisci e le tecniche che prediligi?

Dodici anni
Sarà perché il desiderio di esprimermi in giovane età non ebbe guida, né sfogo; sarà perché sono molto legato a Marsicovetere, il paese nativo che lasciai a sedici anni; o forse sarà perché, contento e sazio del poco che c’era, ho il ricordo di una bellissima infanzia: per tutti questi motivi nel bianco di una tela ritrovo semplicemente la mia gioventù. Una gioventù fatta di amicizia, di aria aperta, di giochi e musica, di sano respiro della natura, di quella gioia di vivere e di attaccamento alle radici che porto sempre con me e che sono felice di condividere attraverso i miei dipinti. I soggetti preferiti nelle mie prime opere furono, ovviamente, gli angoli ed i vicoli di Marsicovetere. Seguirono paesi e paesaggi lucani, in rappresentanza dell’amore illimitato per la mia terra, i fiori e le stagioni, espressione costante di una forte attrazione per la natura, quella stessa natura che negli ultimi lavori ingloba e raffigura anche gli stati d’animo dell’uomo.
La tecnica pittorica che prediligo, soprattutto per la sua caratteristica brillantezza, è la pittura a olio su tela. Ha lo svantaggio di una lunga essiccazione, ma mi consente di ritoccare nel tempo il dipinto fino al pieno raggiungimento di quanto ho in animo di esprimere e comunicare.

Cosa significa essere un artista nella società di oggi? Che ruolo ha, o potrebbe avere, l’arte in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo?

La casa di Melinda
L’arte, in ogni sua espressione, subisce l’influenza di quello che accade nella società.  Compito dell’artista nella società di oggi è quello di riuscire a gestire contemporaneamente lo stato creativo e quello commerciale.  Mentre lo stato creativo riesce ad adattarsi a ogni nuova situazione, quello commerciale, in periodi di crisi, subisce pesanti contraccolpi. Il danno economico colpisce soprattutto gli artisti che già tanto hanno investito e che vedono aprirsi una voragine tra loro percorso e il successo.  Gli artisti di oggi, inoltre, dovranno essere capaci di organizzarsi tecnologicamente, perché hanno a loro disposizione potenti e innovativi mezzi di comunicazione e ignorarli significherebbe morire ancor prima di nascere.
Dal punto di vista umano, nei momenti difficili della vita, l’arte è il rifugio che ci accoglie, la mano tesa in cui adagiamo i nostri sentimenti, soffiandoli verso l’eternità. È un potente antidoto alla solitudine, alla sofferenza morale, alla depressione.





A quali movimenti artistici del passato ti rifai? Quali sono i tuoi Maestri di riferimento?

Montagne nere
Se mi si concedesse un viaggio nel passato, il periodo artistico che visiterei sarebbe quello a cavallo tra Ottocento e Novecento: dall’Impressionismo all’Espressionismo. È in questi movimenti che mi perderei e ripercorrerei il cammino di Van Gogh e di Cézanne, che sono i Maestri che più mi affascinano.
Ogni vero pittore ha un suo stile personale, col quale marchia i propri lavori firmandone l’originalità.
Che nei miei dipinti la critica riesca a cogliere la mia mano e con essa la mia anima è la cosa che più conta e che più gratifica, a prescindere dall’opera in se stessa e da ogni collegamento col passato.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

L'agitazione
Il dipinto che sto per completare ha per titolo “L’agitazione” ed è la rappresentazione pittorica dello stato d’animo di tanti disperati in questo difficile periodo di crisi. Insieme alla pittura, sto scrivendo dei  racconti sui miei ricordi d’infanzia, con l’aggiunta di poesie,  anche dialettali, che raccoglierò in un libro dal titolo “Il paese felice”, a voler rappresentare, appunto, la bella gioventù che mai muore. La gioventù, infatti, come ogni bel ricordo, non va mai letta con nostalgia, ma vissuta con rinnovata gioia e con trasporto, proprio la stessa gioia di vivere che tutt'oggi guida i miei pennelli. Parola di artista grigio-verde!