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mercoledì 7 novembre 2018

Pino Nazio: vi racconto Aldo Moro e la Guerra Fredda in Italia



La scorsa primavera si è celebrato un triste anniversario: sono trascorsi quarant’anni esatti dall’agguato di via Fani che ha dato inizio alla prigionia di Aldo Moro, col doloroso epilogo noto a tutti, che ha stravolto gli equilibri della scena politica italiana del tempo. Ma cosa sanno le generazioni più giovani di questo statista unico nel suo genere? Se ne conoscono e se ne studiano a sufficienza, ancora oggi, la vita e il pensiero? E si è riusciti a far veramente luce sul mistero della sua morte e a comprendere le dinamiche storico-politiche che l’hanno contrassegnata? A queste e a molte altre domande tenta di rispondere Pino Nazio nel suo ultimo libro, “Aldo Moro. La Guerra Fredda in Italia”, Edizioni Ponte Sisto, con la prefazione di David Sassoli.
Giornalista, scrittore, autore televisivo e tra le colonne della trasmissione “Chi l’ha visto?” in qualità di inviato per oltre dieci anni, Pino Nazio, in questo nuovo libro, ha ripercorso, con la lucidità e la passione che lo contraddistinguono come autore sempre alle prese coi misteri d’Italia sui quali c’è ancora molto da dire, le tappe del pensiero di Aldo Moro e, in particolare, le fasi che ne hanno caratterizzato il rapimento, la prigionia e, infine, il tragico ritrovamento, oltre alle tortuose indagini che sono state compiute in seguito per cercare di comprendere moventi, mandanti ed esecutori materiali dei fatti.
Oltre all’impeccabile ricostruzione degli eventi, è estremamente interessante l’analisi che l’autore fa degli equilibri politici che si sono sgretolati nel nostro Paese in seguito a questo fatto di sangue che è ben più di un caso di cronaca nera come gli altri. Infatti, dopo essersi occupato con successo di molti casi ancora alla ribalta, come quello di Emanuela Orlandi, di Serena Mollicone, di Yara Gambirasio e di Giuseppe Di Matteo, Pino Nazio, muovendosi dal rapimento di Moro, dipinge con mano sicura il quadro storico-politico che ha caratterizzato il clima della Guerra Fredda in Italia, facendo collegamenti e confrontando episodi e testimonianze fondamentali per comprendere anche l’attualità di oggi solo apparentemente lontana da certe dinamiche.
Una lettura imperdibile, tra sociologia e giornalismo, per chi ama studiare la Storia per capire e vivere il presente con consapevolezza e dignità.



A quarant’anni dall’agguato di via Fani sono ancora molti i misteri che avvolgono il sequestro e l’omicidio di uno dei più grandi statisti del Dopoguerra. Chi era Aldo Moro e cosa rappresenta ancora oggi? Raccontaci la genesi del tuo libro “Aldo Moro. La Guerra Fredda in Italia”, Edizioni Ponte Sisto.

Moro è stato uno dei più importanti uomini politici del Dopoguerra, per due volte Presidente del Consiglio in lunghi Governi –nella prima Repubblica in cui i dicasteri spesso duravano pochi mesi- Ministro degli Esteri durante una delle fasi più critiche della Guerra fredda, Ministro della Pubblica istruzione e della Giustizia, prima Segretario e poi Presidente della DC. Ma, al di là di quanto possa descrivere ogni singolo incarico, Moro nel Dopoguerra è stato il democristiano più influente - dopo Alcide De Gasperi e insieme ad Amintore Fanfani - fino alla sua tragica morte. Oggi –e le celebrazioni per il quarantennale della sua scomparsa lo hanno confermato- Moro è stato un uomo del confronto e del dialogo, anche quando l’intesa comportava rischi altissimi come –in piena Guerra fredda- l’apertura verso il Partito comunista italiano. Il mio libro nasce dall’esigenza di fornire un quadro chiaro in cui è avvenuto il rapimento e la morte dello Statista, delle luci e delle ombre che hanno avvolto la sua fine e di squarciare il velo delle omertà e delle ipocrisie che ancora oggi aleggiano intorno a quel corpo ritrovato in una Renault rossa in via Caetani.

La tua interessante analisi collega una serie di fatti sanguinosi precedenti e successivi all’assassinio di Moro, ricostruendo una rete oscura che tenta di mettere in fila tutti i tasselli di quella che fu la Guerra Fredda nel nostro Paese. A quali conclusioni sei giunto?

Moro ha pagato il prezzo più alto per aver osato sfidare l’equilibrio che si era creato dopo la Seconda Guerra Mondiale in cui all’Italia –considerato Paese sconfitto- era stato destinato un ruolo subalterno e a sovranità limitata. Dalle macerie in cui il Fascismo e Mussolini avevano trascinata l’Italia, il Paese ha saputo risorgere entrando nel gruppo delle potenze economiche planetarie senza che venissero rimossi i limiti imposti al Belpaese in materia di Difesa, Politica estera e pieno sviluppo della democrazia: il PCI non avrebbe dovuto mai varcare la soglia del governo. Moro, capendo che l’Italia si sarebbe definitivamente emancipata solo aprendo le porte della “stanza dei bottoni” ai comunisti italiani, rischiò il tutto per tutto e per questo venne ucciso. Certo, i colpi che l’hanno trafitto sono stati esplosi da uomini delle Brigate Rosse, ma chi ha permesso che lui venisse rapito e ucciso non erano né in via Fani né in via Caetani. Basti pensare che nonostante fosse da tempo e pubblicamente indicato come un bersaglio, che le Br avevano sparato e ucciso molte volte prima di lui, gli è stata negata l’auto blindata che avrebbe salvato la sua vita e quella degli agenti della sua scorta.

Quando si raccontano fatti di cronaca ancora tanto sentiti, la condivisione e la divulgazione del proprio lavoro è un aspetto importante tanto quanto la fase di ricerca e di stesura del testo. Svelaci un episodio, un aneddoto, una storia che in questi mesi di presentazioni al pubblico è rimasta particolarmente impressa nel tuo cuore di professionista e di uomo.

Molti sono gli episodi che hanno segnato questo libro e affondano le radici in un lavoro di studio e di ricerca di una dozzina d’anni. Tra gli elementi che ricordo ci sono sicuramente le pesanti minacce ricevute da uno dei brigatisti condannati per il sequestro e l’uccisione di Moro perché avevo avuto la sfrontatezza di ricordargli che esistono agli atti dei diversi processi elementi tali da far supporre che dietro alle Br vi fosse un clima di complicità da parte di servizi segreti, nazionali e internazionali, deviati e non. Oramai è ben chiaro come, dove e quando le Br sono state non-ostacolate, non-disturbate, non-fermate, nella loro “strategia di attacco al cuore dello Stato” che aveva nel rapimento di Moro non tanto lo sviluppo di una “geometrica potenza”, quanto una chiara politica di eliminazione di uno scomodo politico. Infatti dopo il 9 maggio del 1978 non c’è stata la rivoluzione ma una pesante sconfitta del movimento operaio, del Partito Comunista e la vittoria di un blocco conservatore che ha dominato per quasi tre lustri l’Italia e che ha avuto nel Caf –il patto Craxi-Andreotti-Forlani- la sua espressione più autoritaria.



Prima come inviato della trasmissione “Chi l’ha visto?”, poi come autore, ti sei sempre occupato di casi di cronaca nera con profondità e delicatezza. Secondo la tua esperienza come sarebbe più corretto approcciarsi a queste storie per far sì che anche l’opinione pubblica possa dare il proprio catartico contributo alla risoluzione dei casi? Dai un suggerimento a un giovane giornalista che voglia seguire le tue orme.

Quando ci sia avvia sul sentiero del giornalismo investigativo bisogna abbandonare due suggestioni, sia quella “complottista” che vede dietro ogni evento una oscura manovra di poteri occulti, sia quella “integrata” per cui la realtà, la verità storica, non hanno mai delle spiegazioni che non siano le versioni ufficiali delle autorità. Si deve evitare di credere che la tragedia dell’11 settembre 2001 sia frutto di un disegno dei servizi segreti americani e che un aereo non è mai caduto sul Pentagono o che la morte di John Kennedy sia stata opera del solo Lee Oswald. Non possiamo credere che noi siamo controllati da microchip installati sottopelle, che i vaccini provochino l’autismo e che Totò Riina non sapesse che esistesse una organizzazione criminale chiamata mafia. Il bravo giornalista che vuole indagare la realtà –non solo la cronaca nera- deve partire dai fatti, controllare e verificare il proprio lavoro, evitare facili suggestioni e opinioni ritenute valide solo perché sostenute da molti. In una epoca in cui dominano le fake-news e ogni possessore di smartphone è convinto di essere un esperto tuttologo solo perché ha accesso a Internet questo lavoro è particolarmente difficile. Per quanto possibile il giornalista deve andare sul campo, lasciare il mouse e usare le proprie gambe. Non ricordo un solo caso di cui mi sono occupato in cui non abbia scoperto qualche novità, qualche rivelazione, qualche risvolto nascosto, andando a verificare sul luogo del delitto, della tragedia, dell’avvenimento.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Altri libri, una pièce teatrale, e progetti per la Tv e la Rete. Il Paese attraversa un momento molto difficile, c’è il rischio di un enorme passo indietro dal punto di vista economico, sociale, dei diritti civili e della stessa democrazia, provare a raccontare quello che accade senza qualcuno ti detti cosa scrivere è un impegno a cui non voglio venire meno. Anche se questo ha un alto prezzo da pagare. Nel mio lavoro non dimentico mai quel detto anglosassone che ricorda al giornalista che per lui la notizia è come il denaro per un impiegato di banca: non deve mai dimenticare che sta maneggiando qualcosa che non gli appartiene.


www.pinonazio.it

venerdì 22 aprile 2016

Pino Nicotri: come nasce un Giornalista


Pino Nicotri è un Fisico mancato. Le parole lo hanno strappato alle formule matematiche del suo corso di Laurea in Fisica nel lontano 1969 e, da allora, non lo hanno più lasciato. È solo grazie a questo piccolo incidente di percorso che, oggi, Pino Nicotri è uno degli scrittori e dei giornalisti più autorevoli del panorama italiano, per merito del suo carisma inimitabile e dell’intuito investigativo che lo contraddistingue da sempre.
Autore di numerosi libri inchiesta di grande interesse, a partire da “Il Silenzio di Stato”, Sapere Edizioni, che fa luce sulla strage milanese del 12 dicembre 1969, fino a “Triplo Inganno”, Kaos Edizioni, che spiega in modo inedito la misteriosa scomparsa di Emanuela Orlandi, Pino Nicotri è stato per anni una delle firme più autorevoli de “L’Espresso” e, quando viveva ancora a Padova, ha contribuito attivamente alla fondazione di numerose testate, come Il Mattino di Padova e La Tribuna di Treviso. Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta ha ideato e condotto programmi settimanali d'informazione per le televisioni locali venete TelEuropa e TelePadova. Il suo Blog, “ArruotaLibera”, è uno dei più seguiti e commentati della rete, grazie ai contenuti innovativi e allo stile graffiante, in grado di evidenziare punti di vista sempre nuovi circa casi di cronaca, attualità e tematiche di rilevanza sociale.
La storia di Pino Nicotri e del suo ingresso nel mondo del giornalismo, avvincente come una pellicola cinematografica, è la dimostrazione che il vero talento plasma il destino di un individuo in modi spesso imprevedibili e inaspettati, segnandone percorsi quasi mai programmati.
Fare giornalismo, secondo Nicotri, non deve limitarsi alla sterile cronistoria di fatti collegati dal solo filo dell’attualità, ma significa approfondire, con spirito critico, dinamiche che vanno investigate e verificate per individuare la notizia e, soprattutto, che devono essere raccontate a beneficio di chi si aspetta di ascoltare una vera e propria storia. È la potenza del soffio narrativo che fa prendere vita a un’inchiesta giornalistica, proprio come la sconfinata grandezza della fantasia permette di creare un romanzo, trovando, nelle motivazioni profonde degli avvenimenti quotidiani, l’anima della Storia che i posteri studieranno sui libri di scuola.

Giornalista, scrittore, inviato; molto più di una voce fuori dal coro: le sue inchieste l’hanno resa una vera e propria voce solista della carta stampata e non solo. Facciamo un salto indietro nel tempo: quando e da dove nasce la sua esigenza di scrivere? Cosa vuole comunicare?

Beh, è una storia lunga. Se ha un po’ di pazienza, la racconto. Ho iniziato a scrivere per denunciare quello che a me pareva fosse, e che si è poi assodato esserlo davvero, un grave complotto interno ad alcuni apparati statali per arginare le conquiste di quella che allora si chiamava classe operaia. Stiamo parlando del 1969, quando una lunga serie di lotte - scioperi, manifestazioni e agitazioni nazionali - costrinse gli industriali a fare sostanziose concessioni contrattuali e salariali ai lavoratori. In autunno gli scioperi e le manifestazioni furono tante e tali da far passare alla storia quella stagione come “l’autunno caldo”. La sua conclusione positiva rese più equi e meno arretrati i rapporti di lavoro e ampliò i diritti dei lavoratori, tanto che un giornale inglese scrisse che l’Italia era finalmente entrata, sia pure scalciando, nell’era moderna. Teniamo presente che l’anno precedente era stato il “mitico” 1968, quando un’ondata di agitazioni, scioperi e occupazioni di Università e scuole portò alla nascita del Movimento Studentesco e all’abbattimento della separazione sociale tra studenti e lavoratori. In quel periodo nacque anche il femminismo, che fece tabula rasa della sottomissione passiva delle donne e annesse discriminazioni e diseguaglianze, a tutto vantaggio degli uomini nel mondo del lavoro e nell’intera società.
Durante l’estate del ’69 cominciarono, però, a esplodere bombe sui treni, alla fiera di Milano e altrove: era un chiaro tentativo dell’estrema destra di intimidire il vasto movimento dei lavoratori e degli studenti lavoratori seminando il panico per spingere il governo e le forze armate a “mettere ordine nel Paese”, anche a costo di un colpo di Stato.  Finché il 12 dicembre di quell’anno irripetibile vennero fatte esplodere a Roma e a Milano delle bombe, una delle quali, nella sede della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, uccise sul colpo tredici persone - altre 3 morirono in seguito - e ne ferì più o meno gravemente altre ottantasette. La televisione e i giornali scrissero che polizia e carabinieri affermavano che le bombe, anche quella di piazza Fontana, erano state nascoste in borse di similpelle nera prodotte in Germania dalla ditta Mossbach&Gruber, caratterizzate dal disegno di una testa di gallo sulla chiusura di metallo, e che tali borse non erano vendute in Italia. Un mio amico studente trevigiano di Ingegneria, Giorgio Caniglia, con il quale dividevo un appartamento in pieno centro, aveva proprio una borsa di quel tipo e, poiché l’aveva comprata a Padova, era evidente che la notizia che le Mossbach&Gruber non fossero vendute in Italia era falsa. Cosa ancora più grave, quando il mio amico mostrò la sua borsa a un commissario della questura, si sentì dire che ormai a Milano già sapevano chi era il colpevole. Venne infatti arrestato l’anarchico Pietro Valpreda, un ballerino d’avanspettacolo, presentato da stampa e televisione - a quell’epoca c’era solo la Rai e con un unico canale - come il mostro colpevole della strage di piazza Fontana. Nacque così la “pista anarchica” alla quale addossare la responsabilità degli attentati del 12 dicembre.
Era chiaro che la pista fosse falsa e che gli anarchici fossero dei capri espiatori, ma intuivo anche che sotto doveva esserci qualcosa di segreto e molto grave. In più sapevo che a Padova e nel Veneto era attiva una cellula di neonazisti guidata dal padovano Giorgio Franco Freda, del quale mi erano ben note la pericolosità e le protezioni di cui godeva nella polizia, nei carabinieri e nella magistratura. A quell’epoca, però, non pensavo certo al giornalismo, inoltre non avevo ancora fatto il servizio militare di leva, che durava 18 mesi e in gergo si chiamava “naia”, e temevo che se avessi “fatto casino” con la notizia in mio possesso sarebbe potuto capitarmi per rappresaglia un qualche “incidente” durante il servizio militare. Aspettai così di fare la “naia”, iniziata a metà dell’anno successivo, il 1970, e, una volta congedato, mi sposai, cambiai casa, perdendo un po’ di vista Giorgio Caniglia, e cominciai a scrivere il libro “Il Silenzio di Stato” per raccontare sia la faccenda delle borse vendute anche a Padova, sia le gesta del gruppo neonazista, comprese le complicità di cui godeva nella polizia e nella magistratura.
Poiché non pensavo affatto di fare il giornalista, ma di laurearmi sperando di fare il fisico, il libro - edito da Sapere Edizioni - lo firmai non col mio nome, ma come Comitato Antifascista Padovano, del quale comunque ero notoriamente l’organizzatore e l’animatore. Firmai però la poesia di dedica a una coppia di miei giovani amici, Paolo e Sandra, morti in un incidente d’auto. Per pagare meno tasse, l’editore pubblicò il libro come fosse un numero del periodico quindicinale InCo, iniziali di Informazione e Controinformazione, il cui direttore responsabile era un sindacalista milanese, mi pare fosse della CISL, del quale ora non ricordo il nome. Questo particolare mi permise in seguito di poter presentare anche i singoli capitoli de “Il Silenzio di Stato” tra gli articoli allegati alla domanda d'iscrizione come pubblicista all’Albo dei Giornalisti. 
La notizia che io stavo scrivendo un libro che denunciava la possibile origine e matrice padovana della strage di piazza Fontana, da molti ormai chiamata “la Strage di Stato”, tramite la moglie di un docente universitario arrivò a Roma all’orecchio di Mario Scialoja, un famoso inviato del settimanale L’Espresso, impegnatissimo a indagare e scrivere sulle “piste nere”, cioè sui gruppi, gruppetti e diramazioni varie dei neofascisti che, non solo in Italia, alimentavano il clima di violenza servendosi del terrorismo. Mario piombò a Padova, mi venne a cercare e mi convinse a rintracciare Giorgio Caniglia, che raggiungemmo assieme a casa dei suoi a Treviso. Giorgio mi cedette la borsa, anzi me la vendette per 5.000 lire dell’epoca, e io la regalai a Mario perché la portasse al magistrato Gerardo D’Ambrosio che a Milano si occupava dell’inchiesta sulla Strage di Stato.
Così fu. D’Ambrosio ricevette dalle mani di Mario la borsa già il giorno dopo nel suo ufficio a Palazzo di Giustizia. Pochi giorni dopo L’Espresso pubblicò un clamoroso articolo di Mario intitolato “C’è un’orma nuova”, che cominciava a demolire la “pista anarchica”, e D’Ambrosio inviò a Padova il maresciallo dei carabinieri Sandro Munari alla ricerca dei negozi che nel ’69 vendevano le Mossbach&Gruber. Fu così che Munari scoprì che la valigeria Al Duomo, di piazza Duomo, pochi giorni prima della strage del 12 dicembre, aveva venduto quattro o cinque borse Mossbah&Gruber a un unico acquirente e che la commessa che gliele aveva vendute aveva in seguito identificato in Freda. Munari scoprì anche che la commessa era corsa in questura sia per dire della vendita delle borse, sia per dire che l’acquirente era Freda, quando ebbe modo di vederne le foto sui giornali locali, perché era stato arrestato per propaganda sovversiva nelle Forze Armate.
Ma Munari scoprì pure che la questura di Padova, anziché trasmettere ai magistrati quelle due testimonianze, le aveva fatte sparire! Nacque così un grande scandalo, denunciato con più inchieste scoop da L’Espresso a firma di Mario Scialoja, che generò il crollo totale e clamoroso della “pista anarchica”: Valpreda venne scarcerato e partecipò a Padova alla presentazione del mio libro nella grande sala della Gran Guardia in piazza dei Signori.
Ecco: io sono entrato nel giornalismo così. Con l’esigenza e, date le circostanze, anche l’obbligo di capire, investigare, documentare, far capire e denunciare pubblicamente una storia decisamente grave. Grave e pericolosa. E poiché erano comunque gli anni del terrorismo, anzi dei terrorismi, al plurale, perché a quello “nero” delle bombe e della strage del ’69 si aggiunse come reazione quello “rosso” degli estremisti di sinistra. La vocazione a osservare, approfondire e investigare m’è rimasta: sempre vissuta come un dovere di testimonianza anche civile, oltre che professionale e umana, mi ha permesso di diventare prima collaboratore fisso de L’Espresso, poi suo giornalista in pianta stabile e corrispondente dal Veneto di Repubblica, oltre che collaboratore decisivo per la nascita dei giornali locali veneti Il Mattino di Padova e La Tribuna di Treviso. Tanto che in Fisica non mi sono poi laureato.

Cronaca, politica, attualità: il suo percorso l’ha portata ad approfondire tante storie di grande interesse. Come sceglie i temi da trattare e a quale si sente particolarmente legato, come professionista e come uomo?

I temi spesso mi vengono proposti, non so se perché sono ritenuto un buon investigatore o un buon narratore: spero per entrambe le cose assieme. Quando li scelgo io, scelgo i casi controversi o le novità che intuisco modificheranno nel bene e nel male gli usi e i costumi. Da quando ho un mio blog, prima a L’Espresso e poi per conto mio, ho più libertà di scelta e spesso lascio che a parlare siano gli altri, ospitandone gli articoli. E da quando ho preso anche a leggere più libri, specie di storia e di saggistica, ho imparato anche a scegliere temi suggeriti da tali letture. Per esempio, ci sarebbe molto da scrivere sui veri rapporti tra l’Europa e quelli che io chiamo gli Orienti, al plurale, perché comprendono il Vicino Oriente, il Medio Oriente e il lontano Oriente fino alla Cina. La Via della Seta e la Via delle Spezie hanno reso, di fatto, quasi un tutt’uno, fin dai tempi dei romani, lo spazio che va dall’Egitto alla Cina. Un tutt’uno non omogeneo e, purtroppo, sempre teatro di guerre di un qualche tipo, ma pur nelle divisioni e nelle guerre sempre molto ricco non solo di commerci vari, quali principalmente quello delle spezie, ma anche di trasmissioni del sapere scientifico, letterario, storico, e di credenze e fedi religiose. Senza le spezie che vengono dall’Oriente l’Europa non avrebbe sapori e profumi. Senza le scienze arrivate dagli Orienti, dai numeri arabi, ma in realtà indiani, all’algebra e alla trigonometria, dall’astronomia alla cartografia, l’Europa sarebbe ancora ferma all’abaco e al timone a remi. Ma con l’abaco non si possono progettare le cupole delle cattedrali, né gli aerei o i computer e i telefonini, e col timone a remi Cristoforo Colombo non avrebbe mai potuto attraversare l’Atlantico, traversata resa possibile dall’arrivo dall’Oriente anche del timone di coda.
Come professionista e come uomo mi sento legato a mo’ di cordone ombelicale al tema sfociato nella mia prima collaborazione con L’Espresso. Forse anche perché ero giovane e quelli erano i formidabili anni fine ’60 e primi ’70. Ma sono molto legato anche al tema della scomparsa di Emanuela Orlandi, al quale mi interesso dal 2001 e sul quale ho scritto tre libri. Si tratta di un argomento che mi ha insegnato una cosa che avevo già intuito, ma non compreso in modo così chiaro ed evidente. Mi ha insegnato, cioè, che alla gente non interessa tanto la verità, quanto il proprio bisogno di avere dei miti in cui credere, anche a onta dell’evidenza. Questo è evidente, però, anche in politica, specie in quella estera: si ragiona più con le viscere, che col cervello. Non a caso, poi, ci sono disastri e tragedie su vasta scala, vedi le guerre per far scoppiare le quali ognuno fa credere quello che più gli fa comodo e tutti credono nelle frottole che gli si rifila.

È ancora possibile oggi, secondo lei, fare della scrittura una professione a tempo pieno? Chi sono e che ruolo svolgono nella nostra società i giornalisti? Che consiglio darebbe a chi volesse seguire questo percorso?

Domande difficili. La professione della scrittura a tempo pieno credo, e spero, sia e sarà sempre possibile. Lo lascia credere e sperare il fatto che esiste fin da quando è nata la scrittura, anche se non era ancora alfabetica. Certo oggi tutti scrivono e si sentono giornalisti o scrittori grazia ai molti Social Forum, da Facebook in giù. È una sorta di cortile o ballatoio condominiale planetario, dove tutti si affacciano per dire o urlare qualcosa. Il giornalismo però è un’altra cosa: è la capacità di investigare e capire i fatti, di verificare le notizie, e di creare una sintesi da narrare con una storia. Fare il giornalista oggi è molto più facile di una volta. Con la posta elettronica e i telefonini si possono fare interviste in tempi più brevi, inviare gli articoli senza doverli dettare da un telefono a gettone o inviarli con una telescrivente, magari dagli uffici delle Poste Italiane, come dovevo fare io da Padova. Oggi tramite Google si possono per esempio evitare lunghe ricerche nelle biblioteche, che non sempre erano sotto casa. Anche se, purtroppo, ha preso piede, anche a causa dell’ingordigia degli editori, l’usanza di muoversi poco dalla scrivania e di lavorare molto col copia-incolla.
L’editoria di libri e giornali si sposterà sempre più dal cartaceo all’elettronico, ma il giornalismo e i giornali non sono morti e, anzi, sono stati irrobustiti dall’abbandono del telegrafo a favore del telefono e dall’abbandono della composizione col piombo a favore di quella cianografica. Il passaggio dagli aerei a elica ai grandi jet, dalle navi a vela a quelle a motore, dai treni a vapore a quelli elettrici e ora magnetici ha sempre comportato delle crisi, anche occupazionali, ma poi ha partorito nuove professioni e nuove occupazioni.
Il consiglio che mi sento di dare a chi oggi vuole fare il giornalista è di studiare in una buona scuola o facoltà universitaria di giornalismo, di imparare a menadito almeno l’inglese, ma anche una lingua straniera non europea, e di fare viaggi, soste e stage all’estero. Anche in redazioni di giornali, cartacei od online o televisivi. E ovviamente di leggere sempre molto, dai romanzi, ai saggi, ai libri di Storia, in modo da poter inserire il valore aggiunto di una migliore capacità personale di vedere, capire ed esporre le notizie e le storie. Bisogna, inoltre, anche essere sempre pronti a emigrare, cioè ad andare a lavorare all’estero: il mondo è davvero vasto e per chi ha preparazione e volontà le occasioni non mancano.
Oggi il sistema dei partiti è in crisi ed è in crisi il giornalismo italiano perché ha sempre fatto da sponda al sistema dei partiti, oltre che a quello industriale e specie della grande industria, settori pure questi in forte crisi, forse irreversibile, per la concorrenza crescente esercitata da quelli che, fino a pochi decenni fa, erano considerati Terzo Mondo e che ora sono colossi economici, e spesso anche militari, come la Cina, l’India e a seguire il Brasile, la Turchia, l’Iran in arrivo, il Sud Africa. Ecco perché bisogna saper guardare oltre i confini nazionali. E anche oltre quelli europei.  

A coronamento della sua carriera di autore, ha mai pensato di dedicarsi nuovamente alla narrativa? Che cosa le piacerebbe scrivere?

Nel 1994 ho scritto “Vicolo Scandenberg”, Marsilio Editore, che è rimasto finora il mio primo e unico romanzo. Vorrei riscriverlo. E scrivere un libro su alcune mie esperienze, anche drammatiche, che ho dovuto vivere a fine anni ’70, a partire da quando nella seconda metà del ’78 ho aiutato Giorgio Mondadori a creare i quotidiani Il Mattino di Padova e la Tribuna di Treviso. Giornali che poi Mondadori ha ceduto al Gruppo Editoriale L'Espresso.




A cosa sta lavorando attualmente? Ci racconti quali sono i suoi progetti per il futuro.

Attualmente sto seguendo gli ultimi fuochi del mistero Orlandi, che il malogiornalismo ha trasformato in show a tutto vantaggio di audience e vendite di copie, ma a tutto svantaggio della possibilità di capire cosa sia davvero successo a Emanuela e per responsabilità di chi. E poi sto cercando di mettere ordine nelle mie carte e nella mia biblioteca per poter finalmente mandare avanti e spero anche portare a compimento il lavoro sulla vera storia dell’Europa e dei suoi rapporti con gli Orienti, lavoro che ho iniziato a metà anni ’90 e interrotto nel 2001 a causa del mio iniziare a interessarmi al caso Orlandi. Insomma, sto cercando di capire cosa fare da grande...


www.pinonicotri.it