domenica 12 aprile 2015

Alessandro Cascio: come si diventa Investigatore Privato


Aspiranti Sherlock Holmes nostrani, se credete che per diventare un buon investigatore privato in Italia vi basti iniziare a fumare la pipa, esclamando elementare Watson, l’intervista che segue fa proprio al vostro caso. Sarà Alessandro Cascio, investigatore privato dalla carriera esemplare e oggi titolare della Demetra Group e Segretario Nazionale dell’APIS, Associazione Professionale del settore, a spiegarci come, in questo mestiere, non ci sia nulla di elementare. Quindi posate l’impermeabile nell’armadio e preparatevi a tanto studio e tanta pratica sul campo, ma solo dopo aver letto attentamente quanto segue…

Quella dell’investigatore privato è una figura che gode di un fascino particolare, alimentato dal cinema e dalla letteratura. Ma chi è realmente l’investigatore privato in Italia? Quali sono i requisiti richiesti e di cosa può occuparsi? Cosa è cambiato dopo la riforma legislativa del 2010?

La professione dell’investigatore privato è ricca di significati stereotipati e di rado si attua con l’espletamento di incarichi rocamboleschi come vorrebbe l’immaginario collettivo. Oltre ai requisiti previsti dalla norma vigente egli deve avere, non dimenticatelo, doti imprenditoriali, perché un’agenzia investigativa è un’impresa commerciale a scopo di lucro. La riforma attuata con il D.M. 269/2010 prevede che l’aspirante abbia una laurea triennale (a scelta tra Giurisprudenza, Psicologia a Indirizzo Forense, Sociologia, Scienze Politiche, Scienze dell’Investigazione o Economia) ed abbia svolto un periodo di tre anni alle dipendenze di un istituto di investigazioni private (un vero e proprio praticantato svolto presso un investigatore privato esercente l’attività da almeno cinque anni e con esito positivo debitamente attestato).
Rispetto a prima le autorizzazioni prefettizie, cosiddette licenze, permettono agli investigatori privati di svolgere la loro attività su tutto il territorio nazionale e di utilizzare sistemi di pedinamento elettronici (GPS). Gli atti atipici denominati “appostamenti” e “pedinamenti” sono stati esplicitamente riconosciuti e autorizzati dal nuovo impianto normativo e si è data, finalmente, una legittimazione anche ai collaboratori e dipendenti, un tempo figura ibrida.
Le attività permesse sono, in estrema sintesi, le indagini in ambito privato, aziendale, commerciale (antitaccheggio), assicurativo, difensivo (sfera penale), ma anche, per esempio, la security nelle discoteche.
La realtà è che le attività prevalenti degli investigatori privati nostrani sono e restano le indagini afferenti il “diritto di famiglia”, con particolare riguardo per la verifica della fedeltà del partner.

Sappiamo che all’estero le cose sono ben diverse, soprattutto nei Paesi che abbracciano un sistema legislativo di stampo anglosassone: quali sono le principali differenze, secondo la tua personale esperienza?

In Europa esistono norme, purtroppo, dissimili che regolamentano la figura dell’investigatore privato e si sente l’esigenza, più che mai, di uniformarle, in ossequio, del resto, ad una direttiva in vigore sin dalla fine del 2007 sulle “professioni regolamentate”. In Inghilterra, per esempio, non esiste alcuna licenza per emulare Sherlock Holmes, ovvero per cimentarsi nelle investigazioni private ed io penso che sia la strada più giusta. Liberalizzare le professioni coincide, oltretutto, con l’orientamento europeista. Per restare nel Regno Unito è prevista, invece, una licenza specifica per fare la guardia del corpo (close protection), attività da noi assolutamente vietata, e da qui si comprende come il nostro ordinamento sia, a riguardo, arcaico e obsoleto.

In tanti anni di professione di cosa ti sei occupato principalmente? Chi sono stati i tuoi maestri e contro quali ostacoli ti sei imbattuto? Raccontaci un aneddoto o un episodio che è rimasto scolpito nella tua memoria.

La mia esperienza investigativa è stata, credo, differente da quella dei miei colleghi, in quanto ho lavorato prevalentemente per le altre agenzie investigative e pochissimo per clienti privati, così come testimonia il “registro degli affari” della Demetra Investigazioni, agenzia di cui sono stato titolare dal 2004 al 2009 prima di trasferirla all’estero. Questo mi ha permesso di collaudarmi in indagini particolari e di una certa complessità. Prima di allora il mio praticantato, durato ben cinque anni, al servizio delle più affermate agenzie investigative del capoluogo piemontese, mi ha permesso di acquisire i rudimenti. In seguito mi sono specializzato soprattutto come autodidatta, spinto e sostenuto dalla passione, dall’ostinazione e dall’esigenza inesauribile di documentarmi a fondo su ogni aspetto delle indagini che mi venivano assegnate.
Gli ostacoli sono rappresentati dalla legge italiana che non concede alcuno strumento al detective, mettendolo alle strette e, spesso, obbligandolo a commettere imprudenze, per non dire reati, pur di ottenere le informazioni che gli occorrono.
Gli aneddoti e i ricordi sono moltissimi. L’intervista che feci a due sorelle ripetutamente violentate rispettivamente dal padre e dallo zio mi rimase molto impressa per la drammaticità dei fatti. Anche un altro caso di pedofilia in cui il soggetto corteggiava le compagne di classe della figlia all’interno di un maneggio rimane tra i miei ricordi più vivi. Storico un pedinamento condotto con due auto e quattro agenti che ci portò dal Piemonte alla Calabria senza mai perdere il soggetto ed evitando che questi si accorgesse di noi. O un rintraccio all’estero risolto con due telefonate. Commovente il ricongiungimento di due fidanzatini in lite dove lei, malata terminale, chiedeva di trascorrere l’ultimo capitolo della sua vita in compagnia del suo innamorato e noi, vestendo le parti del suo medico curante convincemmo il fidanzato ad attuare quello che si potrebbe definire un riavvicinamento terapeutico.
E sono davvero tanti altri gli episodi interessanti, anche divertenti, che vorrei raccontarvi: ancora uno, suvvia! Non riuscivo a fotografare una coppia di giovani amanti a passeggio in una via pedonale affollata, durante una serata estiva afosa. Uscii allo scoperto con tanto di reflex e teleobiettivo. Li misi in posa qualificandomi come un fotografo che stava sperimentando una particolare pellicola e, con la scusa di regalare loro un poster, ottenni anche dati anagrafici, indirizzi, ecc. e delle foto, naturalmente, eccezionali! Quando le consegnai all’agenzia che mi aveva commissionato l’indagine la titolare non volle credere ai propri occhi!


Sei tra i soci fondatori dell’APIS, Associazione Professionale Investigazioni e Sicurezza: di cosa vi occupate principalmente e quali sono i vostri obiettivi futuri? Che ruolo svolgono queste Associazioni sia nei confronti dei professionisti, che dei consumatori o degli appassionati?

L’APIS è la prima, e per ora l’unica, associazione professionale (da distinguersi dalle associazioni di categoria), che riunisce e rappresenta professionisti appartenenti al settore delle investigazioni e della security, nel rispetto della Legge n. 4 del 14/01/’13.
Essa ha diverse finalità tra cui perseguire rivendicazioni nell’interesse delle categorie rappresentate, proporre modifiche legislative per migliorare l’attuale quadro normativo, certificare i nostri associati per validarne la professionalità e sottoporli ad un aggiornamento costante per valorizzare le loro competenze.
Rispetto ai consumatori li orientiamo a scegliere professionisti affidabili e mettiamo a loro disposizione uno sportello reclami per dissipare eventuali controversie con i nostri tesserati osservando, così, anche il Codice del Consumo.
Tra gli appassionati raccogliamo gli studenti di determinate facoltà quali soci simpatizzanti, affinché maturino una coscienza adeguata alla complessità dei problemi inerenti queste professioni, attraverso il confronto e il dibattito con i veterani del settore.

Cosa consiglieresti a un giovane che oggi, in Italia, volesse realizzare il sogno di diventare investigatore privato? Quali potrebbero essere le attuali prospettive? Aiutaci a sfatare qualche mito, ma non troppo!

L’imprenditoria nel nostro Paese è in agonia e le agenzie investigative non sono immuni da questa crisi devastante. Chi volesse intraprendere codesta professione è un coraggioso perché deve aprirsi una partita iva, non per altre ragioni! Le prospettive dipendono, in larga misura, dal decisore politico che monopolizza il nostro ed il vostro futuro. Se proprio non ne potete fare a meno, per diventare un buon detective tenete conto che occorrono molti anni di umile e attento apprendistato, forgiandosi con un esperto, e trovarne in giro non è facile! Serve, inoltre, tanta esperienza pratica evitando, però, di cedere all’improvvisazione e di condurre le indagini solo applicando il metodo empirico e affidandosi unicamente al proprio intuito.
Buona fortuna!

www.associazione-professionale.org

www.demetragroup.it



venerdì 10 aprile 2015

“Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce” di Pino Nazio


È il primo giugno del 2001: Serena Mollicone, una diciottenne dal sorriso solare e dall’indole generosa, scompare senza lasciare traccia da Isola Liri, un piccolo paese del frusinate poco distante da Arce, cittadina d’origine della ragazza. Il suo corpo senza vita viene ritrovato due giorni dopo da una squadra della Protezione Civile nel boschetto di Fontecupa: mani e piedi sono legati con nastro adesivo e fil di ferro e la testa è avvolta in un sacchetto di plastica del supermercato. L’unica ferita presente sul cadavere si trova vicino all’occhio destro ed è stata causata da un colpo violento che però da solo non può essere stato sufficiente a provocarne il decesso. Serena è morta dopo molte ore di agonia e il suo corpo, abilmente manipolato, è stato portato nel bosco dove è stato rinvenuto solo poche ore prima del ritrovamento. Da allora l’assassino e i suoi complici sono rimasti impuniti.
Sono passati ormai quasi quindici anni da questa tragica vicenda e attualmente, nonostante molti sembrino conoscere la verità o esserci arrivati molto vicini, non è stato possibile mettere la parola fine a questo mistero. Nella speranza che la storia di Serena non venga dimenticata, Pino Nazio, sociologo, giornalista e brillante autore televisivo, ripercorre nel suo libro “Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce”, Sovera Edizioni, tutte le tappe della vicenda, purtroppo meno nota di altri casi di cronaca nera che hanno visto coinvolte giovani donne negli ultimi decenni, ma non per questo meno importante.
L’autore, come già sperimentato in sue precedenti opere riguardanti altri noti fatti di cronaca, utilizza magistralmente la tecnica del cosiddetto romanzo-verità, inserendo la cronistoria degli avvenimenti realmente accaduti in una cornice narrativa interessante e ben scritta, che rende la lettura complessivamente meno gravosa e più avvincente. A fare da perno della storia, introducendola e traendo poi le sue conclusioni, è il personaggio di fantasia Jacopo Ammirati, talentuoso giornalista, che, attraverso un suo informatore, entra in contatto con Lucrezia, una donna molto bella che sembra essere assai informata sulla storia di Serena e che consegna a Jacopo un plico contenente un libro da lei scritto sulla tragica vicenda, ma mai pubblicato, perché privo del finale. La parte centrale e più estesa del romanzo è affidata proprio alle pagine di questo libro che Jacopo divora, ripercorrendo tutte le tappe della storia della famiglia Mollicone: il matrimonio felice tra Guglielmo e Bernarda, i genitori di Serena, la nascita delle loro figlie, i problemi di salute di Benarda, l’infanzia di Serena, fino alla scomparsa e al successivo tragico ritrovamento, con tutto ciò che seguì, dalle indagini difficili a causa della presenza di figure controverse che sembravano aver interesse a coprire la verità, fino allo spasmodico, a tratti malato interesse mediatico, al processo, alla riapertura di nuove indagini grazie a un nuovo testimone, che però non hanno avuto risultati. Alla fine di questa narrazione è di nuovo Jacopo a prendere le fila del romanzo, conducendo il lettore verso la sua personale ricostruzione dei fatti, che rispecchia naturalmente l’opinione dell’autore stesso.
Il romanzo, scritto anche grazie al supporto del padre di Serena, Guglielmo Mollicone, e di Maria Tuzi, figlia di Santino, il brigadiere dei Carabinieri di Sora, morto apparentemente suicida nel 2008 e la cui figura fu ricollegata al caso, è steso in modo semplice, diretto, scorrevole. Tanto la parte narrativa, quanto quella di taglio più squisitamente giornalistico, sono declinate in modo tale da tenere alta la tensione, come si richiede a un thriller, e, nello stesso tempo, informare puntualmente su fatti troppo spesso mistificati in passato e sui quali rischiava di cadere l’oblio. Lo stile è pulito, i dialoghi coinvolgenti, la cornice narrativa completamente convincente, per quanto breve. Unica nota negativa: la presenza di qualche refuso di troppo, in qualche caso perfino troppo grave per essere considerato un semplice errore di stampa.
Resta tuttavia all’autore l’insindacabile merito di aver contribuito a tenere alta l’attenzione su un caso di cronaca nera non più recentissimo, ma ancora tutto da definire e che è l’emblema di come non sempre verità e giustizia siano destinate a incontrarsi, nonostante tutti sappiano bene come siano realmente andate le cose. Un libro che racconta la vita è sempre un buon libro.



giovedì 9 aprile 2015

Silvia Mainas e App Scomparsi: sulle tracce di chi scompare


È trascorso quasi un secolo da quando una rubrica della Domenica del Corriere, chiamata Chi l’ha visto?, pubblicava le foto e i dati di alcune persone scomparse e oltre venticinque anni dalla messa in onda della prima puntata dell’omonimo programma di Rai Tre che, ancora oggi, si occupa di tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica sull’allarmante fenomeno degli scomparsi. Dal punto di vista legislativo, negli ultimi anni, sono stati fatti dei passi in avanti per tentare di affrontare il problema in modo più tempestivo e efficace e lo dimostra la creazione di un Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, ma la strada da percorrere è ancora lunga. Perché allora non affidarsi alle ultime tecnologie in grado di contribuire alle ricerche delle persone di cui si sono perse le tracce? Ci hanno pensato i creatori dell’ App Scomparsi, una nuovissima applicazione gratuita e disponibile in tutti gli store, in grado di coniugare l’efficacia del passaparola e la potenza della tecnologia, con la volontà di tutti coloro che vogliano contribuire, attraverso le loro segnalazioni, al ritrovamento di chi è scomparso. Un nuovo strumento decisamente all’avanguardia che permette ai familiari di diffondere i dati e le immagini dei loro cari in tutto il mondo, nel tentativo di accorciare i tempi e affiancare alle indagini degli esperti la collaborazione di chiunque voglia rendersi utile. Ma come funziona l’App Scomparsi? Lo abbiamo chiesto a Silvia Mainas, una delle ideatrici e creatrici di questo ambizioso e innovativo progetto.

Quella degli scomparsi è una questione spinosa che le attuali leggi riescono a dirimere solo in parte: da dove nasce l’esigenza di creare un’App che possa mobilitare più persone possibile a seguire le tracce di chi è scomparso?

L'idea di creare una applicazione di questo tipo nasce dal fatto che la scomparsa di una persona, a parer nostro, deve essere gestita con immediatezza: i minuti e le prime ore sono fondamentali per tracciare un eventuale percorso e agire di conseguenza. Niente può essere più veloce dell'inserire la scheda di uno scomparso sulla nostra applicazione. Avvalersi del GPS, infatti, e cliccare un semplice tasto permette ai familiari di diramare a livello mondiale foto e scheda del proprio caro.
In questi ultimi tempi abbiamo il vantaggio di avere dei cellulari all'avanguardia che ci permettono di cercare qualsiasi cosa: perché non utilizzarli per un fine così sociale, mettendoci a disposizione dei familiari che chiedono aiuto? Inoltre crediamo realmente nella cooperazione di tutti i cittadini e stiamo mettendo nelle loro mani uno strumento efficace. Chiediamo solo che prestino attenzione a chi hanno attorno in modo da poter essere utili. Sono tante le persone che vogliono collaborare, le stesse persone che si adoperano per mettere dei volantini in tante città, che credono nel passaparola sui social: noi gli abbiamo creato un App, devono solo farla entrare nella loro routine giornaliera.

Come vi siete approcciati concretamente a questo progetto? Chi ha collaborato con voi e quali difficoltà avete incontrato lungo il percorso?

Considerando la tematica trattata è stato naturale e corretto adottare un approccio soft, si è iniziato quindi con l’analizzare quelle che sono le leggi in materia, abbiamo contattato il Garante della Privacy e seguito quelle che sono le linee guida per non ledere i familiari e lo scomparso stesso.
Una volta ideato e messo su carta il nostro progetto, abbiamo affidato la nostra idea ad uno sviluppatore di App che ha materialmente creato il prodotto che adesso trovate nei market per Android e Apple Store.
Il punto dolente è la difficoltà che abbiamo trovato e che troviamo tuttora in merito alla pubblicizzazione di AppScomparsi: abbiamo contattato diverse testate giornalistiche e programmi televisivi per attenzionarli sul fatto che esiste una applicazione di questo tipo, ma i riscontri sono stati praticamente nulli. Solitamente quando si parla di tematiche sociali dovrebbe quasi essere automatico divulgare quello che è uno strumento utile a tutta la società, invece sta avvenendo il contrario. Ci teniamo a precisare che senza una divulgazione di massa l'App perde di utilità.

Sappiamo che l’App Scomparsi è scaricabile gratuitamente da tutte le piattaforme sui nostri smartphone: quali sono le sue principali funzioni?

Abbiamo studiato attentamente ogni singola parte che compone questo applicativo, la funzione innovativa è indubbiamente quella denominata 'Intorno a me'. Qualora nel raggio di qualche chilometro dal posto in cui ci troviamo sia appena stato avvistato uno scomparso, riceveremo una notifica quale implicito invito a tenere gli occhi aperti.
Ovviamente non abbiamo tralasciato un aspetto prettamente tecnico, ossia la facoltà dell'utente che utilizza l'App di attivare e disattivare la geolocalizzazione in modo da poter controllare i consumi della propria batteria.
Ma continuiamo a credere che la vera innovazione è l'immediatezza che si ha nell'inserire una scheda che in pochi minuti potrà essere visibile in tutto il mondo.

Facciamo un bilancio dei primi mesi di attività: quali riscontri avete avuto finora? Raccontateci un episodio significativo che vi ha dato conferma di stare perseguendo la strada giusta.

Ci piacerebbe affermare che grazie ad AppScomparsi si sia riusciti a localizzare uno scomparso ma proprio come detto inizialmente, l'App deve essere divulgata in modo più massivo per poter raggiungere questo risultato.
Abbiamo un appoggio morale significativo da parte dei familiari delle persone scomparse, che ci esortano a pubblicizzare il più possibile questo strumento. Anche le persone a cui non è scomparso un caro, ma che ruotano attorno a questa tematica sociale, si complimentano per la nostra idea e in attesa che l'App diventi virale, ci auspichiamo di raggiungere l'obbiettivo prefissato ossia trovare, in tempi rapidi, la persona scomparsa.

Un aiuto concreto per sostenere le famiglie degli scomparsi, ma anche un mezzo per tenere alta l’attenzione di tutti su questo fenomeno: quali sono i vostri obiettivi futuri in una società dominata dai Social Network?

Gli ultimi dieci anni sono stati molto significativi dal punto di vista tecnologico: grazie ai Social Network si sono raggiunti grandi obbiettivi. Il ritrovamento stesso delle persone scomparse sta diventando prioritario per Facebook e Twitter, questo ci dimostra che le persone chiedono aiuto, hanno speranza e credono fortemente che dietro un monitor ci sia qualcuno pronto a rendersi utile.
Stiamo percorrendo la strada giusta, le persone devono affidarsi alle altre persone: dove non arrivano gli occhi del familiare devono arrivare gli occhi dei cittadini e solo in questo modo si potranno ritrovare i propri cari.
AppScomparsi ha un ruolo fondamentale in tutto questo, in quanto permette una segnalazione assolutamente anonima e immediata. Pensiamo a chi viaggia spesso, a chi lavora in luoghi dove c'è sempre tanta gente: questi cittadini dovranno solo prendere il cellulare in mano, scorrere le schede inserite e prestare attenzione. In un attimo potrebbero cambiare la vita di quelle famiglie che rimangono sospese, in attesa di una risposta.


mercoledì 18 marzo 2015

Roberta Maola: Dissonanze artistiche


Le riflessioni di un’artista dal temperamento unico: Roberta Maola. In occasione della sua prima Mostra personale, che si inaugurerà sabato 21 marzo, alle ore 18, presso l’ABC art Gallery di Roma, le abbiamo voluto lasciare carta bianca: saranno le sue stesse parole a condurvi in un viaggio nel cuore di una donna che ha voluto dedicare la propria vita interamente all’arte, con coraggio e determinazione, contro gli ostacoli del tempo e della società. Un flusso di coscienza fatto di assonanze e dissonanze, ragione e sentimento, culla delle scelte che rispecchiano il vero valore di questa storia unica.

“A volte mi capita di riflettere sulle mie scelte di vita, come se stessi dialogando con me stessa. Mi interrogo sulla decisione di lasciare un lavoro normale, riconosciuto e regolarmente retribuito per lanciarmi nella sfida di intraprendere un percorso professionale totalmente diverso in età già adulta, ripescando oggi quella passione lontana, scoperta nell’adolescenza, coltivata con sacrificio negli anni della scuola superiore e che per lungo tempo si è limitata a fare capolino quando inaspettatamente mi concedevo l’opportunità di un contatto più autentico con me stessa o con le persone a me care.
I dubbi sono tanti e da un punto di vista razionale le risposte sembrano essere poche e non del tutto convincenti. E allora mi guardo allo specchio, faccio l’inventario del tempo trascorso, e i pensieri negativi sembrano prendere il sopravvento: le difficoltà economiche e quel senso del dovere con il quale ognuno deve scendere a patti.
Si insinua il dubbio di essere ormai inadeguata ad affrontare un mondo, quello dell’arte, molto cambiato negli ultimi anni, cambiamenti che sembrano rendere l’uso delle tecniche classiche anacronistiche, soppiantate dall’applicazione delle nuove tecnologie alle arti visive. Ho ritrovato un ambiente in cui tutti potenzialmente possono definirsi artisti e, attraverso la forza divulgativa dei nuovi media, conquistarsi ben più di quel quarto d’ora di notorietà che Warhol preconizzava tutti avrebbero conquistato nell’era contemporanea.
La difficoltà di ritagliarsi un proprio spazio di originalità creativa e un pulpito, non per imporsi, ma semplicemente per esistere, per far conoscere le proprie opere ed essere riconosciuta, piuttosto che autodefinirmi, artista. La difficoltà di concedersi l’opportunità di lasciare un segno nel mondo dell’arte.
Come spesso accade quando pensiamo troppo e i pensieri si intrecciano su loro stessi, ci viene in soccorso il confronto con la realtà, la quale, a saperla guardare bene, si mostra più rassicurante delle nostre fantasie: i tanti amici che mi sono sempre stati vicini fisicamente ed emotivamente, è stata davvero una grande soddisfazione vederli passare dal tifo partigiano, allo stupefatto riconoscimento di una cifra artistica inaspettata, i tanti appassionati ed esperti d’arte che si sono interessati al mio lavoro riconoscendo in esso qualcosa di più del semplice esercizio estetico, gli artisti che hanno voluto fare un pezzo di percorso insieme a me, anche accostando stili molto differenti come a ricordare a tutti noi che i linguaggi dell’arte sono infiniti o almeno tanti quanti sono i mondi che raccontano.
Un piccolo esercito di persone che mi hanno aiutato a sopire l’insistenza dei miei pensieri negativi e guardare con prudente fiducia al mio percorso...”


 www.robertamaola.it

lunedì 16 marzo 2015

Antonio Finelli: documentatore di corpi e anime

I suoi autoritratti raccontano storie che nemmeno il più talentuoso dei poeti riuscirebbe a cantare con tanta maestria: Antonio Finelli è un giovane e brillante artista di fama internazionale, che sta esponendo in tutto il mondo. Alla continua ricerca della perfezione del dettaglio, Antonio studia da sempre l’evoluzione dei corpi, per rivelare ciò che, solo in punta di matita, si riesce a cogliere, lasciando lo spettatore letteralmente senza fiato. Dal 18 marzo in mostra con “L’illusione del corpo”, presso la Galleria “Aratro”, nell’Università degli Studi del Molise, Antonio ci ha svelato in esclusiva i segreti della sua arte.

Capelli bianchi e rughe: i soggetti che prediligi saltano subito all’occhio. Come li scegli e che emozioni vuoi suscitare nel tuo pubblico?

I miei soggetti li ricerco nel quotidiano. Spesso mi capita di conoscere e incontrare delle persone e in base alla loro conoscenza e al loro vissuto scelgo o meno di realizzare un disegno. La mia scelta di collaborare con persone che hanno un vissuto sulla loro pelle è dovuta al fatto che sono continuamente ossessionato del mutamento del corpo attraverso il tempo. Infatti nei miei disegni non amo rappresentare la vecchiaia in quanto tale, sono attratto piuttosto dal passaggio per arrivare ad essa! Sono fortemente innamorato del corpo, soprattutto della pelle, lo strato più esterno, che assorbe e registra tutte le informazioni intorno a noi, e in particolare della sua evoluzione e trasformazione attraverso l’età. Sono incuriosito da tutti quei segni, linee, punti che impreziosiscono la nostra cute con lo scorrere degli anni e che testimoniano il passaggio della vita dell’individuo.

Tutto sembra venire dalla punta della tua matita: che artista sei? Quali tecniche preferisci?

Io mi definisco più che un artista un documentatore, in quanto il mio obbiettivo non è tanto quello di realizzare un bel disegno, quanto più quello di documentare un cambiamento: l’evoluzione del corpo. Per fare questo lavoro mi servo degli strumenti a me più congeniali: matite ben appuntite, gomme e lenti di ingrandimento per poter scorgere e rappresentare tutti i segni sulla pelle, centimetro per centimetro.

La tua cura per i dettagli e, talvolta, la voluta assenza di essi, non fanno sentire affatto la mancanza dei colori: ogni opera è un autoritratto, perché? Parlaci dei tuoi percorsi e di dove ti stanno conducendo.

Come ogni artista ha una sua evoluzione, anche io sono partito da un tipo di prodotto che, man mano, si sta modificando per arrivare a diventarne un altro. I miei primi lavori erano dei visi ben definiti e curati in ogni singolo dettaglio, adesso le mie immagini stanno diventando sempre più svuotate, angoscianti e alienanti. Credo che in questo modo emerga meglio la tematica della pelle e dei suoi cambiamenti. Non mi interessa il nome della persona o la sue origini, ma la sua pelle e il segno del tempo impresso su di essa: per questo do un titolo uguale a tutti i miei lavori.

Esponi molto sia in Italia, sia all’estero: con quali realtà ti sei confrontato nella tua carriera? E che differenze hai trovato fra il bel Paese e il resto del Mondo? Si può ancora vivere di arte?

Penso che il lavoro principale di un artista sia soltanto quello di produrre Arte. Se le mostre ci sono è un bene, ma non deve essere l’esigenza principale dell’artista e nemmeno deve essere lui a preoccuparsi di esporre, ma gli altri a chiedergli di partecipare a una mostra. Lo stesso vale anche per la vendita delle opere. Più la figura dell’artista sta lontano dal mercato dell’Arte e dai circuiti che gli girano attorno e meglio è: a ognuno il proprio lavoro.

Chi sono stati i tuoi maestri? E chi sono gli artisti, del tuo tempo o di epoche passate, dai quali hai tratto maggior insegnamento nel corso della tua carriera?

Durante la mia formazione in Accademia di Belle Arti a Roma ebbi la fortuna di conoscere e appassionarmi all’Arte di Giuseppe Penone, noto esponente dell’Arte Povera, il quale, nei suoi lavori giovanili (Svolgere la propria pelle, 1970) riproduceva, su grandi pareti, tutti i segni presenti sulla sua pelle. I suoi lavori apparivano come grandi cartine geografiche, assai distanti dal realismo, ma, al tempo stesso, carichi di tanta forza emotiva. Penone con i suoi grandi disegni ha cercato di trasmettere al fruitore un messaggio ben preciso: le molteplici informazioni assimilate dalla pelle durante il percorso degli anni. Questa tematica è stata di forte stimolo alla mia ricerca.




martedì 10 marzo 2015

Adriana Assini: storia di Donne, Veleni e Giustizia


Scrittrice, acquerellista e studiosa dell’Universo femminile: Adriana Assini si racconta in occasione della presentazione del suo romanzo “Un sorso di arsenico”, edito da Scrittura & Scritture, che si terrà sabato 14 marzo, alle ore 18, presso la Galleria dell’Associazione Artistica e Culturale ABC art, in Roma. La Giornata Internazionale della Donna è appena trascorsa, ma ogni giorno è quello giusto per riflettere su questi temi, soprattutto in compagnia di un buon libro.

Sappiamo che per la stesura di un romanzo storico è necessario un lungo periodo di ricerca: come ti sei imbattuta nel personaggio di Giulia Tofana? Chi era davvero e perché hai deciso di raccontare la sua storia?

Spesso ho l’impressione che i personaggi mi vengano incontro, pretendendo la mia attenzione, per affidare alla mia “penna” la loro storia. Così è stato con Giulia, con la quale ho avuto il primo approccio un giorno d’estate, alle prese con le parole crociate. La definizione recitava più o meno: “fattucchiera e avvelenatrice del XVII secolo”. Incuriosita, mi sono messa sulle sue tracce, scoprendo aspetti interessanti sul suo conto e sull’epoca i cui visse. In primis, il particolare che le sue clienti fossero tutte donne. Un argomento che meritava di essere approfondito e che avrebbe poi rivelato uno spaccato di mondo davvero interessante...

Giulia e tutte le altre donne presenti nel romanzo si confrontano con un mondo interamente declinato al maschile che spesso non sa rendere loro giustizia né nella vita di tutti i giorni, né nelle aule di tribunale. Che differenze noti con una società come la nostra che negli ultimi anni ha coniato il termine femminicidio? Cosa è cambiato da allora e cosa sta cambiando adesso?

Fortunatamente, il mondo è andato avanti, evolvendosi in ogni campo, anche per quanto riguarda la condizione femminile. Al contrario di quanto accadeva nei secoli scorsi, oggi le donne hanno... quasi gli stessi diritti degli uomini. “Quasi”, perché le discriminazioni ancora le perseguitano, sia sul posto di lavoro che nella vita privata. Non solo. L’emancipazione delle donne, la loro autonomia, la loro indipendenza fanno ancora paura a molti uomini, che temono  di perdere il loro antico predominio, in famiglia e fuori. Ritengo che, purtroppo, la legge sia ancora timida nel tutelare le donne e che la politica – con una schiacciante maggioranza di uomini al ‘comando’ – non affronti seriamente il problema. Per crescere, maturare, migliorare e, di conseguenza, prevenire, occorre prima di tutto educare. Ma la scuola, azzoppata dai tagli, è in serio affanno e il suo ruolo in triste declino. 

Oltre a essere una scrittrice molto prolifica, sei anche un’acquarellista di grande talento: si può ancora essere artisti al giorno d’oggi? Come coniughi queste passioni solo apparentemente molto diverse?

La morte dell’arte viene annunciata ciclicamente, affermando che tutto è stato detto, inventato
sperimentato. Per quanto mi riguarda resto dell’idea che ci sia arte ogni qualvolta che - semplicemente - un’opera è capace di destare interesse, coinvolgimento, emozione.
Il tempo è tiranno, ma con il tempo s’impara a gestirlo, secondo le esigenze e le priorità  del momento. Scrivere e dipingere sono due forme del  narrare, che nel mio caso seguono strade diverse  ma non opposte. Nei romanzi prediligo, infatti, le storie vere o comunque ambientate in contesti storici reali, mentre nella pittura lascio spazio alla fantasia, attingendo liberamente dal pozzo inesauribile dei miti, favole, leggende. È davvero una bella esperienza poter raccontare tante storie, ora con la penna ora con il pennello.

Arriva un momento nella vita di ogni opera, sia essa un acquarello o un romanzo, in cui questa smette di essere esclusiva proprietà dell’artista che l’ha creata e diventa parte integrante della sensibilità di chi ne fruisce. Come ti rapporti con questo fenomeno? Che spunti ricevi dal tuo pubblico?

È sempre gratificante trovare rispondenze negli “occhi” di chi guarda - qualora si tratti di un quadro - o attraverso le osservazioni di chi legge, nel caso di un romanzo. Ma può anche capitare qualcosa di completamente differente, come quando chi usufruisce dell’opera ne percepisce messaggi apparentemente a me estranei. In questi casi, mi sorprendo ma lascio che sia, immaginando che se una persona coglie e “sente” una determinata emozione, quel sentire - in qualche modo - stava dentro l’opera. Credo che anche questo aspetto attenga all’imponderabile mondo dell’arte, che si nutre di una molteplicità di linguaggi, tanto manifesti quanto nascosti.

Che scrittrice sei? Qual è il tuo modo di lavorare e quali sono i tuoi progetti per il futuro? Svelaci, se puoi, a chi darai voce nel tuo prossimo romanzo…

Una scrittrice appassionata, capace di calarsi a fondo nel periodo raccontato e nell’animo dei suoi personaggi. Lavoro molte ore al giorno, dividendomi tra lettura di documenti, saggi, scartoffie d’epoca e la scrittura. Uso il computer ma non abbandono la penna. Ho un paio di nuovi romanzi in fase di limatura. Uno, incentrato su una storia realmente accaduta. L’altro, di pura fantasia, ambientato in un contesto storico meticolosamente documentato. 

INFORMAZIONI GENERALI SULLA PRESENTAZIONE:

Titolo dell’opera: Un Sorso di Arsenico
Autore: Adriana Assini
Editore: Scrittura & Scritture
Sede dell’evento: Galleria dell’Associazione Artistica Culturale ABC art
Via: Viale Guglielmo Massaia 23b – Garbatella – Roma
Organizzazione e presentazione:  Alessandra Rinaldi e Mauro Rubini
Ospiti partecipanti: Adriana Assini (autrice)
Data: 14 MARZO 2014
Ore: 18:00

L’OPERA:

“‘Venere plebea scolpita in marmo pario...’, Giulia Tofana fa illecito commercio della sua bellezza come del suo ingegno e mette a punto la formula di un micidiale veleno confezionato in fiaschette che “con fierezza allinea sulla cassapanca”. Ma trafficare coi veleni non è facile e quando delle fiale non ne viene fatto un uso sapiente e le morti cominciano a diventare scomode, si apre la caccia alle streghe e Giulia lascia la natia Palermo, dominata dai viceré spagnoli e dalla peste, per trasferirsi nella Roma barocca di papa Urbano VIII, dove alla maestosità delle feste si alterna la ferocia delle esecuzioni in piazza. All'ombra del cupolone, la bella siciliana veste alla moda, impara a scrivere e con l'aiuto di fra Nicodemo, l'appoggio dello speziale Aniceto, la connivenza di nobili e porporati, incrementa i suoi traffici di morte. Divisa tra l'amore di due uomini, sempre in bilico tra la voglia di obbedire soltanto ai suoi istinti e il desiderio di diventare una rispettabile dama, inseguirà a lungo e senza remore i suoi sogni, sfidando le leggi della Santa Inquisizione con un insolito epilogo.”

L’AUTRICE:

“Adriana Assini vive e lavora a Roma. Sulla scia di passioni perdute, gesta dimenticate, vite fuori dal comune, guarda al passato per capire meglio il presente. Dipinge splendidi acquarelli e ha pubblicato diversi romanzi storici, tra cui Le rose di Cordova (2007), Un sorso di arsenico (2009), Il mercante di zucchero (2011) e La riva verde (2014), tutti editi da Scrittura & Scritture”.


domenica 8 marzo 2015

Antonio Amitrano e la Onlus Il Pensatore: la lotta contro l'osteosarcoma nel ricordo di Matteo


In occasione del Concerto per Matteo: Jazz e tanto altro ancora, che si terrà domenica 15 marzo, presso la Chiesa Valdese di Piazza Cavour 32, in Roma, alle ore 18, abbiamo incontrato Antonio Amitrano, il Fondatore e Presidente della Onlus Il Pensatore, che, con la collaborazione della For Matthew Jazz Band, organizza ogni anno questo evento musicale con l’obiettivo di raccogliere fondi e tenere alta l’attenzione sulla ricerca per la cura dell’osteosarcoma, un tipo raro di tumore che colpisce soprattutto bambini e adolescenti. Ma chi era Matteo Amitrano, Il Pensatore? Lo abbiamo chiesto a chi, con l’aiuto di tanti cuori e tante menti, ne tiene vivo il ricordo: suo padre.

Come nasce l’esigenza di fondare l’Associazione e di cosa vi occupate principalmente? Chi era Matteo Il Pensatore e chi è oggi? Raccontaci la vostra storia.

La Onlus “Il Pensatore” è nata per ricordare Matteo, mio figlio, che nell’aprile 2008 è morto dopo aver combattuto per sette anni la sua lotta con l’osteosarcoma, un tumore raro che colpisce le ossa di bambini e adolescenti. Ad oggi sono sconosciute le cause di questa malattia che annualmente in Italia colpisce circa 150 persone. Le cure negli ultimi anni hanno avuto un notevole incremento ed oggi, grazie ad un protocollo integrato chirurgico-chemioterapico, guarisce  circa il 60% dei malati. È di pochi giorni fa la notizia di un intervento chirurgico effettuato al CTO di Torino in cui è stato possibile impiantare una protesi di bacino a un giovane malato di osteosarcoma. L’intervento, impensabile fino a non molto tempo fa, è stato reso possibile dalla realizzazione, dopo attenti studi, di una protesi che ha sostituito la parte del bacino attaccata dal tumore. Matteo è stato tra quelli che non ce l’hanno fatta. I numerosi interventi chirurgici e i potenti chemioterapici non sono riusciti ad invertire sul corso del suo destino.  Nella sua pur breve vita Matteo ha realizzato tanto, riuscendo ad arrivare alle soglie di una laurea in Fisica che l’Università di Roma “La Sapienza” gli ha conferito alla memoria, riconoscendo il suo brillante curriculum di studio che l’osteosarcoma ha interrotto a pochi mesi dalla discussione della tesi. Matteo era volontario di Emergency e si era interessato ai bambini soldato in Sierra Leone, problema che oggi si sta manifestando in tutta la sua drammaticità. Matteo ha avuto una vita breve, ma intensa e, pur in piena consapevolezza della gravità della propria malattia, non ha esitato a mettersi in gioco in esperienze artistiche, come cinema e teatro, e di vita vissuta. Il Pensatore è stato il nome che abbiamo voluto dare alla Onlus che lo ricorda perché meglio evoca Matteo in quei tanti suoi momenti in cui, sin da piccolo, era assorto in un pensiero, un progetto da realizzare.

Raro non è sinonimo di impossibile, neppure per quel che riguarda la salute, ma troppo spesso le statistiche sembrano farla da padrone anche nella Sanità Pubblica. Come possiamo smettere di essere vittime dei numeri e quale ruolo giocano le Onlus in questa partita?

Le finalità della Onlus sono diverse. Dal punto di vista soggettivo è il tentativo di dare un senso ad un dolore che annichilisce. La perdita di un figlio è una voragine che rende difficile continuare a percorre i sentieri della vita. In un età in cui ero assolutamente inconsapevole di ciò che il destino ci stava preparando lessi una storiella zen in cui il discepolo, in procinto di intraprendere un viaggio, chiedeva un augurio al suo Maestro: “che possa morire prima tuo nonno, poi tuo padre ed infine tu”, fu l’augurio del Maestro. Il discepolo, contrariato dalla risposta, ne chiese spiegazioni al Maestro che disse: “quale disgrazia maggiore di un figlio che precede il padre nella morte?”. La Onlus è il tentativo di vivere lavorando affinché l’osteosarcoma non faccia più vittime. Obiettivo della Onlus è  sostenere la ricerca. La ricerca sull’osteosarcoma vive non solo le criticità proprie della ricerca nel nostro Paese, ma anche di tutte le problematiche della malattie rare. Tra queste le terapie orfane, ossia la difficoltà da parte di soggetti economici ad investire in ricerca in settori che hanno un ridotto sbocco sul mercato. È di tutta evidenza la necessità dell’intervento di soggetti terzi per i quali la ricerca è una speranza di vita. I freddi indici statistici che regolano l’attività economica dei grandi gruppi perdono significato quando riguardano le singole individualità. Il mio dolore non diminuisce perché la morte di Matteo rientra nella percentuale minoritaria di una malattia che ha un’incidenza bassissima tanto  da essere classificata  rara. Ogni persona è per chi gli vuole bene il tutto, che nessun indice statistico può portare al di sotto del 100%. La Onlus Il Pensatore attualmente sponsorizza due borse di studio presso il centro ricerche dell’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna e partecipa al finanziamento dell’ufficio ricerche. La Onlus, inoltre, finanzia la gestione di una casa in cui, a titolo completamente gratuito, trovano ospitalità i genitori dei pazienti del reparto di chemioterapia dell’Istituto Rizzoli di Bologna.

Sensibilizzare la gente su determinati temi può sembrare semplice, ma è un impegno notevole che richiede determinazione e lavoro di squadra. Quali sono i principali ostacoli che incontrate quotidianamente nel vostro percorso?

La sensibilizzazione è difficile, specie in un tempo di crisi come quello che il nostro Paese sta attraversando, ma è soprattutto il clima di scetticismo e sfiducia che spesso coinvolge anche le iniziative umanitarie a creare le maggiori difficoltà. Quante volte si sente dire: “Chissà dove vanno a finire questi soldi!”. Purtroppo a volte i timori sono fondati e i fatti di cronaca rafforzano lo scetticismo. La sola risposta possibile è la trasparenza e la coerenza di atti moralmente irreprensibili. In questo senso le storie sane sono utili non solo al conseguimento di obiettivi importanti, ma anche al ristabilimento di un clima di fiducia e collaborazione che è il solo che può giovare alle malattie rare.

D’altro canto le manifestazioni di solidarietà sono tante e devono darvi grande soddisfazione. Ti va di raccontarci un episodio o un aneddoto che, in questi anni di attività, è rimasto nel tuo cuore?

In questi sette anni di storia della Onlus Il Pensatore tanti sono gli episodi che meriterebbero di essere ricordati. Per primi riaffiorano nella mia memoria “il salvadanaio di Luca” e “un bollettino postale particolare”. Luca è un bambino di cinque anni che vive sull’isola di Capri, dove si sono svolte diverse manifestazioni della Onlus. Luca, a margine di un evento, ci ha consegnato una bustina piena di monetine dicendo: “queste sono per l’ospedale”. La mamma ci ha poi raccontato che quello era il contenuto del salvadanaio dove Luca aveva messo “i suoi risparmi”. Tempo fa, invece, ci è arrivato un bollettino postale di piccolissimo importo, palesemente compilato da una persona anziana. Questo bollettino per noi è l’emblema del nostro motto: “ogni piccola goccia contribuisce a creare un grande mare”. Testimonia la volontà di partecipare ad un progetto, e ciò travalica l’entità della donazione il cui significato è motivo di speranza e di incoraggiamento.

L’incontro diretto con le persone è importantissimo per tenere alta l’attenzione sui temi che stanno a cuore all’Associazione. Proponete eventi di ogni tipo, dal teatro, alla musica: come nascono questi momenti di aggregazione e che spunti ne ricevete? Parlaci dei vostri programmi attuali e dei vostri progetti per il futuro.

La Onlus si sostiene con il cinque per mille e grazie alle donazioni liberali dei suoi sostenitori. Diverse sono le iniziative che promuovono la raccolta di fondi. Tra le tante i club di lettura, ossia gruppi di persone che mensilmente si riuniscono per cenare  e discutere del libro precedentemente scelto insieme. Ogni partecipante alla serata contribuisce al finanziamento de “Il Pensatore” con un’offerta volontaria. In questi anni la compagnia teatrale “Li Buattari” e gli “InCantattori” ci hanno donato spettacoli. Nel 2008, inoltre, si è costituita la “For Matthew Jazz Band” che ogni anno ci regala un concerto che è il cardine delle iniziative della Onlus.  La prossima domenica 15 marzo alle ore 18 presso la Chiesa Valdese di piazza Cavour 32, in Roma, si terrà il concerto annuale della For Matthew Jazz Band. Un ricco programma musicale, che prevede tra l’altro un tributo a Pino Daniele, accoglierà gli ospiti della serata, che, come sempre, è ad ingresso libero, con offerta volontaria. La nostra speranza è che, anche quest’anno, in tanti vorranno essere presenti ad un evento all’insegna della buona musica e della solidarietà.


www.ilpensatoreonlus.it

lunedì 9 febbraio 2015

Anna Kappler e Matteo Dario Murana: due artisti in famiglia

Quando si dice essere una cosa sola si pensa sempre, con non poco cinismo, a qualcosa di difficilmente realizzabile e, ancor più, destinata a cedere alle ingiurie del tempo e della quotidianità. Alle porte del tanto discusso San Valentino, ci penseranno Anna Kappler e Matteo Dario Murana a dimostrarci che nella vita, come nell’arte, la condivisione è tutto. Insieme da oltre vent’anni, tra lavoro e famiglia, si sono lasciati contagiare l’un l’altro dalla passione per colori e pennelli e oggi non solo dipingono, ma espongono anche insieme e stanno facendo delle loro tele una splendida dichiarazione d’amore reciproco e di ricerca continua della propria dimensione interiore, tra le difficoltà e le gioie della vita di tutti i giorni.

È proprio il caso di dirlo: abbiamo due artisti in famiglia! Si tratta di una passione condivisa o uno ha contagiato l’altro? Dipingete mai insieme? Raccontateci come è nata quest’avventura e se traete ispirazione dalle stesse suggestioni.

Anna :
La mia è una passione che mi segue da sempre. Il primo regalo che ho fatto a quello che sarebbe poi diventato mio marito Matteo è stato un piccolo dipinto della nostra isola. Ho sempre dipinto, disegnato, plasmato materia, come un’evasione mentale, desiderio di realizzare un progetto, ma mai in modo così costante come oggi,  perchè gli impegni, di studio prima e di lavoro e famiglia poi, non me lo hanno permesso. Appena ho avuto la possibilità di riprendere in mano tele e pennelli è stata un’esplosione dell’anima, accompagnata da un grande desiderio di studiare e approfondire nuove tecniche.

Matteo :
Per me è andata diversamente. È una passione nata con l’osservazione di mia moglie che dedicava giornate intere all’applicazione e alla sperimentazione della pittura. Giorno dopo giorno mia moglie mi ha inconsapevolmente instillata la curiosità di provare e il desiderio di esprimermi con i colori. È un piacevole gioco che svolgiamo spesso insieme ed è divertente scambiarci impressioni e ispirazioni.

Anna, uno dei motivi ricorrenti nei tuoi quadri è senza dubbio il mare: lo spettatore sembra letteralmente immergersi negli azzurri delle tue acque. Cosa rappresenta per te questo elemento naturale ? Cosa vuoi comunicare ?

Il mare ha sempre fatto parte della mia vita ed è un elemento fondamentale. Il mare è la rappresentazione della vita stessa, con i suoi orizzonti infiniti, i colori, le luci e i riflessi, la forza delle onde che parlano delle emozioni, di quel senso di libertà e di movimento che mi appartengono.  E i suoi abissi, oscuri o coloratissimi, rappresentano i diversi stati dell’animo umano.  Ma se è vero che il mare è parte di me e dei miei quadri, è anche vero che la mia è una ricerca del concetto di libertà e di spazio che mi riporta ad una visione onirica.

Matteo, la poesia e il calore con cui riesci a rappresentare la grande città è davvero emozionante:  come hai scelto questo soggetto ? Cosa ti preme trasmettere ?

L’ispirazione nasce da un’emozione, da una sensazione, da un ricordo. La voglia di sperimentare l’uso delle tecniche pittoriche, il fascino delle notti romane, la passione per la fotografia e la vicinanza di un’insegnante come mia moglie mi hanno permesso di trasferire su tela le mie emozioni.  Sono esperimenti, giochi di colore.

Che artisti siete: riflessivi e ponderati o genio e sregolatezza? Spiegateci quali sono le tecniche che prediligete e come mai.

Anna :
Sono impulsiva e dipingo di getto. Quando arriva l’ispirazione la devo assolutamente esprimere a modo mio. Mi butto letteralmente sulla tela, senza un disegno di base, vado direttamente con colori, pennelli, spatole, materiale materico, sabbia, gesso. Tutto deve servire a realizzare il progetto che ho in mente,  fedele a quello che il mio istinto mi detta.

Matteo :
Calma e riflessione fanno parte di me e quindi anche nel mio modo di dipingere. Ogni linea e pennellata seguono un disegno stabilito su tela.     

Come conciliate la passione per l’Arte con gli impegni della vita di tutti i giorni? La vostra famiglia vi sostiene? In un mondo ideale abbandonereste tutto per dedicarvi esclusivamente all’Arte o la vostra ispirazione è strettamente legata alla vostra vita quotidiana ?

Anna:
Assolutamente slegata dal mondo lavorativo e dal quotidiano, la mia è un’immersione totale in un mondo fatto di emozioni e di colori. Ogni momento libero è dedicato alla mia passione e niente e nessuno me lo può negare. Per questo ringrazio la mia famiglia che si è ormai abituata a vedermi vagare per casa tra tele e colori e a mio marito che mi ha sempre lasciato libera di esprimermi accostando e adeguando il suo stile di vita al mio.

Matteo:
Credo che Anna abbia già espresso quello che io avrei voluto dire. La mia passione per la pittura è la sua,  completamente catturato tra immagini e desiderio di esprimermi tra i colori e le nostre tele.