Visualizzazione post con etichetta scomparsi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scomparsi. Mostra tutti i post

mercoledì 13 settembre 2017

Carmela e Mariagrazia Colletta: aiutateci a trovare Salvatore


Da quando esistono software in grado di invecchiare i volti impressi sulle foto dei minori scomparsi in tutto il mondo, le immagini di adulti con lo sguardo da bambini si moltiplicano ogni giorno, dando una speranza a famiglie dilaniate da anni di dolore e sofferenza. I capelli possono diventare grigi e le rughe segnare guance e fronte, ma non esiste tecnologia in grado di modificare le espressioni pure che solo i bambini hanno quando li immortaliamo in una fotografia. Proprio come è accaduto con Salvatore Colletta, scomparso a quindici anni da Casteldaccia, a pochi chilometri da Palermo, il pomeriggio del 31 marzo 1992, venticinque anni fa.
Non c’erano gli smartphone quando il sorriso curioso di Salvatore è stato cristallizzato nella stessa foto che oggi è stata invecchiata, mostrando, con buone probabilità, che volto Salvatore potrebbe avere ora che ha superato i quarant’anni. Carmela La Spina, la mamma di Salvatore, e Mariagrazia Colletta, la sorella, conservano questo foto come un amuleto da tenere sul cuore, l’ultima speranza perché Salvatore non sia dimenticato, assieme a tanti bambini di cui si sono perse le tracce.
Quel pomeriggio di marzo del ’92, Salvatore si è allontanato in compagnia dell’amico dodicenne Mariano Farina, che ha coinvolto Salvatore nel progetto di vivere un’avventura lontano da casa e dalla famiglia. Salvatore era un ragazzo timido e non ha saputo sottrarsi, così i due ragazzini si sono fatti accompagnare in motorino da un amico in Contrada Gelso e da lì si sono perse le loro tracce. Quella fuga, che probabilmente doveva essere solo una ragazzata, si è trasformata in un incubo per chi è rimasto a casa ad aspettarli entrambi. Un incubo lungo venticinque anni e fatto ricerche a vuoto, segnalazioni infondate e piste inconsistenti, tra pentiti e millantatori. La maggior parte degli avvistamenti, nel corso degli anni, sembravano individuare i ragazzi nei campi nomadi, ma ogni volta che gli inquirenti hanno tentato di verificare le segnalazioni sono arrivati troppo tardi, quando dei ragazzi avvistati non c’era già più traccia.
L’ultima pista percorsa risale a oltre sei mesi fa, quando, a Roccamena, in provincia di Palermo, assieme alle ossa di almeno altri dieci sconosciuti, sono stati individuati i resti di due ragazzi adolescenti. Alla famiglia Colletta è stato prelevato il DNA per accertare o meno che si tratti di Salvatore, anche se è un’ipotesi improbabile, visto che le ossa sembrano risalire a oltre quarant’anni fa. Tuttavia le difficoltà di comparazione dei DNA sta allungando i tempi di attesa delle famiglie, amplificandone il dolore.
La sofferenza di chi aspetta da un quarto di secolo di poter riabbracciare un figlio si percepisce forte nelle parole di mamma Carmela. La stanchezza, la solitudine, la rabbia sono sentimenti che si alternano nei cuori di chi, a volte, si sente più “scomparso” degli scomparsi stessi. Possibile che non si possa fare qualcosa di più per cercare? È questa la domanda che si fa ogni giorno Carmela. Forse solo lo straniamento che si prova osservando le foto invecchiate al computer potrebbe spingerci a fare qualcosa di più perché questi adulti senza volto non rimangano bambini per sempre.

Chi è Salvatore? Ci racconti la sua storia.

Carmela: Salvatore era un ragazzino tranquillo e spensierato. Era riservato e timido. Andava a scuola e il pomeriggio amava giocare a pallone con gli amici. Non aveva problemi e andava d’accordo con tutti, ma soprattutto era molto attaccato ai suoi fratelli, coi quali aveva un rapporto profondo. Sono sicura che non aveva intenzione di scappare di casa, dandoci un dispiacere











Quando lo avete visto l’ultima volta? Cosa è accaduto il giorno della scomparsa e come si sono svolte le ricerche nel corso degli anni?

Carmela: L’ultima volta che lo abbiamo visto, il 31 marzo 1992, è uscito verso le quattro di pomeriggio, come faceva quasi tutti i giorni per andare a giocare con gli amici. Di solito stava fuori un’oretta o due, poi tornava a casa e ci preparavamo per la cena. Non si allontanava mai molto, di solito rimaneva proprio sotto casa. Tra i ragazzi che frequentava in quel periodo c’era anche Mariano Farina, il ragazzino col quale deve essersi allontanato, ma non erano amici intimi. Da allora neppure di Mariano si è saputo più nulla, sono scomparsi insieme, senza lasciare tracce certe che potessero aiutarci a cercarli. Quando ho saputo che Salvatore era andato via con Mariano, sono rimasta stupita, perché tra tutti gli amici che aveva all’epoca, era quello con cui probabilmente aveva meno confidenza. Quel pomeriggio c’erano anche altre persone con loro inizialmente, ma nessuna testimonianza ci ha dato elementi per trovare subito Salvatore. Quando mio figlio Ciro, che era con Salvatore, è tornato a casa e mi ha detto che il fratello sarebbe rientrato di lì a poco, non mi sono preoccupata subito. Ma col passare delle ore ho capito che era successo qualcosa. Non era da Salvatore tardare in quel modo.
Le ricerche sono iniziate tardi e sono state troppo lente fin dal principio. Abbiamo avuto molte segnalazioni, soprattutto nei campi nomadi. Io stessa, dopo quindici giorni dalla scomparsa, sono convinta di aver visto Mariano non troppo lontano casa, sulla Statale 113 a San Nicola, mentre ero in macchina con mio marito; perfino gli abiti coincidevano, ma, appena lui mi ha visto si è allontanato.

Voi che idea vi siete fatti: cosa può essere accaduto a Salvatore? Chi vi è stato più accanto in questo lungo periodo di dolore e attesa?

Carmela: Darei qualsiasi cosa per sapere cosa è accaduto a mio figlio. In questi anni, viste le tante segnalazioni nei campi nomadi, sono arrivata a pensare che un fondo di verità in quella pista forse c’è. Ma è davvero difficile riuscire a ricostruire l’accaduto e nessuno ci ha aiutato a farlo fino in fondo. A volte fatico a credere che siano passati venticinque anni da quel maledetto giorno. La famiglia si è stretta attorno a noi mentre tutti si dimenticavano di Salvatore e del nostro dolore, ma nessun altro, col passare degli anni, ha mai fatto nulla di particolare per la nostra disgrazia. Anche il Comune di Casteldaccia ci ha aiutato con alcune iniziative, ma è davvero faticoso far comprendere agli altri lo smarrimento quotidiano che si prova quando non si hanno notizie di un familiare. Non ci si abitua mai a questa sofferenza senza un perché.

Che ruolo svolge, o potrebbe svolgere, l’opinione pubblica per aiutare le famiglie di fronte a un caso di scomparsa?

Carmela: Ricerche e appelli sono l’unica cosa importante per ritrovare qualcuno. Tutto deve essere accurato, approfondito e soprattutto immediato. Nel caso di mio figlio Salvatore noi siamo convinti che qualcuno sa molto più di ciò che ha detto e, forse, gli inquirenti avrebbero dovuto sentire più approfonditamente queste persone. Possibile che gli amici che, quel pomeriggio, erano con Salvatore e Mariano non sappiano nulla? Non posso crederci. Qualcuno sa e non ha detto tutto.
Solo nei primi dieci anni dalla scomparsa ci sono arrivate migliaia di segnalazioni di avvistamenti. Quante sono state davvero verificate? Neppure noi familiari lo sappiamo per certo. E ora tutti si sono dimenticati di noi.
Dai ritrovamenti dei resti di Roccamena sono passati mesi ormai. Hanno il DNA per le comparazioni, anche se non ci sono altre prove che le ossa ritrovare possano essere di Salvatore, ma ancora non sappiamo nulla di definitivo. Siamo a conoscenza del fatto che i procedimenti necessari per fare tutte le verifiche sono lunghi e complessi, ma ci domandiamo come mai ancora nessuno ci dia notizie.
Dopo circa cinque anni dalla scomparsa, la famiglia di Mariano è emigrata negli Stati Uniti e si trovano ancora lì, raramente ci sentiamo.

È il ricordo a mantenere vive le persone di cui si sono perse le tracce e a dare alle famiglie la forza di non smettere mai di cercare. Qual è il suo ricordo più vivo di Salvatore?

Carmela: Salvatore era troppo buono e genuino. Voleva crescere, ma era ancora ingenuo. Quel sorriso furbo e il suo carattere generoso, come posso dimenticarli? Era un ragazzino semplice e timido che amava la sua vita e la sua famiglia. Oggi sarebbe un uomo. Avrebbe potuto avere una casa, un lavoro, una famiglia tutta sua e invece gli è stato negato tutto. Rinnovo il mio appello a chiunque sappia qualcosa sulla scomparsa di Salvatore, soprattutto alle ultime persone che lo hanno visto, di dire tutta la verità, una volta per tutte.



Anche Mariagrazia, la sorella di Salvatore, ha voluto ricordarlo raccontandoci cosa significa crescere senza sapere cosa sia accaduto a un familiare e lanciando nuovamente un appello a chiunque possa aiutarli, anche dopo venticinque anni dalla scomparsa:

“Non avere notizie di un fratello da oltre venticinque anni è una tortura difficile da spiegare. Potrebbe accadere a tutti, ma nessuno si preoccupa di prendersi cura di noi familiari coinvolti e più passa il tempo e peggio è. Da quando esistono i Social Network e basta un click per diffondere un appello in tutto il mondo, molte famiglie hanno un canale in più per chiedere aiuto. Anche noi abbiamo creato un profilo Facebook a nome di mio fratello, nel quale pubblichiamo continuamente le sue foto per tenere alta l’attenzione su di lui, anche dopo tutto questo tempo. Ma la tecnologia ha anche un’altra faccia della medaglia davvero crudele. In questi anni, oltre a segnalazioni inattendibili, in molti si sono presi gioco di noi, dichiarando di avere informazioni che si sono rivelate un buco nell’acqua. L’ultima delusione l’abbiamo avuta proprio nelle scorse settimane, quando un giovane del centro Italia, che poi abbiamo scoperto essere un lontano conoscente, ci ha contattati su Facebook dichiarando di avere notizie su Salvatore. Abbiamo provato in ogni modo a farlo parlare e a capire la verità, ma ha iniziato a cambiare versione più e più volte e non c’è stato modo di capirne l’attendibilità. Ci siamo anche rivolti alle forze dell’ordine per far fare le dovute verifiche o prendere provvedimenti, ma nessuno ha saputo aiutarci davvero.

Provate a mettervi nei nostri panni. Provate a immaginare, solo per un attimo, cosa si prova a vivere così. Possibile che non si possa organizzare una squadra di professionisti esperti in grado di proseguire più attivamente le indagini, anche per questi casi così difficili e lontani nel tempo? Ci sentiamo abbandonati e dimenticati da tutti, ma noi non vogliamo arrenderci. Non vogliamo perdere fiducia nella giustizia. E, soprattutto, non vogliamo perdere la speranza di riabbracciare Salvatore al più presto”.

venerdì 8 gennaio 2016

Marisa Golinucci: la ricerca della verità sulla scomparsa di Cristina e la storia dell’Associazione Penelope Emilia


È una giornata calda. Quando Cristina Golinucci si mette alla guida della sua Cinquecento è da poco passata l’ora di pranzo. Ha salutato la mamma Marisa con un sorriso e sta percorrendo le dolci colline nei dintorni di Cesena, diretta verso il Convento dei Cappuccini, a pochi chilometri da casa. È il 1 settembre 1992, ma sembra ancora piena estate e Cristina è pronta per un pomeriggio intenso. Ha tante commissioni da fare, perché, il giorno dopo inizierà un nuovo lavoro come ragioniera in un piccolo ufficio, ma, prima di ogni altra cosa, deve raggiungere Padre Lino, il Priore del Convento e suo Padre spirituale, per raccontargli com’è andato il campo estivo organizzato per i bambini delle Parrocchie circostanti e dal quale è appena tornata.
Sono passati più di ventitré anni da quando Cristina Golinucci ha posteggiato la sua vecchia Cinquecento nel parcheggio del Convento dei Cappuccini di Cesena, ma a quell’appuntamento col suo Padre spirituale non è mai arrivata. Tante estati si sono susseguite da allora e un orribile mistero che, nel corso degli anni, ha assunto le tinte fosche di un giallo sul quale ancora non si è fatta luce, sembra averla inghiottita. Le indagini non hanno condotto a nulla, nonostante uno scenario ben preciso si sia profilato pian piano, rivelando lo spettro di una probabile aggressione.
Ma quanto si è fatto realmente per cercare Cristina e quanto davvero si sarebbe potuto fare? È questa la domanda che ancora si pone Marisa Golinucci, la mamma di Cristina. In tutti questi anni Marisa non si è mai arresa e, ancora oggi, sta continuando a cercare la verità sulla sorte della figlia, trasformando la sua personale battaglia in una missione di vita al servizio degli altri, tanto che, dal 2002, è Presidente dell’Associazione Penelope Emilia.

Chi è Cristina? Ci racconti la sua storia.

Cristina era una ragazza di ventun anni semplice e solare, che si dedicava spesso al volontariato e alla cura del prossimo. Era Ragioniera, ma non aveva ancora trovato un lavoro fisso. Era molto calma e pacata e attaccatissima alla famiglia, tanto che, quando ancora non si usavano i cellulari, trovava sempre il modo di avvisarci quando faceva tardi, anche solo di pochi minuti, per non farci stare in pensiero. Era determinata a realizzarsi e a non pesare in nessun modo sulla famiglia. Ricordo, ad esempio, che, quando compì diciott’anni, invece di fare un viaggio all’estero, preferì investire i soldi che le avevamo regalato per prendere la patente, così da essere sempre più autonoma e indipendente. Quando riuscì a prendere la patente le regalammo una Cinquecento usata ed eravamo davvero molto contenti che potesse muoversi più liberamente. Pensavamo di averla messa al sicuro e ci sentivamo meno in ansia ogni volta che usciva, perché sapevamo che era sempre prudente e giudiziosa. Sin da piccola Cristina ha sempre frequentato la Parrocchia e, abitando un po’ fuori dal paese, eravamo soddisfatti di essere riusciti a farle un regalo che le permetteva di spostarsi per continuare a portare avanti tutti i suoi impegni fuori casa.

Cosa è accaduto il giorno della scomparsa e come si sono svolte le ricerche nel corso degli anni?

Il 1 settembre 1992 Cristina aveva preso appuntamento con Padre Lino Ruscelli, allora Priore del Convento dei Cappuccini che si trova sulle colline di Cesena, a una decina di chilometri da casa nostra, dove lei si recava spessissimo anche con gli amici e col suo gruppo di preghiera del sabato sera. Cristina doveva raccontare al Priore, suo Padre Spirituale, l’esperienza appena fatta a un campo estivo organizzato per i bambini e gli adolescenti delle Parrocchie limitrofi, al quale lei aveva partecipato come animatrice. Cristina amava parlare con le persone e mi aveva raccontato di essersi divertita molto, non vedeva l’ora di raccontare tutto al Priore e aveva insistito per incontrarlo proprio quel martedì 1 settembre, intorno alle quattordici e trenta, perché il giorno successivo avrebbe iniziato un nuovo incarico come Ragioniera in un ufficio e aveva molte commissioni da sbrigare.
Ricordo di averla salutata intorno alle quattordici, certa che ci saremmo riviste la sera stessa prima di cena, visto che, intorno alle ventuno, saremmo dovute andare insieme a una festa parrocchiale. Verso le diciannove, non vedendola rientrare, ho iniziato a preoccuparmi e a fare diverse telefonate, cercando di ricostruire tutti gli appuntamenti ai quali avrebbe dovuto recarsi nell’arco del pomeriggio. Nessuno l’aveva vista, neppure al Convento dei Cappuccini. In quel momento mi resi conto che non c’erano più tracce di lei da quando era uscita di casa sulla sua Cinquecento.
Siamo usciti immediatamente a cercarla tutti insieme e abbiamo trovato la sua auto regolarmente posteggiata nel parcheggio del Convento dei Cappuccini, così abbiamo deciso di bussare per chiedere di nuovo notizie, ma il Priore ci ha detto che Cristina non si era presentata all’appuntamento. Il parcheggio, inoltre, è piuttosto isolato e nessuno sembrava aver fatto caso a Cristina o aver sentito qualcosa di insolito quel giorno. L’auto era chiusa e, all’interno, tutto era in ordine, ma di Cristina non c’era traccia.
È stato fatto ben poco per cercare Cristina. Solo noi della famiglia non abbiamo mai lasciato nulla di intentato, mentre per gli inquirenti si è trattato, fin da subito e per i primi due anni, di una semplice fuga volontaria. Immediatamente dopo la scomparsa, sui giornali è stato scritto di tutto su Cristina, addirittura che potesse avere una doppia vita e queste menzogne ci hanno fatto soffrire molto, ma non ci siamo mai arresi nelle nostre ricerche.
Due anni dopo la sparizione di Cristina un ragazzo extracomunitario, che era ospite del Convento dei Cappuccini, Emanuel Boke, stuprò una ragazza nelle campagne circostanti, sequestrandola per oltre un’ora, prima di lasciarla andare. Boke venne arrestato e, dopo essere stato processato, venne condannato a sette anni di reclusione per quella orribile violenza, anche se ne ha scontati solo quattro, prima di essere scarcerato per buona condotta. In tutti noi nacque il sospetto che, visto che Boke era già ospite del Convento nel periodo nel quale scomparve Cristina, potesse essere coinvolto nella sparizione e che, magari, potesse essere stato proprio lui a farle del male. La stessa ragazza sopravvissuta alla violenza ci ha confidato, tempo dopo, che, probabilmente, se le cose fossero andate proprio in quel modo e Cristina si fosse ribellata alle sevizie, secondo lei Boke non avrebbe esitato a ucciderla, perché aveva dei veri e propri raptus di violenza. Quando il Priore del Convento si recò a trovare Boke in carcere, il ragazzo confessò di essere proprio lui l’assassino di Cristina e di aver fatto sparire il corpo, ma non si fece nulla per appurare la cosa in tempi brevi e Boke smentì subito questa confessione, finché non uscì dal carcere. Tutte le ricerche e le indagini successive non hanno avuto alcun esito e il lavoro degli inquirenti è sempre stato superficiale e discontinuo, purtroppo, nonostante i nostri continui appelli.


Lei che idea si è fatta: cosa può essere accaduto a Cristina? Chi le è stato più accanto in questo lungo periodo di dolore e che ruolo svolge, o potrebbe svolgere, l’opinione pubblica per aiutare le famiglie di fronte a un caso di scomparsa?

Io sono convinta che il Convento sia la tomba di mia figlia Cristina e continuerò a gridarlo finché non avrò risposte precise e non saprò la verità. Credo che sia stato proprio Emanuel Boke a uccidere Cristina per poi nasconderne il corpo. Vedendo che la giustizia non riusciva a darci risposte, quando Boke era ancora in carcere, decisi di scrivergli, esprimendogli il mio desiderio di incontrarlo. Così, grazie anche all’aiuto della Caritas, riuscii ad avere un colloquio con lui, nel quale egli continuò a difendersi, dichiarando di non essere lui il colpevole, ma lasciandoci, comunque con molti dubbi. Da allora, non ho avuto più notizie di lui e la verità sulla sorte di Cristina è ancora un mistero.
L’opinione pubblica è importantissima nei casi di scomparsa e chi sa qualcosa deve sempre farsi avanti, questo è il nostro motto. Ci siamo sentiti soli e abbandonati dalle autorità per molto tempo. La solidarietà, invece, è importante per tutti noi, affinché le nostre storie non vengano dimenticate.

La vicenda che ha coinvolto la sua famiglia l’ha vista in prima linea nell’affrontare il difficile problema degli scomparsi in Italia, tanto che è diventata Presidente dell’Associazione Penelope Emilia. Facciamo un bilancio di questa esperienza: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali gli ostacoli contro cui l’Associazione si scontra quotidianamente?

L’obiettivo dell’Associazione Penelope è quello di umanizzare le leggi che regolano i comportamenti da tenere nei casi di scomparsa. Quando Gildo Claps, nel 2002, ha chiamato me e tanti altri familiari di persone scomparse e chiese il nostro sostegno per gestire l’Associazione, dandogli, così, un carattere capillare su tutto il territorio italiano, mi sono sentita onorata e sono entrata a far parte di una vera e propria grande famiglia. La Legge, emanata nel 2012, per la ricerca delle persone scomparse è solo il primo di tanti traguardi ancora da raggiungere e il Protocollo del Commissario Straordinario per le persone scomparse deve essere applicato in modo sempre più analitico per avere efficacia su tutto il territorio. È importante cercare tutti con la stessa attenzione: bambini, anziani, malati. Alla immediata denuncia di scomparsa devono seguire delle ricerche efficienti e noi vogliamo sostenere questi meccanismi, cercando di stare il più possibile accanto alle famiglie delle persone di cui si sono perse le tracce. Penelope ha continuamente bisogno di sostegno e visibilità e, infatti, non esitiamo mai a scendere in piazza per farci conoscere e a metterci a disposizione di chi ha bisogno. Noi vogliamo che le persone che scompaiono vengano ritrovate vive il più presto possibile, per questo essere tempestivi nell’applicazione dei piani territoriali di ricerca è fondamentale. Si dice spesso che Penelope sia una spina nel fianco delle Istituzioni, ma non è del tutto vero. Noi vogliamo stare accanto a chi deve indagare, senza sostituirci agli inquirenti, e vogliamo supportare chi è in attesa di notizie, affiancando le famiglie. Vogliamo essere un anello di questa catena che deve renderci tutti più forti. Solo quando mi rendo conto che, se tutto si svolge come deve, è davvero possibile salvare delle vite, anche il mio dolore di madre che non sa più nulla della propria figlia da oltre vent’anni sembra attenuarsi per qualche momento, perché so di essere stata utile a qualcuno che può comprendere la mia pena profonda.

È il ricordo a mantenere vive le persone di cui si sono perse le tracce e a dare alle famiglie la forza di non smettere mai di cercare. Qual è il suo ricordo più vivo di Cristina?


Cristina è sempre al mio fianco e percepisco continuamente la sua presenza, come se mi mandasse dei segnali. Vivo nel suo ricordo, cercando di fare in modo che lei non venga dimenticata. È come se mi avesse passato un testimone: il suo amore per il prossimo l’ho fatto mio e cerco di manifestarlo come so che a lei sarebbe piaciuto. Voglio conoscere la verità su ciò che le è accaduto e non mi arrenderò mai. Non perderò mai la speranza, finché avrò vita.


venerdì 25 dicembre 2015

Ovunque tu sia… Buon Natale!


Oggi il nostro pensiero va a tutte le famiglie che festeggeranno questo Natale con un posto vuoto a tavola e nel cuore, in attesa di un loro caro del quale si sono perse le tracce da troppo tempo. Vogliamo ricordare, in particolare, tutte le storie che vi abbiamo raccontato in questi mesi.
Pablo Daniel Babboni, Rosa Tirotta, Mario Pignalosa, Davide Cervia, Daniela Sanjuan, Gianni De Angelis, Stefano e Antonio Maiorana, Davide Barbieri, Marcello Volpe, Rina Pennetti, Antonio Proia, Sergio Russo, Fabrizio Catalano, Imane Laloua, Emanuele Arcamone e Giuseppe Ruggiero ovunque vi troviate, auguri di buon Natale da tutti noi e dalle vostre famiglie, che abbiamo avuto l’onore di conoscere e di ospitare. Padri e madri, figli e figlie, fratelli e sorelle che non vogliono perdere la speranza: la vostra forza e il vostro coraggio sono il vero spirito del nostro Natale.

Pablo Daniel Babboni

Scomparso da: Pietrasanta (Lucca)

Il: 16/06/2007







Rosa Tirotta

Scomparsa da: Crotone

Il: 06/04/2012







Mario Pignalosa

Scomparso da: Portici (Napoli)

Il: 02/01/2013







Davide Cervia

Scomparso da: Velletri (Roma)

Il: 12/09/1990







Daniela Sanjuan

Scomparsa da: Bettona (Perugia)

Il: 23/10/2003




Gianni De Angelis

Scomparso da: Pontecorvo (Frosinone)

Il: 08/05/2013





Stefano e Antonio Maiorana

Scomparsi da: Isola delle Femmine (Palermo)

Il: 03/08/2007




Davide Barbieri

Scomparso da: Orvieto

Il: 27/07/2008







Marcello Volpe

Scomparso da: Palermo

Il: 12/07/2011







Rina Pennetti

Scomparsa da: Rende (Cosenza)

Il: 06/10/2009







Antonio Proia

Scomparso da: Follonica (Grosseto)

Il: 03/11/2013



Sergio Russo

Scomparso da: Prato

Il: 11/04/2015







Fabrizio Catalano

Scomparso da: Assisi

Il: 21/07/2005







Imane Laloua

Scomparsa da: Prato

Il: 06/07/2003







Emanuele Arcamone

Scomparso da: Ischia

Il: 08/05/2013




Giuseppe Ruggiero

Scomparso da: Coreno Ausonio (Frosinone)

Il: 15/05/2011