venerdì 31 luglio 2015

Laura Schiavini: Amore, Yoga e tanto Divertimento


Mimì è una giovane psicologa in cerca di lavoro che, come tutti, subisce la crisi economica e si ritrova costretta ad accettare una collaborazione temporanea con un’azienda che concede prestiti, in attesa di tempi migliori. Mimì è un ragazza semplice, intelligente e così sensibile da avere l’abilità di capire istintivamente se qualcuno le sta mentendo, ma in una routine piena di preoccupazioni questa capacità non sempre le è utile. Per distrarsi dallo stress di una vita quotidiana che sembra scarseggiare di prospettive, Mimì, incalzata dall’amica Franca, si iscrive a un corso di Yoga e conosce l’affascinante e magnetico insegnante Swami, col quale scocca una scintilla tutt’altro che mistica. Quando, a complicare la situazione, ci si metterà anche Enrico, il capo di Mimì, bello e presuntuoso, il precario equilibrio della ragazza sarà messo a dura prova da emozioni del tutto inaspettate, costringendola a fare una scelta tra due uomini e due vite che non potrebbero essere più diverse.
Tra una posizione di yoga e un battibecco di lavoro, Laura Schiavini ci cattura col suo nuovo libro, “Tutta colpa dello yoga”, edito da Newton Compton e appena arrivato sugli scaffali delle nostre librerie, replicando il successo di “A qualcuno piace dolce” e “Quando il marito è in vacanza”.
“Tutta colpa dello yoga” è un romanzo che si divora letteralmente: ironico, brillante, divertente e profondamente attuale, tanto per l’energia dei personaggi, quanto per la vivacità dei dialoghi, che confermano il talento di un’autrice che ha il dono di incuriosire e intrattenere con uno stile semplice e spassoso. Un libro imperdibile, comico e romantico, ideale per chi ama le storie d’amore, senza mai rinunciare ai sogni e all’ironia.
   

Amore, ironia e yoga quanto basta: ecco gli ingredienti del tuo nuovo libro “Tutta colpa dello yoga”, edito da Newton Compton. Raccontaci la genesi di questo romanzo: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Mi piaceva l’idea di questa ragazza con un dono: la capacità istintiva di capire se qualcuno mente. Confesso di aver tratto spunto dalla fiction “Lie to me” anche se la protagonista, pur essendo una psicologa, è lontana anni luce dal dottor Lightman. Il resto è cresciuto piano piano intorno a Mimì, dall’ambientazione tutta triestina ai personaggi secondari. Per Swami, il maestro di yoga, ed Enrico, ho tratto ispirazione dalla realtà, romanzandola. Inoltre, avendo praticato yoga per molti anni, è stato stimolante poterne parlare dal mio punto di vista.     

Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autrice sei: segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo collaudato al quale non puoi rinunciare?

L’esigenza di scrivere l’ho sempre avuta, ma per molti anni non l’ho messa in pratica. Diciamo che mi piaceva raccontarmi le storie che inventavo. Ho sempre letto molto e a un certo punto è scattato qualcosa che mi ha spinto a provarci. Prima con dei racconti, che mi sono stati subito pubblicati da una rivista e poi cimentandomi con il mio primo romanzo. Che giace ancora nell’archivio del mio computer. Difficilmente il primo romanzo, a meno che uno non sia un genio, è destinato a vedere la luce. Bisogna lavorare molto, provare e riprovare, affinare la tecnica e il mestiere. Perché alla fin fine è di questo che si tratta: di mestiere. 
L’ispirazione, per quanto mi riguarda, a parte rare eccezioni, non mi fulmina all’improvviso. In genere parte da un’idea, che poi elaboro mentalmente. Se funziona la metto in pratica, altrimenti la lascio andare. Ho sempre avuto difficoltà a scrivere le scalette, ci sono riuscita solo con “A qualcuno piace dolce”, un romanzo che mi ha dato molte soddisfazioni. Sarà per questo che ha avuto successo?
Quanto al mio metodo, se così si può definire, scrivo in genere al pomeriggio e, se serve, anche di sera. Raramente al mattino.  

Sei riuscita a fare del tuo più grande talento un mestiere: che ostacoli hai incontrato e incontri ancora adesso nel tuo percorso? Cosa significa, al giorno d’oggi, collaborare con un grande Editore?

Gli ostacoli che si incontrano in questo campo sono tanti e a volte sembrano insormontabili. Per contare i rifiuti che ho ricevuto dagli editori non bastano le dieci dita, ma vincere un concorso, pubblicare con le riviste o con qualche piccolo editore che credeva in me, mi ripagava delle delusioni e mi stimolava ad andare avanti. Quando io ho iniziato, arrivare al grande editore era pressoché impossibile. Negli anni seguenti le cose sono cambiate, ma la svolta si è avuta con il self publishing. Una sfida in cui mi sono buttata con entusiasmo. Ho pubblicato “A qualcuno piace dolce” in e book su una piattaforma on line, che lo ha diffuso nei principali store. Il romanzo è salito subito in classifica e Newton Compton mi ha fatto un’offerta per acquisirne i diritti.
Certamente collaborare con un editore importante è tutta un’altra storia. A cominciare dall’editor. Per quanto l’autore sia scrupoloso e attento non ha, non può avere una visione distaccata dell’opera. Gli altri due fattori fondamentali sono la promozione e la distribuzione, che solo un editore importante può garantire. Anche se hai scritto il più bel romanzo del mondo, è difficile che venga letto se non si trova nelle librerie.   

Il rosa è, senza dubbio, la tua dimensione più congeniale: cosa pensi di questo genere? Come mai non passa mai di moda?

A quanto pare, mi riferisco alle recenti statistiche, le donne leggono più degli uomini. Credo che, nonostante l’emancipazione, le donne amino sempre sognare il grande Amore. Quello che arriva metaforicamente sul cavallo bianco a salvarti. A meno che non sia tu a volerlo salvare a ogni costo: ma questa è un’altra, più complessa questione. Certo i costumi cambiano, i gusti si affinano, ma i sentimenti rimangono sempre gli stessi. Inoltre, secondo me, il rosa ha saputo reinventarsi offrendo varie declinazioni sul tema. Basti pensare al chick lit, un genere scacciapensieri che diverte e rilassa.

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


Credo che il mio prossimo romanzo sarà un po’ meno scacciapensieri e un po’ più profondo e drammatico. Ma è troppo presto per parlarne.  

mercoledì 29 luglio 2015

Tre buone ragioni per… non vivere con un gatto… solo!

Raja e Holli

Da Ernest Hemingway a Margherita Hack, da John Kennedy alla Regina Vittoria, da Emily Dickinson a Papa Leone XIII: molti grandi personaggi della Storia hanno trascorso la propria vita accanto a un fedele e premuroso compagno felino. Ma chi lo dice che il gatto sia un animale solitario, diffidente e incapace di condividere le attenzioni del suo umano con altri gatti?
Ecco tre buone ragioni per convincervi a non adottare un solo gatto, ma almeno due, tre e, chissà, anche di più, se la vostra casa ve lo permette.

1.     La compagnia migliora l’umore e la salute. Soprattutto per i gatti sterilizzati che vivono in appartamento e magari passano molte ore soli in casa, avere un compagno di giochi con cui dividere gli spazi e restare sempre in movimento è molto importante. Un gatto che gioca, salta, corre e deve confrontarsi equamente con un suo simile è un animale più felice e in salute perché tiene allenati l’istinto e i riflessi.

2.    Il divertimento raddoppia, ma l’impegno non cambia. Avete mai visto due gatti crescere insieme? È uno spettacolo emozionante sin dal primo momento. Se i gatti già si conoscono e hanno dimostrato di essere compatibili (attenzione, non necessariamente cuccioli), potranno dormire e mangiare insieme, coccolarsi e lavarsi reciprocamente, riuscendo a rendere le vostre giornate indimenticabili. Anche l’impegno, sia quotidiano, sia economico, non cambia di molto: quando si sceglie di accogliere un animale in casa bisogna farlo responsabilmente in ogni caso, consapevoli che la sua vita dipende dal nostro amore.

3.    Due buone azioni sono meglio di una. Adottare due o più gatti significa salvare due o più vite. Significa togliere due o più creature dalla strada o dai gattili, per donare loro il calore di una famiglia. Significa arricchire immensamente la nostra vita.

Pepsi e Joy

lunedì 27 luglio 2015

Laura Barbieri: sette anni senza mio figlio, Davide Barbieri


Questa è la storia di una domenica d’estate e di un cancello aperto sul nulla. Quel nulla che sembra aver inghiottito Davide Barbieri il 27 luglio del 2008, quando si allontana dalla Comunità Lahuèn di Orvieto, oltrepassando quel cancello che aveva volontariamente varcato pochi giorni prima, cercando una cura per il suo disagio mentale.
Questa è una storia di responsabilità. Qualcuno doveva vigilare su Davide? Oppure no?
Davide è un ragazzo di ventisette anni dal sorriso enigmatico, che non ha alle spalle un passato semplice. Cresciuto insieme alla mamma, Laura Barbieri, a soli otto anni è vittima di un grave incidente che lo tiene in coma per giorni e che, anche dopo il sospirato risveglio, segnerà irrimediabilmente la sua vita, causandogli uno squilibrio interiore dal quale non riuscirà più a riprendersi. Davide, infatti, alterna momenti di depressione e collera a attimi di lucida tranquillità. Si sente solo, inadeguato, a volte incompreso. Cerca aiuto e, nello stesso tempo, ha paura di guardare troppo a fondo nell’abisso che ha dentro. Solo la mamma Laura gli è accanto.
Questa è una storia di volontà. Qualcuno poteva vigilare su Davide? Oppure no?
Laura è combattuta, ha pudore del suo dolore, anche dopo tanti anni. Sente che, se potesse, Davide darebbe notizie di sé. Non resterebbe tanto a lungo volontariamente lontano da lei, che è sempre stata il suo unico punto di riferimento. Spera che Davide stia bene e sia finalmente sereno, ma, nello stesso tempo è preoccupata. Percepisce che quel figlio che sembra nato sotto una cattiva stella vorrebbe tornare a essere la costellazione più luminosa del firmamento della sua vita, ma, forse, qualcosa glielo impedisce.
Questa è una storia di possibilità. Chi farà qualcosa per cercare Davide e riportarlo a casa?


Chi è Davide? Raccontaci la sua storia.

Davide è un figlio speciale: premuroso e attento. Purtroppo è stato rifiutato dal padre sin dal primo momento, ma, nello stesso tempo, è stato voluto e atteso con immensa gioia e trepidazione da me, che ho cercato di dargli tutto ciò che potevo, anche se la mancanza della figura paterna, oltre a una serie di tristi vicende accadute nel corso della nostra vita, hanno contribuito ad accrescere la sua profonda fragilità.
Davide era un bambino intelligente e sensibile. A scuola era sempre attento e preparato: gli bastava ascoltare la lezione per capirla e saperla ripetere a parole sue. A otto anni, mentre si recava a un incontro degli Scout, una macchina lo ha investito in pieno, procurandogli un trauma cranico che lo ha tenuto in coma per quindici giorni. Il dottore che all’epoca si è preso cura di Davide mi aveva dato poche speranze: nessuno poteva dire se o quando si sarebbe risvegliato, quindi, quando gli ho visto riaprire gli occhi, dopo due settimane di tormento, per me è nato una seconda volta.
Tuttavia, negli anni successivi, nessuno seppe guidarmi o consigliarmi al meglio: non immaginavo che, come esiste la riabilitazione in seguito a traumi fisici, c’è una particolare forma di riabilitazione anche per chi si risveglia da un coma, utile a riprendere al meglio tutte le funzioni cognitive ed emotive. Sono venuta a sapere di queste tecniche solo molto tempo dopo, quando Davide era ormai adulto e aveva iniziato a mostrare segni di disagio. I primi sintomi si sono rivelati quando Davide aveva circa sedici anni: pian piano, si è isolato dal resto del mondo, rifiutando qualsiasi tipo di contatto. Io all’inizio ho faticato a capire cosa stesse accadendo: una mamma non è mai completamente oggettiva quando si tratta del proprio figlio. Davide era apatico, non reagiva più a nulla di ciò che accadeva attorno a lui. Io facevo di tutto per scuoterlo e stimolarlo, ma non ottenevo mai nulla, così mi sono resa conto che, probabilmente, mio figlio necessitava di un altro tipo di aiuto.
Il vero crollo, però, c’è stato dopo la morte della nonna con la quale Davide è cresciuto. Da quel momento sono iniziati i primi veri segni di squilibrio e anche io ho dovuto ammettere a me stessa che era giunto il momento di chiedere aiuto, perché mio figlio era malato. Così è iniziato il nostro calvario tra ospedali e cliniche, ma senza grandi miglioramenti, purtroppo. Abbiamo provato veramente di tutto, girando per gli studi degli specialisti più conosciuti. Davide stava molto male, ma, in un certo senso, ne era consapevole e voleva essere aiutato a uscire dai labirinti oscuri della sua mente.
Per cercare di seguire il percorso di recupero necessario alla guarigione di Davide, dalla Sicilia, ci siamo trasferiti a Roma: è stato molto difficile per entrambi, ma la motivazione era così forte, che anche io sono riuscita a trovare una nuova casa e un nuovo lavoro che mi permettesse di stare più vicino possibile a Davide.
Dopo molte vicissitudini e un lungo percorso di cure, nel luglio 2008, Davide, consigliato dal Centro Salute Mentale, ha deciso di entrare nella Comunità Lahuèn di Orvieto. Si tratta di una comunità a doppia diagnosi della quale ci avevano parlato molto bene, così abbiamo fatto il possibile per riuscire a far entrare Davide e, una volta raggiunto l’obiettivo, eravamo davvero contenti e pieni di aspettative verso questo nuovo cammino.
Ma forse, ancora una volta, Davide non ha incontrato le persone giuste, in grado di seguirlo per come lui aveva bisogno. Quante volte mi sono chiesta se non sia nato sotto una cattiva stella e se io stessa non abbia saputo fare abbastanza per quella malattia dell’anima che lo consumava.



Quando è stato visto l’ultima volta? Cosa è accaduto il giorno della scomparsa?

Era una tristissima domenica d’estate, il 27 luglio 2008, quando, intorno alle due e mezza del pomeriggio, ricevo una telefonata dalla Comunità Lahuèn con la quale mi informavano che Davide si era allontanato circa tre ore prima e non era ancora tornato. Puoi immaginare il mio sgomento e la mia preoccupazione. Hanno tentato di tranquillizzarmi in ogni modo, dicendo che, statisticamente, quando un paziente si allontana volontariamente, è solo per fare ritorno a casa, quindi dovevo semplicemente aspettare di vedere Davide rientrare e tutto si sarebbe sistemato. Ho chiesto se lo avessero cercato e loro mi hanno risposto di averlo seguito per un tratto di strada, chiedendogli se volesse tornare in Comunità, ma lui avrebbe detto di no e così lo hanno lasciato andare, rispettando la sua scelta.
Le ore passavano e io ero sempre più in ansia, perché non avevo nessuna notizia di Davide. Dopo due giorni, sempre in contatto con la Comunità, continuavo a chiedere spiegazioni sulle circostanze dell’allontanamento di Davide: se avesse trovato il cancello aperto o avesse scavalcato il muro di cinta e soprattutto in che stato fosse, ma nessuno mi dava risposte soddisfacenti, oltre ad ammettere che il cancello probabilmente era aperto. Nessuno sapeva dirmi come fosse vestito e di sicuro non aveva con sé né soldi, né documenti, quindi la mia preoccupazione cresceva di minuto in minuto, ma ho continuato a dare fiducia ai responsabili della Comunità.
A quasi una settimana dalla scomparsa, però, ho deciso di andare a fare la denuncia di scomparsa e sono iniziate le ricerche.



Come si sono svolte le ricerche in questi anni? Chi vi sta più accanto concretamente e quotidianamente?

Le prime ricerche sono state fatte i primi di ottobre del 2008. Durante i mesi estivi tutto è rimasto fermo e forse si è perso del tempo prezioso. Nel corso degli anni successivi ho potuto constatare che l’attenzione sul fenomeno degli scomparsi è cambiata e si è presa maggior consapevolezza della gravità di questi casi.
L’Associazione Penelope ci è stata da subito molto accanto, anche nelle ricerche. Ricordo che, immediatamente dopo la scomparsa, lo stesso Gildo Claps, allora Presidente dell’Associazione, si è battuto per noi, perché si facessero delle vere e proprie battute di ricerca nei dintorni di Orvieto.
Una seconda ricerca più approfondita è stata fatta, grazie all’intervento della trasmissione “Chi l’ha visto?”, nel gennaio dell’anno successivo alla scomparsa, ma purtroppo, anche in questo caso, non è emerso nulla.
Per il resto sono rimasta sola. Tra l’altro non ho nessun parente vicino e solo il mio compagno mi è stato accanto col suo ottimismo e la sua sensibilità, tenendo sempre vive le mie speranze.



Che ruolo svolgono, o potrebbero svolgere, secondo te, l’opinione pubblica e tutti i mezzi d’informazione di fronte a un caso di scomparsa?

L’informazione mediatica è quella più efficace in assoluto in questi casi e molti giornalisti che si occupano seriamente di queste storie, approfondendole, vanno ringraziati. Ma purtroppo solo alcuni casi diventano realmente fenomeni mediatici, anche in modo esagerato e morboso, mentre altri rimangono dimenticati e ignorati e sono la maggioranza.
Anche l’Ufficio del Commissario per le Persone Scomparse svolge un ruolo importante: ultimamente sono stati fatti anche i piani provinciali per le Prefetture, ma c’è ancora tanta strada da fare.
Nell’insieme, comunque, c’è molta più sensibilizzazione e competenza, rispetto a qualche anno fa, ma dovrebbero formare delle squadre apposite che si occupino solo di scomparsi, sviluppando un senso investigativo adeguato. Ciò che manca realmente, forse, è proprio la formazione, oltre all’informazione. Non sempre una scomparsa può essere classificata come volontaria, quando dietro ci sono dei problemi, soprattutto di salute. E tutto ciò si somma al dolore costante che provano le famiglie.
Personalmente ho un grande pudore ad esporre la mia sofferenza, ma sono consapevole che l’unico modo perché le cose cambino è espormi in prima persona e cerco sempre di farlo seguendo la mia indole riservata. Mi domando sempre cosa potrebbe essere, agli occhi degli altri, la mia storia. Per molti potrebbe non significare nulla. Cos’è per il Mondo la scomparsa di un essere umano su tanti miliardi di persone? Siamo solo dei numeri gli uni per gli altri? Non so dirlo, ma non posso restare in silenzio, perché Davide era, è e sarà sempre il Mio Mondo.
La mia fede e la mia speranza mi sostengono e non devo abbattermi, perché quando Davide tornerà avrà bisogno di me.



Oggi ricorre il settimo anniversario dalla scomparsa di Davide: cosa gli diresti se sapessi che sta leggendo le tue parole? Rivolgiti direttamente a lui.


Davide, se la tua è stata una scelta di libertà, perché sentivi il bisogno di vivere solo secondo i dettami del tuo cuore e della tua anima, non sopportando più ciò che ti circondava, io sono felicissima per te. Però fammi sapere che ce l’hai fatta! Dammi un segno della tua ritrovata serenità, per poter dare tranquillità anche a me. Vorrei solo sapere che sei diventato un uomo: autonomo e padrone di te stesso e delle tue azioni e io ne gioirò per prima. Vorrei solo che mi dicessi: mamma sono libero e forte, sano e consapevole e adesso sono felice.

www.cerchiamodavide.org

venerdì 24 luglio 2015

Linda Bertasi: sulle ali della Storia e della Fantasia


Un passato difficile, una nuova vita al di là dell’Atlantico e il coraggio di un’eroina moderna, in grado superare perfino gli orrori della guerra per realizzare i propri sogni di donna: questi sono gli ingredienti del nuovo romanzo storico di Linda Bertasi, “Il Profumo del Sud”, giunto alla sua seconda edizione e disponibile anche sulle principali piattaforme online. Profonda conoscitrice della letteratura classica e moderna, Linda Bertasi è un’autrice talentuosa e realmente appassionata, oltre che una blogger brillante e sempre attenta alle nuove proposte.
La caratteristica vincente della grande competenza di scrittrice di Linda è la sua naturale capacità di essere versatile e a proprio agio in tanti generi apparentemente incompatibili, dal romanzo storico, al fantasy, senza mai dimenticare l’importanza di sentimenti universali per la sensibilità del lettore, come l’amore, l’amicizia e il coraggio.
I personaggi del suo ultimo libro, in particolar modo Anita, la protagonista del romanzo, e Justin, l’affascinante uomo d’affari che le farà battere il cuore tenendole testa e riuscendo a farla sentire realmente compresa, sono ben delineati e la struttura della storia è solida, credibile e coerente, grazie anche al tanto e tangibile studio preliminare e a uno stile scorrevole, sobrio e descrittivo quanto basta per sentire davvero il profumo delle piantagioni di cotone del Sud degli States.


Raccontaci la genesi del tuo ultimo romanzo “Il Profumo del Sud”, del quale è appena uscita la seconda edizione, con contenuti inediti e la prefazione di Adele Vieri Castellano: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Sono appassionata di storia da sempre, in particolare del periodo relativo alla Guerra di Secessione americana. Ho sempre desiderato utilizzarne l’ambientazione in un mio romanzo e finalmente ho potuto realizzare questo bel sogno. L’input è stata la visione di una rivisitazione di “Emma”, il famoso libro di Jane Austen, autrice che considero da sempre mia Musa. Ho spento la televisione, mi sono seduta al computer e nella mia mente si è affacciata una donna, ferma sul ponte di un piroscafo, che lanciava sguardi nostalgici alla banchina. Il resto è venuto da sé, io la considero sempre una specie di magia: non preventivo nulla, lascio che sia l’ispirazione a condurmi per mano.

La storia d’amore che coinvolge Anita, la protagonista, è il filo conduttore di un romanzo storico molto ben costruito. Quanto tempo ed energie hai dedicato alla ricerca storica e come mai hai deciso di ambientarlo nel Nuovo Mondo ai tempi della Guerra Civile?

Come dicevo prima sono appassiona della Guerra Civile americana. Ho impiegato più di un anno tra ricerche e stesura, tutto quello che il lettore leggerà nel testo è documentato, fatta eccezione per i personaggi e le loro vicissitudini. Ho studiato le rotte marittime, il clima, le culture, i profumi, i piroscafi, le condizioni degli schiavi, l’architettura di allora, persino i nomi hanno una loro attinenza geografica.

Dopo alcuni romanzi pubblicati da Case Editrici, hai deciso di autopubblicarti sfruttando la rete: come mai questa scelta? È ancora possibile oggi, secondo te, fare della scrittura una professione a tempo pieno?

Il sogno di poter diventare una scrittrice a tempo pieno è sempre lì che mi alita sul collo, ma sarà il futuro a decidere. Penso sia possibile sicuramente e moltissime brave autrici ce ne danno prova ogni giorno. L’autopubblicazione trovo sia un giusto compromesso per gli autori che non sono al loro esordio e conoscono già l’editoria e i suoi meccanismi. Oggi come oggi, con l’imperare del digitale e una piattaforma come Amazon, penso sia la soluzione ideale. Certo, se il Self sparisse, non smetterei comunque di scrivere e tornerei agli editori, non so vivere senza scrittura.

Tra le tue attività gestisci un Blog personale in cui dai spazio anche agli autori emergenti: quali sono i tuoi segreti per avere un Blog di successo?

Sono dell’opinione che il successo lo decretano i lettori del Blog, sicuramente un blog puntuale che rispetta le tempistiche e le scadenze e che si impegna a rispondere alle mail, tutte le mail siano esse di autori famosi e non, è fondamentale per la sua rispettabilità. Io mi impegno al massimo in questo e non è sempre facile, non attribuisco molta importanza all’estetica, ma più alla sostanza. Il mio è un blog pulito, semplice, con poche attività ma che so di poter seguire e gestire.

Sei un’autrice molto poliedrica, capace di passare efficacemente da un genere all’altro: a cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


In autunno vorrei riuscire a pubblicare il mio paranormal-fantasy “L’erede di Tahira”, anch’esso in seconda edizione. Poi lavorerò a due progetti storici che mi impegneranno tantissimo. Fatemi gli auguri!

www.lindabertasi.blogspot.it

mercoledì 22 luglio 2015

Tre buone ragioni per… tenere un Diario


Impegnati come siamo a essere sempre connessi, navigando tra un Social Network e l’altro, tenere un diario (magari segreto…) ci sembra proprio un’abitudine fuori moda. Ma mettiamo da parte per un istante le reminiscenze da libro Cuore e proviamo a concentrarci sulla grande utilità di riprendere in mano carta e penna e dare libero sfogo ai nostri pensieri più nascosti.
Ecco tre buone ragioni che vi faranno venir voglia di scrivere ancora caro diario, non puoi neanche immaginare cosa sia successo oggi…

1.     Conosci te stesso e focalizza cosa è veramente importante. Dedicare del tempo a mettere su carta il proprio punto di vista può considerarsi decisamente terapeutico. La scrittura, infatti, mette ordine tra i pensieri, facendo emergere ciò che per noi conta davvero, ma che spesso resta soffocato dal peso delle incombenze quotidiane.

2.      Impara a osservare, riflettere e pianificare. Un diario non è solo il resoconto meccanico dei fatti della giornata. Scrivere aiuta a sviluppare e tenere in allenamento il nostro spirito di osservazione, permettendo anche a importanti riflessioni di scaturire da eventi apparentemente insignificanti, oltre che riuscire a pianificare piccoli e grandi obiettivi da raggiungere, tenendo concretamente d’occhio lo scorrere del tempo.

3.      Memorizza e sviluppa idee che aiutino a realizzare i tuoi sogni. Vedere che i propri desideri diventano realtà migliora la qualità della vita di tutti. Provate a pensare a quante idee abbiamo ogni giorno. Poche, tuttavia, si trasformano in scopi da raggiungere, semplicemente perché restano impigliate nella ragnatela di angosce e preoccupazioni che affollano la nostra mente. Tenere un diario aiuta a fare ordine nella testa e a riacquistare lucidità anche nei momenti difficili. Quindi appuntiamo con fiducia ogni idea, anche quella che può sembrare più sciocca, perché quando meno ce lo aspetteremmo, potrebbe diventare la chiave del nostro successo!

lunedì 20 luglio 2015

Emanuela Calabrese: la mia innata Esigenza di dipingere

Una bambina, una scatola di pastelli e una passione che è cresciuta nel corso degli anni, trasformando la piccola disegnatrice curiosa in un’artista poliedrica e di grande talento. Emanuela Calabrese, giovane originaria della Basilicata, ha fatto della sua pittura un mestiere, iniziando da autodidatta e rendendo la sua attitudine per forme e colori, un veicolo di studio della natura umana. Dopo la Laurea in Sociologia, infatti, ha approfondito la sua preparazione occupandosi del ruolo delle donne nella società, con un’attenzione particolare per i contesti difficili, cercando di rendere, anche nelle sue opere, tutte le sfaccettature colte nei suoi viaggi.
Oggi ciò che la emoziona di più, oltre a vedere esposti i suoi dipinti in numerose mostre, collettive e non, in Italia e all’estero, è sapere che i quadri che vende entrano a far parte della vita delle persone, accedendo alle loro case e a tanti altri luoghi di ritrovo, quasi come se, davvero, ogni opera potesse vivere di vita propria.


Da dove nasce la tua esigenza di dipingere? È una passione che coltivi da sempre o si tratta di un talento che hai scoperto recentemente? Cosa vuoi comunicare?

Esigenza è esattamente la parola che più mi rappresenta. Sin da piccolissima è viva in me la passione per l’arte, la necessità di rappresentare ciò che mi circonda. L’amore per l’arte e per il disegno sono un istinto innato e spesso, già dai 4 anni, alle bambole preferivo ricevere per regalo un album da disegno. Poi, alle scuole elementari, la scoperta degli acquerelli e delle tempere mi ha letteralmente rapita. Crescendo non ho coltivato la passione artistica a livello scolastico, come si penserebbe, ma ho sempre studiato da autodidatta le più svariate tecniche artistiche, portandomi ad un continuo rinnovamento pittorico e alla sperimentazione dei più svariati materiali. Ultimamente mi sto esprimendo con la pittura materica. Faccio la mia prima apparizione pubblica a Muro Lucano, in provincia di Potenza, mio paese d ’origine all’età di tredici anni, con una mostra locale, da allora ho partecipato, negli anni, a svariate collettive e sempre nuove personali. L’ultimo obiettivo raggiunto è stato l’Art Expo Barcellona, una bellissima collettiva internazionale.


Cosa ti ispira maggiormente davanti a una tela bianca? Quali sono i soggetti che preferisci e le tecniche che prediligi?

C’è una frase di Vincent Van Gogh che ho fatto mia e parla per me: Preferisco dipingere gli occhi degli uomini che le cattedrali, perché negli occhi degli uomini c'è qualcosa che non c'è nelle cattedrali”. Ecco, io dipingo figure umane, visi, ritratti, sguardi, perché negli occhi dei miei soggetti ritrovo tutta l’espressività che va oltre i colori. In un sorriso, o in una ruga si cela tutta la sensazionalità dell’essere umano, l’universo delle emozioni. La tecnica che preferisco, soprattutto per i ritratti che mi commissionano, è l’olio extrafine su tela di cotone: tecnicamente perché la brillantezza che dà l’olio nel tempo non può darla nessun altra tecnica pittorica, personalmente perché dipingere ad olio è una magia. L’odore del colore, la sua densità hanno su di me un fascino irresistibile. È anche una tecnica tra le più difficili da gestire, e questo fa sì che si instauri, ogni volta, una sfida per rendere la mia idea reale sulla tela. Per non essere monotematica e per esigenze di commissione, dipingo anche nature o scorci paesaggistici, ma la mia passione sono, senza dubbio, gli esseri umani.


La tua capacità di restituire le fattezze di un volto nei ritratti che dipingi ti rende un’artista di grande sensibilità. Quanto ti hanno aiutato i tuoi studi di Sociologia nella tua continua ricerca di pittrice di anime?

È bellissima questa definizione pittrice di anime: grazie! I miei studi lasciano intendere quanto io sia affascinata dal genere umano e si coniugano inoltre con la scelta di dipingere volti. Sono due cose in stretta relazione, quasi inscindibili. Dipingere il volto di una donna di colore, ad esempio, ha dietro lo studio di tutta la sua tribù. Ecco allora che non sto solo dipingendo un volto, ma descrivendo la sua vita, rendendo omaggio alla sua storia, alle sue radici. Quando posso viaggio, alla ricerca del contatto con culture diverse dalle nostre, e catturo emozioni, sensazioni, colori che poi trasferisco sulla tela. Il candore iniziale del cotone, prima della pennellata iniziale, è un po’ come un rito di corteggiamento: io la guardo, lei mi guarda, ed insieme decidiamo cosa sarà, in base alle sue forme e alle sue misure.


Quali sono i tuoi maestri di riferimento? A quali movimenti artistici del passato ti rifai?

Essere autodidatta ha un pregio: non hai la testa “schematizzata” in periodi artistici, per cui posso spaziare da una tecnica all’altra, miscelarla e coniugarla, senza sentirmi in colpa di far torto a nessuno. Certo ho studiato e studio la Storia dell’Arte, ma solo per conoscere ed apprendere gli eventi che si celano dietro grandi Opere d’arte. Una cosa, invece, mi incuriosisce molto: le donne pittrici. Spesso rimaste nell’ombra, meno conosciute dei colleghi uomini, ma ugualmente eccelse nell’arte pittorica. Ecco, una donna che mi ha colpita molto e alla quale mi ispiro per lo studio della luce e della “plasticità” dei corpi è Tamara De Lempicka. Ho avuto modo di vedere le sue opere dal vivo, e mi sono convinta che, se devo avere un punto di riferimento, è senza dubbio lei e la sua pittura.


Cosa significa, al giorno d’oggi, essere un artista? Che ruolo ha, o potrebbe avere, l’Arte in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo? Raccontaci i tuoi progetti per il futuro.

Essere un artista oggi credo sia più complicato che in passato. L’Arte, in un periodo di crisi, ma, al tempo stesso, di forti impulsi tecnologici, è vista come qualcosa di surclassato. Di contro, proprio per il suo fascino, è apprezzata da chi, sensibilmente, si avvicina a capirla.  Quando mi chiedono “cosa fai per vivere?”, io rispondo: “dipingo”, e loro replicano “no, voglio dire che lavoro fai?” ed io ripeto: “dipingo!”. Ecco questo è esplicativo di quanto l’Arte, altro controsenso, sia vista come qualcosa di relegato al mondo dell’hobby. Per me è nato tutto per caso, devo ammetterlo, ma non per questo è mai stato un passatempo. Dipingevo per passione e gli amici hanno cominciato a chiedere che gli vendessi le mie creazioni. All’inizio era strano che qualcuno volesse per sé ciò che io creavo per me. Ma, col tempo, si è trasformata anche in una attività remunerativa, anche se non nascondo che ho sempre difficoltà a parlare di Arte e denaro, è difficile dare un prezzo alle proprie creazioni e, in generale, non mi piace mercificare un’emozione. Ciò che mi ha spinto ad accettare le proposte di vendita è stato, però, vedere la felicità degli acquirenti nel tenere esposto in casa loro un mio quadro. Ho capito, allora, che la mia emozione ed il mio colore avevano raggiunto la parte più profonda dei loro occhi, arrivando al cuore. Da allora sono molte le mie opere in giro per le case, i locali pubblici, e le gallerie di tutta Italia.
Per quanto riguarda il futuro, la vita mi ha insegnato a non fare progetti, perché le variabili che mette in gioco sono continue e molteplici. Certo continuerò ad esporre e, dal 2 luglio, al 2 settembre, ho due opere in mostra a Roma, alla Tornatora Art Gallery. Di sicuro nella mia vita ci sarà sempre la pittura. Il pennello è ormai il prolungamento naturale delle mie dita. I colori sono la veste per la mia anima nuda.


www.emanuelacalabrese.webnode.it 

venerdì 17 luglio 2015

Antonio Finazzi Agrò: chi è il Progettista Sociale


Spesso commettiamo l’errore di pensare che qualsiasi progetto che nasce in ambito sociale debba essere condotto unicamente con lo slancio emotivo dal quale nasce, in virtù degli obiettivi di carattere generale che lo stesso termine “sociale” rievoca in noi. In realtà anche quando lo scopo dei nostri programmi è a favore della collettività, nulla ci impedisce di affidarci a qualcuno che lo sublimi, pur improntando l’attività sulla cosiddetta mentalità imprenditoriale. Ecco come nasce l’esigenza di dar spazio, da qualche decennio a questa parte, a una nuova figura professionale, ancora poco conosciuta, che unisce le strategie che le aziende attuano nel Secondo Settore, agli obiettivi che si pone il Terzo. Si tratta del Progettista Sociale, un professionista che si occupa, per conto di un’organizzazione, di ideare, pianificare e gestire, lungo tutto il percorso necessario, progetti di intervento sociale e socio-sanitario. Ma chi è e cosa fa concretamente il Progettista Sociale? Ce lo spiega Antonio Finazzi Agrò, fondatore e Presidente dell’Associazione Italiana Progettisti Sociali.   


Chi è il Progettista Sociale? Quali sono le sue competenze e che ruolo svolge o potrebbe svolgere?

Il progettista sociale è una figura relativamente nuova nel panorama delle professioni sociali. In realtà se ne parla dagli anni ‘70, da quando furono introdotti nella cooperazione allo sviluppo i primi modelli metodologici di intervento (in particolare il modello del Ciclo di Vita di Progetto) a seguito dei fallimenti registrati dai grandi programmi di cooperazione internazionale.
Anzitutto devo dirti che del progettista sociale si sa poco. Ne sanno poco le organizzazioni e, talvolta, perfino chi esercita come progettista sociale ha una debole “autocoscienza” professionale. Diciamo che, normalmente, è visto come uno che si occupa di scartoffie per accedere a contributi pubblici e privati. In pratica una specie di esperto di finanziamenti al Terzo Settore. Noi crediamo che questa visione è estremamente riduttiva, e indebolisce tutto il nostro settore, che invece ha un estremo bisogno di seria “progettazione sociale”. Per dirti chi è il progettista sociale utilizzo, semplificandola un po’, la definizione che abbiamo adottato nel nostro Codice di Condotta Etico e nella elaborazione di quello “standard” su cui stiamo lavorando insieme ad UNI (Ente Italiano di Normazione) ed altri attori nazionali, tra cui Forum del Terzo Settore e Ministero del Lavoro, per giungere alla prima “Norma Tecnica sulla professione”. Il progettista sociale è quel professionista che si occupa, per conto di un’organizzazione, dell’ideazione, pianificazione, gestione, controllo e monitoraggio, valutazione e rendicontazione di progetti di intervento sociale e socio sanitario. Dunque non solo “scrittura” del progetto, ma anche e tanto più gestione e valutazione dell’intervento. Esattamente come il project manager in ambito aziendale. Con in più una caratteristica: la progettazione sociale investe sempre un “interesse generale”, qualunque sia il suo settore specifico di intervento. Si fa progettazione sociale anche quando ci si occupa di cultura, o di scuola, o di formazione, o, addirittura, di ambiti estremamente settoriali come l’agricoltura, la ricerca scientifica o il progresso tecnologico, ogni qual volta si punta al miglioramento e cambiamento da imprimere a quei complessi mondi di vita che sono le società e i contesti in cui queste si manifestano. Non è un caso che la progettazione sociale molto spesso si collega alle agende istituzionali europee, nazionali, regionali, locali: è una sorta di “braccio operativo”, di cinghia di trasmissione che trasforma in azioni concrete gli obiettivi e le priorità che una collettività si pone.

Quali sono gli scopi dell’Associazione Italiana Progettisti Sociali? Come si può sostenervi concretamente?

APIS, che è un acronimo un po’ meno cacofonico di Associazione Italiana Progettisti Sociali. Si tratta prima di tutto, anzi, direi esclusivamente, di una comunità professionale, che ha lo scopo di favorire lo scambio tra colleghi, la costruzione di un’identità comune, la riflessione sul proprio lavoro e la formazione lungo tutto l’arco della carriera. Spesso capita di essere contattati da enti e singoli che ci chiedono consulenza, e ogni volta dobbiamo chiarire che non siamo una società di consulenza, che non facciamo progettazione sociale in conto terzi e che non svolgiamo alcuna attività commerciale, perché siamo una non profit costituita da persone – i progettisti sociali – al servizio di queste stesse persone. È per questo che i nostri “servizi” sono gratuiti o quasi: ci basiamo essenzialmente sul volontariato professionale, perché crediamo che una grande risorsa, senza la quale il nostro lavoro quasi non può essere svolto in modo serio, è proprio la generosità professionale. Quella generosità che ci porta a non essere gelosi dei nostri saperi, delle nostre acquisizioni, delle nostre specificità, ma, anzi, a volerli comunicare e diffondere il più possibile, perché, in fondo, crediamo che servano alla società… se ci pensi, siamo un po’ il contrario di un ordine professionale!
Come aiutarci? Beh, la nostra storia lo dice da sè: APIS nasce dalla generosità di alcuni colleghi esperti di altri settori, oltre che del Terzo Settore, che hanno messo a disposizione gratuitamente le proprie competenze, e che da anni svolgono volontariato come docenti in ogni nostro corso. Un altro modo per aiutarci è diffondere la nostra missione, farla conoscere, sostenere il più possibile il nostro modello di agire sociale attraverso la comunicazione, proprio perché si condivide che non è un cambiamento che serve a noi, ma è, invece, orientato all’interesse generale.

Che ruolo gioca la formazione nella figura del Progettista Sociale? Qual è la vostra offerta formativa?

Abbiamo tre modalità di offerta formativa. C’è anzitutto quella che noi chiamiamo la “Formazione base”: un ciclo intensivo di 40 ore che organizziamo una volta l’anno, con costi il più bassi possibile, per non discriminare l’accesso dei partecipanti (non tutti hanno alle spalle grandi organizzazioni che possono sostenere investimenti formativi). È una sorta di porta di ingresso in cui costruiamo lo strumentario fondamentale della progettazione sociale e introduciamo alla professione soprattutto i nuovi. Molti nostri soci vengono proprio da quest’esperienza. Poi c’è la formazione continua su temi specializzati, che noi chiamiamo “pomeriggi di studio”: brevi seminari su tematiche specifiche o di particolare attualità, che durano più o meno un’ora e che consentono un aggiornamento continuo. Sempre più organizziamo questi eventi in streaming, perché i nostri soci sono in tutta Italia. Ma cerchiamo di organizzarli con un gruppo fisico presente, perché teniamo moltissimo all’aggregazione a allo scambio tra i partecipanti. Infine stiamo per lanciare una terza modalità, la “sala virtuale del mentoring”, un momento fisso nel mese di scambio in streaming tra un gruppo di soci più giovani e un socio più esperto, nel quale i “junior” possono avere un confronto sui temi che in quel momento affrontano, magari per la prima volta.

Facciamo un bilancio del percorso intrapreso dall’APIS: quali sono gli obiettivi raggiunti con successo? E quali le difficoltà che incontra quotidianamente?

Non è facile tracciare un bilancio realistico. Personalmente non appartengo alla categoria dei Presidenti “trionfalistici”, non mi piacciono le autocelebrazioni, preferisco essere critico e credere che si sarebbe sempre potuto fare di più e meglio. Aiuta a crescere. Ciò nonostante ci sono delle cose di cui siamo particolarmente contenti. In questi anni (abbiamo appena compiuto sei anni, vuol dire che siamo pronti per la scuola primaria!) l’Associazione è molto cresciuta numericamente, ma, soprattutto, si è distribuita territorialmente. Siamo cento soci presenti in tredici regioni, cioè praticamente sull’intero territorio nazionale. Quest’anno si sono costituiti due coordinamenti locali, uno a Roma (APIS Roma) e uno in Lombardia (APIS Lombardia), e un altro si sta costituendo in Emilia Romagna. È un fatto importante, perché puntiamo a un modello diffuso e basato sull’interazione e lo scambio personale tra i soci, possibile solo a livello di territori. Poi quest’anno più del 70% dei nostri soci ha rinnovato la propria iscrizione. Ogni anno bisogna versare la quota e per noi è un importantissimo momento di verifica. Non si tratta di una gran cifra, ma essere disposti a versarla facendo la “fatica” del bonifico ci dice quanto i soci sentono di appartenere all’Associazione e si sentono legati. Se poi ci guardiamo indietro, ci accorgiamo di aver formato almeno settecento colleghi in tutta Italia, che significa aver condiviso un modo davvero nuovo di lavorare e immaginare la progettazione sociale. Poi ci sono tutti gli episodi virtuosi, quasi personali, di scambio, solidarietà professionale, mutuo sostegno. Potrei citarti decine di casi, capitati a me e ad altri soci. Davvero c’è da essere orgogliosi ad appartenere ad APIS!
Le nostre difficoltà? Direi che sono il riflesso delle nostre virtù. Il fatto di basarci esclusivamente sul volontariato professionale, in un quadro di attività e veri e propri servizi, ormai abbastanza articolato, comporta un grande sforzo e un grande impegno. A volte non vedo l’ora di passare il testimone come Presidente Nazionale. Se c’è una cosa che desidero è una maggiore partecipazione dei soci. Mi piacerebbe che davvero il più gran numero possibile di soci si sentisse e si coinvolgesse non solo come “percettore” di servizi, ma anche come protagonista della vita associativa, come volontario e promotore, insomma, per come sa e può. Poi c’è la grande sfida: essere un’Associazione Nazionale non è facile, raggiungere tutti nello stesso modo e garantire le stesse opportunità. Lo streaming dà una mano, ma lo scambio fisico è sempre un’altra cosa. Per questo crediamo nel modello dei coordinamenti territoriali; per ora ne abbiamo due, quasi tre, ma dobbiamo crescere molto. Ci occorrono referenti territoriali!

Raccontaci quali sono i progetti in cui siete attualmente impegnati e quali sono i vostri programmi per il futuro.

Indubbiamente il progetto più bello e ambizioso in questo momento è arrivare alla prima Norma Tecnica, in Italia e in Europa, sulla progettazione sociale. Nessuno lo ha mai fatto, sarebbe davvero un grande contributo alla comunità. È una possibilità che ci dà la Legge n. 4 del 2013, che riconosce le professioni non regolamentate da Ordini Professionali e il ruolo delle Associazioni Professionali nell’organizzare e codificare la professione. Stiamo lavorando con UNI, l’Ente Italiano sugli standard professionali di cui siamo soci dal 2014, e con attori importantissimi come Forum del Terzo Settore, ISFOL, Ministero del Lavoro. Tra l’altro questo percorso si sta rivelando incredibilmente fruttuoso, perché ci consente un confronto diretto con i soggetti che regolano la nostra professione. Era quello che sognavamo quando ci costituimmo nel 2009. Meglio di così…

Se continuiamo a lavorare con questa serietà e assiduità credo che nel 2016 la prima norma tecnica sulla professione, cioè il primo serio strumento di inquadramento e codifica “pubblica” del nostro lavoro, fatto insieme ai suoi principali portatori di interesse, sarà realtà. A quel punto non avrai bisogno di farmi un intervista per sapere chi è e cosa fa il progettista sociale!

www.progettistisociali.it

mercoledì 15 luglio 2015

Letizia Marcantonio: mia figlia, Rossana Wade, voleva diventare una poliziotta


Di femminicidio si moriva anche prima che inventassimo una parola nuova, nella speranza di smuovere le coscienze. E, purtroppo, si continua a morire ancora oggi.
È il 2 marzo 1991 e Rossana Wade ha diciannove anni quando il suo fidanzato, Alex Maggiolini, allora ventenne, le toglie la vita, strangolandola brutalmente, e abbandona il suo corpo in un casello ferroviario in disuso, ormai demolito.
Rossana è una ragazza solare e premurosa, piena di sogni da realizzare, tra i quali spicca quello di diventare poliziotta e fare della giustizia sociale una missione. Forse Rossana è venuta a conoscenza di alcuni aspetti della vita del suo fidanzato che l’hanno spinta a lasciarlo e lui non ha accettato la cosa, perdendo il controllo, fino all’omicidio?
Alex Maggiolini viene condannato a trentun anni di carcere, ma, tra sconti di pena e attenuanti, ne trascorre in prigione solo dodici e ora vive con la sua famiglia non lontano dalla casa di Letizia Marcantonio, la madre di Rossana. Da quasi venticinque anni, ormai, Letizia grida il proprio dolore per la perdita ingiustificabile di una figlia così giovane e il proprio sgomento per una giustizia incompiuta, che sembra inerme e ancora non è riuscita ad assicurare alla sua famiglia neppure il risarcimento dovuto.

Chi era Rossana? Quanto spesso pensi a lei?

Rossana era la seconda di tre figli. Era una ragazza instancabile e premurosa. È impossibile non pensare a lei e al suo sorriso. È sempre nel mio cuore, ogni istante e vado spesso a portare dei fiori dove adesso giace. Rossana era amichevole e gentile con tutti: si faceva voler bene e aveva una grande fiducia negli altri. Era solare e ottimista di natura. Amava tanto gli animali! Ricordo che, all’epoca avevamo decine e decine di conigli e lei aveva messo un nome a ciascuno. Si prendeva sempre cura di loro e pure dei cani e dei gatti.
Anche a scuola si impegnava molto, era brava e studiosa e aveva il sogno di diventare una poliziotta, ma, purtroppo, non ha avuto la possibilità di realizzarlo, perché sarebbe stata una professione scomoda per chi le ha tolto la vita in un modo indegno. Io ero tanto contenta delle aspirazioni di mia figlia, ma l’uomo del quale Rossana si era innamorata e di cui si fidava me l’ha portata via il giorno che lei ha compiuto diciotto anni e da quel momento tutto è cambiato. È stato lui, probabilmente invischiato in traffici illeciti e pericolosi, che l’ha uccisa, togliendole la possibilità di realizzare tutti i suoi sogni.
Quando lui, non voglio nemmeno chiamarlo per nome, ha portato via Rossana, convincendola ad allontanarsi insieme, l’ha tenuta nascosta per una settimana. Neanche i suoi genitori volevano aiutarmi a cercarli. Poi Rossana ha deciso di tornare, ma è andata ad abitare col padre, il mio ex marito, e veniva a trovarmi spesso. Io e lei non abbiamo mai litigato, ma lui ha cercato di mettermela contro in tutti i modi; non mi sopportava perché io e Rossana eravamo molto unite e io la facevo riflettere, dicendole di stare attenta. Forse Rossana deve aver scoperto qualcosa sul suo conto e voleva lasciarlo, ma non ha fatto in tempo, perché lui, pochi mesi dopo, l’ha attirata in una trappola e, alla fine, l’ha uccisa.


Ti sei mai chiesta come mai questa tragedia è accaduta proprio a Rossana e alla vostra famiglia?

È stato un fulmine a ciel sereno, come si dice. Non avrei mai potuto immaginare che ci accadesse una cosa del genere. Rossana aveva una vita da vivere e tanti sogni da realizzare. Ancora fatico a credere che tutto questo non accadrà mai a causa della mano assassina di qualcuno. È qualcosa del quale non ci si può fare una ragione. Tutto è cambiato radicalmente da allora e non tornerà mai più come prima: questa, purtroppo è l’unica certezza che ho.

Pensi che abbiate ricevuto giustizia? Come si fa a non essere solo arrabbiati per l’accaduto?

Io non credo che abbiamo ricevuto giustizia, perché gli assassini non devono avere né sconti, né privilegi, come invece è accaduto nel nostro caso. Per questo sono arrabbiata e non potrei essere altrimenti! Il carnefice di mia figlia aveva avuto una condanna a ben trentun anni di carcere, ma gliene sono stati scontati otto, perché era incensurato e, successivamente, altri otto per le attenuanti. In più gli sono stati tolti tre mesi per ogni anno di detenzione per buona condotta. In questi casi non dovrebbero esistere le attenuanti o gli sconti di pena, per nessun motivo. Alla fine è rimasto in carcere poco più di dodici anni. Ma mia figlia quali sconti ha avuto? Lei la sua pena l’ha pagata con la vita. Possibile che Rossana valesse così poco per la Giustizia Italiana?
Dopo il processo e la condanna, è stato stabilito che noi avessimo diritto a un risarcimento, anche per sostenere tutte le spese, che ancora non ci è stato dato. Dopo quasi venticinque anni dalla morte di mia figlia, ancora dobbiamo andare in tribunale per reclamare i nostri diritti. Perché nessuno se ne occupa?

In questi anni qual è stato il momento più difficile, in cui hai creduto di non farcela?

Rossana mi manca tanto. Sopportare la sua assenza, sapendo che non potrò più averla con me e non potrò vederla diventare donna e realizzare i suoi sogni è la cosa più difficile da sopportare, per cui ogni giorno è sempre più faticoso sostenere questo dolore. Lotterò senza sosta per far conoscere la sua storia e per evitare che si ripeta, ma nulla nella mia vita è più come prima.
L’assassino di Rossana ha scontato la pena e ora è tornato libero e può farsi la sua vita, mentre a mia figlia tutto questo è stato negato per sempre. È davvero arduo superare questa sofferenza così profonda.

Quali sono stati, in questo lungo periodo di dolore, i cinque minuti di felicità che ti hanno permesso di andare avanti?

Gli altri due figli che ho sono la mia ragione di vita, ma anche loro hanno sofferto tanto per questa vicenda. Sentono costantemente la mancanza della sorella e tutte le vicende giudiziarie connesse, che ancora ci costringono a presentarci in tribunale, quasi a elemosinare ciò che ci spetta di diritto, ci stanno sfinendo. Questa mala giustizia ci fa stare peggio! Per questo siamo sempre in prima fila e in piazza per far sentire la nostra voce. Mia figlia non è nata e cresciuta per essere uccisa in questo modo e vorrei tanto che le cose cambiassero e che in futuro nessun’altra madre debba piangere la sua creatura assassinata.
È importante che ci sia certezza della pena, senza sconti, né privilegi e che i condannati lavorino in carcere per poter dare il giusto risarcimento, anche economico, alle famiglie delle vittime. Migliaia di donne vengono uccise ogni anno da uomini crudeli e dobbiamo fare di tutto perché questo fenomeno scompaia. Questi uomini che sono così vigliacchi da maltrattare e poi uccidere le proprie donne dovrebbero ricordare che è stata una donna a metterli al mondo. Questa ricerca di equità per tutto il genere umano mi dà la spinta per continuare a lottare. Dov’è la vera Giustizia? I miei figli, tutti e tre, saranno sempre e comunque la gioia della mia vita.