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mercoledì 23 ottobre 2019

Cristiano Ranalletta: il ‘mio’ cielo sopra il Pigneto



È impulsivo, ruvido, graffiante, e nel suo stile, tagliente e poetico al tempo stesso, c’è un ritratto della Roma di oggi, caotica e inafferrabile, eppure mollemente lenta e sempre capace di sopravvivere a se stessa con l’imperturbabilità imperiale che la contraddistingue da secoli. Stiamo parlando di Cristiano Ranalletta e del suo ultimo romanzo, “Il cielo sopra il Pigneto”, edito da Scatole Parlanti.
Che Cristiano Ranalletta sia un osservatore vorace e attento della realtà che lo circonda è evidente sin dalle prime righe di questa nuova storia in cui Federico, il protagonista, guida il lettore attraverso un viaggio ai confini tra la vita vera e quella virtuale, descrivendo la Roma in cui ha vissuto e continua a vivere con grande senso di appartenenza. La goliardia, il multiculturalismo, la furbizia, ma anche la ferocia e la diffidenza si miscelano attraverso lo sguardo di Federico e di tutti i personaggi che incontrerà nel suo cammino, in un percorso di vita che ha come denominatore comune l’amore e, in un certo senso, la ricerca della felicità e della realizzazione.
Con una lucidità e un realismo tali da rasentare quasi il senso di alienazione, Cristiano Ranalletta ripercorre strade e quartieri già esplorati in passato, in molti modi differenti, da tanti scrittori e registi, mantenendo ben salda la cifra della propria personalità letteraria e lasciando tenere il timone ai suoi personaggi, talvolta variegati e allegri, talaltra malinconici e distanti tra loro, come isole dentro la città.
La modernità con cui quartieri come il Pigneto e Tor Pignattara vengono raccontati attraverso le peripezie di vita quotidiana dei protagonisti, mantiene in sé l’ammaliante afflato di un film in bianco e nero, senza perdere la freschezza dell’originalità tanto ricercata, descrizione dopo descrizione, riflessione dopo riflessione, dialogo dopo dialogo.


Molti autori lo hanno già fatto in passato, ma anche tu sei riuscito a trasformare, con grande originalità, la città di Roma e, in particolare, il Pigneto, in un vero e proprio personaggio, che interagisce con tutti gli altri presenti nel tuo ultimo romanzo, “Il cielo sopra il Pigneto”, Scatole Parlanti. Raccontaci la genesi di questo libro: cosa ti ha ispirato durante la stesura? Cosa volevi comunicare?

Be’, intanto grazie.  In quello che ho scritto c’è molto vissuto, c’è tensione, emotività.
Il romanzo fonde un percorso individuale, esistenziale e amoroso, con uno collettivo, socioculturale. Due filoni disgiunti che però si sono amalgamati creando una duplice suggestione. È stato prevalentemente il mio stomaco a dettarmi il testo, riga per riga. Da anni ruotavo attorno a quei temi (inclusi quelli esistenziali: la felicità, l’amore), poi come per magia hanno preso forma.

Che scrittore sei? Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Segui l’ispirazione in ogni momento della giornata o hai un metodo ben preciso al quale non sai rinunciare?

Non scrivo quasi nulla durante il giorno. Penso, raccolgo materiale dalla strada o dal vissuto lo integro con delle riflessioni più accademiche, poi a un certo punto lo stomaco mi dice che ci siamo. A quel punto scrivo di getto.

Roma, Tor Pignattara e il Pigneto, in particolare, sembrano proprio “respirare” autonomamente tra le pagine del tuo romanzo, facendo da sfondo alle vite di un caleidoscopio di personaggi che intrecciano le proprie diversità, facendosi forza nelle rispettive identità. In generale come delinei i personaggi delle tue storie e le vicende che li coinvolgono? E come si fa a trasformare una città complessa come Roma in un vero e proprio personaggio?

In generale mi rifaccio molto alla realtà nella creazione dei personaggi. O quantomeno nel caso specifico del romanzo “Il cielo sopra il Pigneto”. La realtà che vivo non ha nulla da invidiare alla più fervida immaginazione. Osservo molto.
Il mio è stato un atto di amore nei confronti del territorio, da qui probabilmente la trasformazione in personaggio. Ad ogni modo, penso che Roma si presti molto bene, Pasolini riusciva magnificamente in questo.

Per saper scrivere bene, occorre senza dubbio leggere molto: che libro c’è al momento sul tuo comodino? Quali sono le tue autrici e i tuoi autori di riferimento? Cosa chiederesti a una o uno di loro, se avessi la possibilità di incontrarlo, in un’immaginaria chiacchierata tra il tempo e lo spazio?

Recentemente ho incontrato Michael Cunningham, abbiamo fatto una amabile chiacchierata.
In questo momento sto leggendo un romanzo di Guillermo Arriaga, apprezzai molto la trilogia di Alejandro Inarritu, per la quale Arriaga curò la sceneggiatura. Adoro Philip Roth. Ho amato Milan Kundera.
Vedi, io sono un ingegnere. Ho passato anni a leggere teoremi matematici complicatissimi. Ho cercato di farmi una cultura quasi da autodidatta.
Probabilmente avrei desiderato fare due passi con Pasolini per il Pigneto. Ma non ho una particolare smania di incontrare gli autori. L’unica persona che avrei voluto incontrare dell’ecosistema artistico è Marcello Mastroianni. Avrei voluto mangiare insieme a lui una pasta e fagioli in una vecchia trattoria romana. Godermi la sua bulimia di vita, la sua fragilità, la sua cortesia.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Ci sono diversi temi che mi frullano in testa: l’evanescenza dei desideri, la post verità e ancora l’amore, questo sentimento sublime che tenta di adeguarsi ai tempi delle piattaforme social, con conseguenze tragicomiche. 


mercoledì 28 marzo 2018

Alessandro Maurizi: il mio giallo su Roma e le ombre della Chiesa



Ci sono autori, personaggi, storie che folgorano il lettore fin dalle prime righe. Proprio come i lampi che scuotono le mura della chiesa che fa da sfondo alle iniziali pagine insanguinate di “Roma e i figli del male”, Fratelli Frilli Editori, il nuovo romanzo di Alessandro Maurizi che sta già riscuotendo un grande successo di pubblico e critica.
Tra i protagonisti di questa storia più torbida che mai, infatti, ci sono proprio la Capitale, la Chiesa e alcuni dei suoi uomini che hanno fatto degli interessi personali e delle loro perversioni il loro credo. A cercare di far luce sulle vicende che vedono come vittime tanti innocenti, c’è il commissario Manuel Castigliego, un poliziotto dall’indole indomita e talvolta ribelle, che è in forza alla Squadra Mobile di Roma e ha sangue spagnolo nelle vene. Castigliego è un tipo apparentemente irrequieto e istintivo che prende tutto a cuore, anche se fatica ad ammetterlo e a lasciarsi andare completamente. Questa indagine, ricca di inaspettati colpi di scena, metterà profondamente in discussione alcune sue certezze. Tra vescovi corrotti, esorcismi e bambini abusati, infatti, è a rischio perfino la rispettabilità del papato e la sua successione, in un intreccio che coniuga sapientemente gli elementi caratterizzante del thriller e del noir con il filo rosso dell’attualità e della cronaca nera.
Col suo stile fluido e diretto, Alessandro Maurizi ci porta nel cuore delle indagini di una Squadra Mobile che è un tutt’uno con la città, assecondandone i ritmi e le logiche, ma anche forzandone i meccanismi a volte oscuri. Castigliego è solo l’irresistibile punta di diamante dello spirito di un gruppo che sa quando deve lasciargli lo spazio per agire da solo e quando, invece, è il momento di unire le forze, senza dubbi o esitazioni. Del resto lo stesso Alessandro Maurizi, col garbo e l’eleganza che lo contraddistinguono, ha fatto della sua esperienza professionale in Polizia una fonte di ispirazione, per quanto sia ormai un autore affermato, sempre in prima linea nell’organizzazione di eventi culturali soprattutto nella sua provincia di Viterbo, tra cui Ombre Festival, e Presidente dell’Associazione Letteraria Mariano Romiti, promotrice dell’omonimo e prestigioso premio.


Un brillante commissario italo-spagnolo si ritrova a indagare su un caso che mostra tutte le ombre oscure del Vaticano di oggi, tra vescovi corrotti, complotti e trame che poco hanno a che vedere con la religione e la religiosità. Inizia così “Roma e i figli del male”, Fratelli Frilli Editori, un romanzo che corre sul filo dell’attualità e della cronaca. Raccontaci la genesi di queste storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura? Che scrittore sei e cosa vuoi comunicare?

Lo spunto mi è venuto da una storia realmente accaduta, anche se la narrazione è di fantasia. È un’indagine fatta da miei colleghi della Squadra Mobile e da questo episodio di cronaca, ho tratto il romanzo. Mi sono chiesto come una persona di Chiesa possa dilatare così tanto la coscienza da compiere abusi su una minore e praticare esorcismi. È da queste suggestioni che nasce “Roma e i figli del male”. Sono un poliziotto che ama il suo lavoro e anche un ascoltatore seriale. Pertanto posso dire di avere un occhio privilegiato sulla società che mi consente di comunicare attraverso la scrittura, riflessioni e considerazioni forse più attente e veritiere.

Chi è il commissario Manuel Castigliego, il protagonista di questa storia più nera che mai? Come lo definiresti? In generale, come delinei i personaggi dei tuoi romanzi e le vicende che li coinvolgono e che ruolo hanno le ambientazioni nella trama?

Il commissario Manuel Castigliego è un poliziotto della Squadra Mobile di Roma che si ritrova tra le mani un’indagine delicata perché si muove nei meandri del Vaticano. Abita con un gatto nero di nome Salgado in un loft, si muove per Roma con una Triumph o una Bmw, ha trentadue anni, è italo spagnolo ed è un bell’uomo. Lui vorrebbe innamorarsi di una donna, ma poi teme che qualcuno possa chiamarlo: Amore. I miei personaggi amo tracciarli in profondità così come le ambientazioni. Dei primi studio l’aspetto umano e psicologico, dei secondi gli odori e le suggestioni che emanano.
 
Come concili il tuo ruolo attivo presso la Polizia di Stato, con la tua prolifica attività letteraria, fatta non solo di scrittura sul campo, ma anche di organizzazione e partecipazione a numerosi eventi e premi letterari che ti hanno visto sempre protagonista negli ultimi anni?

La passione, Alessandra, è solo questione di… passione. Soprattutto ritengo la cultura un collante straordinario, un ponte tra le innumerevoli isole della nostra società. La cultura è bellezza che dona un’inesauribile energia per raggiungere qualsiasi obiettivo ci si proponga di perseguire.

Facciamo un bilancio della tua esperienza presso l’Associazione Letteraria Mariano Romiti, di cui sei Presidente dal 2011. Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia legata all’omonimo e prestigioso premio dedicato alla letteratura gialla che ti è rimasta particolarmente impressa come scrittore e come uomo.

Il bilancio è senza dubbio positivo, non lo dico io, ma le centinaia di cose fatte in questi anni. Abbiamo affrontato gli eventi legando due aspetti: la serietà e la leggerezza. Ci siamo resi conto che si può parlare di temi importanti con spirito leggero, senza doversi per forza incensare o auto fustigarsi. Soprattutto è nella piazza e nell’estate, la soluzione migliore. Un aneddoto? Sono tanti, però ricordo che nella V Edizione del Premio Romiti mi sono ritrovato a presentare l’edizione in piazza di fronte a seicento persone senza che mi fossi preparato una sola cosa da dire perché impegnato in altre situazioni e per un problema occorso all’ultimo momento al vero presentatore. Ho chiuso gli occhi e sono andato. È stata una grande serata, per chi avesse curiosità, le foto sono sul web o sulle nostre pagine.

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.

Sto per terminare un altro romanzo senza Castigliego e a breve inizierò il seguito di “Roma e i figli del male”. A proposito, chiedo ai lettori del tuo blog di fidarsi di me perché è un romanzo intrigante e sono sicuro che piacerà. Poi c’è la terza edizione di Ombre Festival, la VII del Premio Romiti, Caffeina Festival e altro ancora ma è un segreto, per il momento.


mercoledì 20 dicembre 2017

Fatti i fatti tuoi! ha fatto goal: Maurizio D’Onofrio racconta l’A.S.D. Antonio Ianni

Il Logo di Fatti i fatti tuoi! accanto allo stemma della squadra sulla maglia dell'A.S.D. Antonio Ianni

Dall’inizio del Campionato di calcio dilettantistico di Terza Categoria 2017/2018 il Blog Fatti i fatti tuoi! è partner ufficiale della squadra Antonio Ianni (Girone D – Roma). Tutte le domeniche scendiamo in campo coi ragazzi della squadra, sia in casa, quando giocano allo Stadio De Rossi, sia in trasferta, e siamo accanto ai loro cuori con il nostro logo su quelle maglie bianconere tanto sognate e tanto amate.
Se anche solo qualche settimana fa ci avessero raccontato che, al fianco dei giocatori dell’A.S.D. Antonio Ianni, ci saremmo destreggiati tra campi, gironi, classifiche e partite, gioendo e soffrendo con loro e imparando a capire come è composta una squadra di calcio, come si allena e come concilia la passione per questo sport con la vita di tutti i giorni, visto che non si tratta di atleti professionisti, davvero non ci avremmo creduto, data la nostra inesperienza. Eppure conoscere la storia di questa squadra è stata una sorpresa entusiasmante. Dietro ai milionari campionati delle serie maggiori, infatti, c’è un universo di emozioni che va ben oltre la partitella tra ragazzi e vede tante famiglie, amici e appassionati seguire e sostenere questi giocatori che, per novanta minuti a settimana, diventano gli eroi di tutti, ben più dei campioni famosi. E forse è proprio da queste radici così profonde che il calcio dei grandi prende la linfa per essere lo sport più amato dagli italiani. Ogni squadra, infatti, ha una storia unica e persegue valori che vanno oltre il campo ed entrano a far parte della quotidianità di tutti i componenti.
Antonio Ianni era un giovane appassionato di calcio che dedicava tutto il suo tempo libero a questo sport con la grinta e la tenacia che lo contraddistinguevano, mettendo lo spirito di squadra al primo posto. È per questo che, quando un tragico incidente lo ha portato via prematuramente all’affetto dei suoi cari, i suoi compagni di squadra hanno deciso di fondarne una nuova alla quale dare il suo nome e i suoi colori preferiti. Sono passati quattro anni da quel giorno triste e, grazie all’impegno profuso per dare vita a questa nuova squadra, i compagni di Antonio continuano a sentirlo più vicino che mai, sia sul campo, sia fuori dal campo, condividendo anche con la sua famiglia la gestione del team sotto tutti gli aspetti.
Ma cosa significa coordinare una squadra di calcio dilettantistico? Come si coniuga questa passione con le difficoltà della vita quotidiana? E come si condividono quei valori di amicizia e solidarietà su sui la squadra Antonio Ianni è nata?
Nel corso di questo Campionato impareremo a capire le dinamiche che si innescano in questo universo di emozioni nuove facendo conoscenza con tutti i protagonisti di questa storia, a iniziare da Maurizio D’Onofrio, oggi Presidente dell’A.S.D. Antonio Ianni e tra i fondatori della squadra. Insieme a Maurizio D’Onofrio ricorderemo Antonio Ianni e guarderemo al futuro di questo gruppo tra amicizia, lealtà, condivisione e un pizzico di sano tifo…    


Il calcio non è solo denaro, sponsor e ambizione, ma soprattutto passione, condivisione e amicizia. Raccontaci come e perché è nata l’idea di fondare l’A.S.D. Antonio Ianni.

Condivido assolutamente quanto dici: eccezion fatta per un pizzico di sana ambizione, necessaria in ambito sportivo. Per noi il calcio è fondamentalmente passione, condivisione e amicizia, in una parola sola: sentimento.
Miriamo alla realizzazione di un progetto che abbia costantemente in primo piano non solo il piazzamento di fine campionato ma anche e soprattutto la creazione di un gruppo coeso, formato da persone pronte a collaborare tra di loro per un fine comune.
Il gruppo viene prima di tutto, prima dell’ambizione individuale; quando si riesce a realizzare questo, quando si lavora tutti verso una metà comune, quando ognuno mette in campo tutto se stesso per i compagni, allora lì si raggiunge il vero scopo di una squadra.
L’idea di fondare una squadra a nome di Antonio ci è venuta in mente poco dopo il tragico incidente che ce lo ha portato via 4 anni fa. Ne abbiamo parlato io e altri membri della squadra in cui ai tempi militava Antonio e, in accordo con la famiglia, abbiamo deciso di dare vita a questo progetto.


Chi era Antonio Ianni, il giovane al quale è dedicata la squadra, e cosa rappresenta oggi per tutti i componenti del gruppo?

Rispondere a questa domanda è quanto di più complicato io possa fare. Necessiterei di pagine e pagine per raccontare chi era e chi continua a essere Antonio per me, per tutti noi...
Antonio era davvero un ragazzo fuori dal comune, di una serietà granitica, poiché formato da principi morali elevatissimi e, allo stesso tempo, una vera e propria forza della natura in grado di scuotere ed illuminare la giornata di chiunque avesse il piacere di trascorrere del tempo con lui. Era integerrimo nella sua condotta ma era anche un pazzo scatenato, eclettico come pochi: questa dicotomia lo contraddistingueva rendendolo veramente un essere unico e speciale. Leale, onesto, sempre sincero: chi ha avuto la fortuna di essergli amico sa quanto fosse sempre presente e disposto a farsi in quattro per chiunque avesse bisogno di lui.
E poi era un bellissimo ragazzo, dedito allo sport, un salutista, curioso ed intelligente e mille altre cose, che purtroppo non riuscire a elencare per intero.
Antonio era un grandissimo amante dello sport a tutto tondo. Praticava calcio e boxe era tifoso juventino e anche un ottimo giocatore che ha calcato i campi della Seconda e della Terza Categoria romana.
Un suo motto, che abbiamo inserito nel logo della squadra, era: “Cuore, grinta e polmoni”. In queste parole è racchiuso il suo modo di vivere il calcio, lo sport e, credo, anche la vita stessa.
Cuore, grinta e polmoni come passione, voglia di non mollare e sacrificio: impegnarsi fino all’ultimo, senza mai dare nulla per scontato.
Se mi chiedi cosa rappresenta Antonio per noi, non posso non risponderti che ognuno, a modo suo, ha il proprio ricordo, il proprio dolore, e le proprie emozioni in merito.
Una cosa però posso dirla con certezza: per la squadra quel “Cuore, grinta e polmoni” è sempre un monito da tenere a mente prima di ogni allenamento e di ogni partita. Così facendo, continuiamo a onorare giorno dopo giorno quanto Antonio ci ha lasciato in eredità, certi del fatto di essere sempre una Squadra, con la ‘S’ maiuscola, a prescindere dal risultato. 



Facciamo un bilancio della tua attività di Presidente: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali le difficoltà contro cui vi scontrate quotidianamente?

Come accennavo prima, l’obiettivo principale che credo abbiamo raggiunto, ma per cui dovremo sempre impegnarci, è mantenere alti i principi che erano alla base di come Antonio viveva lo sport, quel famoso “Cuore, grinta e polmoni”. Da un punto di vista più pratico, siamo riusciti a sfiorare la promozione in Seconda Categoria, senza purtroppo riuscire a centrare l’obiettivo, ma resta comunque un ottimo inizio su cui fondare il percorso della squadra negli anni a venire.
Per quanto riguarda le difficoltà, purtroppo, essendo un gruppo completamente autofinanziato, annovero l’impegno e i sacrifici che annualmente dobbiamo affrontare per garantirci l’iscrizione al campionato, il pagamento dell’affitto del campo, le divise, i palloni e tutto il necessario per poter gareggiare.
 
Antonio Ianni in campo

Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia legata a questa esperienza di vita all’interno della squadra che, in questi anni, è rimasta impressa nel tuo cuore di uomo e di Presidente.

L’evento che più mi ha reso orgoglioso di questo progetto è accaduto durante il primo anno in cui ci siamo iscritti al campionato di Terza Categoria, al termine del quale abbiamo vinto la “Coppa disciplina”, trofeo che viene consegnato alla squadra più corretta durante l’intera stagione. Per noi fu un momento davvero importante, perché, oltre i buoni risultati sportivi che ottenemmo quell’anno, iniziammo col piede giusto il nostro percorso all’insegna di quanto detto finora.
Sia chiaro, il risultato conta, e non poco, ma diciamo che per noi un’ulteriore fondamentale prerogativa, essendo la squadra di Antonio, è il modo in cui questo viene raggiunto. Il fatto che quell’anno ci venne riconosciuto pubblicamente dalla Federazione, e che ebbi l’onore di andare a prendere quella Coppa insieme al padre di Antonio e al capitano della squadra, rimane per me il momento di maggiore soddisfazione vissuta insieme a questo gruppo.



A cosa state lavorando attualmente? Svelaci quali sono i vostri progetti per il futuro e come possiamo aiutarvi e sostenervi concretamente.

Il nostro progetto futuro è l’ambizione di poter salire di categoria, regalandoci una soddisfazione sportiva che credo sarebbe la ciliegina sulla torta di questo splendido progetto. Non è semplice, e sappiamo che bisogna lavorare duro, ma siamo qui per questo e speriamo di conseguire questo risultato.
Oltre ciò, avremmo piacere che questo progetto venisse conosciuto anche al di fuori delle persone che compongono la squadra e di coloro che attualmente vi orbitano attorno, a testimonianza di cosa lo sport, quello vero, possa smuovere dentro i cuori delle persone. Chiunque leggendo queste poche righe si sentisse attratto da questo progetto può venirci a trovare per fare la nostra conoscenza e fare il tifo per noi.
In ultimo, per quanto riguarda una possibilità di aiuto concreto, essendo una squadra completamente autofinanziata, non posso che pensare a un piccolo contributo per la squadra, che sia un pallone, una borraccia o qualsiasi altro supporto alla nostra causa.

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mercoledì 24 giugno 2015

Ilaria Beltramme: tanti modi di raccontare Roma


Come coniugare la Storia con la storia? Dai tempi di Alessandro Manzoni questo è, senza dubbio, il cruccio di tutti gli scrittori che si occupano di romanzo storico, ma anche di tutti gli storici che vogliono divulgare i loro studi con un linguaggio narrativo efficace per i lettori più esigenti. Come si amalgamano le nostre piccole storie quotidiane con la grande Storia con la esse maiuscola? E come fanno gli scrittori a valorizzarle entrambe? Secondo la scrittrice romana Ilaria Beltramme, il segreto sta nel piacere di raccontare ciò che maggiormente ci coinvolge. E col suo stile inconfondibile, dal quale traspare il suo entusiasmo e la sua grande professionalità, Ilaria riesce sempre ad avvolgerci tra le pagine, tenendo viva la nostra curiosità. Che si tratti di saggi o romanzi, varia o narrativa, è il suo modo di raccontare a fare la differenza: a rendere grandi anche le leggende meno note e alla nostra portata persino i personaggi storici più indigesti. Ma forse non tutti sanno che è il suo amore per Roma, la città in cui è nata e vuole continuare a vivere, il vero protagonista di tutti i suoi libri.

Dalla saggistica, al romanzo storico: due settori solo apparentemente diversi. Che percorso formativo ti ha condotto ad approfondirli entrambi? Che scrittrice sei?

È il piacere di raccontare che mi ispira quando lavoro per la varia e pure quando sto per mettermi su un romanzo. Considero ogni storia che leggo o che mi accingo a scrivere come fosse un’avventura. E mi ispiro sempre al consiglio di Alejandro Jodorowsky di trasformare ogni racconto di famiglia in una storia epica. Ecco, se Roma è la “mia famiglia” ogni storia che la riguarda, anche la più minuscola, voglio raccontarla come fosse parte di una grande saga. Prima di tutto perché lo è e poi perché, raccontando il passato, mi sembra più semplice vivere il presente. Mi spiego più cose, metaforicamente parlando, il racconto mi fa sentire più salda alle mie radici. E spero che anche chi mi legge possa sentirsi, diciamo così, “avvantaggiato” e, di conseguenza, “radicato”.



Leggendo i tuoi saggi si percepisce il legame forte che ti unisce alla tua città: Roma. Ma, chi ci vive lo sa: la Capitale è una città complessa. Svelaci qual è, secondo te, la prima cosa da non fare a Roma, nemmeno una volta nella vita, e che proprio non possiamo immaginare…  

Lamentarsi. Roma è amore allo stato puro. E l’amore si mangia senza discutere, altrimenti non è amore. Questa città ha un mare di difetti, problematiche serissime che rischiano ogni giorno di schiacciare tutti, cittadini compresi. Ma lamentarsi e basta non serve a niente. Di certo non serve quando ci dedichiamo una giornata per “fare i turisti” nella nostra città. In quel momento si può firmare un tregua, accogliere le lentezze di Roma e semplicemente lasciarsi condurre dai nostri piedi, facendoci le domande giuste che per me sono: “Perché questo monumento è qui? Che cosa ci dice?” e non “Perché questo non funziona? Oppure “Perché c’è così tanta gente?”. Ribadisco che questo invito non è da estendersi alla nostra vita quotidiana, non voglio suggerire una sorta di “cecità” alla realtà oggettiva. Cioè, l’invito a lamentarsi di meno e agire di più è un consiglio secondo me utile sempre, ma quando si decide di fare una passeggiata, lasciamo che la mente e il cuore si muovano sul terreno inesplorato della meraviglia, piuttosto che su quello iper-abusato della frustrazione che ci attanaglia tutti i giorni.

La società segreta degli eretici e Il Papa guerriero: due romanzi storici che tengono col fiato sospeso dalla prima all’ultima pagina. Come si scrive un romanzo storico? Raccontaci questo percorso, dalla ricerca storica, alla stesura: su quali tecniche ti basi e come ti rendi conto che la strada che stai intraprendendo è quella giusta?

I miei romanzi storici sono “figli” delle mie ricerche. Nascono da lì. E sono il “contenitore” perfetto per raccogliere i dettagli di alcune storie così minuscole da non avere trovato posto, se non parzialmente, nei miei libri di varia.  La narrativa, inoltre, mi aiuta a realizzare il sogno di tornare indietro nel tempo e “vedere”, finalmente, dopo tante ore di studio, dopo tante congetture, la realtà che sto per raccontare. Il respiro lungo del romanzo mi dà questa possibilità. Di solito, quindi, anche i miei romanzi storici nascono in biblioteca. Per prima cosa approfondisco i temi generali, le condizioni storiche di partenza, il papa del periodo, la vita quotidiana nell’epoca in cui ambienterò la mia storia. Da lì, cerco di individuare un punto di vista e una vicenda che racchiuda il grande nel piccolo. Poi comincio a ragionare sugli snodi principali del romanzo, approfondisco le ricerche, costruisco i personaggi e gli do una storia personale su cui basare le loro reazioni. Ogni romanzo, ogni storia in generale, sia che venga scritta in un romanzo, o al cinema, inoltre, racconta una trasformazione. Questo cambiamento deve avvenire nei personaggi e, nel mio caso, anche nella Storia ufficiale. Nei miei romanzi l’arco di trasformazione dei protagonisti di solito coincide con quello della città, che cerco di fotografare sempre nei suoi momenti di transizione, a mio parere i più interessanti da raccontare. I più densi di emozioni. 

È ancora possibile, al giorno d’oggi, diventare scrittori di professione? Cosa significa collaborare stabilmente con una grande Casa Editrice come la Newton Compton? Che consiglio daresti agli aspiranti autori del domani?

Non so se è ancora possibile. Non so se, al giorno d’oggi, è possibile diventare qualsiasi cosa “di professione”. E allora tanto vale seguire l’aspirazione di fare (più che essere) quello che ci fa stare bene. Ma scrivere non è un hobby. È un mestiere nobilissimo che richiede molte competenze, oltre al famoso talento. E fra queste – ricordatelo sempre – c’è quella di pensare alla pubblicazione come a un lavoro di squadra, in cui le correzioni, le richieste di riscritture, non sono un’angheria nei confronti del vostro “bambino perfetto”, ma l’invito a migliorare e risolvere difetti che nel momento creativo – ve lo giuro – diventano invisibili.
Io mi ritengo fortunata a essere capitata “dalle parti” della Newton Compton nel momento in cui stavano cercando un autore giovane per iniziare la collana dei 101, ma vengo dall’ambiente editoriale, ho lavorato per anni in una redazione e, all’epoca, sapevo come comportarmi, professionalmente parlando, con un editore anche grande come la Newton. E forse, venendo dal lavoro in redazione, ho sempre pensato alla scrittura come un lavoro, più che come a un’attività artistica libera e indipendente al cento per cento. Tuttavia, pur non considerando la scrittura per un grande editore un’attività del tutto libera, rimane la cosa che mi piace fare di più al mondo. In questo senso è il lavoro perfetto. Ed è questo, infine, il consiglio che darei agli aspiranti scrittori: rapportatevi con la scrittura e la pubblicazione in modo professionale, se volete pubblicare e quindi lavorarci. Rendetevi conto che l’editore è e rimane un imprenditore e che fra voi e lui (o lei) non ci sarà un rapporto padre/madre-figlio/figlia. Ma una relazione basata su un fruttuoso (e spero) felice rapporto di lavoro, in cui entrambi guadagnerete, alla fine. L’arte lasciatela al momento splendido in cui sarete davanti al documento di Word vuoto, anche perché quando la collaborazione con una casa editrice diventa stabile, pure le vostre idee più creative, affinché siano pubblicate, dovranno incontrare il progetto editoriale (legge industriale) di chi poi vi pubblicherà investendo in grafici, editor, segretari, correttori, tipografi, distributori e in anticipi sui diritti d’autore. E di questi tempi non è uno scherzo.
L’ultimo consiglio è di natura generale, invece. Leggete. Leggete sempre. Se volete trasformare questa passione in un lavoro. Inoltre, leggere è importante anche per capire che cosa si pubblica ora in questo paese ed essere così pronti a proporre un’idea che si rapporti con questo contesto editoriale. Ora, non fra dieci anni, o un secolo fa. E poi, prima di contattare uno o più editori, studiatevi i loro cataloghi per bene, cercate di capire quali sono i libri che pubblicano, come sono divisi nelle varie collane. Così, quando proporrete il vostro manoscritto, lo farete con cognizione di causa, consapevoli del tipo di collocazione che l’editore potrebbe dare a un lavoro come il vostro.  

Raccontaci quali sono i progetti nei quali sei impegnata attualmente e quali sono i tuoi programmi per il futuro.


Al momento sto lavorando al nuovo libro per le strenne natalizie della Newton Compton. Non posso anticipare granché, solo che sarà un titolo di varia e non un romanzo storico. Il mio futuro, almeno quello prossimo fino alla fine dell’estate, sarà di lavoro intenso. Poi mi dedicherò a preparare delle conferenze sulla storia di Roma che andrò a tenere a fine Novembre e poi spero di poter andare un po’ in vacanza. Perché penso che a quel punto me lo sarò davvero meritato. Sul futuro a lungo termine, invece, non mi pronuncio. Con questo mestiere non si sa mai. 

martedì 19 maggio 2015

“DOVE SEI?” Manifestazione per non dimenticare chi è scomparso


Si terrà a Roma, il prossimo 14 giugno, una manifestazione di solidarietà per sostenere i familiari e gli amici di tutte le persone di cui si sono perse le tracce nel nostro Paese. Quella degli scomparsi è una questione molto dibattuta, i cui dati sono davvero allarmanti. È per questo che un gruppo di volontari, supportati da numerose Onlus e Associazioni che hanno a cuore questa problematica, hanno deciso di organizzare questo evento, perché si tenga alta l’attenzione su un tema tanto delicato.

“Ciò che ci accomuna da sempre è l'impegno instancabile che mettiamo nel gridare a gran voce "non dimentichiamo le persone scomparse". (…)
Il corteo che stiamo organizzando è per tutte le persone scomparse, anche quelle di cui i media non parlano o di cui non parlano più.
Vi invitiamo a prenderne parte per gridare anche il nome del vostro caro scomparso. L'invito è rivolto a tutti Voi, ai famigliari, agli amici e a chiunque non dimentica.
Ognuno di voi è parte di un unico cuore che non vuole smettere di battere: quello della speranza.”

Queste le parole degli organizzatori, gli attivisti della Petizione dedicata a Emanuela Orlandi, diventata ormai un simbolo per tutti coloro che si dedicano a questa causa. L’appuntamento per il prossimo 14 giugno è a Roma, in Piazza d'Aracoeli, alle ore 9:30. La manifestazione è patrocinata dal Comune di Roma.

Personalmente mi sento di estendere il mio invito proprio a tutti, anche e soprattutto a coloro che non sono direttamente toccati dalla scomparsa di una persona cara, ma che comunque vogliono mostrare la loro vicinanza e dare il proprio supporto a chi ne ha bisogno. Venite a conoscere di persona tutti i familiari e gli amici degli scomparsi e a osservare le foto dei loro cari che non smetteranno mai di cercare. Venite a guardarli negli occhi, a stringere loro la mano, a sentire le loro storie. Solo così potremo fare un passo avanti in questo lungo percorso di solidarietà e giustizia.

PARTECIPA ALL'EVENTO