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mercoledì 22 novembre 2017

“Una finestra sul noir”: Marco Frilli raccontato dai suoi autori


“In un’epoca di profondissima crisi culturale da cui è scaturita la crisi economica e non viceversa, l’editore può diventare un baluardo contro la barbarie creando cenacoli attorno ai quali possono trovare voce gli intellettuali oggi dispersi in desolate solitudini. Si parla del “tradimento dei chierici” da anni silenti e sempre meno punto di riferimento per la gente. Ebbene, gli editori possono essere un primo coagulo di resistenza nel vuoto che minaccia di aspirarci. Fare gli editori al giorno d’oggi, mettendo la qualità delle opere al primo posto, significa portare sempre linfa vitale e voci nuove alla letteratura, senza farsi fuorviare dalle mafie culturali che la affossano con premi che spesso erigono a capolavori libri meno che mediocri e promuovono gli adepti nell’osceno circuito dei talk show televisivi”.
A risponderci così quando gli abbiamo chiesto quale potrebbe essere il ruolo degli editori di oggi circa la tutela e la promozione della nostra cultura, della nostra lingua e quindi della profondità e della ricchezza dei nostri libri, è stato l’autore Valerio Varesi. È stato proprio lui, infatti, in virtù della stima che lo lega a Carlo e Giacomo Frilli, a firmare la prefazione all’antologia “Una finestra sul noir”, la raccolta di racconti dedicata alla memoria dell’editore Marco Frilli, fondatore della Fratelli Frilli Editori, celebrato in quest’opera da oltre quarantacinque tra gli autori della sua Casa Editrice.



Dopo avervi raccontato la genesi di questa prima antologia, uscita a circa un anno di distanza dalla prematura scomparsa di Marco Frilli, attraverso le parole dello stesso Carlo Frilli, abbiamo voluto approfondire ancor di più come è nato questo progetto, che si rinnoverà ogni anno, dando voce non solo a Valerio Varesi, ma anche ad alcuni tra gli autori che hanno contribuito a comporre questo caleidoscopico libro dalle mille sfaccettature.
Il rapporto tra autore ed editore è una relazione difficile da raccontare, spesso fatta di compromessi e delicati equilibri. Ma come nascono e si consolidano questi legami? Abbiamo chiesto a Valerio Varesi quali sensazioni abbiano suscitato in lui Carlo e Giacomo Frilli quando gli hanno parlato di questo omaggio editoriale fatto da quasi quaranta autori a Marco Frilli, un editore di cui, evidentemente, si percepisce la nostalgia, e lui ci ha risposto in questo modo: “Carlo e Giacomo Frilli hanno saputo instaurare un rapporto professionale e umano con i loro autori, tale da creare un legame molto forte. Non ho mai pubblicato con Frilli, ma dall’esterno ho percepito questo attaccamento tramite le parole di stima che ho sentito. L’equilibrio nel rapporto tra autore ed editore non è facile. Il primo crede sempre che il proprio libro sia il migliore e addebita spesso all’editore la pigrizia nel promuoverlo. Il secondo si aspetta che il libro abbia successo perché rischia soldi suoi e rigetta sullo scrittore la stessa colpa. Queste differenti aspettative il più delle volte generano incomprensioni, insoddisfazioni e anche astio”.



Per comprendere al meglio il significato più profondo di questo omaggio a ricordo di Marco Frilli ci siamo rivolti ai suoi autori che con tanto entusiasmo hanno risposto all’iniziativa, come lo stesso Carlo Frilli ci ha raccontato. Ogni autore che ha partecipato all’antologia “Una finestra sul noir” ha cercato di immaginare l’incontro tra il proprio personaggio letterario e lo stesso Marco Frilli, cristallizzando così, per sempre, la sua figura tra le pagine di un libro, oltre che nei cuori di chiunque lo abbia conosciuto. Tra le quasi quaranta firme Frilli che hanno partecipato a questa raccolta Maria Masella, Maria Teresa Valle, Alessandro Reali, Gino Marchitelli e Armando D’Amaro, che è anche il curatore dell’opera, hanno risposto alle nostre domande circa il loro rapporto con Marco Frilli e la Casa Editrice, raccontandoci, in modo inedito, storie di stima reciproca, coraggio, impegno e professionalità, come i cardini indispensabili su cui costruire una sana collaborazione tra autore ed editore. A tutti abbiamo rivolto domande che miravano a investigare come si costruisce, libro dopo libro, un equilibrio stabile e duraturo tra autore ed editore, due ruoli solo apparentemente caratterizzati da interessi contrastanti, visto che sono destinati a raggiungere il successo solo collaborando. Il rapporto tra Marco Frilli e i suoi autori, quindi, diventa esempio e paradigma per comprendere meglio queste dinamiche editoriali spesso sconosciute al pubblico dei lettori che non sanno il lavoro che c’è dietro la creazione dei loro libri preferiti.
Le domande rivolte agli autori che hanno fatto da portavoce hanno riguardato i loro primi contatti con la Fratelli Frilli Editori, i loro ricordi più vividi di Marco Frilli e la genesi dei racconti da loro ideati per “Una finestra sul noir”. Il trasporto che traspare dalle loro risposte è la migliore testimonianza della passione e dell’impegno che fanno da fondamenta a questa antologia e a tutti i libri targati Fratelli Frilli Editori.




Era l’estate del 2001, avevo già pubblicato un giallo con un piccolissimo editore e ne avevo scritto un altro più corposo. Quando ho letto che c’era un nuovo editore genovese che stava pubblicando gialli di ambientazione locale, mi sono detta: “Perché non provare a portargli il mio?”. Ho cercato l’indirizzo e ho scoperto che era vicinissimo a casa mia, anzi a metà strada fra casa e stabilimento balneare! Ho telefonato, ho preso una specie di appuntamento, ho stampato il file e sono andata con il mio pacco di A4. Il libro era “Camelie” che sarebbe diventato “Morte a domicilio”, il numero 6 della collana ‘giallo pantone’. È stato Marco a scegliere il titolo e anche la copertina.
Ho talmente tanti ricordi legati a Marco, perché era un rito passare in casa editrice anche solo per due chiacchiere a raccontargli cosa avevo in mente. Ne scelgo due: il primo e l’ultimo. Quando l’ho incontrato per la prima volta ero abbastanza imbarazzata, temevo di fare la figura della sciocca presuntuosa. Dopo dieci minuti eravamo al tu e fumavamo la prima di tante sigarette insieme. L’ultimo? Era già malato quando mi ha chiesto un Mariani veloce per la prima volta: “Ancora uno, bella gnocca.” A volte lo chiamavo “ragazzino” perché era più giovane di me, altre “Marcuzzo”. Quel giorno gli ho detto: “Sì, ragazzino.” Li ho scritti con il cuore in gola quei racconti e sono riuscita a farglieli leggere. E per quella raccolta ho chiesto la dedica “A Marco”.
Non posso anticiparvi nulla del racconto che ho scritto per l’antologia. Del resto non si svela la trama di una storia noir, neppure sotto tortura! Vi basti sapere che Mariani è in crisi (la storia si colloca fra “Il Cartomante di via Venti” e “Giorni contati”, quando Antonio e Francesca vivono separati) e certi incontri casuali in una spiaggetta di Quinto diventano per lui un momento di tregua, anche di speranza. L’aspetto indagine è secondario, in primo piano c’è il rapporto fra due persone che, con poche parole, si capiscono. Con Marco non ho mai avuto bisogno di tanti discorsi. E davvero a Quinto l’ho incontrato più volte con la sua Lilla.



Conoscevo le pubblicazioni della Frilli e sapevo che avevano una predilezione particolare per i noir con forti connotati di localizzazione. Mi piacevano molto i libri che pubblicavano e sono entrata in contatto con loro prima come lettrice, che come autrice. Ho cominciato a scrivere molto tardi, dopo il pensionamento, dopo una carriera di biologa che mi ha dato grandi soddisfazioni. Leggere e scrivere è sempre stata una passione e ho realizzato il primo noir per divertimento. L'ho mandato a Marco, seguendo esattamente i consigli della casa editrice per l'invio dei manoscritti, insieme a una lettera in cui lo pregavo di mandarmi in ogni caso due righe, eventualmente per dirmi che il mio manoscritto era una schifezza, solo per mettermi l'anima in pace e non scocciare altri editori. Avrei continuato a scrivere per il mio piacere e basta. Dopo quindici giorni mi arrivò una e-mail in cui Marco mi scriveva che il manoscritto gli era piaciuto e, se ero d'accordo, lo avrebbe pubblicato. Quando ci siamo visti di persona lui era seduto dietro una scrivania ingombra di qualunque cosa, il posacenere colmo di cicche e la stanza invasa dal fumo di sigaretta. È stata simpatia a prima vista. E poi nel tempo amicizia. Non si poteva non volergli bene.
Il ricordo di Marco che mi è rimasto nel cuore è sicuramente l'ultima volta che l'ho visto, due giorni prima che ci lasciasse. Andai a trovarlo nella struttura dove era ricoverato. Stava male. Con lui c'era sua sorella, che io non conoscevo e Nora, la moglie.
Fui presentata e la sorella di Marco rivolgendosi a lui: -Maria Teresa Valle? -disse- una brava scrittrice?
Marco guardò me, poi lei, sorrise sornione e disse: -Vende...
Scoppiammo tutti a ridere e lui mi guardò soddisfatto della sua battuta. Non aveva perso il suo spirito, nemmeno in quel momento.
Il filo conduttore di tutta l’antologia è l'incontro immaginario tra il personaggio o i personaggi principali dei nostri noir e Marco. Non era una cosa semplice far avvenire l'incontro tra una persona realmente esistita e persone “di carta”.
Aggiungiamo che Maria Viani, il personaggio seriale dei miei romanzi, non è una poliziotta, ma una semplice cittadina che ficca il naso in tutti i delitti di cui venga a conoscenza. Come tale l'ho immaginata nel momento in cui lascia definitivamente il lavoro e, di cattivo umore, incerta del suo futuro, si trova a passeggiare sul lungomare di Quarto. Immediatamente ho visualizzato Marco, nello stesso luogo, a passeggio con Lilla. La sua cagnolona, che io ben conoscevo.
Mi è bastato lasciare che ognuno di loro esprimesse il suo carattere: Maria pasticciona, ficcanaso, emotiva, chiacchierona, e Marco, solido, ironico, osservatore attento, capace di cogliere l'essenza delle cose e la storia si è scritta da sola. È un piccolo episodio, ma su quel lungomare, su quella spiaggia vedevo proprio lui, Marco. Sentivo la sua voce. Era con me.




Ho iniziato alla Frilli come autore: provato per la morte di un amico, mi sono sfogato scrivendo un noir che, giunto quasi per caso in casa editrice, è stato pubblicato nel 2007 con il titolo ‘Delitto ai Parchi’, poi seguito da tanti altri. Una profonda stima reciproca è cresciuta via via tra me e Marco, che mi ha ‘nominato sul campo’ lettore di gialli inediti, quindi curatore di antologie e infine assorbito nella sua famiglia editoriale.
Marco vive costantemente nei miei ricordi, l’amicizia che ci legava sussiste ancora oggi inalterata: insieme abbiamo navigato su acque calme e su mari in tempesta, scambiandoci suggerimenti sia di lavoro che di vita…Un aneddoto? Una volta, partiti in auto per un appuntamento importante a Milano, eravamo tanto intenti nel parlare da trovarci – ah, questi GPS! – sotto il Duomo: scesi dalla macchina ridendo come bambini, novelli Totò e Peppino ci eravamo rivolti a un ‘ghisa’ con la mitica frase “Noio volevam savoir l'indiriss”…e quello, impassibile, ci aveva multati.
Il mio racconto inserito nell’antologia non è un giallo, ma un sentito rivivere dei nostri ultimi incontri, pertanto molto intimista. Leggendolo si comprende il legame che ci univa, tanto che suo figlio Carlo mi ha scritto: “Diavolo di un Armando, mi hai fatto sorridere e piangere…”.




Avevo iniziato da poco a leggere qualche autore Frilli, ma non conoscevo Marco né la famiglia, mi sembrava una realtà per me irraggiungibile da nuovo e microscopico scrittore dell'universo noir. Poi una comune conoscenza a me e Marco ci ha fatti incontrare e conoscere dopo che il mio romanzo “Il Pittore” aveva ottenuto una serie di riconoscimenti letterari importanti ed era stata considerata una delle migliori opere inedite in Italia del mercato editoriale indipendente. Questa persona, Riccardo Sedini, mi ha messo in contatto con Marco Frilli al quale ho mandato un mio scritto. Lui lo ha letto e mi ha chiamato dicendomi che ne era rimasto molto colpito e affascinato, chiedendomi se volevo entrare nella “scuderia” Frilli non come autore in sé, ma in veste di “narratore” di noir sociale. Detto fatto, ed ecco la pubblicazione di “Milano non ha memoria” che mi ha fatto conoscere ad un buon pubblico e mi ha dato una certa notorietà dandomi la possibilità di far arrivare i miei lavori ad un pubblico più vasto.
Il ricordo più vivo che ho di Marco è quel suo modo gentile e un po' guascone di girarsi lentamente verso l'interlocutore, me in questo caso, quando si era seduti nel suo ufficio. Lui alla sua postazione di lettura, mi prendeva sempre in giro parlandomi di belle donne che non potevo avere e sfottendomi paternamente. Ma ricordo anche quando tornava a essere serio e mi esprimeva la sua stima per il lavoro socio-politico che svolgo nella mia vita.
Quando mi è stato chiesto di scrivere un racconto per l'antologia in omaggio alla grande figura di Marco quello che mi è venuto in mente – dato che lui mi diceva sempre che la figura di Cristina, la giornalista indagatrice con il commissario Lorenzi dei miei romanzi, era una bella tipa e voleva sapere se la conoscevo davvero o se era fantasia – che proprio il commissario Lorenzi e Cristina nel corso di un viaggio a Genova per motivi legati ancora alla storia delle violenze di polizia del G8 del 2001, arrivassero a litigare quasi furiosamente su quelle vicende, poi si riappacificassero rendendosi conto che la lite avrebbe preso una brutta piega. È in queste circostanze che i due conoscono Marco Frilli, restando però in incognito. Ma non era facile farla a Marco, grande scopritore di scrittori e personaggi, e ciò che succede è davvero esilarante… Ho pensato che questo potesse farlo sorridere ovunque lui ora si trovi.




Avevo scritto, tra le altre cose, tre racconti lunghi di genere noir. Alcuni amici, lettori “Frilli”, circa sei anni fa, mi hanno consigliato di provarci… è andata bene. È così che sono entrato in contatto per la prima volta con questa casa editrice.
Io, come scrittore, devo molto, se non tutto, a Marco Frilli. Avevo pochissima fiducia nelle mie capacità narrative. Lui invece ha subito creduto in me. Ricordo la prima telefonata, schietta, com’era lui: “Reali, allora sei tu quello che ha scritto quei tre brutti racconti ambientati in provincia di Pavia… bene, te li pubblichiamo noi. Se ci lavori un po’ faremo molte cose insieme. E siamo arrivati a sette romanzi, otto tra poco. Un altro particolare che mi piace ricordare è questo: ogni volta che ci sentivamo o ci incontravamo mi diceva, oltre a qualche battuta sulle donne che non mancava mai: “Reali, tu sei il narratore della Frilli, è inutile che fai finta di scrivere gialli, non mi freghi…”. Ovviamente c’era molta ironia, in questo, ma anche un fondo di verità, penso. Lui aveva un intuito formidabile per capire le caratteristiche di un autore.
Quando Carlo mi ha detto della raccolta dedicata a suo padre ho scritto subito questo breve racconto. Una piccola storia ambientata in una Pavia gelida e nebbiosa, come piace a me, che ruota intorno alla figura triste di una prostituta amica di Selmo Dell’Oro. Marco Frilli è coinvolto nel suo incontro con i detective. Ho cercato, in poche pagine, di rappresentarlo come lo ricordo io: sempre pronto alla battuta, schietto e senza fronzoli, acuto e tagliente, ma capace di un’umanità fuori dal comune. Sembra scontato, parlarne così. Ma sono sicuro che è opinione condivisa dalla maggior parte dei suoi autori.


www.frillieditori.com



lunedì 11 gennaio 2016

Maria Masella: come si trasforma una Storia in un Romanzo


È aprile inoltrato, ma l’aria di primavera tarda ad arrivare: il Commissario Antonio Mariani non si sente più lo stesso. Nonostante sia passato del tempo, infatti, Mariani è ancora profondamente turbato a causa del grave incidente d’auto che ha rischiato di condannarlo a non camminare mai più e stenta a risollevarsi da uno stato di profonda depressione. L’unica che sa come scuoterlo è la moglie Francesca, con la quale ne ha passate davvero tante negli anni di matrimonio e che riesce a persuaderlo ad indagare sull’omicidio del quale è stata accusata l’Ispettore Lorenza Petri. Mariani, dopo essersi lasciato convincere, tenta di ricostruire l’accaduto, mettendo insieme i pezzi di un caso che è molto più complesso di quel che sembra, ma che riuscirà a fargli riscoprire il coraggio di essere sé stesso. Con “Mariani e le porte chiuse. Indagine a Campopisano”, Fratelli Frilli Editori, Maria Masella firma l’ultima emozionante avventura del Commissario Antonio Mariani, un personaggio che, noir dopo noir, abbiamo imparato a conoscere nella sua appassionante semplicità di uomo normale, in grado di fare dei propri difetti una spinta per non arrendersi mai. E ciò è vero ancor di più in quest’ultimo romanzo, nel quale Mariani dovrà fare i conti con sé stesso e con le proprie paure e debolezze. Maria Masella ci accompagna nel corso dell’indagine con il suo stile semplice e diretto, introspettivo ma avvincente, in grado di dare uno spessore unico a tutti i suoi personaggi. Oltre ai numerosi noir che hanno per protagonista il Commissario Mariani, infatti, l’autrice è indiscussa regina del romance italiano, sia storico, sia contemporaneo, con decine di coinvolgenti titoli pubblicati dai più grandi editori. Ma come si fa a barcamenarsi tra due generi così apparentemente diversi, come il noir e il romance? E qual è il suo segreto per trasformare una storia in un romanzo? Sarà lei stessa a svelarcelo, con quel pizzico di ironia che non deve mai mancare per fare del proprio talento una professione a tutto tondo.


In molti si chiedono quale sia il segreto di uno scrittore di talento, oltre alla fantasia e alla disciplina: tu che scrittrice sei? Segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo al quale non puoi rinunciare?

Sono curiosa, le persone mi piacciono, mi piace guardarle e ascoltarle. Ed è un ottimo stimolo (se non vogliamo usare la parola “fertilizzante”) per la fantasia. Se sono in crisi di idee (ogni tanto capita, anche solo per un dettaglio), un giro sul bus in ora di punta risolve il problema. A quanto ricordo ho sempre avuto molta fantasia, ho sempre sentito il piacere, anche fisico, di raccontare storie. Ancora adesso mi racconto una storia se di notte fatico a prendere sonno. Ma scrivere è diverso da raccontare storie, è necessario imparare il mestiere, quindi disciplina, mettendo in conto anche una buona dose di fatica fisica: gli scrittori soffrono di mal di schiena, cervicale, tunnel carpale. Per non parlare degli occhi! La disciplina è un discorso molto delicato, ogni scrittore ha il suo ritmo, i suoi tempi, i suoi metodi: sarebbe assurdo imporre una disciplina uguale per tutti, perché alla base del lavoro c'è sempre una forte componente di fantasia. Lavoro senza scaletta, diciamo che la stendo quando ho concluso la prima stesura, ma alcuni colleghi ottengono ottimi risultati predisponendola all'inizio.
Scrivo quando posso, quando ho tempo. Sono felice se recupero due ore al giorno. E se arriva un'idea quando non posso scrivere? Sono “filosofa”: se era buona rimarrà, altrimenti svanirà. Appunti? Mi fido più della mia capacità di ricordare un'idea, se buona, che della possibilità di ritrovare un qualsiasi oggetto fisico: perdo agende, foglietti, penne... D'altra parte su dieci storie che inizio non tutte arrivano alla fine, a volte le accantono e le riprendo dopo anni di latenza, forse sono maturate.

Dal noir, al romance: sono rare le autrici in grado di destreggiarsi in modo così efficace tra due generi solo apparentemente così diversi: tu come ci riesci? Da dove nasce questa esigenza di spaziare?

La prima stesura di un romanzo mi lascia stanchissima e così, durante la revisione grossa (la prima, quando controllo la struttura e realizzo lo schema), cambiare genere è un riposo. Dovendo impegnarmi in qualcosa di molto diverso mi allontano dalla storia appena finita e, quando la riprendo, riesco a leggerla con un minimo di distacco. Ma, forse, dipende anche da un altro motivo: per anni ho insegnato matematica al liceo e in una mattinata passavo da una prima a una terza, da geometria ad algebra. A volte cinque salti in una giornata! Sono diventata saltatrice. E se la ragione fosse che cerco di rendere varia una vita altrimenti monotona? Chissà…
Fra l'altro i due generi sono diversi, ma richiedono entrambi: documentazione, coerenza, precisione... E soprattutto la necessità di mettere in scena personaggi vivi, non di cartapesta.

Sei riuscita a fare del tuo più grande talento una professione a tempo pieno: che ostacoli hai incontrato e incontri ancora adesso nel tuo percorso? Cosa significa, al giorno d’oggi, collaborare con molti editori e cosa significava quando hai iniziato? Dai un consiglio a chi vorrebbe seguire le tue orme.

A tempo pieno? Non del tutto! Oggi sono pensionata e vivo della pensione, i guadagni come scrittrice non sarebbero sufficienti. Inoltre sono infermiera e badante di un padre anziano e vedovo e sono figlia unica, quindi ho un bel da fare, oltre a dedicarmi alla scrittura.
Ostacoli quando ho cominciato? Moltissimi! Anno 1985: niente internet, i recapiti delle case editrici si cercavano sull'elenco telefonico. Ma anche oggi incontro almeno un ostacolo al giorno: mancanza di tempo, editori che puntano sempre più sulle novità. Un tempo un romanzo aveva una vita più lunga, ora devi cogliere l'attimo fuggente. Collaborare con molti editori non è semplice, stai mesi senza pubblicare nulla e poi ti trovi con due uscite in due giorni!
Dare un consiglio a chi vuole dedicarsi alla scrittura? Bella domanda! Scrivi se ti piace, direi a chiunque, altrimenti il gioco non vale la candela. Se lavori su due generi corri ancora più pericoli: è difficile essere presa sul serio dai lettori di noir, perché scrivi anche rosa e le lettrici di rosa temono che nei tuoi rosa ci sia troppo intreccio non amoroso, perché scrivi anche noir, insomma, può essere una bella sfida incontrare il favore di tutti. Inoltre, soprattutto se sei una donna, se nei tuoi noir presti attenzione alla vita privata dei protagonisti, e se, addirittura, scrivi anche romance, allora leggi che il tuo è un rosa-noir. E ti incavoli parecchio! Non ditemi che la vita privata di Salvo Montalbano non è uno dei motivi di interesse, eppure nessuno oserebbe dire che quelle storie sono rosa-noir! Quindi un consiglio: se scrivete di genere, concentratevi su uno soltanto.

Raccontaci la genesi del tuo nuovo romanzo, “Mariani e le porte chiuse”, Fratelli Frilli Editori: cosa ti ha ispirata durante la stesura? Come hai delineato e sviluppato negli anni il personaggio del Commissario Mariani?

Antonio Mariani è nato poco per volta, aggiungendo qualcosa in ogni romanzo. Nel primo è soltanto un commissario con una vita coniugale in crisi. In Morte a domicilio avevo in mente un assassino che uccide e vuole essere trovato, ma soltanto dopo aver compiuto la sua vendetta. Mariani è stato costruito in funzione di quella vendetta.
Il vero passo avanti è stato fatto con Primo, il prequel, quando Antonio ha acquistato un passato.
Per Mariani e le porte chiuse tutto è cominciato con una domanda: quale è il modo migliore di uccidere e farla franca? A raffica sono arrivate le altre: perché, se un accusato è innocente, rifiuta di difendersi? Come vedete più che domande tecniche o domande da rebus sono interrogativi sull'animo umano.
Da alcuni romanzi sto portando avanti il tema della verità, che mi affascina. Il mio primo noir si intitola Per sapere la verità, “sapere” non “scoprire”, ci sarà un motivo.

Ogni autore di talento deve essere anche un lettore curioso: tu che lettrice sei? Che generi preferisci?


Non leggo noir se lavoro in noir, non leggo rosa se lavoro in rosa. Con queste due uniche preclusioni, leggo qualsiasi cosa purché ben scritta (ovvio: parere personale). Non guardo cover, non leggo sinossi, ma leggo qualche pagina. Se il modo di scrivere mi soddisfa compro. Ho una passione per i libri d'arte, il mio hobby è la pittura.

www.mariamasella.it