lunedì 11 gennaio 2016

Maria Masella: come si trasforma una Storia in un Romanzo


È aprile inoltrato, ma l’aria di primavera tarda ad arrivare: il Commissario Antonio Mariani non si sente più lo stesso. Nonostante sia passato del tempo, infatti, Mariani è ancora profondamente turbato a causa del grave incidente d’auto che ha rischiato di condannarlo a non camminare mai più e stenta a risollevarsi da uno stato di profonda depressione. L’unica che sa come scuoterlo è la moglie Francesca, con la quale ne ha passate davvero tante negli anni di matrimonio e che riesce a persuaderlo ad indagare sull’omicidio del quale è stata accusata l’Ispettore Lorenza Petri. Mariani, dopo essersi lasciato convincere, tenta di ricostruire l’accaduto, mettendo insieme i pezzi di un caso che è molto più complesso di quel che sembra, ma che riuscirà a fargli riscoprire il coraggio di essere sé stesso. Con “Mariani e le porte chiuse. Indagine a Campopisano”, Fratelli Frilli Editori, Maria Masella firma l’ultima emozionante avventura del Commissario Antonio Mariani, un personaggio che, noir dopo noir, abbiamo imparato a conoscere nella sua appassionante semplicità di uomo normale, in grado di fare dei propri difetti una spinta per non arrendersi mai. E ciò è vero ancor di più in quest’ultimo romanzo, nel quale Mariani dovrà fare i conti con sé stesso e con le proprie paure e debolezze. Maria Masella ci accompagna nel corso dell’indagine con il suo stile semplice e diretto, introspettivo ma avvincente, in grado di dare uno spessore unico a tutti i suoi personaggi. Oltre ai numerosi noir che hanno per protagonista il Commissario Mariani, infatti, l’autrice è indiscussa regina del romance italiano, sia storico, sia contemporaneo, con decine di coinvolgenti titoli pubblicati dai più grandi editori. Ma come si fa a barcamenarsi tra due generi così apparentemente diversi, come il noir e il romance? E qual è il suo segreto per trasformare una storia in un romanzo? Sarà lei stessa a svelarcelo, con quel pizzico di ironia che non deve mai mancare per fare del proprio talento una professione a tutto tondo.


In molti si chiedono quale sia il segreto di uno scrittore di talento, oltre alla fantasia e alla disciplina: tu che scrittrice sei? Segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo al quale non puoi rinunciare?

Sono curiosa, le persone mi piacciono, mi piace guardarle e ascoltarle. Ed è un ottimo stimolo (se non vogliamo usare la parola “fertilizzante”) per la fantasia. Se sono in crisi di idee (ogni tanto capita, anche solo per un dettaglio), un giro sul bus in ora di punta risolve il problema. A quanto ricordo ho sempre avuto molta fantasia, ho sempre sentito il piacere, anche fisico, di raccontare storie. Ancora adesso mi racconto una storia se di notte fatico a prendere sonno. Ma scrivere è diverso da raccontare storie, è necessario imparare il mestiere, quindi disciplina, mettendo in conto anche una buona dose di fatica fisica: gli scrittori soffrono di mal di schiena, cervicale, tunnel carpale. Per non parlare degli occhi! La disciplina è un discorso molto delicato, ogni scrittore ha il suo ritmo, i suoi tempi, i suoi metodi: sarebbe assurdo imporre una disciplina uguale per tutti, perché alla base del lavoro c'è sempre una forte componente di fantasia. Lavoro senza scaletta, diciamo che la stendo quando ho concluso la prima stesura, ma alcuni colleghi ottengono ottimi risultati predisponendola all'inizio.
Scrivo quando posso, quando ho tempo. Sono felice se recupero due ore al giorno. E se arriva un'idea quando non posso scrivere? Sono “filosofa”: se era buona rimarrà, altrimenti svanirà. Appunti? Mi fido più della mia capacità di ricordare un'idea, se buona, che della possibilità di ritrovare un qualsiasi oggetto fisico: perdo agende, foglietti, penne... D'altra parte su dieci storie che inizio non tutte arrivano alla fine, a volte le accantono e le riprendo dopo anni di latenza, forse sono maturate.

Dal noir, al romance: sono rare le autrici in grado di destreggiarsi in modo così efficace tra due generi solo apparentemente così diversi: tu come ci riesci? Da dove nasce questa esigenza di spaziare?

La prima stesura di un romanzo mi lascia stanchissima e così, durante la revisione grossa (la prima, quando controllo la struttura e realizzo lo schema), cambiare genere è un riposo. Dovendo impegnarmi in qualcosa di molto diverso mi allontano dalla storia appena finita e, quando la riprendo, riesco a leggerla con un minimo di distacco. Ma, forse, dipende anche da un altro motivo: per anni ho insegnato matematica al liceo e in una mattinata passavo da una prima a una terza, da geometria ad algebra. A volte cinque salti in una giornata! Sono diventata saltatrice. E se la ragione fosse che cerco di rendere varia una vita altrimenti monotona? Chissà…
Fra l'altro i due generi sono diversi, ma richiedono entrambi: documentazione, coerenza, precisione... E soprattutto la necessità di mettere in scena personaggi vivi, non di cartapesta.

Sei riuscita a fare del tuo più grande talento una professione a tempo pieno: che ostacoli hai incontrato e incontri ancora adesso nel tuo percorso? Cosa significa, al giorno d’oggi, collaborare con molti editori e cosa significava quando hai iniziato? Dai un consiglio a chi vorrebbe seguire le tue orme.

A tempo pieno? Non del tutto! Oggi sono pensionata e vivo della pensione, i guadagni come scrittrice non sarebbero sufficienti. Inoltre sono infermiera e badante di un padre anziano e vedovo e sono figlia unica, quindi ho un bel da fare, oltre a dedicarmi alla scrittura.
Ostacoli quando ho cominciato? Moltissimi! Anno 1985: niente internet, i recapiti delle case editrici si cercavano sull'elenco telefonico. Ma anche oggi incontro almeno un ostacolo al giorno: mancanza di tempo, editori che puntano sempre più sulle novità. Un tempo un romanzo aveva una vita più lunga, ora devi cogliere l'attimo fuggente. Collaborare con molti editori non è semplice, stai mesi senza pubblicare nulla e poi ti trovi con due uscite in due giorni!
Dare un consiglio a chi vuole dedicarsi alla scrittura? Bella domanda! Scrivi se ti piace, direi a chiunque, altrimenti il gioco non vale la candela. Se lavori su due generi corri ancora più pericoli: è difficile essere presa sul serio dai lettori di noir, perché scrivi anche rosa e le lettrici di rosa temono che nei tuoi rosa ci sia troppo intreccio non amoroso, perché scrivi anche noir, insomma, può essere una bella sfida incontrare il favore di tutti. Inoltre, soprattutto se sei una donna, se nei tuoi noir presti attenzione alla vita privata dei protagonisti, e se, addirittura, scrivi anche romance, allora leggi che il tuo è un rosa-noir. E ti incavoli parecchio! Non ditemi che la vita privata di Salvo Montalbano non è uno dei motivi di interesse, eppure nessuno oserebbe dire che quelle storie sono rosa-noir! Quindi un consiglio: se scrivete di genere, concentratevi su uno soltanto.

Raccontaci la genesi del tuo nuovo romanzo, “Mariani e le porte chiuse”, Fratelli Frilli Editori: cosa ti ha ispirata durante la stesura? Come hai delineato e sviluppato negli anni il personaggio del Commissario Mariani?

Antonio Mariani è nato poco per volta, aggiungendo qualcosa in ogni romanzo. Nel primo è soltanto un commissario con una vita coniugale in crisi. In Morte a domicilio avevo in mente un assassino che uccide e vuole essere trovato, ma soltanto dopo aver compiuto la sua vendetta. Mariani è stato costruito in funzione di quella vendetta.
Il vero passo avanti è stato fatto con Primo, il prequel, quando Antonio ha acquistato un passato.
Per Mariani e le porte chiuse tutto è cominciato con una domanda: quale è il modo migliore di uccidere e farla franca? A raffica sono arrivate le altre: perché, se un accusato è innocente, rifiuta di difendersi? Come vedete più che domande tecniche o domande da rebus sono interrogativi sull'animo umano.
Da alcuni romanzi sto portando avanti il tema della verità, che mi affascina. Il mio primo noir si intitola Per sapere la verità, “sapere” non “scoprire”, ci sarà un motivo.

Ogni autore di talento deve essere anche un lettore curioso: tu che lettrice sei? Che generi preferisci?


Non leggo noir se lavoro in noir, non leggo rosa se lavoro in rosa. Con queste due uniche preclusioni, leggo qualsiasi cosa purché ben scritta (ovvio: parere personale). Non guardo cover, non leggo sinossi, ma leggo qualche pagina. Se il modo di scrivere mi soddisfa compro. Ho una passione per i libri d'arte, il mio hobby è la pittura.

www.mariamasella.it



venerdì 8 gennaio 2016

Marisa Golinucci: la ricerca della verità sulla scomparsa di Cristina e la storia dell’Associazione Penelope Emilia


È una giornata calda. Quando Cristina Golinucci si mette alla guida della sua Cinquecento è da poco passata l’ora di pranzo. Ha salutato la mamma Marisa con un sorriso e sta percorrendo le dolci colline nei dintorni di Cesena, diretta verso il Convento dei Cappuccini, a pochi chilometri da casa. È il 1 settembre 1992, ma sembra ancora piena estate e Cristina è pronta per un pomeriggio intenso. Ha tante commissioni da fare, perché, il giorno dopo inizierà un nuovo lavoro come ragioniera in un piccolo ufficio, ma, prima di ogni altra cosa, deve raggiungere Padre Lino, il Priore del Convento e suo Padre spirituale, per raccontargli com’è andato il campo estivo organizzato per i bambini delle Parrocchie circostanti e dal quale è appena tornata.
Sono passati più di ventitré anni da quando Cristina Golinucci ha posteggiato la sua vecchia Cinquecento nel parcheggio del Convento dei Cappuccini di Cesena, ma a quell’appuntamento col suo Padre spirituale non è mai arrivata. Tante estati si sono susseguite da allora e un orribile mistero che, nel corso degli anni, ha assunto le tinte fosche di un giallo sul quale ancora non si è fatta luce, sembra averla inghiottita. Le indagini non hanno condotto a nulla, nonostante uno scenario ben preciso si sia profilato pian piano, rivelando lo spettro di una probabile aggressione.
Ma quanto si è fatto realmente per cercare Cristina e quanto davvero si sarebbe potuto fare? È questa la domanda che ancora si pone Marisa Golinucci, la mamma di Cristina. In tutti questi anni Marisa non si è mai arresa e, ancora oggi, sta continuando a cercare la verità sulla sorte della figlia, trasformando la sua personale battaglia in una missione di vita al servizio degli altri, tanto che, dal 2002, è Presidente dell’Associazione Penelope Emilia.

Chi è Cristina? Ci racconti la sua storia.

Cristina era una ragazza di ventun anni semplice e solare, che si dedicava spesso al volontariato e alla cura del prossimo. Era Ragioniera, ma non aveva ancora trovato un lavoro fisso. Era molto calma e pacata e attaccatissima alla famiglia, tanto che, quando ancora non si usavano i cellulari, trovava sempre il modo di avvisarci quando faceva tardi, anche solo di pochi minuti, per non farci stare in pensiero. Era determinata a realizzarsi e a non pesare in nessun modo sulla famiglia. Ricordo, ad esempio, che, quando compì diciott’anni, invece di fare un viaggio all’estero, preferì investire i soldi che le avevamo regalato per prendere la patente, così da essere sempre più autonoma e indipendente. Quando riuscì a prendere la patente le regalammo una Cinquecento usata ed eravamo davvero molto contenti che potesse muoversi più liberamente. Pensavamo di averla messa al sicuro e ci sentivamo meno in ansia ogni volta che usciva, perché sapevamo che era sempre prudente e giudiziosa. Sin da piccola Cristina ha sempre frequentato la Parrocchia e, abitando un po’ fuori dal paese, eravamo soddisfatti di essere riusciti a farle un regalo che le permetteva di spostarsi per continuare a portare avanti tutti i suoi impegni fuori casa.

Cosa è accaduto il giorno della scomparsa e come si sono svolte le ricerche nel corso degli anni?

Il 1 settembre 1992 Cristina aveva preso appuntamento con Padre Lino Ruscelli, allora Priore del Convento dei Cappuccini che si trova sulle colline di Cesena, a una decina di chilometri da casa nostra, dove lei si recava spessissimo anche con gli amici e col suo gruppo di preghiera del sabato sera. Cristina doveva raccontare al Priore, suo Padre Spirituale, l’esperienza appena fatta a un campo estivo organizzato per i bambini e gli adolescenti delle Parrocchie limitrofi, al quale lei aveva partecipato come animatrice. Cristina amava parlare con le persone e mi aveva raccontato di essersi divertita molto, non vedeva l’ora di raccontare tutto al Priore e aveva insistito per incontrarlo proprio quel martedì 1 settembre, intorno alle quattordici e trenta, perché il giorno successivo avrebbe iniziato un nuovo incarico come Ragioniera in un ufficio e aveva molte commissioni da sbrigare.
Ricordo di averla salutata intorno alle quattordici, certa che ci saremmo riviste la sera stessa prima di cena, visto che, intorno alle ventuno, saremmo dovute andare insieme a una festa parrocchiale. Verso le diciannove, non vedendola rientrare, ho iniziato a preoccuparmi e a fare diverse telefonate, cercando di ricostruire tutti gli appuntamenti ai quali avrebbe dovuto recarsi nell’arco del pomeriggio. Nessuno l’aveva vista, neppure al Convento dei Cappuccini. In quel momento mi resi conto che non c’erano più tracce di lei da quando era uscita di casa sulla sua Cinquecento.
Siamo usciti immediatamente a cercarla tutti insieme e abbiamo trovato la sua auto regolarmente posteggiata nel parcheggio del Convento dei Cappuccini, così abbiamo deciso di bussare per chiedere di nuovo notizie, ma il Priore ci ha detto che Cristina non si era presentata all’appuntamento. Il parcheggio, inoltre, è piuttosto isolato e nessuno sembrava aver fatto caso a Cristina o aver sentito qualcosa di insolito quel giorno. L’auto era chiusa e, all’interno, tutto era in ordine, ma di Cristina non c’era traccia.
È stato fatto ben poco per cercare Cristina. Solo noi della famiglia non abbiamo mai lasciato nulla di intentato, mentre per gli inquirenti si è trattato, fin da subito e per i primi due anni, di una semplice fuga volontaria. Immediatamente dopo la scomparsa, sui giornali è stato scritto di tutto su Cristina, addirittura che potesse avere una doppia vita e queste menzogne ci hanno fatto soffrire molto, ma non ci siamo mai arresi nelle nostre ricerche.
Due anni dopo la sparizione di Cristina un ragazzo extracomunitario, che era ospite del Convento dei Cappuccini, Emanuel Boke, stuprò una ragazza nelle campagne circostanti, sequestrandola per oltre un’ora, prima di lasciarla andare. Boke venne arrestato e, dopo essere stato processato, venne condannato a sette anni di reclusione per quella orribile violenza, anche se ne ha scontati solo quattro, prima di essere scarcerato per buona condotta. In tutti noi nacque il sospetto che, visto che Boke era già ospite del Convento nel periodo nel quale scomparve Cristina, potesse essere coinvolto nella sparizione e che, magari, potesse essere stato proprio lui a farle del male. La stessa ragazza sopravvissuta alla violenza ci ha confidato, tempo dopo, che, probabilmente, se le cose fossero andate proprio in quel modo e Cristina si fosse ribellata alle sevizie, secondo lei Boke non avrebbe esitato a ucciderla, perché aveva dei veri e propri raptus di violenza. Quando il Priore del Convento si recò a trovare Boke in carcere, il ragazzo confessò di essere proprio lui l’assassino di Cristina e di aver fatto sparire il corpo, ma non si fece nulla per appurare la cosa in tempi brevi e Boke smentì subito questa confessione, finché non uscì dal carcere. Tutte le ricerche e le indagini successive non hanno avuto alcun esito e il lavoro degli inquirenti è sempre stato superficiale e discontinuo, purtroppo, nonostante i nostri continui appelli.


Lei che idea si è fatta: cosa può essere accaduto a Cristina? Chi le è stato più accanto in questo lungo periodo di dolore e che ruolo svolge, o potrebbe svolgere, l’opinione pubblica per aiutare le famiglie di fronte a un caso di scomparsa?

Io sono convinta che il Convento sia la tomba di mia figlia Cristina e continuerò a gridarlo finché non avrò risposte precise e non saprò la verità. Credo che sia stato proprio Emanuel Boke a uccidere Cristina per poi nasconderne il corpo. Vedendo che la giustizia non riusciva a darci risposte, quando Boke era ancora in carcere, decisi di scrivergli, esprimendogli il mio desiderio di incontrarlo. Così, grazie anche all’aiuto della Caritas, riuscii ad avere un colloquio con lui, nel quale egli continuò a difendersi, dichiarando di non essere lui il colpevole, ma lasciandoci, comunque con molti dubbi. Da allora, non ho avuto più notizie di lui e la verità sulla sorte di Cristina è ancora un mistero.
L’opinione pubblica è importantissima nei casi di scomparsa e chi sa qualcosa deve sempre farsi avanti, questo è il nostro motto. Ci siamo sentiti soli e abbandonati dalle autorità per molto tempo. La solidarietà, invece, è importante per tutti noi, affinché le nostre storie non vengano dimenticate.

La vicenda che ha coinvolto la sua famiglia l’ha vista in prima linea nell’affrontare il difficile problema degli scomparsi in Italia, tanto che è diventata Presidente dell’Associazione Penelope Emilia. Facciamo un bilancio di questa esperienza: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali gli ostacoli contro cui l’Associazione si scontra quotidianamente?

L’obiettivo dell’Associazione Penelope è quello di umanizzare le leggi che regolano i comportamenti da tenere nei casi di scomparsa. Quando Gildo Claps, nel 2002, ha chiamato me e tanti altri familiari di persone scomparse e chiese il nostro sostegno per gestire l’Associazione, dandogli, così, un carattere capillare su tutto il territorio italiano, mi sono sentita onorata e sono entrata a far parte di una vera e propria grande famiglia. La Legge, emanata nel 2012, per la ricerca delle persone scomparse è solo il primo di tanti traguardi ancora da raggiungere e il Protocollo del Commissario Straordinario per le persone scomparse deve essere applicato in modo sempre più analitico per avere efficacia su tutto il territorio. È importante cercare tutti con la stessa attenzione: bambini, anziani, malati. Alla immediata denuncia di scomparsa devono seguire delle ricerche efficienti e noi vogliamo sostenere questi meccanismi, cercando di stare il più possibile accanto alle famiglie delle persone di cui si sono perse le tracce. Penelope ha continuamente bisogno di sostegno e visibilità e, infatti, non esitiamo mai a scendere in piazza per farci conoscere e a metterci a disposizione di chi ha bisogno. Noi vogliamo che le persone che scompaiono vengano ritrovate vive il più presto possibile, per questo essere tempestivi nell’applicazione dei piani territoriali di ricerca è fondamentale. Si dice spesso che Penelope sia una spina nel fianco delle Istituzioni, ma non è del tutto vero. Noi vogliamo stare accanto a chi deve indagare, senza sostituirci agli inquirenti, e vogliamo supportare chi è in attesa di notizie, affiancando le famiglie. Vogliamo essere un anello di questa catena che deve renderci tutti più forti. Solo quando mi rendo conto che, se tutto si svolge come deve, è davvero possibile salvare delle vite, anche il mio dolore di madre che non sa più nulla della propria figlia da oltre vent’anni sembra attenuarsi per qualche momento, perché so di essere stata utile a qualcuno che può comprendere la mia pena profonda.

È il ricordo a mantenere vive le persone di cui si sono perse le tracce e a dare alle famiglie la forza di non smettere mai di cercare. Qual è il suo ricordo più vivo di Cristina?


Cristina è sempre al mio fianco e percepisco continuamente la sua presenza, come se mi mandasse dei segnali. Vivo nel suo ricordo, cercando di fare in modo che lei non venga dimenticata. È come se mi avesse passato un testimone: il suo amore per il prossimo l’ho fatto mio e cerco di manifestarlo come so che a lei sarebbe piaciuto. Voglio conoscere la verità su ciò che le è accaduto e non mi arrenderò mai. Non perderò mai la speranza, finché avrò vita.


martedì 5 gennaio 2016

Italiani a Londra: storie di cervelli in fuga e non solo...


Dall’altra parte della Manica, ma a sole due ore di volo da casa: che si tratti di studio o di lavoro, Londra è, da sempre, tra le mete preferite degli Italiani che decidono di partire in cerca di opportunità e fortuna. Ma cosa li spinge realmente a partire? Qual è l’impatto iniziale con la Capitale inglese? Quanti rimangono nel Regno Unito e quanti, invece, scelgono di tornare nel Bel Paese?
Venti amici e lettori di Fatti i fatti tuoi! hanno deciso di sottoporsi volontariamente al nostro questionario, scegliendo una sola opzione in risposta alle seguenti domande chiuse:

1.      Perché sei partito per Londra?
Ø  Solo per imparare o migliorare il mio inglese
Ø  Per fare un’esperienza lavorativa all’estero
Ø  Perché non vedevo più prospettive per il mio futuro in Italia.

2.      L’impatto iniziale è stato:
Ø  Negativo, ma sono riuscito a cavarmela
Ø  Positivo, ma non è stata una passeggiata
Ø  Equilibrato, tra alti e bassi.

3.      Facciamo un bilancio della tua esperienza: quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Ø  Tornerò in Italia
Ø  Resterò a Londra dove ho trovato la mia dimensione ideale
Ø  Londra è stata solo la prima tappa della ricerca del mio posto nel Mondo!

I venti anonimi partecipanti a questa Blog-Inchiesta sono ragazze e ragazzi tra i venti e i trentacinque anni provenienti da ogni parte d’Italia, tutti diplomati e con una conoscenza base della lingua inglese. La metà di loro, inoltre, è in possesso di un diploma di Laurea Triennale, Specialistica o Magistrale.
Alla prima domanda, quattro partecipanti su venti hanno scelto la prima opzione, cinque la seconda e undici la terza, sottolineando la sfiducia nel futuro che i giovani Italiani nutrono nella prospettiva di costruire la loro vita nel nostro Paese.
Alla seconda domanda, otto partecipanti su venti hanno scelto la prima opzione, nove la seconda e solo tre la terza, evidenziando la volontà di essere ottimisti anche di fronte alle difficoltà che si incontrano trasferendosi in un Paese straniero.
Alla terza e ultima domanda, otto partecipanti su venti hanno scelto la prima opzione, sette la seconda e cinque la terza, mostrando chiaramente che la maggioranza di coloro che decidono di allontanarsi dall’Italia scelgono, poi, di continuare a costruirsi un futuro all’estero, che si tratti di Londra o di altre parti del Mondo.
Alla domanda aperta nella quale abbiamo chiesto ai nostri amici e lettori di raccontarci un aneddoto della loro vita a Londra, continuando a rimanere anonimi, sono emerse storie meravigliose, divertenti e toccanti al tempo stesso, che hanno evidenziato alla perfezione il grande estro italiano. Dalle disavventure coi coinquilini provenienti da ogni parte del Mondo, a chi si è trovato alla guida della sua auto aziendale dal lato sbagliato della carreggiata, passando attraverso chi ha avuto l’onore di servire un drink a Paul McCartney o di cucinare la cena a Elton John, gli Italiani a Londra ne hanno fatte davvero di tutti i colori, dimostrandosi perfino dei leali sudditi di Sua Maestà!

La crescente voglia di migrare di molti giovani meritevoli e di talento deve davvero far riflettere tutte le nostre autorità. Quella che, un tempo, era la cosiddetta fuga dei cervelli, oggi è sfiducia sempre più diffusa verso sistemi logori, che sta facendo aumentare a dismisura il desiderio di partire, anche verso mete ben più lontane di Londra. In questo modo rischiamo di essere tutti vittime e carnefici, in balia di flussi migratori incontrollabili e poco fruttuosi. Allo stesso tempo, tuttavia, sono tanti i giovani che decidono di partire e poi, costretti dalla necessità, si ritrovano a fare all’estero le stesse esperienze lavorative poco gratificanti che spesso hanno snobbato in Italia. Insomma, partire, lasciando la propria terra è sempre una scelta coraggiosa, ma, alle volte, come ci hanno raccontato alcuni dei nostri intervistati, lo è altrettanto rimanere e cercare di migliorare le cose dove siamo nati e cresciuti, restando sempre e comunque noi stessi.

giovedì 31 dicembre 2015

Tre buone ragioni per… non fare buoni propositi per il nuovo anno!


Capodanno: tempo di bilanci. Di solito sfogliamo l’agenda a ritroso di trecentosessantaquattro giorni e tentiamo di verificare quanti dei buoni propositi fatti siamo riusciti a mantenere. Programmi come andare in palestra, smettere di fumare, prenderci più cura di noi stessi e così via. E dopo esserci amaramente resi conto che ben pochi dei nostri spericolati progetti si sono realizzati nel modo in cui li avevamo pianificati, siamo pronti a farne di nuovi così stupidamente al di sopra delle nostre possibilità, da tornare a vivere la stessa triste scena anno dopo anno. Altro che diario di Bridget Jones, è quasi peggio di un girone dantesco! E allora perché, ogni anno, continuiamo a sottoporci a questa tortura? Ecco tre buone ragioni che vi convinceranno a mettere da parte i buoni propositi per iniziare a vivere davvero…

1.     Meno propositi, più obiettivi. La differenza tra propositi e obiettivi sta nelle nostre reali intenzioni di andare fino in fondo. Prima di stilare una lista di propositi futili e senza significato, proviamo a interrogarci su cosa vorremmo veramente, riducendo drasticamente il numero delle voci inutili. Solo così i propositi si trasformeranno in obiettivi reali, tangibili e che ci permetteranno di conoscere meglio noi stessi, spostando il confine dei nostri limiti.

2.      Meno propositi, meno frustrazioni. La sensazione di non aver mantenuto l’interminabile elenco di buoni propositi che facciamo ogni anno porta con sé una serie di frustrazioni che non ci permettono di accorgerci di tutte le cose positive fatte o ottenute nei dodici mesi appena trascorsi. Non tutto ciò che di buono ci è accaduto, infatti, lo abbiamo necessariamente pianificato: le cose succedono da sole, a volte, anche quelle belle, e la percezione di non aver portato a termine qualcosa di progettato ci fa perdere il piacere di traguardi inaspettati.


3.      Meno propositi, più sogni. È proprio nei momenti di crisi e di difficoltà che occorre trovare il coraggio di mettere da parte i buoni propositi, intrisi di buon senso, per inseguire i sogni nel cassetto. I sogni, infatti, rappresentano il nostro essere e non hanno di certo una data di scadenza: non finiranno nella spazzatura assieme all’agenda dell’anno passato e a tutti i buoni propositi non mantenuti!

martedì 29 dicembre 2015

Annarita Tranfici: l’amore a Nuova Delhi

Quando Kajal e Kiran, due giovani poco più che adolescenti, si incontrano in un variopinto e caotico mercato di Nuova Delhi, nasce un amore tenero e delicato come un virgulto, che entrambi si troveranno a difendere dalle invidie e dai pregiudizi di chi li circonda e vuole ostacolarli.
“I due volti di Nuova Delhi”, di Annarita Tranfici, una vera e propria perla de “I Brevissimi” di Lettere Animate, è l’affresco di una città difficile, nella cui crudele poesia si intrecciano molte vite, oltre a quelle dei due protagonisti, legati da un sentimento molto profondo.
Il ritmo che l’autrice riesce a imprimere al racconto è incalzante fino all’inaspettato epilogo. Il linguaggio è sempre misurato, elegante ed evocativo. Nella trattazione di temi tanto spinosi, come la violenza che sembra regnare in questa parte del mondo solo apparentemente molto lontana da noi, Annarita Tranfici riesce a trasmettere il pathos e l’emozione che ci sono nel coraggio di portare avanti le proprie idee e i propri sentimenti, anche quando tutto sembra perduto.


Lo scorcio inedito di una Nuova Delhi intensa e pericolosa fa da sfondo al racconto evocativo e toccante “I due volti di Nuova Delhi”, edito da Lettere Animate. Raccontaci la genesi di questa storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Questo racconto, come tutti gli altri che scrivo, è ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto. Sebbene, come tanti lettori, cerchi nei libri un’evasione dalla realtà quotidiana, in genere preferisco leggere e scrivere storie ispirate alla vita vera. Nei libri cerco spunti di riflessione e episodi che possano arricchirmi, oltre che emozionarmi. Il racconto pubblicato dalla Casa Editrice Lettere Animate è stato concepito con uno scopo ben preciso, ovvero quello di condurre il lettore in uno scenario distante da quello in cui vive, nel quale, però, al contempo, si verificano gli stessi avvenimenti di cui legge sui giornali o che guarda alla televisione. La vita è la mia più grande fonte di ispirazione.

Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autrice sei: segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo collaudato al quale non puoi rinunciare?

In passato ero solita dedicarmi alla scrittura solo quando l’ispirazione veniva a bussare alla porta del cuore. Ritenevo di poter scrivere qualcosa che mi soddisfacesse solo quando percepivo l’urgenza che le parole avevano di oltrepassare i pensieri e cristallizzarsi sulla pagina bianca. Da qualche tempo, però, per lavoro e minor tempo a disposizione, tendo a dedicare alla scrittura dei momenti precisi, generalmente la sera dopo cena e nel fine settimana, quando possibile. Mi sforzo di portare a termine dei “compiti” che io stessa mi assegno, evitando di rimaneggiare quello che ho già scritto e tentando di proseguire la stesura della storia che desidero raccontare.

Chi sono Kajal e Kiran, i protagonisti del tuo racconto? Come li definiresti e, in generale, come delinei i personaggi delle tue storie?

Kajal e Kiran sono due ragazzi come tanti. Due giovani che hanno da poco superato il periodo dell’adolescenza e non hanno paura di lasciarsi andare ai sentimenti. Una tenera coppia che desidererebbe vivere il proprio rapporto alla luce del sole, ma che, al contempo, lo reputa troppo prezioso per rischiare che questo venga compromesso e svilito dalla mancata approvazione della comunità in cui vivono. I miei protagonisti sono due giovani semplici e pieni di sogni, speranze e progetti per l’avvenire, proprio come tutti i ragazzi della loro età, indipendentemente dalla provenienza geografica o dall’estrazione sociale.
In generale, per delineare i personaggi delle mie storie, mi ispiro a persone reali, ai tratti fisici e caratteriali di coloro che ho accanto, purché compatibili con l’intero contesto, chiaramente. Cerco di delineare dei profili quanto più vicini al vero, nei quali quasi ogni lettore possa specchiarsi, immedesimandosi in pensieri, azioni e reazioni

È ancora possibile oggi, secondo te, fare della scrittura una professione a tempo pieno? Che ostacoli hai incontrato e incontri ancora oggi lungo il tuo percorso?

La scrittura può diventare una professione a tempo pieno. Tuttavia, non tutti coloro che “maneggiano le parole” possono fare di quest’arte il proprio pane quotidiano. E non mi riferisco esclusivamente agli autori che non hanno la fortuna di veder pubblicato il proprio romanzo da un editore maggiore e famoso, dei cui compensi potrebbero, forse, vivere. Mi riferisco piuttosto a coloro che pensano al “vivere di scrittura” facendo riferimento solo ai guadagni che potrebbero ricavare dalla pubblicazione di un’opera letteraria.
A mio parere, Internet offre un mare di possibilità alle persone animate da buona volontà e spirito di sacrificio. Non tanto in Italia quanto maggiormente all’estero (e specialmente nei paesi di lingua anglofona) le possibilità di guadagnare con la scrittura aumentano in maniera esponenziale. Tanti sono, infatti, i portali che offrono, a chi mostra buone capacità di scrittura, svariate possibilità di guadagno. Sono quasi certa che la tua domanda facesse riferimento ad una sfera più “limitata” della scrittura. In quel caso mi sento di risponderti che è difficile ma non impossibile. Se invece si tende ad osservare l’attività di scrittura da una prospettiva più ampia, sono assolutamente convinta che questa possa trasformarsi a tutti gli effetti in qualcosa che occupa a tempo pieno.

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

In questo periodo il mio lavoro di traduttrice freelance mi sta assorbendo completamente. Mi sto dedicando infatti alla revisione di due classici della letteratura inglese mai tradotti in italiano (“The White People” di Frances Hodgson Burnett e “May Flowers” di Louisa May Alcott), i quali saranno pubblicati nei prossimi mesi, con mia enorme gioia e soddisfazione.
Per quanto riguarda la scrittura, ho diverse idee in cantiere, tutte, a mio parere, molto valide e alle quali sarei contenta di dedicare lo spazio e il tempo che meritano. Tuttavia, da inguaribile perfezionista quale sono, preferisco riservare la stesura a un momento più “tranquillo”, quando avrò terminato l’attività di ricerca necessaria a conferire al mio racconto la credibilità di cui necessita. Di sicuro entrambe le storie a cui conto di lavorare nell’anno che sta arrivando saranno ambientate nella mia amata città, Napoli, nei luoghi in cui ho trascorso la mia giovinezza. Il mio primo romanzo mira a far entrare il lettore a contatto con una realtà conosciuta da pochi e in maniera piuttosto sommaria. Probabilmente la storia che sto scrivendo non incontrerà il gusto di coloro che preferiscono lasciarsi trasportare in storie d’amore da sogno o thriller da fiato sospeso. Forse l’argomento trattato, il contesto in cui i personaggi evolvono e la crudezza della realtà che voglio dipingere si allontanano dalle visioni oniriche e delicate di alcuni romance e dalle vicende classiche dei tanto amati polizieschi. Di certo non tutti proveranno empatia con il mio protagonista, almeno non subito. Alcuni lo ammireranno, altri ne condanneranno le scelte, altri ancora ne stimeranno il coraggio. Ma non svelerò di più, sperando di aver già incuriosito abbastanza. Proseguirò, invece, a scrivere con la consapevolezza di avere una storia che merita di essere raccontata per il seme di speranza che intende piantare nei cuori che si mostreranno aperti alla semina. Una storia vera che vuole ribadire una verità che ho fatto mia tanto tempo fa: il vero limite al raggiungimento dei nostri sogni siamo soltanto noi stessi. La tenacia, l’impegno e la fiducia nel proprio valore sono capaci di fare miracoli. Ed io voglio raccontare di un “piccolo grande miracolo” che si compie nella terra che è Paradiso e Inferno insieme, tra i sorrisi della mia gente.
Io scriverò la storia che vorrei leggere, quella i cui protagonisti vorrei avere di fronte per chiacchierare fino a tarda notte, quella che racchiude un po’ del mondo di ognuno, un po’ della realtà che vorremmo cambiare, un po’ del sentimento di speranza che vorremmo regalare nei momenti più bui a chi ci è intorno.

Scrivo perché è ciò che mi rende felice. E credo sia la cosa più bella che ci sia.



venerdì 25 dicembre 2015

Ovunque tu sia… Buon Natale!


Oggi il nostro pensiero va a tutte le famiglie che festeggeranno questo Natale con un posto vuoto a tavola e nel cuore, in attesa di un loro caro del quale si sono perse le tracce da troppo tempo. Vogliamo ricordare, in particolare, tutte le storie che vi abbiamo raccontato in questi mesi.
Pablo Daniel Babboni, Rosa Tirotta, Mario Pignalosa, Davide Cervia, Daniela Sanjuan, Gianni De Angelis, Stefano e Antonio Maiorana, Davide Barbieri, Marcello Volpe, Rina Pennetti, Antonio Proia, Sergio Russo, Fabrizio Catalano, Imane Laloua, Emanuele Arcamone e Giuseppe Ruggiero ovunque vi troviate, auguri di buon Natale da tutti noi e dalle vostre famiglie, che abbiamo avuto l’onore di conoscere e di ospitare. Padri e madri, figli e figlie, fratelli e sorelle che non vogliono perdere la speranza: la vostra forza e il vostro coraggio sono il vero spirito del nostro Natale.

Pablo Daniel Babboni

Scomparso da: Pietrasanta (Lucca)

Il: 16/06/2007







Rosa Tirotta

Scomparsa da: Crotone

Il: 06/04/2012







Mario Pignalosa

Scomparso da: Portici (Napoli)

Il: 02/01/2013







Davide Cervia

Scomparso da: Velletri (Roma)

Il: 12/09/1990







Daniela Sanjuan

Scomparsa da: Bettona (Perugia)

Il: 23/10/2003




Gianni De Angelis

Scomparso da: Pontecorvo (Frosinone)

Il: 08/05/2013





Stefano e Antonio Maiorana

Scomparsi da: Isola delle Femmine (Palermo)

Il: 03/08/2007




Davide Barbieri

Scomparso da: Orvieto

Il: 27/07/2008







Marcello Volpe

Scomparso da: Palermo

Il: 12/07/2011







Rina Pennetti

Scomparsa da: Rende (Cosenza)

Il: 06/10/2009







Antonio Proia

Scomparso da: Follonica (Grosseto)

Il: 03/11/2013



Sergio Russo

Scomparso da: Prato

Il: 11/04/2015







Fabrizio Catalano

Scomparso da: Assisi

Il: 21/07/2005







Imane Laloua

Scomparsa da: Prato

Il: 06/07/2003







Emanuele Arcamone

Scomparso da: Ischia

Il: 08/05/2013




Giuseppe Ruggiero

Scomparso da: Coreno Ausonio (Frosinone)

Il: 15/05/2011