giovedì 18 giugno 2015

Salvatore Carbone e la Cooperativa Sociale “La Nuova Arca”: quando la solidarietà è uno stile di vita


Proviamo a pensare al vero significato dell’espressione impegnarsi nel sociale. Tra le varie frasi fatte che ingombrano il nostro vocabolario, questa è, senza dubbio, una delle più stravaganti. Se l’uomo è un animale sociale, cosa dovrebbe significare realmente impegnarsi nel sociale? E perché dare velatamente l’idea che il sociale debba richiedere un particolare impegno straordinario rispetto alle nostre attività quotidiane? Forse dovremmo iniziare proprio sfatando questo falso mito: l’unico impegno che ci richiede il sociale è essere completamente noi stessi. Ogni cammino di solidarietà parte del nostro io più intimo e si protende agli altri, tracciando storie e percorsi che ci completano e ci fanno sentire parte di un progetto che è, nello stesso tempo, a nostra misura, ma anche più grande di noi. Ecco il significato più vivo e profondo dell’impegnarsi nel sociale: nient’altro che vivere più consapevolmente la nostra realtà, fatta di rapporti e relazioni con persone come noi. A questi e a molti altri ideali si ispira il cammino della Cooperativa sociale La Nuova Arca di Roma, fondata nella primavera del 2007 da Salvatore Carbone, attuale Presidente, e da un gruppo affiatato di Soci, assieme alle loro famiglie. Il desiderio di condividere percorsi di solidarietà è diventato, man mano, una realtà, concretizzandosi in progetti ambiziosi, tra i quali spiccano la realizzazione di una Casa Famiglia che accoglie madri e figli in difficoltà e l’organizzazione di un progetto di agricoltura e artigianato sociale che, oltre a dar vita a un’economia più sostenibile, dà lavoro a molte persone. Per comprendere meglio come tutto ciò può realmente diventare uno stile di vita, non ci resta che leggere l’esperienza diretta del Presidente de La Nuova Arca, Salvatore Carbone, che ha voluto condividere con noi la sua storia.

Cosa significa, al giorno d’oggi, gestire una Cooperativa sociale? Quali sono gli obiettivi de La Nuova Arca e gli ostacoli contro cui vi scontrate ogni giorno in questo percorso di solidarietà?

Una Cooperativa sociale è una realtà che mette insieme un capitale di risorse e, quindi, di persone, fortemente caratterizzato dalla missione di tipo sociale che esse si prefiggono. Questo è un elemento essenziale all’interno della Cooperativa: si tratta, infatti, di risorse che lavorano per risorse, persone che lavorano per persone, che si impegnano per un fine comune di carattere sociale. Per quanto riguarda il lavoro all’interno della Cooperativa, oltre ai Soci che percepiscono un compenso, possono esservi anche delle risorse che si impegnano senza essere retribuite. La Cooperativa sociale è, dunque, caratterizzata da un capitale di risorse e di persone, che si prodigano per fornire servizi ad altre persone in maniera retribuita o volontaria.
L’obiettivo comune che la Cooperativa si prefigge deve essere chiaro e tenacemente perseguito da chi la gestisce, poiché le risorse che la compongono, pur essendo tutte contraddistinte dalla volontà di rendersi socialmente utili, potrebbero farlo in modi assai differenti e l’abilità di chi si trova a guidare questo prezioso capitale di persone sta proprio nel saper esaltare le potenzialità di ognuno, rispettandone l’unicità e facendo in modo che tutti si sentano parte importante nel raggiungimento degli scopi che la Cooperativa si propone. È fondamentale che tutte le persone condividano l’obiettivo comune e lo sentano proprio da ogni punto di vista.
La forte motivazione che ci ha spinto a intraprendere questo percorso con la fondazione de La Nuova Arca è la convinzione che il vero cuore della nostra identità di persone sia nelle relazioni che instauriamo. Questa motivazione così forte corre però un grande rischio, che si potrebbe individuare nell’iper-coinvolgimento che il singolo potrebbe avere in questo contesto, convincendosi di poter far fronte a ogni difficoltà da solo, in totale buona fede. In sostanza si rischia di trovarsi in situazioni più grandi di noi senza la giusta organizzazione per farvi fronte. Il modo più efficace per gestire questo tipo di pericolo sta proprio nella massima condivisione di tutto ciò che accade in Cooperativa. I momenti di incontro, come riunioni e dibattiti, sono fondamentali a questo proposito: tutto va affrontato insieme e dobbiamo essere, molto umilmente, i limiti e, nello stesso tempo, le ali, gli uni degli altri. Da qui capiamo come il coinvolgimento personale e la forte motivazione di ognuno sono fondamentali per tutti solo se gestiti con equilibrio e spirito di squadra.
Bisogna sempre essere attenti a pianificare oculatamente i progetti che coinvolgeranno la Cooperativa sul lungo periodo, valutandone la sostenibilità da ogni punto di vista, anche economico. Perché tutto proceda, è necessario mantenere la consapevolezza dei propri limiti anche come organizzazione, oltre che come individui, poiché solo avendo ben chiari gli ostacoli sarà possibile superarli insieme e, molto spesso, gli ostatoli più grandi sono proprio quelli interni a noi stessi.
Da questa analisi capiamo come, anche nell’ambito di una Cooperativa sociale, sia importante riuscire a coniugare l’aspetto vocazionale con quello più concretamente professionale, affinché i progetti abbiano il successo sperato. Il vero e più importante rischio è quindi interno al sistema della Cooperativa stessa e sta nel saper mantenere l’equilibrio tra il fattore vocazionale e quello professionale, poiché l’uno non può prescindere dall’altro.
L’ambizione più grande è proprio tentare di impostare una nuova economia che tenga conto di questi fattori, più che di tutti gli altri: l’economia della gratuità. Tutti si domanderanno: potrà mai esistere questo tipo di economia? Sì, può esistere ed è una sfida che possiamo e dobbiamo raccogliere tutti.

Quali sono le vostre principali attività attuali e quali i progetti per il futuro? Come si fa ad aiutarvi concretamente?

Nel caso de La Nuova Arca alcune famiglie hanno deciso di unirsi per rispondere a dei bisogni peculiari del nostro tempo che vedono nella fragilità di fare percorsi comuni una grande povertà del periodo difficile e frenetico che stiamo vivendo. L’obiettivo è, quindi, aumentare e ottimizzare le nostre capacità relazionali, in particolare stando accanto alle figure, spesso ignorate, delle mamme e dei bambini in difficoltà attraverso la gestione di una Casa Famiglia che li ospiti. Lo scopo è sviluppare una rete tra noi Soci e questo è il primo passo perché questa catena di solidarietà possa essere di supporto e integrazione sociale, lavorativa e abitativa per le mamme e i loro bambini. Si tratta di un percorso che vede noi Soci accanto a chi si trova in difficoltà, ma che, di fatto, arricchisce tutti sotto molti aspetti.
Oltre a questa dimensione di accoglienza, abbiamo sentito l’esigenza di impegnarci anche a creare percorsi lavorativi sostenibili che valorizzino la dignità della persona come individuo all’interno di una società complessa. Abbiamo cercato, quindi, di creare anche una realtà lavorativa agendo su più fronti: innanzitutto aiutando concretamente le persone a inserirsi in contesti lavorativi esterni a noi e, inoltre, sostenendo alcuni gruppi per fare delle esperienze di lavoro cosiddette di prossimità, cioè esperienze lavorative a noi vicine e affini, nelle quali le persone possono essere particolarmente supportate. La nostra più significativa esperienza in questo ambito è proprio nell’agricoltura sociale. L’obiettivo nel settore lavorativo è, quindi, prima di tutto creare lavoro attorno alla terra, ma anche plasmare una nuova identità per noi consumatori, che ci veda più responsabili nei confronti dell’ambiente che ci circonda e più consapevoli del nostro contributo, affinché anche l’agricoltura diventi sempre più sostenibile.
Per iniziare ad aiutarci concretamente il primo passo è condividere con noi del tempo. Il tempo che gli altri ci dedicano disegna il nostro futuro. Bisogna solo volere e poter mettere a disposizione le proprie competenze che possono essere tra le più svariate: dalla capacità di spargere la voce sul web, a quella di saper stare accanto ai bambini e alle mamme, passando per l’abilità nel formare e motivare le persone che collaborano con noi.
Un altro modo di aiutarci è dare la propria disponibilità a seguire percorsi solidali in senso nuovo e più ampio nel proprio piccolo quotidiano. Basta poco per rendersi conto che, per fare questa scelta, non occorre essere superuomini, bisogna solo aver fiducia nelle proprie possibilità e voglia di condividere obiettivi comuni.
Oltre a ciò, naturalmente, c’è il fattore economico, un sostegno che è sempre utile alla Cooperativa per continuare a portare avanti progetti specifici di varia natura: dal sostegno alle mamme e ai bambini, alla nuova agricoltura che mira a creare un’economia diversa e a nuovi progetti futuri. Per poter creare relazioni più profonde tra le persone c’è bisogno di tempo, risorse e energia, quindi anche l’aspetto economico è importante.

Facciamo un bilancio di questi anni di attività: quanto è difficile sensibilizzare le coscienze degli individui di fronte a temi tanto importanti? E quanto le persone comuni riescono a sostenervi in questa sfida?

C’è un profondo bisogno di condivisione nelle persone e l’interesse che queste mostrano nei confronti della Cooperativa è grande. Molti esprimono il desiderio di affrontare tematiche che non possono essere rimandate o delegate, dando così un senso alle proprie giornate.
C’è una grande sensibilità anche nell’aspetto più pratico della faccenda, quindi nella capacità e nella volontà di riuscire concretamente a realizzare quelli che sono i nostri ideali, attraverso una progettualità comune.
Le difficoltà comunque restano. In primo luogo, trattandosi di una Cooperativa, è fondamentale che, nella realizzazione concreta di ogni progetto, ognuno riesca a trovare il proprio spazio, compatibilmente col tempo che dovrà dedicare ad altri aspetti della propria vita. È questa ricerca di una dimensione comune, nel rispetto della nostra individualità, che ci caratterizza sempre e questo è il nostro vero motore e nello stesso tempo è la difficoltà più grande su cui lavoriamo quotidianamente, alla ricerca dell’equilibrio. La perseveranza ci porta a superare ogni preoccupazione per il futuro.

Dalla Casa Famiglia La Tenda di Abramo, all’agricoltura e artigianato solidale: come si può colmare, nel quotidiano, il divario tra l’utopia della perfezione e la difficoltà di uno stile di vita più sano e più giusto? Che consiglio ti senti di dare a chi, in un periodo di crisi come questo, vorrebbe fare di più, ma, a volte, non ci riesce?

Prima di tutto bisogna trovare la propria dimensione, nel senso che bisogna fermarsi a cercare di comprendere cosa vogliamo fare e, in un secondo momento, cercare di pianificare cosa possiamo fare realmente. Il tutto, naturalmente, pensando sia a noi stessi, sia a chi ci circonda. Solo così si possono fare piccole e grandi cose. Partendo da questo presupposto è importante conoscere tutte le realtà che suscitano il nostro interesse all’interno di una dimensione comunitaria e, di conseguenza, pensare a che tipo di ruolo attivo potremmo svolgere al suo interno. In questo modo nulla è impossibile, perché nulla ci sovrasta e i nostri obiettivi sono alla nostra portata, col supporto degli altri. Analizzando sé stessi è importante comprendere anche le nostre aspettative rispetto alla realtà della Cooperativa, perché è insito nel concetto di condivisione sia il dare, sia il ricevere. Nel fare insieme ognuno deve avere il proprio spazio e questo è il vero e unico modo di essere comunità che può spezzare l’individualismo del nostro tempo.

Raccontaci un aneddoto, un episodio, una storia che in questo cammino di ricerca della giustizia sociale ti ha toccato particolarmente ed è rimasta nel tuo cuore.


Ci sono tante storie che potrei raccontare, ma ciò che veramente porto con me in ogni passo di questo percorso è l’incontro e l’abbraccio quotidiano con i bambini che ospitiamo. L’emozione è davvero indescrivibile! Una volta, ad esempio, una delle mamme che è stata con noi per un periodo, assieme ai suoi bimbi, mi ha domandato come mi sentissi all’interno di una Cooperativa sociale dopo aver lavorato per molti anni in una Multinazionale. La cosa mi ha fatto riflettere. In effetti sembrano mondi incompatibili e io mi sono reso conto che mi sento molto bene all’interno della Cooperativa. Mi sento me stesso. Sento di avere un ruolo e sento di imparare qualcosa di nuovo ogni giorno, oltre a dare il mio contributo. Ma nello stesso tempo ho una difficoltà: essere testimone di grandi dolori e ingiustizie non è facile e ancor più difficile è rassegnarsi al fatto che, per quanto possiamo cercare di renderci utili, non possiamo aggiustare tutto. Qui interviene la forza di essere parte di un gruppo col quale condivido ideali, obiettivi, sogni. Sogni che, se progettati insieme, possono diventare realtà.

www.lanuovaarca.org

www.lanuovaarca.wordpress.com

martedì 16 giugno 2015

Tre buone ragioni per… dormire la notte prima degli esami!


Maturandi di tutta Italia, domani vi aspetta una giornata intensa e molti di voi saranno già pronti, con litri di caffè e libri alla mano, a trascorrere la notte in bianco per ripassare, sperando nell’illuminazione sulle possibili tracce della prima prova di domani. So di darvi una brutta notizia, ma, come si dice, ormai quel che è fatto, è fatto, e fare le ore piccole augurandovi di trovare qualche soffiata utile, tra siti e Social, è una colossale perdita di tempo.
Cosa dovete fare la notte prima degli esami? Dormire! Ed ecco tre buone ragioni che vi convinceranno a seguire questo consiglio anche in futuro…

1.      Aumenta la concentrazione. Dopo qualche ora di sonno è più facile focalizzare le risposte alle domande che ci vengono poste, che si tratti di prove scritte o orali. Come diceva uno dei personaggi di Corrado Guzzanti la risposta è dentro di voi e stavolta è quella giusta!

2.      È come ripassare. Dormire, dopo aver studiato duramente, aiuta a memorizzare meglio le nozioni acquisite e a fare i giusti collegamenti tra i concetti appresi. Il vostro cervello si rigenera e attiva una sorprendente modalità di ripasso in remoto: provare per credere!


3.      Controlla lo stress e l’emotività. Quante volte ci capita di studiare tanto e rendere poco: stress ed emotività ci giocano brutti scherzi e spesso vanificano le nostre fatiche. Uno dei modi più efficaci per tenere a bada questi fattori è concederci una sana camomilla e farci una bella dormita per recuperare tutta la lucidità di cui avremo bisogno durante l’esame. In bocca al lupo a tutti!

lunedì 15 giugno 2015

Igor Vitale: Comunicazione e Riconoscimento della Menzogna


La capacità di entrare in empatia con le persone che ci circondano, tanto da imparare a capire se ciò che dicono corrisponde realmente a ciò che pensano, è una delle massime aspirazioni di ciascuno di noi. Sia nel lavoro, sia nella vita, infatti, è importante riuscire a comprendere la vera natura di chi abbiamo di fronte, perché, per quanto le bugie abbiano le gambe corte, è fondamentale saper intuire e individuare prontamente gli indicatori della menzogna, per poter prendere con maggior consapevolezza le nostre decisioni, in ogni ambito. Ma a che punto sono lo studio e la ricerca circa la comunicazione verbale e non verbale e le tecniche di riconoscimento e rilevamento della menzogna? Che applicazione stanno avendo, nel nostro Paese e all’estero, i metodi scientificamente verificati in ambito clinico, giuridico e lavorativo? E che uso possiamo farne anche noi nel nostro piccolo quotidiano? A rispondere alle nostre domande sul tema, facendo chiarezza su tanti aspetti di queste interessanti discipline, sarà Igor Vitale, Psicologo clinico e del lavoro di grande professionalità e esperienza, docente internazionale esperto di ipnosi, coaching e tecniche di rilevamento della menzogna e Vicepresidente dell’Università Popolare Europea.

Saper interpretare i pensieri di una persona sulla base tanto della comunicazione verbale, quanto di quella non verbale è un’abilità importante nel lavoro e nella vita di tutti i giorni. Ma davvero, con studio e allenamento, è possibile capire cosa prova chi abbiamo di fronte da una semplice espressione facciale, soprattutto se ci sta mentendo? Molti sono scettici…

L’obiettivo di chi studia comunicazione non verbale nel settore del lavoro e nella vita quotidiana è quello di incrementare la comprensione delle emozioni degli altri per migliorare la propria comunicazione. Lo studio delle espressioni facciali ci permette di capire molto sulle emozioni provate dal nostro interlocutore, ma ci spiega poco del perché una persona provi una certa emozione e del suo sistema di regolazione delle emozioni. Un’interpretazione più completa delle persone fa grande tesoro della comunicazione non verbale, ma non bisogna mai dimenticare la grande importanza del sistema del linguaggio, che ad oggi fornisce una grande quantità di informazioni.
La propria sensibilità nella comprensione degli altri può essere allenata notevolmente, anche perché lo studio di strumenti standardizzati è uno dei pochi modi per ridurre gli errori di valutazione.
La Psicologia Cognitiva e delle Decisioni ci insegna che la maggioranza delle persone mette in atto il cosiddetto errore di overconfidence, ovvero, sovrastima le proprie capacità di valutazione delle persone. La overconfidence può essere un grande pericolo per chi prende delle decisioni in azienda (selezione del personale, valutazione degli accordi commerciali), in ambito giuridico (valutazione dell’attendibilità di una persona), clinico (diagnosi, valutazione di un paziente) e anche personale (valutazione delle persone che ci circondano). Sono solitamente le tecniche standardizzate di analisi del comportamento a ridurre questo tipo di errori.
Gli studi confermano che tramite l’analisi delle incongruenze tra comunicazione verbale e non verbale è possibile essere più attendibili nel riconoscimento delle menzogne, specialmente se il racconto falso ha un connotato emotivo; lo studio delle microespressioni facciali diventa invece meno utile se la menzogna da riconoscere ha un connotato puramente cognitivo.
Proprio per questo motivo, assumono particolare importanza le tecniche di intervista e di interrogatorio, che, se finalizzate ad aumentare il carico cognitivo e/o emotivo, aiutano la lettura della comunicazione non verbale ad essere più informativa.

In cosa consiste il metodo F. A. C. S. ideato da Paul Ekman e di cosa può occuparsi concretamente in Italia chi ha studiato e approfondito questo tema?

Il Metodo F.A.C.S. può essere definito come un sistema di osservazione e classificazione di tutti i movimenti facciali, anche minimi, in riferimento alle componenti anatomiche del viso. Attualmente è considerato il sistema più completo ed utilizzato, in quanto considera il volto come un sistema multidimensionale e multimessaggio, convoglia in sé più messaggi ed informazioni allo stesso tempo. Chi utilizza questo metodo può dunque classificare e misurare le espressioni facciali tramite un atto di codifica, e, pertanto, decodificarle in un significato emozionale in un secondo momento, tramite un atto di decodifica. L’analisi delle microespressioni facciali è molto utile in questi settori:
-          Clinica: la relazione col paziente passa solo in minima parte tramite la comunicazione verbale, capire le emozioni del paziente può incrementare notevolmente il livello di empatia, una delle determinanti principali della riuscita di una terapia;
-          Criminologia, Giuridica e Investigazione: sebbene non sia una pratica molto diffusa in Italia, una valutazione attenta della comunicazione non verbale può essere utilizzata a fini investigativi per valutare l’attendibilità di una persona o comunque per ottenere maggiori informazioni su ciò che dichiarano le persone nei contesti giuridici;
-          Negoziazione e Selezione del Personale: sono due situazioni in cui c’è uno scarto tra ciò che la persona pensa e ciò che la persona dice. L’analisi della comunicazione non verbale è molto utile durante le negoziazioni per riconoscere eventuali menzogne o anche per identificare eventuali obiezioni nascoste che potrebbero minare l’accordo finale. Durante la Selezione del Personale accade qualcosa di simile: il candidato pone in atto, solitamente, tutta una serie di strategie di impression management, strategie con le quali il candidato punta a mostrarsi nel modo migliore possibile. Il buon selezionatore, può valutare l’attendibilità della persona selezionata tramite l’analisi di una serie di microdettagli.


Quali sono le regole d’oro per capire se la comunicazione verbale e non verbale di un soggetto non sono in sintonia tra loro e quindi, probabilmente, sta mentendo?

La prima regola d’oro è certamente la conoscenza del significato di dettaglio di ogni possibile movimento del corpo al fine di confrontarlo con la comunicazione verbale ed identificarne l’eventuale incongruenza. Una seconda regola d’oro è certamente lo studio della baseline del soggetto, ovvero, di quei comportamenti e stili non verbali abituali del soggetto; conoscere la baseline ci permette infatti di valutare eventuali variazioni del comportamento del soggetto. La terza regola d’oro è la considerazione dei fattori culturali che possono incidere sul comportamento non verbale del soggetto.
Occorre sempre ricordare che non esistono movimenti del corpo che indicano univocamente menzogna, ma che è opportuno ogni volta confrontare il significato del comportamento non verbale con quello strettamente linguistico.

Approfondiamo la questione dal punto di vista criminologico: quanto sono tenute in considerazione queste tecniche di rilevamento della menzogna in Italia e all’estero? Si usano in fase di indagini e sono valide in sede processuale?

Le Tecniche di Rilevamento della Menzogna sono considerate in modo diverso in Italia e all’Estero. Ad esempio, in Italia, come nella maggior parte delle giurisdizioni moderne, non è possibile usare strumenti quali il poligrafo (la cosiddetta macchina della verità), ma in alcune nazioni (ad esempio negli USA) il poligrafo è tuttora accettato come prova facoltativa. Lo studio della Comunicazione Non Verbale nei contesti criminologici può essere di grande aiuto nelle fasi di indagine e di ricostruzione della rete sociale della vittima in quanto ci fornisce dati ulteriori sulle dichiarazioni delle persone interrogate, tuttavia non è oggi accettabile come prova in fase processuale, in quanto, come accade per tutti gli strumenti di riconoscimento della menzogna, essa non ha un’attendibilità totale. Nella valutazione della credibilità, in Italia, sono largamente più usati strumenti di analisi della comunicazione verbale (Criteria Based Content Analysis, Reality Monitoring), sebbene anch’essi non abbiano un’attendibilità significativamente più alta. Alcune ricerche mostrano tuttavia che la soluzione ideale sarebbe costituita dalla triangolazione dei dati, ovvero, dall’utilizzo simultaneo di più metodi di rilevamento della menzogna.

Cosa consiglieresti a chi, in ambito psicologico, volesse intraprendere questi studi e specializzarsi in tali tecniche, tanto da farne una professione?


Il mio consiglio è quello di formarsi con training specialistici e soprattutto di tenere d’occhio la ricerca scientifica sull’argomento nelle banche dati di riviste scientifiche riconosciute, in quanto si tratta di un tema in costante aggiornamento. Sono recenti le tecniche di neuroimaging per comprendere il funzionamento del cervello durante la menzogna. Solo il costante aggiornamento scientifico può consentire al professionista di essere sempre preparato sulle novità e ad approssimarsi ad una valutazione corretta. L’esperienza sul campo completa, però, veramente la formazione di una persona che voglia utilizzare tali tecniche nei contesti professionali.

www.igorvitale.org

sabato 13 giugno 2015

Giulio Perrone: un editore approdato alla scrittura


Tutti scrivono e nessuno legge. Lo ripetiamo talmente tanto, che sembra diventato un proverbio. Una di quelle frasi fatte come si stava meglio quando si stava peggio. La realtà è che per scrivere è necessario, prima di tutto, leggere. Bisogna, inoltre, avere qualcosa da comunicare e possedere la capacità di farlo in modo efficace. Siamo quindi lieti di poter dire che, quando c’è il talento, ben venga che sia messo su carta e pubblicato a beneficio di tutti, come nel caso di Giulio Perrone. Editore di professione da oltre dieci anni, da quando ha fondato la casa editrice che porta il suo nome, oggi Giulio Perrone è anche scrittore emergente. Il suo primo libro, il thriller “L’esatto contrario”, edito da Rizzoli, sta ottenendo un grande successo di pubblico e il motivo è uno solo: è davvero un buon romanzo. Pulito, scorrevole, credibile, tanto nell’intreccio, quanto nella costruzione dei personaggi. Attuale nei temi, appassionante nello svolgimento e con un finale sorprendente. Nella carriera di Giulio Perrone editoria e scrittura procedono su binari paralleli, professioni affini, ma che, per portare frutti, non devono incontrarsi e proseguire il loro viaggio separatamente. Due navi di una flotta vincente che procede a vele spiegate e della quale tutti noi ci auguriamo di essere spettatori appassionati ancora per lungo tempo.


A dieci anni dalla fondazione della Casa Editrice che porta il tuo nome hai scritto e pubblicato il tuo primo romanzo con uno dei colossi dell’editoria italiana. Ma ti senti più editore o scrittore? E perché?

Penso di essere prima di tutto un editore perché adoro l'emozione che dà scoprire un autore, pubblicarlo, cercare di farlo conoscere al pubblico. Credo inoltre che i due percorsi, seppur vicini, debbano necessariamente viaggiare in parallelo. La scrittura è un'altra grande passione che spero di poter portare avanti nel tempo, soprattutto se questo libro porterà i risultati sperati.

Tra l’avvento dell’ebook e la diminuzione costante del numero dei lettori, cosa sta accadendo all’editoria nel nostro Paese? Che difficoltà affronti quotidianamente in qualità di editore?

Il problema, credo, non è assolutamente quello dell'avvento dell'ebook, semmai questa cosa rappresenta un'alternativa e un'opportunità per i lettori e per le case editrici. Sono invece d'accordo che sia necessario fare qualcosa per i lettori, non solo quelli forti, ma soprattutto quelli che si possono guadagnare nelle nuove generazioni. Scuola da una parte e università dall'altra devono tornare ad essere momenti fondamentali in cui cercare di far divampare la passione per la lettura.

Raccontaci la genesi del tuo romanzo: da dove nasce l’esigenza di scrivere? E come mai proprio un thriller?

Tutto nasce dalla voglia di raccontare una storia, quella di Riccardo, che rappresenta come non mai la mia generazione e che si troverà, un po' per caso, un po' per sfortuna, al centro di un intricato mistero, una storia che viene dal passato e lo tocca da vicino. Da questo punto di vista credo che la trama noir fosse la più adatta per raccontare questo personaggio e anche per poter in qualche modo riflettere la realtà che ci circonda.

Se lo domanderanno in tanti: come mai un editore di esperienza come te ha deciso di affidarsi alla concorrenza per pubblicare il suo primo libro? Raccontaci cosa stai imparando da questa esperienza.

Ho fatto la scelta più giusta, cioè quella di affidarmi alla selezione e poi alla pubblicazione da parte di un altro editore. In caso contrario avrei saltato un passaggio fondamentale che è quello di trovare un editore che creda nel mio lavoro. E qui ritorno a quanto dicevo prima. Scrittura ed editoria viaggiano in parallelo ma senza mai incontrarsi. Quello che sto imparando è sicuramente ad essere più indulgente verso i miei autori perché solo passando dall'altra parte della barricata si capisce come possa essere emozionante e coinvolgente l'esperienza della pubblicazione di un proprio libro.

Parlaci dei tuoi progetti per il futuro: stai già lavorando a un nuovo romanzo? Puoi svelarci di cosa si tratta?


Per il momento mi sto concentrando solo sulla promozione di questo, perché, purtroppo o per fortuna, un'occasione futura dipende naturalmente dai riscontri che otterrà questo libro. Non ti nascondo che delle idee ci sono e che a breve spero di potermi confrontare di nuovo con la parte creativa di questo bellissimo lavoro che è fare o scrivere libri.

giovedì 11 giugno 2015

Antonio Turri e l’Associazione I Cittadini contro le mafie e la corruzione: storia di un viaggio verso la legalità


Mai come in questo periodo i titoli dei giornali ci ricordano quanto il problema della presenza delle mafie e della corruzione sia dilagante nel nostro Paese e non più circoscritto a certe aree geografiche o ambienti politici. A pagarne il prezzo più alto è proprio il Cittadino, l’uomo qualunque, il buon padre di famiglia schiacciato, oppresso, calpestato al punto da ritenere quasi impossibile che le cose possano cambiare e che il suo stesso contributo sia necessario affinché questo avvenga. A spiegarci come solo la cultura della legalità e della giustizia sociale possa sconfiggere la cultura della mafia e della corruzione è Antonio Turri, fondatore e Presidente dell’Associazione “I Cittadini contro le mafie e la corruzione”, che ringraziamo per il suo impegno e la sua preziosa testimonianza. Antonio Turri ci racconta un viaggio dove ogni passo è importante, perché compiuto proprio da chi detiene la sovranità nel nostro Paese: il popolo. E la meta, lo scopo, l’obiettivo è uno solo: migliorare la qualità della nostra vita a beneficio di tutta la collettività.



Dopo una lunga carriera nella Polizia di Stato, ha intrapreso un percorso come giornalista: cosa le rimane di questi trent’anni a servizio dello Stato e dei Cittadini?

La Polizia è stata, per me, una palestra di vita per comprendere che è solo e soltanto il servire i Cittadini il fine ultimo di ogni pubblica funzione, da quella politica a quella amministrativa. L’esercizio di qualsiasi potere deve avere come solo obiettivo il servizio a chi delega questi poteri: i Cittadini. Spesse volte questo non accade e la mancanza dei necessari controlli e l’ingerenza di determinate arroganze dei poteri fanno si che i fini e gli obiettivi di chi esercita ruoli pubblici siano altri. Non tutti legali o eticamente accettabili. Trent’anni di Polizia mi hanno portato a ritenere che non poche volte il potere politico e amministrativo è al servizio di sé stesso e di coloro i quali rivestono cariche istituzionali o che esercitano elevate funzioni politiche, economiche o mediatiche. Per molti un ex investigatore, che ricercava verità giudiziarie, che prova a fare informazione giornalistica, sembra cosa strana. Per me non è così. Sono, infatti, molti i giornalisti che fanno informazione attraverso lo strumento dell’inchiesta e quindi è possibile anche il contrario, in un Paese dove, in tema di libertà di stampa, qualche problema mi sembra esista. Come in tutte le attività umane, quello che conta sono le motivazioni e l’onestà intellettuale con cui si esercita la propria funzione o professione. Si può essere investigatore, giornalista o altro al servizio dei Cittadini o, al contrario, delle convenienze e dei potenti. È sempre una questione di scelte e motivazioni.

Dalla fondazione dell’Associazione I Cittadini contro le mafie e la corruzione, alla gestione del quotidiano online I Cittadini: da dove nasce l’esigenza di unire le forze per realizzare un progetto così importante? Quali sono gli scopi e gli obiettivi dell’Associazione?

La parola antimafia è oggettivamente abusata e fuorviante. Nel nostro Paese, dove gli appellativi e l’apparire sembrano assumere sempre più aspetti patologici, se non ridicoli, abbiamo statuito le figure del poliziotto antimafia, del magistrato antimafia, del prete antimafia, del giornalista antimafia o anticorruzione, come se, coloro i quali esercitano le medesime funzioni o professioni, possano restare neutrali o essere per la mafia. A mio avviso i Cittadini devono essere contro le mafie e la corruzione, perché sono le vere vittime delle violenze dei gruppi e delle culture mafiose. I risultati della lotta a mafie e corruzione sono sempre insufficienti proprio perché si crede che sia possibile delegare questo impegno a “santi” ed “eroi” viventi. Cosi non è, sia perché in genere gli eroi veri vengono eliminati dal sistema mafioso in cui vivono, sia perché i falsi eroi, spesse volte, sono al servizio, più o meno consapevolmente, del sistema mafia, sia perché, vista la consistenza numerica e la forza economica ed intimidatrice delle mafie, serve un numero elevato di Cittadini per contrastarle. Questo è il motivo per il quale nasce il portale www.icittadini.it e l’Associazione “ I Cittadini Contro le mafie e la corruzione”. C’è bisogno dei più e non solo dei “famosi” per sconfiggere definitivamente le culture ed i sistemi mafiosi. Massimo rispetto per chi ha dato la vita per queste battaglie, ma nel loro ricordo c’è bisogno di fare molto di più e di non delegare questa lotta che compete a ciascuno di noi. L’azione di contrasto culturale alle mafie dovrà essere sempre più assunta dai Cittadini. È la mafia che ha bisogno di capi e di adepti. Le associazioni e i movimenti che la combattono non possono ricalcare lo stesso modello organizzativo. La mafia è essenzialmente una struttura verticistica e antidemocratica. Chi si oppone alle mafie e ai sistemi corrotti necessita di far crescere la democrazia reale e praticata nei luoghi dove questi si radicano. Cosa Nostra e le altre organizzazioni mafiose hanno bisogno di leader e capi. Chi si oppone a questo sistema deve cercare la partecipazione attiva e fattiva del signor “Rossi” e dei tanti signori non invitati nei salotti tv d’Italia, che non devono più restare spettatori plaudenti ed incantati dalle “parole”. Fin quando cosi non sarà e la lotta alle mafie resterà coinvolgente solo innanzi a un monitor televisivo, ad ascoltare l’eroe vero o presunto del momento, continueremo a dare un gran vantaggio ai mafiosi.  

Mafia e corruzione: non solo temi sensibili per l’opinione pubblica, ma vere e proprie “scelte di vita”, che rischiano di minare l’intero tessuto sociale del nostro Paese, danneggiandoci tutti. Cosa si può fare concretamente, secondo lei, per opporsi a questa realtà e tentare di guarire tali piaghe?

La lotta ai sistemi mafiosi si fa rivendicando fortemente i diritti che non si acquistano al supermercato, ma si pretendono e si conquistano chiedendoli senza paure e riverenze. La lotta alla corruzione e alla delinquenza mafiosa, che non sempre ha bisogno della “pistola”, si fa rendendo oggettivamente, e non solo mediaticamente, non conveniente esercitare la professione di mafioso o di corrotto. Si fa non approvando leggi inefficaci e di difficile applicazione come quella recente della modifica dell’articolo 416 ter sul voto di scambio politico mafioso. Si fa approvando la Legge Lazzati, che non consente ai mafiosi di fare in alcun modo attività politica. Si fa confiscando e riutilizzando a pieno i beni e le ricchezze dei mafiosi e dei corrotti, destinandole a quei Cittadini che ne sono stati vittime come: i senza lavoro, i senza casa e a quegli imprenditori vittime del racket e dell’usura. Ad oggi questo argomento viene, a mio avviso, condizionato da gruppi che costituiscono lobbies che impediscono, nei fatti, che quanto sopra detto avvenga. C’è bisogno di avere meno commissioni antimafia di ispirazione politico-partitica, molte delle quali inconcludenti e costituite per assicurare “sedie” ed incarichi, tra l’altro costosissimi, e destinare quelle risorse alla Magistratura e alle Forze di Polizia. C’è la necessità urgente di riformare il sistema politico evitando che questo condizioni l’attività di organi, quali il Consiglio superiore della Magistratura, o nomini i vertici delle Forze di Polizia. C’è bisogno di molta più attività preventiva di controllo sugli organi politici e sugli atti della pubblica amministrazione.

Proviamo a fare un bilancio di questi primi dieci anni di attività dell’Associazione: quali sono gli obiettivi raggiunti con successo? E quali gli ostacoli in cui vi imbattete ogni giorno in questo percorso di giustizia e solidarietà?

Il bilancio mi sembra positivo. Grazie anche alla nostra azione si è messa in evidenza la carenza dell’azione dello Stato a sostegno delle vittime dei mafiosi e dei corrotti, lo stato di abbandono di chi ha il coraggio di denunciare o di chi chiede verità e giustizia non ottenendola, perché è solo il signor “Rossi”, il signor qualunque. Portiamo avanti la battaglia, da anni, con qualche primo successo, sulla necessità di molti di non vedere archiviata giudiziariamente la Verità e la Giustizia nei tribunali della Repubblica. Queste ed altre battaglie cominciano ad avere una grande risonanza attraverso l’azione dei numerosi Circoli dell’associazione che si costituiscono dal Trentino alla Sicilia e che iniziano ad operare in Francia, in Svizzera, in Irlanda e in Germania. Ci costituiamo parte civile nei processi per mafia e corruzione, lì dove non sono accesi i riflettori dell’informazione, avendo cura di sostenere le vittime.

Ci racconti un episodio, un aneddoto, una storia che, in qualità di Presidente dell'Associazione, è rimasta particolarmente impressa nella sua memoria. Quali saranno, invece, i progetti che vi impegneranno nel prossimo futuro?

Sono tanti i ricordi che mi hanno lasciato l’amaro in bocca, su tutti quello del contrasto che riceviamo costantemente dalla c.d. antimafia di Stato o di partito, che preferisce dialogare con coloro i quali sono a loro più affini politicamente o che distinguono i buoni ed i cattivi a prescindere dai fatti. Essere contro le mafie è un diritto-dovere di tutti i Cittadini e non deve essere richiesta abilitazione alcuna o ad alcuni per impegnarsi. Così non è, al momento. Esiste un’antimafia, definiamola, gradita e sponsorizzata. I risultati ritengo siano sotto gli occhi di tutti. Non si deve andare con il cappello in mano innanzi ai corrotti ed ai mafiosi, ma nemmeno chinati ed ossequiosi innanzi ai “capi” dell’antimafia sponsorizzata da gruppi economici e politici o ai rappresentanti dei c.d. poteri legali. Il positivo c’è e lo “gustiamo” tutti i giorni. Più ci attaccano e ci denigrano, con un fare che spesse volte è sovrapponibile a quello mafioso (spesse volte si ripercorrono le strade di chi si dice, a parole, di voler combattere), più cresciamo e ci organizziamo. Per quanto riguarda i progetti per il futuro siamo consapevoli che non sarà una strada facile da percorrere, poiché piena di ostacoli, ma siamo convinti che è l’unica percorribile. L’unica via possibile per chi sta, non solo a parole, con gli ultimi e che, a prescindere, non vuol stare accanto ai primi. Visto che consideriamo costoro i responsabili delle sofferenze e delle ingiustizie che procurano le mafie e la corruzione a noi Cittadini. Questo non è poca cosa nel Paese dove le responsabilità sono assegnate spesso al destino e le vittime sono classificate e trattate secondo censo e posizione sociale. Il nostro leader è e resta quel signor “Rossi” che non cerca notorietà mediatiche o applausi, ma fatti concreti. I Cittadini contro le mafie e la corruzione continueranno e si organizzeranno sempre più per chiedere e pretendere il diritto a vivere liberi e senza condizionamenti e paure, come prassi normale per tutti. 

www.icittadini.it

martedì 9 giugno 2015

Gianluca Marasca: cosa sono i Disturbi dell’Apprendimento nei bambini e come affrontarli

Camila Leon

Se, come ci insegnano a scuola, ogni parola ha il proprio significato, dovremmo smettere di chiamarli Disturbi dell’Apprendimento o, più comunemente DSA, e iniziare a chiamarle semplicemente difficoltà. Perché i cosiddetti disturbi sembrano quasi un marchio a fuoco, destinato difficilmente a risolversi e che rischia di segnare un bambino per sempre nel suo percorso scolastico, rendendolo tortuoso e impervio. Mentre le difficoltà, sia i bambini, sia gli adulti, possono e devono affrontarle. Possibilmente insieme, facendo gioco di squadra tra loro e con la scuola e gli esperti che possono aiutarli. Solo così le difficoltà si superano davvero. Ma cosa sono realmente i DSA? E come possono essere affrontati dai genitori senza essere ingigantiti inutilmente? Ce lo spiega Gianluca Marasca, Dottore in Fisioterapia e specializzato in Riabilitazione Neurocognitiva dell’età evolutiva. Secondo Marasca ogni bambino ha una sua personalissima storia che va studiata e conosciuta nello specifico e con grande attenzione, giacché non è sufficiente affidarsi ai soli test in grado di diagnosticare le specifiche difficoltà. Esperto nello studio del legame corpo-apprendimento e nell’utilizzo degli albi illustrati come supporto per comprendere meglio i pensieri e le esperienze dei piccoli pazienti, Gianluca Marasca mette a nostra disposizione la sua professionalità, spiegandoci, con parole semplici, come imparare a interagire coi nostri bambini, dopo aver conosciuto le loro storie interiori.

Quali sono i più comuni disturbi dell’apprendimento nei bambini e nei ragazzi in età scolare? E quali quelli meno diffusi e più difficili da diagnosticare?

Diciamo che ci sono delle differenze fra noi e i paesi anglosassoni. Io ho un punto di vista che deriva dai nostri studi e dalle nostre ricerche di carattere nazionale. I più comuni disturbi dell’apprendimento sono quelli legati alla letto-scrittura, ma io inserirei prepotentemente anche le difficoltà nell’acquisizione del linguaggio, le disprassie, ovvero quelle difficoltà legate maggiormente alla relazione con gli oggetti e gli strumenti e quelle legate alle relazioni con il mondo e con gli altri (che danno origine a quelle difficoltà chiamate tecnicamente difficoltà dello schema corporeo e/o della coordinazione motoria, insomma i bambini goffi, per farla semplice).
Nei DSA non ci sono deficit neurologici o ipoacusici o di ipovisione, altrimenti le difficoltà negli apprendimenti sarebbero secondarie ai problemi primari: esempio ho un deficit dell’udito quindi mi è quasi impossibile fare una trasformazione fonema-grafema, ovvero dalla parola che sento, al segno grafico.
Cerco di rendere le cose semplici, anche se sono molto più complesse.
In Italia si diagnosticano i comuni DSA a partire dalla prima elementare (di solito gli allarmi avvengono nel secondo quadrimestre, anche se insegnanti molto attenti, scrupolosi e bravi se ne accorgono dopo il primo mese di scuola).
Ovviamente queste difficoltà emergono perché emergono quadri o livelli di apprendimento più specifici per cui è più facile notare il gap, la differenza fra un bambino che scrive abbastanza bene e un altro che ci impiega tempi enormi per ricopiare una paginetta di A o di sillabe ecc. L’aspetto “produttivo” è il focus nei DSA.
Per rispondere alla seconda parte della domanda: la maggior parte della testistica si orienta verso il risultato, il prodotto finale, e trascura, ovviamente e per me purtroppo, i metalivelli di apprendimento. Quindi quelli meno diffusi o difficili da valutare sono proprio i metalivelli, le aree di sviluppo prossimale o potenziale, cioè come quel bambino, con la sua specifica storia, in quel momento, “muove” i suoi processi cognitivi: attenzione, percezione, linguaggio, problem solving.
Ad esempio: oggi Paolo non riesce a scrivere e ha difficoltà di ortografia, ma non sappiamo come si è organizzato il suo cervello o come si organizzerà nei mesi successivi, non sappiamo che tipologia di esperienze Paolo ha fatto quando era più piccolo, non sappiamo se ha avuto traumi, ospedalizzazioni, otiti ricorrenti, difficoltà emotive e così via, insomma della storicità del piccolo Paolo non sappiamo nulla, ma i test, che io odio, ci dicono che non sa leggere una parola o che il suo vocabolario non contempla mille parole ma solo cento, oppure che, impugnando male la penna o la matita, ovviamente, ha un gesto grafico faticoso e illeggibile. La scrittura, fondamentalmente, ci serve per rilevare le informazioni e rileggerci.

Quali sono i campanelli d’allarme che devono allertare famiglie e scuole? Cosa bisogna fare immediatamente?

Bella domanda, molto complessa. Detto fra noi e a beneficio di chi ci legge, la maggior parte dei disturbi dell’apprendimento nasce nelle difficoltà legate alle emozioni, alle separazioni, ai traumi, alle relazioni dei genitori di quei bambini in difficoltà e il prodotto che si vede alla fine è che il bimbo in questione non sa leggere, non sa scrivere e via dicendo.
Di solito i genitori sono totalmente immersi nella relazione col proprio figlio che non vedono o fanno finta di non vedere, da qui la grande responsabilità dell’insegnante.
Io, ad esempio, ho iniziato un programma di supervisione già dalla primissima infanzia, nelle materne o nei nidi. Osservare un bambino in quei contesti è predittivo delle “competenze” future.
Il gioco è il mezzo che sfrutto durante la terapia: mi muovo intorno a quello che i bambini fanno o vogliono fare o, in certi casi, non fanno. Sono tutte informazioni utilissime.
La maggior parte di queste difficoltà sono appunto nelle “relazioni” e non specifiche di una competenza non appresa in quel momento a scuola. Se un genitore non ha mai giocato col proprio figlio questo si riverbererà sulle relazioni sociali future, sulle relazioni con gli strumenti operativi e primariamente sui processi cognitivi e adattivi di quel bambino. La faccio semplice anche se la questione è molto complessa, naturalmente.
Detto ciò, basta osservare un bambino in mezzo agli altri: si isola, si relaziona solo con se stesso, non gioca, gioca solo con un bambino, gioca o piange solo con la maestra, gioca con tutti, è sereno, come gioca, con cosa gioca o non fa proprio nulla: questi sono i segnali da osservare e cogliere.

Che funzione ha la terapia con uno specialista in questi casi? Può essere considerata una cura?
Noi non siamo specialisti e neanche tuttologi, ma abbiamo le competenze per lavorare col bambino a livello multidimensionale: non separiamo i processi cognitivi da quelli prettamente somatici sensoriali, non separiamo il linguaggio dal gesto (il gesto è la parola), il motorio dal cognitivo ecc.
Non si tratta di cura, ma di un percorso verso una nuova riorganizzazione. Un vero e proprio viaggio…

Che ruolo può, o potrebbe svolgere, la scuola? Cosa devono pretendere le famiglie dal sistema scolastico e quali difficoltà potrebbero incontrare?

La scuola, come è pensata e organizzata oggi, non può fare molto, purtroppo. I tempi, i costi, i numeri vengono considerati più importanti del singolo bambino. Sarò laconico: la scuola va ripensata. I numeri vanno ripensati e, soprattutto, le competenze e/o intelligenze vanno rimodulate.
Ogni bambino è completamente diverso da un altro, perché la sua storia è diversa dalla storia di un altro.

Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia che, in questi anni di professione, è rimasta particolarmente impressa nella tua memoria.

Gabriele viene da me nell’ultimo anno di materna, prima dell’inizio dell’asilo. Mi viene descritto come un bambino chiuso, con difficoltà nel gioco e difficoltà prassiche. Ha un linguaggio adeguato, ma emotivamente sembra isolato.
Lavoriamo moltissimo con gli albi illustrati, dei supporti che utilizzo molto spesso e nei quali mi sto specializzando e, dato che mi piace raccontare storie ai bambini, è un esercizio che propongo sempre. Se la lettura dell’albo è stata piacevole o entusiasmante, provo a calzare degli esercizi prettamente neurocognitivi (sfrutto la percezione e l’attenzione sul corpo) e parto da lì.
Gabriele e io stiamo insieme una volta la settimana per circa tre o quattro mesi, un periodo relativamente breve dal nostro punto di vista.
La mamma, oggi, a distanza di un anno, mi ha mandato un video dove lui organizza teatrini, li costruisce con le proprie mani, racconta storie, è molto divertito. Ma, soprattutto, la mamma mi ha detto che di me Gabriele ha un bel ricordo e pensa al mio studio come al posto più bello al mondo dove giocare e questo, oltre a farmi piacere, mi commuove davvero.

Ne potrei raccontare tante di storie, ma questo è l’emblema di quello che io vorrei che i bambini e i genitori percepissero del mio lavoro: poco importa che oggi un bambino impugni meglio una penna o legga più veloce intonato e bla bla bla, vorrei bambini sereni, felici di condividere con gli altri le loro emozioni. Solo così si impara davvero qualcosa.

domenica 7 giugno 2015

I giovani raccontano Expo 2015


Siamo quello che mangiamo, non c’è alcun dubbio. Il cibo è cultura, arte, creatività. È espressione dell’unicità di ogni Popolo, come dimostra l’importanza mondiale di Expo 2015 che si sta tenendo a Milano e sarà visitabile da tutti fino a ottobre. Ma cosa vedono realmente i giovanissimi quando si affacciano su questo mondo complesso e affascinante? La parola d’ordine è fantasia e il racconto che segue ne è una prova particolarmente interessante. Il suo autore è Alessandro De Iesu, un allievo al quarto anno del Liceo Scientifico Sant’Anna Falletti di Barolo di Roma, al quale, visto il talento, auguriamo una lunga carriera da scrittore in un prossimo futuro. Nel suo racconto Alessandro ha deciso di lasciar perdere chef stellati e ristoratori multimilionari e si è calato in panni decisamente insoliti, facendoci scoprire, con grande delicatezza e sensibilità, che in ogni piccola cosa si cela una storia degna di essere raccontata. Persino nel cassetto di una cucina…

Io ero un cucchiaio di Alessandro De Iesu



Io ero un cucchiaio e a causa della mia essenza ho viaggiato per anni visitando case diverse, famiglie diverse, stili di vita diversi e stati sociali diversi. Alla mia creazione ero un nobile utensile destinato alle famiglie più ricche della mia città di nascita. Ero fiero e gioivo della mia bellezza e del privilegio di assistere a numerosi banchetti pieni di ricchezza e di cultura. Durante i numerosi pasti potevo assistere silenziosamente a scambi commerciali, discussioni filosofiche, strategie militari e molte altre attività che esprimevano tutta la potenza della famiglia a cui appartenevo. Non c'erano preoccupazioni sul futuro, duro lavoro o preoccupazioni verso persone al di fuori della famiglia, come vidi successivamente durante il mio pellegrinaggio. Dopo molti anni, infatti, la nobile casata si interessò a nuovi oggetti e mi reputò un oggetto vecchio e inutile e fui venduto. In quel momento il mio orgoglio vacillò ed iniziò il mio lungo viaggio.
Diventai il cucchiaio di una famiglia di commercianti.                                             
Le cene erano meno fastose e le discussioni a tavola cambiarono. I miei nuovi proprietari parlavano di ingiustizia, di diritti e di uguaglianze. Non avevo mai sentito quelle parole prima d'ora e non conoscevo neanche l'esistenza dei problemi a cui si riferivano. Davanti a me si aprì un mondo nuovo da cui ero incuriosito, un mondo semplice in cui per ottenere qualcosa bisognava lavorare e un mondo di contraddizioni in cui gli uomini che criticavano le famiglie più ricche, predicando uguaglianza, mostravano invece un profondo e velato desiderio di essere al posto delle persone verso cui mostravano odio in pubblico. Questo mondo nuovo, portatore di novità, portò anche una particolare attenzione verso l'antico e io da cucchiaio vecchio diventai un cucchiaio da antiquariato. Per decenni rimasi in questo ambiente diventando spettatore del progresso, ma un giorno mi ruppi. Non venivo più usato da molto tempo poiché considerato troppo prezioso se non nelle serate più importanti e nell'ultima a cui partecipai, divenuto col tempo fragile, mi bucai. Un oggetto rotto perde la sua importanza e un cucchiaio bucato perde la sua funzione, cosi fui gettato via. 
Mi ritrovai in mezzo alla strada, inutile, immobile, finché non mi vide un bambino con i vestiti più sporchi che abbia mai visto. Mi raccolse e mi portò nella sua casa dove osservai una povertà che mai avrei potuto immaginare. In quella immensa povertà ero visto come un oggetto magnifico e a nessuno importava del mio buco. Non venni più utilizzato come cucchiaio ma come portafortuna da passare da generazione in generazione. Dalla mia posizione potevo osservare la gentilezza, l'amore, la rabbia l'odio e la fame. 

In quel momento cambiai. Io per colpa o grazie al buco che portavo con me non ero più un cucchiaio ma la rappresentazione vivente della contraddizione dell'essere umano. Ero un oggetto ricco in una casa povera, ciò che mi veniva versato scivolava via dal buco, mostrando spreco e povertà. Io ero un cucchiaio. Ora sono una metafora.   

venerdì 5 giugno 2015

Mary Smith: il Mondo di una giovane scrittrice


Ad intervista finita voglio ringraziarti... del tempo, della tua gentile disponibilità, dell'occasione... dare spazio ad una scrittrice emergente è un rischio anche per un Blog... mi hai dato fiducia e io non so come ringraziarti!

Queste sono le parole che Mary Smith, una giovane autrice di grande talento, mi ha detto alla fine di questa nostra piacevole chiacchierata, che vogliamo condividere con tutti i lettori. E, purtroppo, Mary ha ragione: dedicare tempo a chi vuole emergere e sta cercando di fare esperienza per approdare a una qualsiasi professione, spesso, è considerato un rischio. Ma, come capita di frequente, Fatti i fatti tuoi! vuole andare controcorrente e noi siamo fermamente convinti che, quando dalle prime pagine di un nuovo autore, emergono passione e impegno, il vero rischio sarebbe non voler dare spazio al talento. Lo stile di Mary Smith è fresco, pulito, interessante e ciò che traspare di lei dalla lettura del suo primo romanzo, “Il Vestito Blu”, Ladolfi Editore, è il più genuino piacere per la scrittura. Quel trasporto che, a volte, molti autori affermati perdono di vista. Quindi il vero ringraziamento va a Mary e alla sua voglia di sognare, con l’augurio che, tra qualche anno e, incrociando le dita, dopo molte migliaia di copie vendute, saremo di nuovo qui a raccontare com’è cominciata la sua avventura di autrice…

La scrittura è una formula magica che cerca l’equilibrio tra passione e disciplina. Tu che scrittrice sei? Segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo al quale non puoi rinunciare?

Prima di rispondere voglio ringraziarti per questa splendida occasione. Non sono abituata alle interviste... quindi ti prego di avere più pazienza del solito!
Venendo alla tua domanda... Hai ragione, la scrittura cerca l'equilibrio tra passione e disciplina. Io mi definisco in equilibrio precario, sinceramente. Vedi, per quanto aspiri a diventare una scrittrice professionista, al momento ho un lavoro a tempo pieno in ambito finanziario: mi occupo di analisi di bilancio, pensa! Chiaramente oltre a riempire tutti i miei giorni, il mio lavoro necessita di concentrazione, attenzione, precisione: insomma, i numeri sono numeri e le mie responsabilità sono molte. E così, non posso lasciare che la mia mente vaghi indisturbata durante il giorno, devo tenerla relegata agli impegni lavorativi. Ma quando esco, o la mattina prima di entrare a lavoro, la mente è libera di spaziare, pensare, creare. Ecco il difficile equilibrio tra disciplina e passione per me: durante il giorno devo disciplinare la mia passione tenendola a bada, poi devo permetterle di uscire in modo disciplinato quando ho il tempo di metterla per iscritto. Che fatica! Non è un metodo quindi, è una necessità. Il problema è tenere in testa un'idea che magari arriva al mattino e che so non potrò mettere nero su bianco fino alla sera o, ancora peggio, il giorno successivo.

Scrittori: questi sconosciuti… è ancora possibile oggi, secondo te, fare della scrittura una professione a tempo pieno per un autore emergente? Che difficoltà stai incontrando nel tuo percorso?

Sono una sognatrice, quindi... sì, credo che sia ancora possibile oggi fare gli scrittori di professione. Certo l'esordio è un punto interrogativo, serve tempo prima che diventi un lavoro vero e proprio ma credo che la capacità di scrivere e l'occasione giusta possono davvero essere il connubio necessario per arrivare al successo e poter scrivere sulla carta d'identità, sotto professione: scrittore.
La mia esperienza... beh, innanzitutto devo ringraziare il Dottor. Ladolfi per aver scommesso su di me e sul mio romanzo. Emergere è sempre una sfida in qualsiasi contesto. Chiaramente, quello che fa la differenza, oltre ad un buon lavoro, è la capacità di arrivare al pubblico attraverso una buona pubblicità, la rintracciabilità del romanzo, sia in cartaceo che digitale e molto dipende dall'impegno dell'autore e dall'impegno della casa editrice. Serve collaborazione, impegno, sacrificio. A volte sembra che nessuno si accorga che esisti, e poi invece qualcuno ti nota, ti ringrazia forse, o ti critica e tu ti senti viva improvvisamente, perché le critiche, così come i complimenti, inducono una crescita.



Raccontaci le genesi del tuo romanzo, “Il Vestito Blu”: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Non mi ha ispirato una cosa in particolare, c'è molto di me in alcune caratteristiche dei personaggi, ma non si basa su una storia che ho vissuto o che ho ascoltato. Tutto è nato all'improvviso: ho sempre amato scrivere ma solo alcuni anni fa ho iniziato a creare storielle vere e proprie. Poi, alcuni personaggi e una storia ben più corposa e articolata han richiesto a gran voce la mia attenzione, e come potevo dire di no? Così ho iniziato a scrivere le scene che la mia mente proiettava ed è nata una storia, una storia che volevo tenere per me, insomma era solo un passatempo! Poi ho pensato di provare a confrontarmi con l'editoria, vedere dove potevo migliorare, cosa ero stata in grado di fare. E mai avrei pensato di arrivare a firmare un contratto di pubblicazione. E adesso... non riesco più a fermarmi! Devo scrivere! Ogni gesto, parola, incontro, musica: tutto può indurre la nascita di un'idea... e io adoro lasciarmi trasportare da tutte queste cose!

Con l’avvento sempre più deciso dell’ebook, anche nel nostro Paese, l’intera industria editoriale ha attuato molti cambiamenti. Tu che lettrice sei? Non rinunceresti mai al frusciare delle pagine o ti affidi volentieri anche alle nuove tecnologie?

E va bene, lo ammetto... sono una conservatrice! Quindi adoro il cartaceo e non riesco a rinunciarci! Certo, l'avvento degli ebook ha reso i libri leggibili davvero ovunque e da chiunque, abbattendone anche i costi. Per non parlare del fatto che alcune collane (mi riferisco, ad esempio, alla collana You Feel della Rizzoli) esistono solo in formato digitale. E poi c'è un altro fattore decisamente positivo: gli ebook ti permettono di leggere qualche decina di pagine come anteprima gratuita, una sorta di antipasto che ti permette di decidere se acquistare o rinunciare e in libreria non si può di certo mettersi a leggere in questo modo!
Ma ammetto che, spesso, quando mi capita di leggere un ebook (magari per semplice esigenza, ad esempio sono in viaggio e non posso portarmi troppo peso dietro, oppure non ho avuto il tempo di passare in libreria) e di concludere che, wow, è davvero un bel libro, finisco con il comprarlo anche in versione cartacea, perché non deve mancare nella mia libreria, mai!

Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro: dopo il successo del primo, stai lavorando a un nuovo libro? Puoi svelarci di che si tratta?

La scrittura è diventata per me un'esigenza, non posso farne a meno. Quindi chiaramente non mi sono fermata dopo «Il Vestito Blu»... anzi! Sto lavorando a diversi progetti, ma… sono TOP SECRET! Facciamo così, appena ci sarà qualcosa di veramente concreto... sarai la prima a saperlo!

Il Vestito Blu di Mary Smith, 
Giuliano Ladolfi Editore


New York, Anne è una giovane giornalista di talento che viene incaricata di seguire un’inchiesta di carattere nazionale, nella quale è coinvolta buona parte dell’alta società della Grande Mela. In un contesto inquietante e insolito, dove nulla è più come sembra e amore e amicizia vengono messi in discussione da scandali finanziari e interessi economici, la vita di Anne verrà profondamente scossa. Il suo migliore amico, l’attraente caporedattore e un misterioso corteggiatore sconosciuto: chi è davvero sincero? E come barcamenarsi tra sentimenti inaspettati e la voglia di emergere nel mondo del lavoro, non scendendo a nessun compromesso? Per scoprirlo non ci resta che metterci nei panni di Anne e sentire cosa si prova a indossare un elegante vestito blu.


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