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mercoledì 26 settembre 2018

Annarita Franza e Vincenzo Lusa: cos’è la Criminogenesi Evolutiva


Criminali si nasce o si diventa? Ecco il quesito al quale, sin dalla loro nascita, le Scienze Criminologiche hanno cercato di rispondere, ponendosi al confine tra la necessità del diritto di arginare in modo scientifico la criminalità e il desiderio di conoscere la natura più profonda dei meccanismi che portano un soggetto a delinquere, tra istinti biologici e bisogni morali e politici.
In “Criminogenesi Evolutiva”, Lo Scarabeo Editrice, gli antropologi e criminologi Annarita Franza e Vincenzo Lusa hanno spiegato come la violenza, nel corso della storia, già a partire dalle popolazioni primitive che abitarono il continente africano migliaia di anni fa, sia stata una carattere adattativo favorevole per l’uomo dal punto di vista evolutivo, che gli ha permesso non solo di adeguarsi all’ambiente circostante, ma anche di dominarlo, ponendosi in una posizione di supremazia verso gli altri esseri viventi e, quando necessario, scontrandosi coi propri simili.
Gli autori, spostando il consueto focus della Criminogenesi dal caso singolo, all’uomo come animale sociale in continua evoluzione, hanno svolto un’analisi chiara e interessante anche per i profani sia dal punto di vista storico-antropologico, sia dal punto di vista biologico-genetico, spiegando come e perchè è nato nell’uomo l’istinto a delinquere e le conseguenze che esso ha avuto nelle società civili nel corso del tempo, oltre a quelle che potrebbe avere in futuro in condizioni ignote e decisamente particolari come potrebbero essere quelle di un equipaggio spaziale.
Accanto a questi excursus, gli autori hanno raccontato alcuni casi concreti, spesso inediti o poco conosciuti, che avvalorano le loro tesi originale e innovative. L’obiettivo è quello di studiare i fenomeni criminali alla luce delle verità scientifiche inerenti la biologia e la genetica, cercando di fare in modo che anche la legge e il diritto si adeguino all’esigenza di sicurezza e giustizia sociale in un’ottica sempre più moderna e attuale.


Cosa accadrebbe se ci rendessimo conto che la violenza non è solo una manifestazione patologica, ma un vero e proprio carattere adattativo fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo? È da questo interrogativo che prende il via “Criminogenesi Evolutiva”, Lo Scarabeo Editrice, un vero e proprio viaggio tra antropologia e criminologia che guida il lettore attraverso lo studio di interessanti casi reali. Raccontateci la genesi di questo testo e dell’interessante teoria che sostiene: cosa vi siete prefissati di dimostrare?

La teoria della Criminogenesi Evolutiva considera la violenza umana in un’ottica del tutto avulsa dal quotidiano vivere, ove l’aggressività è vista solo in funzione di un procedimento penale o dei fatti di cronaca a noi purtroppo noti. La suddetta teoria considera invece la violenza in ambito evolutivo, quindi paliamo di milioni di anni, e su scale temporali così elevate, allora la visione della problematica in argomento muta completamente e quello che viene normalmente considerato un fattore infausto, come appunto è l’aggressività, in ambito evolutivo, diviene invece un fattore adattativo di natura biologica che ha permesso all’uomo di sopravvivere nei confronti di un ambiente a lui assolutamente ostile. La violenza, pertanto, può essere intesa non esclusivamente come un fattore “maladattivo”, ma anche benevolo per l’essere umano e quindi può essere anche denominato alla stregua di un “carattere” biologico. Tuttavia dobbiamo comprendere l’origine di questo carattere, come si è creato. Per cercare di giungere a un’esaustiva risposta a tale quesito, la teoria della Criminogenesi Evolutiva mette in sistema vari parametri scientifici come le mutazioni genetiche, le grandi migrazioni umane (queste ultime occorse in tempi ancestrali) e la selezione naturale. Questi parametri afferiscono alle scienze antropologiche. Altri parametri, invece, provengono dalle Scienze criminologiche, come gli studi volti a comprendere la biologia dell’encefalo del deviante o l’ambiente dove il criminale vive o è vissuto. Il tutto con il precipuo intento di chiarire se il carattere adattativo della violenza sia frutto di una possibile mutazione biologica, poi premiata dalla selezione naturale, ovvero se la violenza sia invece dovuta a una componente genetica importata da specie umane affini al sapiens e con le quali quest’ultimo, in tempi assai remoti, è venuto a contatto instaurando probabili legami di natura sessuale, tali da permettere l’importazione, nel nostro patrimonio biologico, di alcuni tratti genetici che potrebbero risultare predisponenti all’aggressività. Quanto appena descritto si è davvero verificato e studi antropologici di settore lo hanno evidenziato. Pensiamo ad esempio al cosiddetto Warrior Gene, ovvero l’allele MAOA-L, che è stato riscontrato nel patrimonio genetico di vari imputati sottoposti a processi penali per atti di natura omicidiaria e che è in grado di predisporre, in talune circostanze, i soggetti che lo possiedono a compiere atti caratterizzati da violenza efferata. Ebbene il predetto allele ha una sua storia biologica in campo evoluzionistico e nel libro ne parliamo diffusamente. Dobbiamo anche considerare i risultati che le Neuroscienze forensi hanno prodotto in questi ultimi anni dimostrando che, in un dato individuo, il possesso di certi alleli e di alcune malformazioni a livello encefalico, possono essere poste alla base, in determinate condizioni, di atti devianti caratterizzati da aggressività. Non è tutto: la teoria della Criminogenesi Evolutiva prevede altresì una possibile evoluzione-mutazione del genoma che è preposto al controllo e rilascio degli atti aggressivi nell’uomo, nell’ipotesi che il suddetto venisse a contatto con nuovi e sconosciuti ambienti. Ecco perché formuliamo un chiaro warning volto a evidenziare che appare assolutamente necessario, nell’atto di selezionare gli equipaggi delle missioni spaziali di lunga durata che siano destinate a varcare oltre l’orbita lunare (ad esempio quella dedicata al prossimo soggiorno dell’uomo su Marte), il non sottovalutare alcune malformazioni encefaliche o marcatori biologici predittivi del comportamento criminale come quelli che nel libro abbiamo rilevato.

Analizziamo meglio il termine “criminogenesi”: come si coniugano in questa teoria lo studio dell’uomo in qualità di “animale sociale”, dell’ambiente in cui egli vive e del processo evolutivo che li lega fisicamente e psichicamente?

Innanzitutto dobbiamo rilevare che in Criminologia il termine Crimongenesi è volto a definire alcune caratteristiche individuali e sociali che hanno avuto peso nella scelta delittuosa. Quindi la Criminogenesi cerca di spiegare come è nata, dove è nata e perché è nata l'idea criminale. In termini ancora più scientifici la Criminogenesi è l’interazione tra le caratteristiche psicologiche del soggetto e il suo background sociale, familiare nonché ambientale nel quale costui vive ed è vissuto, così da farlo orientare verso la deliberazione della propria scelta criminosa.
La Criminogenesi, pertanto, focalizza l’influenza reciproca esistente tra la personalità dell’individuo e l’ambiente. Esiste anche una “Criminogenesi dell’età evolutiva” che mira a comprendere quel determinato periodo della vita nel quale vengono a crearsi le trasformazioni del carattere maggiormente espressive del soggetto nei suoi primi anni di vita e che viene a esaurirsi con la raggiunta maturità della personalità dell’individuo. Noi invece, come già evidenziato, abbiamo incentrato le nostre ricerche scavando nel passato dell’Homo sapiens. Ecco perché parliamo di Criminogenesi Evolutiva: abbiamo esplorato il cespuglio evolutivo dal quale noi tutti proveniamo, esaminando altresì i comportamenti e le interrelazioni che sono venute a crearsi tra il sapiens e gli ominini a lui coevi, nonché quelli che l’evoluzione ha collocato, in un passato primordiale, sulla sua linea filogenetica. Il tutto per tentare di comprendere quale importanza abbia rivestito la genetica nel complesso puzzle dell’aggressività umana. Certo non dobbiamo dimenticare che il criminale è funzione dell’uomo con l’ambiente, giacché l’habitat influenza e può predisporre l’individuo a delinquere. Quanto detto non vale solo in senso criminologico, ma anche antropico ed evolutivo: né è la prova il fatto che non si può oggi parlare di razze, ma solo di un adattamento umano all’ambiente.

Tra i tanti casi analizzati nel testo per suffragare la vostra tesi di partenza qual è il più significativo, che è rimasto maggiormente impresso nella vostra memoria di studiosi e perché?

Particolarmente interessante è rendicontare il risultato delle ricerche portate a compimento presso il Sistema Museale di Ateneo dell’Università di Firenze – Collezione di Antropologia. Il lavoro archivistico condotto sui cataloghi manoscritti ha permesso di rintracciare, e quindi ricostruire, il caso forense di Vincenzo Rosi, ultimo ghigliottinato fiorentino.
L’efferatezza del crimine compiuto, l’aver brutalmente trucidato Gaetano Del Coco, la moglie Maria Domenica in stato interessante e i due figli sprangando nottetempo la porta della loro abitazione per dargli poi fuoco, vale al Rosi l’ultima esecuzione capitale in terra toscana alle prime luci del mattino del 20 luglio del 1830.
Ulteriori ricerche condotte presso la Collezione di Antropologia hanno poi permesso di recuperare il cranio di Rosi, fino ad oggi dato per disperso dalla storiografia. Del cadavere, come di prassi inviato presso l’Arcispedale di Santa Maria Nuova, viene fatto dono al celebre antropologo Paolo Mantegazza, all’epoca Direttore del Museo Nazionale di Antropologia di Firenze, perché effettuasse una valutazione in particolare del cranio decollato. Mantegazza rubrica quindi il reperto al numero 34 del Catalogo Craniologico e ne affida l’esame all’allievo Giuseppe Amadei che conclude essere stato Rosi un delinquente «per predestinazione», ossia le radici ultime del suo comportamento violento risiedono nel corredo biologico il quale, sotto particolare stimolo ambientale di origine stressoria, porta il soggetto a compiere atti criminali di estrema violenza come l’incendio alla capanna del Vignaccio sembra mostrare. Il reperto anatomico presenta la particolarità dell’incisione ad inchiostro del cognome ROSI sulla superficie ossea, annotazione questa che conferisce ancor più importanza e rilievo a una «microstoria» che racconta sì una pagina inedita del passato fiorentino, rimarcando al contempo la straordinarietà documentaria del patrimonio museale del nostro paese, la cui eccezionalità non risiede nella mera bellezza di turistica ammirazione, bensì nel suo essere guida e viatico per la ricerca scientifica.

Dopo la fase di ricerca e di pubblicazione, che riscontri state avendo dalla divulgazione del testo? Quali sono le impressioni dei lettori, siano essi colleghi accademici o semplici appassionati? E come potrebbe cambiare concretamente lo studio e la lotta contro la criminalità alla luce di questa tesi anche a livello di prevenzione e di reinserimento del reo nella società?

Possiamo ritenerci soddisfatti del risultato fin qui raggiunto. Abbiamo cercato di divulgare “Criminogenesi Evolutiva” nella maniera più “social” possibile grazie all’apertura di pagine dedicate sui maggiori social network. Questo ci permette di mantenere un filo diretto con i nostri lettori che, informati in tempo reale sulle iniziative a sostegno della promozione del volume, non mancano di far sentire la loro attiva e interessata partecipazione agli eventi organizzati presso librerie ed istituzioni scientifiche. Anche il circolo accademico ha accolto favorevolmente l’uscita del libro, abbiamo infatti ricevuto le congratulazioni di Adrian Raine, docente statunitense e pioniere nella ricerca sul neuro-crimine e sulle applicazioni della genetica comportamentale in ambito forense e giudiziario.
Il nostro studio è un warning per il legislatore affinché comprenda che la norma penale si fonda essenzialmente sulla valutazione di un determinato comportamento illecito. Quest’ultimo non è figlio di una sterile legge, bensì di un comportamento umano. È quindi l’uomo il fulcro del processo penale e non la norma, e il soggetto umano è e rimane un organismo biologicamente complesso frutto di un’evoluzione durata milioni di anni e che forse non ha ancora visto la sua conclusione. La norma penale, in futuro, dovrà necessariamente tenere conto della genetica comportamentale, degli studi nati dall’antropologia criminale e delle neuroscienze di stampo forense, se si vorrà davvero prevenire il crimine, ma anche e soprattutto ottenere un giusto processo. Articoli del codice penale volti alla comprensione della capacità di intendere e di volere, alla luce degli studi di settore, dovranno subire prima o poi un inevitabile restyling, altrimenti rischiamo di avere apparati codicistici assolutamente anacronistici.
Ecco perché Diritto penale e Scienza dovranno andare sempre più a braccetto. Questo vale anche per valutare il profiling criminologico di un soggetto che sia dichiarato pericoloso sociale e un suo eventuale reinserimento nel tessuto sociale.    

A cosa state lavorando attualmente? Raccontateci quali sono i vostri programmi per il futuro.

Ci muoviamo su diversi campi scientifici come l’intersessualità e le devianze a essa collegate, i rapporti che sussistono tra violenza ed evoluzione e i nessi che intercorrono fra scienze forensi ed esplorazione spaziale, un campo, permetteteci il gioco di parole, ancora tutto da esplorare!


 





giovedì 26 aprile 2018

Chiara Camerani: tutta la verità sul Satanismo


Ormai da qualche anno, anche nel nostro Paese, abbiamo assistito a un progressivo crescere dell’interesse mediatico e, conseguentemente, della partecipazione dell’opinione pubblica, verso il fenomeno del Satanismo, in particolare quando si ricollega alla commissione di crimini violenti. A volte a destare curiosità sono le modalità, apparentemente rituali, di determinati reati, altre volte si tratta del movente connesso, in qualche modo, a queste credenze pseudoreligiose, ma troppo spesso l’iniziale sicurezza dell’intervento di certe dinamiche durante la preparazione o la commissione del crimine, finiscono per esplodere come una bolla di sapone esclusivamente mediatica che non ha reali riscontri effettivamente accertabili nella realtà fattuale o processuale.
Qual è, dunque, la verità sul Satanismo e sui crimini a esso esteriormente collegati? A fare chiarezza sulla questione ci hanno pensato Chiara Camerani, Fabio Sanvitale e Perla Lombardo nel loro saggio “Satanismo, tra mito e realtà”, Sovera Edizioni, un vero e proprio manuale per addetti ai lavori, ma anche un interessante testo di approfondimento per semplici appassionati della materia che abbiano voglia di conoscere meglio cosa sia il Satanismo e quanto sia effettivamente legato alla commissione di crimini più di altri moventi “misteriosi”.
Come ci ha spiegato Chiara Camerani, Psicologa clinica esperta in criminologia e Direttrice del Cepic – Centro Europeo di Psicologia, Investigazione e Criminologia, ancora troppo frequentemente, in tema di Satanismo, soprattutto in ambito criminologico, c’è superficialità e confusione. Ciò anche a causa dello scarso approfondimento da parte dei media nel raccontare e spiegare le reali dinamiche che caratterizzano questi fenomeni. Insomma, proprio come durante i cosiddetti Secoli Bui, spesso ci si lascia guidare dall’esigenza di facile sensazionalismo e dal desiderio di vera e propria caccia alle streghe, senza analizzare una realtà a volte molto più semplice.
L’aspetto più interessante di questo testo, come ci spiega la stessa autrice, risiede nella lunga e circostanziata ricerca anche storica sul fenomeno, che permette di comprendere meglio le radici di questa credenza popolare, come vero e proprio culto, arrivando a una classificazione sistematica di tipo scientifico di tutte le manifestazioni di reato che, in un modo o nell’altro, hanno a che vedere col Satanismo. Grazie a questa classificazione si riesce a sgomberare il campo da ogni dubbio, distinguendo tutti i casi in cui il Satanismo è solo in apparenza attinente a fatti di sangue e scoprendo così che le volte in cui il Diavolo ci mette lo zampino, sono molte meno che di quelle che ci farebbe comodo credere.



“Satanismo, tra mito e realtà”, Sovera Edizioni, scritto in concerto con Perla Lombardo e Fabio Sanvitale, è un vero e proprio manuale, per gli addetti ai lavori e non solo, che deriva da anni di studi sul campo sulle radici più profonde di questo fenomeno e sulle sue manifestazioni criminose. Raccontaci la genesi di questo testo: come si sono svolte le ricerche e quali intenti vi siete proposti?

Circa otto anni fa il Satanismo ebbe un boom mediatico, profilandosi come una pericolosa realtà criminale. Mi colpì molto il fatto che, a fronte di tanto allarme e di tanta assoluta certezza degli esperti, non vi fosse in realtà alcuna “pistola fumante”, alcun elemento che dimostrasse le nefandezze di questi poveri satanisti, che venivano accusati di stupri, sacrifici umani, mutilazioni.
Secondo i criminologi infatti, non si trovava traccia dei reati a causa di una sorta di potere occulto che faceva sparire le tracce e che copriva ogni crimine. I dati sull’incidenza dei crimini satanici, inoltre, venivano snocciolati dagli esperti sulla base di un presunto numero oscuro (per sua natura inconoscibile) e decuplicati in base a qualche indefinita proiezione.
A fronte di tanta confusione e inaffidabilità oggettiva, ho ritenuto vi fosse necessità di intraprendere una indagine scientifica del fenomeno. Per molti anni il Cepic – Centro Europeo di Psicologia, Investigazione e Criminologia ha organizzato dei corsi di aggiornamento e formazione in criminologia al termine dei quali era prevista la stesura di tesine o la realizzazione di progetti di ricerca. La vera natura del credo satanico, l’analisi oggettiva ed imparziale sull’incidenza di reati satanico-rituali in Italia, la necessità di verificare se vi fosse un legame tra affiliazione satanica e commissione di crimini, sono divenuti l’oggetto della nostra ricerca, che in un secondo tempo è stata estesa fino a divenire un manuale.

Per quanto riguarda l’indagine sui casi dal punto di vista criminologico, avete proposto una classificazione analitica delle varie condotte. Da quali presupposti siete partiti e a quali conclusioni sieste giunti?

Dopo la raccolta dei casi, ci siamo resi conto che molti di essi non avevano nulla a che fare con il Satanismo; la maggior parte scaturivano da uno smodato bisogno di sensazionalismo da parte di esperti e giornalisti, altri erano attribuibili a psicopatologia del reo (ad esempio il delirate che vede il demonio nella vittima), alcuni, pur attuati da persone che dichiaravano una appartenenza ad un credo satanico, non traevano da esso il movente, bensì da motivazioni banali quali litigi e gelosie.
Più che gli adoratori di satana, un numero consistente di reati, riguardava persone semplici e fortemente religiose che volevano invece cacciare il demonio.
Sorprendentemente, la ricerca ha evidenziato che commettono più reati i religiosi nell’ingenua convinzione di cacciare il demonio, che non i satanisti. Per questa ragione abbiamo ritenuto opportuno offrire una classificazione analitica sul modello del Crime Classification Manual che costituisse una linea guida per gli operatori, facilitando la lettura di indizi, simboli e specifici indicatori investigativi e comportamentali.

Oltre agli aspetti investigativi, vi siete soffermati sull’analisi del Satanismo come vero e proprio culto, anche rispetto alle altre religioni, e come fenomeno culturale e di costume. A quali esiti vi ha condotto questa ricerca e quale aspetto ti è rimasto più impresso come esperta e professionista?

Parto dal presupposto che, indipendente dalla credenza religiosa personale, un professionista debba avvicinarsi a tali fenomeni in maniera assolutamente imparziale. La religione, quale essa sia, svolge una funzione psicologica importante nella vita di molte persone. Quando non scade nel fanatismo essa costituisce uno strumento di aggregazione e un “equilibratore” psichico e morale. In tal senso, pur essendo atea, ho il pieno rispetto per ogni forma di spiritualità ma come studiosa non posso non considerare ogni forma di credo come una superstizione. Non ritengo infatti che alla luce di tale prospettiva, il credere nella resurrezione di Gesù o nella verginità della Madonna debba avere maggior dignità rispetto alla credenza negli Ufo, in Dei pagani o persino in Satana.
Nel nostro approccio al Satanismo, come alle realtà settarie di cui ci siamo lungamente occupati, considera ugualmente degna ogni forma di religione, credo, celebrazione o forma spiritualità a patto che chi la pratica non commetta reato.
Non entriamo quindi nel merito della credenza superstiziosa, ma osserviamo le dinamiche del gruppo, cosa fanno gli aderenti, se commettono reati o violenze, l’eventuale grado di pericolosità.
Nel caso del Satanismo per quanto concerne reati quali omicidio, stupro e violenza, a eccezione di un solo caso, non abbiamo trovato alcun nesso tra propensione al crimine e affiliazione satanica. Ciò ci ha spinto a studiare tale realtà religiosa e a prendere contatto con appartenenti a chiese occultistiche e sataniche anche perché ci siamo accorti che molti esperti giudicavano il fenomeno senza aver in alcun modo approfondito la storia e la filosofia di tali movimenti, liquidandoli con qualche categorizzazione descrittiva.
Nel manuale abbiamo lungamente descritto la filosofia satanica e credo che l’opportunità di conoscere meglio il pensiero dei tanto temuti satanisti sorprenderà molti lettori.

Un aspetto interessante dal punto di vista della comunicazione è il ruolo dei media: tra disinformazione e allarmismo, come dovrebbero porsi giornali, Tv e Social per raccontare temi e fatti tanto delicati?

Direi che dovrebbero sforzarsi di fare vera informazione di ogni notizia sia essa politica, criminale o culturale, cosa che purtroppo non si fa più da molto tempo.
Per i media, come per molti esperti di cui i media si avvalgono, la regola è stupire e vendere se stessi o la notizia. L’assenza di una educazione e di una comunicazione mediatica approntata al rigore e all’onestà intellettuale lascia spazio alla creazione di notizie ad hoc, che parlano alla “pancia” della gente. Gli esperti non analizzano, non spiegano, ma sollevano moti emotivi. I giornalisti prediligono lo spettacolo a scapito dell’informazione e chi ne fruisce assorbe in modo passivo ciò che viene proposto. Una comunicazione facile, generalistica, che impigrisce la mente e non spinge al ragionamento critico. Ogni tentativo di analisi metodologica o complessa (e perciò controcorrente) viene ostacolata e ridotta al silenzio. Trovo che tale appiattimento sia molto triste oltre che estremamente pericoloso.

Facciamo un bilancio della tua esperienza come Direttrice del Cepic – Centro Europeo di Psicologia, Investigazione e Criminologia: che risultati avete raggiunto fino a oggi? E quali sono i traguardi che vi ripromettete di raggiungere prossimamente? Raccontaci quali sono i vostri programmi per il futuro.

Non posso che propendere per un bilancio positivo.
Il Centro oggi, oltre che per la ricerca e la formazione, si pone come riferimento e offre consulenza tecnica in svariati ambiti. Unitamente a quelle abituali (sia in ambito penale che civile), ci occupiamo di aree specifiche quali la valutazione della pericolosità settaria, la tutela degli uomini maltrattati in ambito familiare o vessati in fase di separazione conflittuale (seppure una minoranza, gli uomini maltrattati costituiscono una realtà in crescita), la valutazione della pericolosità nelle condotte sessuali devianti (ad esempio Bondage e sadomasochismo, considerati ancora, spesso a torto, come vere e proprie perversioni piuttosto che come diverse inclinazioni sessuali). Diciamo che non ci piacciono le cose facili!
A breve saremo impegnati in un importante progetto che vede coinvolte Università e polizie europee. Abbiamo vinto un bando europeo triennale per il contrasto dei crimini in rete e contiamo, a partire da ottobre, di avviare un corso di criminologia al termine del quale saranno previsti, per i più preparati e meritevoli, dei tirocini retribuiti nell’ambito del progetto.
Abbiamo un paio di saggi in cantiere e stiamo estendendo la nostra attività formativa in un settore estremamente attuale che è quello dell’Intelligence applicata alle fonti aperte.
Abbiamo scelto la via più impervia che è quella della professionalità e della scientificità, poniamo attenzione ai fenomeni più spesso oggetto di pregiudizio e ignoranza e infine, in ambito sociale e clinico stiamo preparando uno dei pochissimi corsi di formazione in Italia sul tema sessualità e handicap, argomento di cui raramente si parla e si conosce ancora troppo poco.
Direi che per il momento siamo sufficientemente impegnati.


www.cepic-psicologia.it


lunedì 26 ottobre 2015

Andrea Feltri e l’A. S. P. C. C.: la Criminologia è una Scienza Multidisciplinare


La sua lunga permanenza all’interno di Reparti Speciali di Investigazione, sia in Italia, sia all’estero e la sua grande esperienza come docente e divulgatore, hanno reso il Dottor Andrea Feltri un Criminologo e un Criminalista di grande professionalità, il cui punto di vista sulla materia è condiviso e apprezzato da molti. La Criminologia, secondo Feltri, è una Scienza Multidisciplinare in grado di coniugare lo studio delle Scienze Umane, all’approfondimento delle Scienze Giuridiche, per cercare delle spiegazioni razionali ai comportamenti criminosi, affinché l’impatto sulla società civile sia sempre più sotto controllo. Criminologi-tuttologi, dunque? Decisamente no, ma, senza dubbio, grandi studiosi della mente umana e delle Scienze Forensi, in continuo aggiornamento che, dopo aver consolidato solide basi, devono specializzarsi e agire il più possibile sul campo. Di sicuro nel nostro Paese la figura del Criminologo puro resta, ancora oggi, in un limbo che paga lo scotto della mancanza di una formazione adeguata e specifica e di un ruolo tangibile nei contesti investigativi, ma le prospettive per il futuro sono buone: c’è da essere ottimisti e lo dimostrano realtà d’eccellenza come l’Accademia delle Scienze Psico-Criminologiche e Criminalistiche, un’Associazione nata dalla collaborazione di molti esperti del settore, della quale Andrea Feltri è fondatore e Presidente.


Oltre trentacinque anni di esperienza professionale in nuclei info-investigativi e in reparti di intelligence, in Italia e all'estero, in collaborazione con altre forze di polizia, la rendono un investigatore, un criminologo e criminalista di grande professionalità ed esperienza. Chi è e che ruolo svolge, o potrebbe svolgere, il criminologo al giorno d’oggi? Che differenze ci sono tra l’Italia e il resto del mondo?

Il Criminologo è uno scienziato che analizza, cerca di comprendere e fornire risposte circa il fenomeno criminoso nella sua complessità, considerando qualsiasi prospettiva attenga il crimine. Ciò presuppone una cultura multidisciplinare che abbracci sia le scienze umane, quali ad esempio la psicologia, la sociologia, la psichiatria, la medicina legale, la biologia e l’antropologia, sia le scienze giuridiche e criminalistiche. In virtù di questo, il Criminologo può svolgere incarichi di diversa natura. Partendo dall’attività investigativa, può, inoltre, occuparsi di ricerca scientifica, volta ad analizzare cause e conseguenze della criminalità, dirigere operazioni di sicurezza, fornire consulenza e formazione ad enti pubblici o privati. Per quanto attiene la mia carriera, la permanenza all'interno di Reparti Speciali mi ha permesso di svolgere la mia professione a tutto tondo, sia da un punto di vista scientifico e di studio, sia, e soprattutto, sul campo, dove, a mio avviso, avviene la formazione più incisiva e permanente.
L’Italia, pur essendo un Paese all’avanguardia, dotato di un ottimo apparato investigativo, non lascia largo spazio alla figura del Criminologo, anche in virtù del sistema giuridico presente, che privilegia il momento inquisitorio a quello investigativo. Non a caso la professione ha iniziato ad avere maggiore rilievo a partire dal 2000, anno in cui la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati ha approvato, in sede legislativa, una riforma del Codice di Procedura Penale, prevedendo la possibilità anche per gli avvocati difensori di compiere delle indagini a tutela dei loro assistiti. A questo si aggiunge la mancanza di un percorso di formazione che abiliti alla professione.

Di cosa si occupa l’Accademia delle Scienze Psico-Criminologiche e Criminalistiche che ha fondato e dirige con successo? Quali sono gli obiettivi, le attività e gli ostacoli che l’Associazione si pone e incontra quotidianamente?

L’Accademia delle Scienze Psico-Criminologiche e Criminalistiche nasce da una duplice volontà. Innanzitutto per mettere a disposizione dei professionisti e degli appassionati della materia, saperi e conoscenze acquisite a livello nazionale ed internazionale. Inoltre, come luogo di ritrovo, studio e formazione continua per i colleghi. L’Associazione si propone di specializzare professionisti provenienti da differenti ambiti scientifici, attraverso lo svolgimento articolato di attività culturali e di formazione aventi ad oggetto la diffusione e lo studio approfondito delle Scienze Psico-Criminologiche e Criminalistiche, la cui valenza interdisciplinare consente una conoscenza e uno studio trasversale, che abbraccia contenuti e interessi culturali di più discipline. Nello specifico, dunque, l’A.S.P.C.C. prevede un percorso formativo che si concretizza nell’approfondimento dello studio e della conoscenza delle problematiche e delle tematiche più attuali attinenti alla psicologia criminale.

La sua attività come divulgatore e docente la porta a confrontarsi sia con professionisti del settore, sia con il più variegato pubblico di appassionati e curiosi della materia. Quanto è importante la formazione continua per chi voglia intraprendere la carriera di criminologo e criminalista?

Non è possibile pensare di intraprendere la carriera di Criminologo prescindendo dalla formazione continua e costante. Essendo la Criminologia una scienza multidisciplinare, composta ed affiancata da scienze che hanno come oggetto l’uomo e la psiche, non procedere nella direzione della continua ricerca e del continuo studio significherebbe essere incompleti dal punto di vista professionale. Confrontarsi con una realtà mutevole e non statica vuol dire seguirne le dinamiche procedendo di pari passo.

Televisioni, giornali, Social Network: quando si parla di cronaca nera il confine tra informazione e intrattenimento sembra assottigliarsi. Cosa pensa della sovraesposizione di alcuni casi e dell’indifferenza verso altri? Che ruolo hanno, o dovrebbero avere, i mezzi di informazione nella risoluzione dei crimini?

Ritengo che la spettacolarizzazione del crimine possa essere considerata puramente un prodotto mediatico ed è in quest'ottica che si può comprendere la disparità di trattamento tra crimini differenti. Molto dipende dalla risonanza mediatica che il caso può suscitare, ma anche dalla tipologia della vittima. Basti pensare all'infanticidio, all'uxoricidio, all'aggressione da parte di cittadini stranieri, casi riportati in misura nettamente maggiore rispetto ad altri, ma non per questo fedele ricostruzione dei dati statistici. Per quanto mi riguarda, la risoluzione di un caso avviene lontano dalle luci della ribalta, nel silenzio e nella quiete dei luoghi preposti allo svolgimento delle indagini. Non condivido i processi mediatici e la pubblica inquisizione, pertanto evito di esprimere giudizi di carattere professionale su fatti di cui non dispongo della documentazione investigativa e processuale.

Dalla violenza di genere, al profiling, passando attraverso i delitti commessi da minori o da serial killer: su cosa verteranno le sue prossime pubblicazioni? Ci racconti quali sono i suoi programmi per il futuro.


Il mio lavoro di ricerca e studio mi porta ad analizzare le cause del comportamento criminale, cercando di fornire soluzioni e strumenti utili a contenere ed arginare il fenomeno. Alcune pubblicazioni sono in fase di stesura, nel mentre continuo il mio lavoro di formazione mediante corsi e seminari. Alcuni, in collaborazione con il Centro Studi e Formazione Psico-Criminologica, dovrebbero partire nel corso di questa stagione, mentre altri progetti e collaborazioni sono in fase di programmazione. Certamente procederò con passione, professionalità ed impegno, caratteristiche fondamentali del mio percorso lavorativo.

www.aspcc.it

giovedì 2 luglio 2015

Susanna Petrassi: Criminologia e Parapsicologia, tutte le sfaccettature del male


La differenza tra il bene e il male la impariamo sin da piccoli, ma cosa ci spinge, una volta adulti, a scegliere una strada, invece dell’altra?
Il male è solo una parte dell’animo umano o ci sono delle forze esterne a noi, la cui influenza nei nostri confronti è talmente imponderabile, da condurci a commettere delle azioni apparentemente inspiegabili? Esistono soggetti predisposti a commettere il male, tramutandolo in reato, a prescindere dalle loro esperienze? Al contrario, ci sono davvero persone in grado di prevedere l’azione delle forze del male, tanto da combatterne o prevenirne l’esito distruttivo sotto ogni aspetto?
Mai come su questi temi le domande sembrano essere più numerose delle risposte, proprio come quei quesiti di carattere universale ai quali cercano di rispondere la filosofia e la religione. La scienza sembra occupare un posto scomodo quando si discute di questi argomenti e, spesso, siamo più propensi a gettarci tra le braccia di chi ci richiede fiducia, piuttosto che capacità di discernere ciò che è scientificamente dimostrabile, da ciò che non lo è.
Che ruolo occupa, dunque, la criminologia nei casi in cui il male ha contorni così sfumati, che sembra sfuggire al nostro controllo? Ce lo spiegherà Susanna Petrassi, criminologa e docente di grande esperienza, esperta di delitti rituali e satanici, profonda conoscitrice delle dinamiche che si innescano nei crimini che si consumano tra le mura domestiche e, attualmente, in prima linea contro la piaga della violenza sulle donne e del femminicidio.



Criminologia e Parapsicologia: due materie che, apparentemente, sembrano non avere nulla in comune. Come le definiresti e cosa le lega secondo te? Qual è il percorso formativo che ti ha portato ad approfondirle?

La criminologia è una scienza interdisciplinare che ha per oggetto di ricerca la motivazione al reato e la sua prevenzione, la vittimologia, il comportamento antisociale del singolo e dei gruppi in relazione a determinati contesti storici, geografici e culturali. Rappresenta per me la passione di tutta una vita, spesa alla continua acquisizione di conoscenza e competenze professionali.
La parapsicologia studia i fenomeni di interazione tra gli uomini e l’ambiente attraverso canali psi-cognitivi, come la telepatia e la precognizione, e fenomeni psi-cinetici come la guarigione, la bilocazione, il poltergeist. La curiosità per questa materia l’ho ereditata da mio padre e l’ho coltivata come un interesse personale che però si è tramutato per diversi anni nel suo insegnamento a scopo divulgativo.

Come esperta di delitti rituali collabori quotidianamente con le Forze dell’Ordine, interessandoti anche dell’impiego dei sensitivi nel corso delle indagini, soprattutto negli Stati Uniti. A cosa ti hanno condotto questi studi e che differenze ci sono con le tecniche utilizzate nel nostro Paese?

Criminologia e parapsicologia non hanno nulla in comune, ma talvolta sulla scena di un crimine dove “gli inquirenti brancolano nel buio”, come usano dire i giornalisti, si tollera la presenza di qualche sedicente sensitivo che pretende di fornire informazioni utili alla risoluzione di un caso. Questi elementi vengono poi vagliati, seppure con scetticismo, nei casi di scomparsa, con la speranza di ritrovare la persona o, almeno il corpo.
All’estero ci si affida con più fiducia, anche in modo ufficiale, a questi canali di comunicazione extrasensoriali.
Da parte mia ho partecipato ad un interessante studio americano sull’impiego di sensitivi nelle indagini, ma l’esito non è stato quello sperato e la statistica finale ha evidenziato solo qualche risultato positivo attribuibile più ad un calcolo delle probabilità, che ad oggettive capacità degli investigatori psichici.
Il discorso cambia se parliamo non di parapsicologia, che è pur sempre una scienza, ma di occultismo. Allora il legame con il mondo del crimine c’è e si chiama male.
Le cronache spesso si occupano di persone che sono rimaste vittime di maghi, veggenti, guaritori, cartomanti, subendo gravi danni al loro patrimonio e alla salute. Da più parti si invoca un intervento del legislatore che ponga freno a questo genere di attività basato su filtri, amuleti e sortilegi da buio Medioevo. Anche se la legge già se ne occupa, non è sufficiente. Lo svolgimento di tali attività non è vietato, ma coloro che le svolgono integrano, nella maggior parte dei casi, gli estremi di alcuni reati penali: abuso della credulità popolare, abusivo esercizio di professione per i guaritori, truffa e anche violenza carnale.
Un altro particolare fenomeno sono le sètte religiose che propongono una nuova dimensione umana, preoccupanti per la loro sempre maggiore diffusione, collegata al tema del lavaggio del cervello come metodo di proselitismo e di condizionamento.
I vari gruppi si formano attorno a un leader carismatico che propone o rielabora una dottrina per liberare l’uomo, accrescendone le innate potenzialità, dopo un percorso spirituale.
La caratteristica comune all’interno dell’infinita tipologia delle sètte è che ognuna di esse si dichiara portatrice di una verità, capace di cambiare il mondo. Nel nostro Paese si contano almeno 600 gruppi che mirano ad assoggettare gli adepti per carpire loro denaro, proprietà, sesso, forza lavoro gratuita.
E poi ci sono i satanisti, che adorano il Diavolo, o che soltanto manifestano avversione nei confronti di Dio, psicotici sofferenti di follia religiosa a contenuto satanista o che ambiscono a diventare come Dio, servendosi di pratiche magiche e occulte. Costanti nei satanisti sono l’utilizzo della magia nera (messe nere, evocazioni, magia sessuale ecc.) e la figura di Satana. Non sempre si macchiano di veri reati: essendo la loro quasi una filosofia, le loro condotte trasgressive si basano sull’ascolto di musica rock-satanico, uso di droghe, promiscuità sessuale. Ma, quando commettono reati, questi sono gravi: uso di droghe, torture agli animali, profanazione di chiese e cimiteri, violenza sessuale, negromanzia, qualche volta l’omicidio.
C’è poi il male assoluto a legare la criminologia all’occultismo: lo pseudooccultismo che in realtà è l’alibi di taluni assassini rituali e seriali, per mascherare pratiche di crudeltà e malvagità estreme, parafilie terribili, dove antropofagia, necrofilia e sadismo si mescolano in un crescendo di efferate torture alle vittime e atti di cannibalismo. A tutti vorrei dire che il diavolo è la proiezione di desideri e pulsioni inconfessabili e il mondo del dio Ade non è un luogo fisico, ma un angolo della mente, perché i demoni e i fantasmi sono abitatori occulti del nostro inconscio.

La tua esperienza sul campo ti ha condotto a vestire i panni di docente e formatore, mettendo al servizio degli altri le tue conoscenze. Che ruolo ha la formazione nel tuo settore e quanto è importante?

La mia attività didattica è protesa a formare allievi provenienti da studi diversi: il mio compito è trasmettere competenze assecondando la loro diversa formazione iniziale e colmando eventuali lacune. Un laureato in legge ha strumenti culturali e tecnici diversi da un medico o da uno psicologo o da un biologo, ma alla fine saranno tutti criminologi. Con molta soddisfazione da circa 25 anni insegno le basi della criminologia anche a studenti non necessariamente laureati, in corsi e seminari di tipo divulgativo, perché chiunque deve avere la possibilità di arricchirsi culturalmente anche da semplici appassionati, la cronaca nera e i casi giudiziari da sempre affascinano e dividono il pubblico di stampa e televisioni.

La tua attività di criminologa ti ha portato a occuparti spesso di crimini perpetrati tra le mura domestiche, in particolar modo contro le donne. Cosa puoi dirci in merito? Che dinamiche si innescano in questi casi e come si può affrontare concretamente il fenomeno?

Ormai il mio maggiore impegno è la lotta al femminicidio, intrapresa quasi da sola, tanti anni fa quando non se ne parlava ancora, quando la parola “femminicidio” non esisteva e neppure la coscienza di questo fenomeno. Trent’anni fa la mia migliore amica venne uccisa dal marito davanti al figlioletto, erano entrambi medici. Da allora battermi è diventato il mio dovere per il sociale. Partecipo a molti convegni come relatrice ed esperta di questo tema. Molti uomini non hanno ancora elaborato l’emancipazione femminile degli anni ‘70 e non tollerano né che le donne vogliano essere trattate in modo paritario, né di essere lasciati. Da parte loro le donne non si sono emancipate anche sentimentalmente, restano legate all’archetipo della donna accogliente che tutto perdona in nome dell’amore e della famiglia.

Raccontaci quali i sono i progetti in cui sei attualmente impegnata e quali saranno i tuoi programmi per il futuro.


Porterò avanti senza stancarmi questa campagna di sensibilizzazione contro la violenza sulle donne. Soprattutto le madri devono educare i figli maschi al rispetto della donna e i padri devono mostrarsi ai figli rispettosi della loro moglie. L’esempio in famiglia è importantissimo. Anche denunciare è importante, ma solo se si ha un posto sicuro dove rifugiarsi.