venerdì 16 ottobre 2015

Marco Fanucci: un romanzo sulla Corruzione Politica


È il 1992, un anno difficile per la recente Storia d’Italia, sia dal punto di vista politico, sia dal punto di vista sociale. Mani Pulite ha appena scoperchiato il pozzo nero della corruzione tra gli amministratori dello Stato e il popolo si indigna. Auro Ponchio, un giovane assistente di laboratorio e scrittore di scarso successo, viene contattato da un suo vecchio compagno di scuola, divenuto Deputato, l’Onorevole Alberto Malacarne, che gli chiede di diventare il suo Ghostwriter. Auro esita, visti i trascorsi scolastici non si fida di Alberto, che considera immorale e scorretto ma, alla fine, accetta. Inizia così un viaggio attraverso il girone infernale della disonestà e dei compromessi, non solo verso gli altri, ma, anche e soprattutto, verso sé stessi. “Il Prezzo del Requiem” di Marco Fanucci, edito da Lettere Animate è davvero un romanzo interessante, colmo di simboli, metafore e allegorie, che va letto con grande attenzione, perché nulla è lasciato al caso. Tra atmosfere surreali e grottesche e personaggi che sembrano manichini guidati dalla depravazione, l’inverosimile si dipana davanti agli occhi dei protagonisti e ci si chiede, fino alla fine, chi merita di salvarsi dalla condanna dei posteri. Lo stile è raffinato, ma, a tratti, complesso e la struttura non sempre lineare, ma ben studiata. Si percepisce il profondo interesse dell’autore per i temi e le storie raccontate, che sono vicende emblematiche e, nella loro difficoltà, sono stemperate da una buona padronanza dell’ironia, dote preziosa, che evidenzia il talento dello scrittore. Una lettura che fa pensare, riflettere, immaginare. E, oggi, è quasi un lusso.


Un’atmosfera surreale e misteriosa nell’Italia scossa dalle vicende tragiche e grottesche, emerse dalle inchieste Mani Pulite, è il filo conduttore del tuo romanzo “Il Prezzo del Requiem”, edito da Lettere Animate. Raccontaci la genesi di questo libro: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Un senso di profonda indignazione nei confronti della corruzione politica. L’idea, purtroppo suffragata dalla Storia degli ultimi vent’anni, che Mani Pulite non è riuscita a sradicare la malapianta dell’affarismo in politica. Tangentopoli fu solo una breve parentesi “illuminata” che ci condusse, purtroppo, ai miasmi putrescenti prodotti dalla Seconda Repubblica. Avevo voglia, quindi, di scrivere qualcosa che mettesse in ridicolo potenziali figure – il romanzo è pieno di personaggi che potrebbero popolare qualunque partito politico o ente pubblico italiano – arrivando a utilizzare gli strumenti del grottesco per costruire caricature che forse sono meno caricature rispetto agli originali – basta sentire le intercettazioni dei tanti casi di corruzione in cui sono coinvolti i nostri amministratori. A tal proposito emblematica è la scena dell’incontro tra il leader del partito e il vecchio politico malato ricoverato in un istituto geriatrico, oppure la sequenza torbida e notturna che si svolge in un night, oppure ancora le riunioni losche e segrete in cui c’è da spartirsi la ciccia. 

Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autore sei: segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo collaudato al quale non puoi rinunciare?

Scrivo fin da giovane, ora ho 47 anni. Sono passato per le poesie, per i racconti, infine, dopo un po’di apprendistato, ho cominciato a scrivere romanzi. Ne ho scritti cinque, il sesto è in preparazione, e con questo, il quarto, ho avuto il piacere della pubblicazione.
Le storie le costruisco scribacchiando dei soggetti, poi se l’idea regge alla verifica analitica delle possibilità, della verosimiglianza e della credibilità, comincio a elaborare delle situazioni narrative per ogni capitolo. Se tutto, o quasi, fila liscio inizio a scrivere: la parte più facile e più intrigante. Dopo la prima stesura il romanzo ha bisogno solo di qualche ritocco, inevitabili verifiche di incongruenze e qualche calibratura sintattica e grammaticale. Insomma, la gestazione preliminare della trama e dei personaggi è spesso più faticosa della scrittura vera e propria. Il più delle volte le idee iniziali vengono accantonate perché ritenute inservibili per la costruzione di una storia.  

Chi sono Auro Ponchio e Alberto Malacarne, i protagonisti del tuo romanzo? Come li definiresti e, in generale, come delinei i personaggi delle tue storie?

Alberto Malacarne è il classico figlio di papà che, malgrado scarse attitudini e scarse qualità, si trova a percorrere con successo una carriera spianata. La sua figura riassume in sé i mali che attanagliano e corrodono la società italiana: familismo, elitarismo, corruzione, disonestà, ambiguità, servilismo, fariseismo e una naturale disinvoltura nello sguazzare nel malaffare. Auro Ponchio, invece, percorre un cammino verso il degrado morale. Potrebbe essere il protagonista di un romanzo di formazione al contrario, dove il personaggio compie un percorso, spesso tortuoso e discutibile, che lo conduce però verso una crescita, un’evoluzione, un miglioramento. Invece, il mio Auro Ponchio comincia buono e finisce cattivo, esattamente come quelli che aveva disprezzato nella sua vita passata.

È ancora possibile oggi, secondo te, fare della scrittura una professione a tempo pieno? Che ostacoli hai incontrato e incontri ancora oggi lungo il tuo percorso?

Sono in pochi (fortunati) quelli che vivono di solo scrittura. È difficile pubblicare, la selezione è feroce, ma capisco che non può essere diversamente in un paese come l’Italia in cui ci sono più “scrittori” che lettori.

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci i tuoi progetti per il futuro.


Sto lavorando a una storia comica e grottesca in cui succedono tante cose rocambolesche. Sono all’inizio, ma la trama mi sta dando delle soddisfazioni. Insomma mi diverto e rido mentre scrivo e questo è un buon segno. Per il resto spero di pubblicare il quinto romanzo terminato a febbraio: anche questo fa ridere, però anche piangere. Il tema è il suicidio trattato in modo ironico e surreale, alla Nick Hornby o alla Arto Paasilinna, tanto per intenderci. Un’agente letterario, che ha apprezzato il testo, un paio di mesi fa mi ha detto che è difficile piazzarlo sul mercato editoriale. Staremo a vedere. 

mercoledì 14 ottobre 2015

Fabio Campoli e Il Circolo dei Buongustai: come diventare un grande Chef


Li amiamo così tanto, che sembriamo non poterne più fare a meno: decine di Chef, provenienti da tutto il Mondo, affollano le nostre televisioni, giornali, pagine Web. Stellati o anticonformisti, volubili o inflessibili, innovatori o tradizionalisti: ce n’è davvero per tutti i gusti, ma quella che, secondo le ultime tendenze, sembra essere la professione del futuro è ben più complessa di quel che appare in tv e richiede impegno, inventiva e coraggio non comuni, per farsi strada nel mondo della ristorazione e dell’accoglienza, dove sono i consumatori, e non gli indici di ascolto, a dettare legge.
C’è di buono che, oltre a sentirci tutti un po’ Chef, in grado di osare in esperimenti culinari di ogni tipo, la cultura del buon cibo, fatto di ingredienti semplici e materie prime d’eccellenza, si sta diffondendo sempre di più, nonostante la crisi economica, e lo dimostra il grande successo di pubblico di eventi come Expo 2015.
Ma, con così tanta concorrenza e degli standard sempre più alti, come si fa, oggi, a diventare dei grandi Chef? Che differenza c’è tra cuoco e Chef? E quali percorsi formativi bisogna intraprendere per realizzarsi al meglio in questo campo? Ce lo spiega lo Chef Fabio Campoli, uno tra i più acclamati e apprezzati Chef del panorama gastronomico italiano da oltre quindici anni. Docente, consulente, scrittore e, dal 2006, fondatore e Presidente de “Il Circolo dei Buongustai”, una vera e propria Accademia del gusto e delle eccellenze del settore. Tra innovazione e tradizione, condivisione e cultura, lo Chef Campoli ci darà i consigli giusti per fare di una passione un mestiere, raccontandoci anche le fasi più importanti del suo personale percorso professionale, fatto di sacrifici, soddisfazioni e priorità. Perché il vero protagonista della vita di uno Chef è il cibo: i sapori cambiano, ma il gusto non passa mai di moda.

Lo Chef è il mestiere del futuro: da qualche anno a questa parte le statistiche parlano chiaro. Si tratta, infatti, di una professione d’eccellenza, che coniuga creatività e senso pratico, impegno e abilità, attitudine al comando e capacità di mettersi al servizio degli altri, prendendosene cura. Come si diventa dei veri Chef? Quale percorso formativo è richiesto e quanto è importante essere sempre aggiornati sulle nuove tendenze?

Quelli che ancora oggi chiamo i miei “comandamenti culinari” provengono, anzitutto, dalla formazione di base e quella superiore. La base del mio mestiere è insita nello studio, perché se non avessi scoperto il gusto della conoscenza e della curiosità come persona nei confronti di tutte le mie passioni (in primis la cucina), non sarei riuscito certo a raggiungere la notorietà attuale (per quel che conta!) data dal mio essere uno chef “poliedrico”. E sono ben consapevole che, nel perseguire queste strade, occorra una buona dose di fortuna, perché la formazione vera è insita nell’incontro delle “persone giuste” da seguire. Il secondo scalino di difficoltà sta nel riconoscerle, e specie quando si è molto giovani, nello scegliere di seguire questi “maestri” a costo di favorire il proprio percorso di realizzazione, piuttosto che il guadagno, soprattutto nei propri primi anni di attività, ma non solo. E una volta rafforzati nella professione, sono fermamente convinto che gran parte del successo si giochi sulla continuità e la costanza.
Essere sempre aggiornati sulle novità è importante per qualsiasi mestiere, ma per quello del cuoco, a mio avviso, non importantissimo. Perché il cibo ha come in sé qualcosa di magico: cambia nei secoli ma al tempo stesso non passa mai di moda.



Qual è stato il suo primo approccio a questo mestiere: come e perché ha scelto di intraprendere questa strada? Cosa significa vestire i panni dello Chef e gestire dei ristoranti di successo?

Il mio primo avvicinamento alla cucina è avvenuto da giovanissimo, neanche a quattordici anni. E da primo lavoro intrapreso per voglia di indipendenza (soprattutto economica), si è trasformato prestissimo in una passione vera e crescente che non mi ha più abbandonato. Anzi, è stata proprio lei a guidarmi verso l’evoluzione da “cuoco” a “chef”.
Perché scegliere il mestiere dello chef vuol dire investire tutta la propria vita nel proprio lavoro, spesso vedendosi per questo costretti a rinunciare alla propria vita personale. Vita da chef, vita di sacrifici, ma anche di inenarrabili soddisfazioni emotive.

In qualità di fondatore e Presidente de “Il Circolo dei Buongustai” si sta facendo, ormai da molti anni, portavoce della cultura del buon cibo come sinonimo di gusto, salute e tradizione. Facciamo un bilancio di questo percorso di divulgazione e condivisione: quali sono gli obiettivi raggiunti dal Circolo e quali le difficoltà contro cui vi scontrate ogni giorno?

Il Circolo dei Buongustai, che ha visto la sua nascita nel 2006, è la massima espressione di un organo nuovo poiché si propone come agenzia specializzata in ricerca e sviluppo, consulenza, marketing, comunicazione e promozione enogastronomica a trecentosessanta gradi. Lo staff è attivo all’interno di una struttura innovativa (una cucina moderna, funzionale e accessoriata di ogni dettaglio, con uffici adiacenti), dove le nostre idee evolvono sapientemente, passando da ricette a progetti commerciali innovativi. Perché al Circolo dei Buongustai la cucina non è un fine, ma un mezzo, per conoscere e comunicare la cultura dei popoli, per trasmettere messaggi e fare informazione pubblica, per costruire eventi e attività, come vere e proprie storie da raccontare ai clienti.
Il Circolo dei Buongustai nasce per contraddistinguersi con la propria filosofia, insita nel vivere privatamente e professionalmente sempre “intorno alle buone cose”, cioè in nome dell’etica, del rispetto e del confronto continuo verso chiunque si trovi a collaborare con noi.
E forse questa è tra le più grandi difficoltà giornaliere: trovare le persone giuste con cui lavorare nel nome degli stessi ideali e degli stessi comportamenti sul lavoro, sia che si tratti di clienti, che di dipendenti.  Ma la prima difficoltà in assoluto, in un’ottica globale e spero momentanea per il nostro paese, resta la trasmissione della cultura, sia in termini di canali realmente disponibili che di interesse delle persone, che, invece che innalzarsi, va scemando nei confronti dell’alimentazione per un eccesso di messaggi comunicati ai consumatori spesso nel modo più sbagliato. Inizio a sentire il loro allontanamento, causato da una certa confusione “medico-mediatica” sugli alimenti.


Non solo mondanità, televisioni e viaggi. Quello dello Chef è un mestiere di sacrifici continui. Che consiglio darebbe ad un giovane che, prendendo ad esempio la sua carriera, volesse seguire le sue orme?

Oltre ad auspicare per la generazione presente un imprescindibile “riavvicinamento alla cultura”, il mio consiglio ai giovani non prende altro che il nome di “volontà di gavetta”: un’espressione che può sembrare scontata, ma oggi, proprio perché sono spesso coinvolto in consulenze per l’apertura di nuovi ristoranti e di conseguenza nella formazione dei cuochi addetti, mi sento di dire che mi sembra un concetto un po’ dimenticato, in un mondo in cui tutto sembra sempre più “essere dovuto”, senza sentire il bisogno di dimostrare prima di che pasta si è fatti. Ai giovani vorrei davvero riuscire a trasmettere, oltre alle mie tecniche culinarie, l’importanza della costanza e della dedizione, dell’autocontrollo e del senso di responsabilità sul lavoro, perché credo fermamente che siano queste le doti indispensabili e distintive in un mondo in cui trovare un lavoro sta diventando una questione difficile e selettiva.
Ai giovani consiglio anche di non farsi incantare da falsi miti, dalle scuole di cucina che promettono apprendimenti rapidi in cambio di investimenti cospicui: per un cuoco, proprio come per altri mille mestieri, l’esperienza vera è data dal vivere quotidianamente la cucina, la brigata e dal destreggiarsi abilmente tra le mille avventure che contraddistinguono la vita nel mondo della ristorazione intero.

Ci racconti un episodio, un aneddoto, una storia che, in tanti anni di professione ed esperienza è rimasta particolarmente scolpita nella sua memoria.


Ebbene sì, a volte ritrovarsi in cucina è come vivere in un film: è piena di emozioni, ma capita anche di scontrarsi in dispetti tra cuochi e oculati sabotaggi. Non potrò mai dimenticare come, qualche anno fa, nel corso di un evento privato per un centinaio di invitati, ho dovuto reinventare da zero la seconda portata del pranzo, dal momento che tutto il gustoso (e costoso) pesce fresco acquistato era “misteriosamente scomparso”!

www.fabiocampoli.it


www.ilcircolodeibuongustai.net

lunedì 12 ottobre 2015

Simone Montaldo e Ophir Criminology: sulle tracce del Mostro di Firenze


Il prossimo 18 ottobre 2015 si terrà, a Roma, il III Convegno Nazionale Ophir sul Mostro di Firenze, organizzato da Ophir Criminology, che vedrà numerosi esperti e professionisti delle Scienze Criminologiche, e non solo, confrontarsi sulle ultime novità che riguardano questo caso di grande interesse generale, in particolar modo sull’ultimo delitto compiuto dal Mostro, quello degli Scopeti.
Questo evento è solo la punta di diamante di una serie di seminari, incontri e corsi di approfondimento organizzati, ogni anno, da Ophir Criminology, un’Associazione nata dalla collaborazione delle migliori eccellenze del settore, con l’obiettivo di formare e informare, con serietà, entusiasmo e consapevolezza, allievi e appassionati. La missione di Ophir è, da sempre, quella di essere un veicolo di condivisione e conoscenza per chi voglia addentrarsi nei meandri delle menti criminali e studiarne i meccanismi. In questi anni di attività, questa Associazione è diventata un punto di riferimento per addetti ai lavori, studenti e cultori della materia in grado di andare oltre i luoghi comuni e fortemente desiderosi di comprendere l’importanza della multidisciplinarietà anche in questo settore.
Sarà lo stesso fondatore e Presidente di Ophir Criminology, il Dottor Simone Montaldo, Criminologo esperto di tecniche di interrogatorio e di psicologia della testimonianza, a raccontarci come è nata questa splendida realtà e come è possibile farne parte, a cominciare dal prossimo imperdibile Convegno sul Mostro di Firenze.

Quella del cosiddetto “Mostro di Firenze” è una storia che ha tenuto col fiato sospeso l’Italia intera per oltre mezzo secolo. Il prossimo 18 ottobre si terrà a Roma un Convegno organizzato da Ophir Criminology per illustrare dettagliatamente tutte le vicende che riguardano questo caso e fare il punto della situazione. Come mai avete dato vita a questo evento, giunto alla sua terza edizione, e quali sono le novità sulle quali si confronteranno gli esperti?

L’importanza della storia del così detto “Mostro di Firenze” è relativa a due aspetti fondamentali:
1)      La sua complessità investigativa, in termini criminologici (serialità, efferatezza) e criminalistici (dati forensi controversi, analisi scientifiche limitate dai mezzi dell’epoca);
2)      la sua conclusione processuale ancora incerta.
Di fatto non c’è ancora accordo sulla colpevolezza e non si è giunti ad una attribuzione di responsabilità univoca e universalmente accettata. Queste caratteristiche fanno del caso il luogo ideale di studio, confronto e approfondimento di specialisti e appassionati. In certo senso può essere fatto un parallelo con il notissimo caso di Jack Lo squartatore. Se da una parte bisogna accettare che alcuni casi non giungano mai, per ragioni contingenti, ad una soluzione processuale che soddisfi tutti, dall’altra i casi aperti o freddi (i cosiddetti Cold Cases) rappresentano uno stimolo costante all’aggiornamento e all’approfondimento tecnico e scientifico. Questo è lo spirito che anima il Convegno Ophir sul Mostro di Firenze, fin dalla sua prima edizione. È un luogo di confronto e di condivisione fra i massimi esperti del mondo della criminologia (come il Prof. Vincenzo Mastronardi, che ogni anno ci onora della sua presenza) che portano il proprio contributo specialistico secondo il principio della multidisciplinarità. Quest’anno il confronto verterà su un caso specifico: l’ultimo delitto del mostro, il duplice omicidio degli Scopeti. Sarà un’occasione per vedere dal vivo come il lavoro di specialisti di diverse discipline può portare a cambiare notevolmente la lettura di un delitto, anche dopo trent’anni.



Come sarà organizzata la giornata e chi saranno gli ospiti che si avvicenderanno? Chi e come si può partecipare a questa interessante iniziativa?

Come ho anticipato sarà presente fra i relatori il noto Psichiatra e Criminologo Prof. Vincenzo Mastronardi che da anni, ormai, si occupa dei delitti del Mostro di Firenze, avendo analizzato le più di cinquantamila pagine degli atti, con meticolosità e scientificità. Ci sarò poi io, che porterò un’analisi delle testimonianze dei soggetti che hanno, nel corso degli anni, affermato di aver visto le due giovani vittime nei giorni precedenti al delitto. Mi occupo di psicologia della testimonianza come CTP in casi attuali e in base alla mia esperienza ho valutato i resoconti testimoniali agli atti in termini di attendibilità. Ci sarà poi la Dottoressa Lambiase (Entomologa forense dell’Università di Pavia), il documentarista Paolo Cochi, che ha realizzato un reportage sul delitto degli Scopeti basato proprio sulle evidenze scientifiche del caso. Ci sarà il giornalista investigativo Fabio Sanvitale, il Criminologo investigativo Dottor Alessandro Gamba, medici legali di alto profilo accademico e altri esperti. Le informazioni per le iscrizioni si possono richiedere all’email: smophirconsulting@gmail.com oppure chiamando al 3779872877 o nella pagina Facebook: Ophir Criminology. La scheda di iscrizione e il programma si possono anche scaricare dal sito: www.ophir-criminology.it.


In qualità di fondatore e Presidente della Ophir Criminology, negli ultimi anni, ti sei fatto promotore di convegni, seminari e incontri di grande qualità sul mondo della criminologia e della criminalistica. Facciamo un bilancio di questo percorso di condivisione fino a oggi: quali sono gli obiettivi raggiunti e quali gli ostacoli contro cui vi scontrate ogni giorno?

Innanzitutto può essere utile spiegare da dove deriva il nome Ophir. Nella Bibbia Ophir è il luogo, famoso per la sua ricchezza di risorse (miniere d’oro, ma anche argento, legno di sandalo e animali esotici), da cui Re Salomone riceveva ogni tre anni grandi carichi di materiali e merci pregiate. Dalle miniere di Ophir doveva arrivare l’oro che avrebbe ricoperto lo splendido Tempio di Gerusalemme. È un luogo che non è mai stato identificato nella realtà, ma viene citato da studiosi e letterati, come Milton nel suo “Paradiso Perduto”. È stato naturale usare questo nome. La nostra Ophir vuole essere un luogo virtuale e reale al tempo stesso, nel quale i migliori professionisti del settore criminologico e criminalistico condividono e mettono in discussione le proprie conoscenze per poterle, poi, mettere a disposizione di chi ha passione e interesse per lo studio del crimine, del comportamento umano e per la scienza in generale. È una miniera viva che ogni giorno cresce e si modifica per dare materiale prezioso a chi vuole costruire qualcosa di valido. Abbiamo sempre cercato di selezionare molto attentamente i professionisti che sono entrati nel mondo Ophir e devo dire che ad oggi la nostra “famiglia” comprende membri di grande prestigio. Ciò che ci contraddistingue, penso, sia la volontà di dare agli allievi una visione realistica della materia, portando il contributo di professionisti che non solo svolgono attività accademica, ma sono anche attivamente impegnati sul campo. Penso al Dott. Alessandro Gamba e alla sua grande esperienza investigativa, penso al Prof. Matteo Borrini, che è Direttore del Corso di Laurea in Antropologia Forense della John Moores University di Liverpool. Penso all’Avv. Gabriele Satta, Presidente della Camera Penale di Sassari, e a tutti gli altri grandi professionisti con cui abbiamo lavorato. Avrete anche notato che le nostre collaborazioni con associazioni e gruppi vari sono state limitatissime. Ciò perché abbiamo sempre cercato di impostare eventuali collaborazioni sulla condivisione di principi di onestà intellettuale e scientificità. Per questo abbiamo collaborato con Università, Ordini professionali e con un’unica associazione che è Nemesi (che si occupa di ricerca persone scomparse e cadaveri con ausilio di Unità cinofile). Fino ad oggi il bilancio è positivo! I nostri allievi ci hanno reso orgogliosi con importanti risultati accademici e professionali. Tutto ciò, però, è solo l’inizio, c’è ancora tanto da fare e da migliorare e il nostro scopo è programmare percorsi sempre più strutturati, basati sulla multidisciplinarietà e orientati al contesto internazionale. Gli ostacoli sono di due tipi:
  •   quelli materiali del reperimento delle risorse necessarie a sviluppare progetti di grandi dimensioni,
  •   quelli del mondo della criminologia, che purtroppo si presta a storture, semplificazioni e mistificazioni mediatiche che diminuiscono la credibilità generale.

Troppa improvvisazione da parte di soggetti che promuovono un’immagine del “criminologo a trecentosessanta gradi” che somiglia più all’opinionista, che allo scienziato. La criminologia è ampia e comprende una quantità di discipline che devono essere oggetto di approfondimento e specializzazione e questo è il primo messaggio che voglio far passare! Non esiste il “CRIMINOLOGO” che sa di tutto e su tutto si esprime, esiste lo specialista che si occupa di una disciplina che rientra nel campo della criminologia. Resta inteso che non ho nulla contro la TV, né contro gli opinionisti, che fanno il loro lavoro in modo, a volte, egregio. L’importante è che l’opinionista non sconfini in ambito forense o investigativo!



Quali sono gli eventi che avete in programma per i prossimi mesi? Come si può sostenervi concretamente?

Gli eventi in programma per il momento sono due:
  •     il 18 Ottobre a Roma Il III Convegno Nazionale Ophir sul Mostro di Firenze
  •     il 23 e 24 Ottobre il Corso di 20 ore INSIDE CRIME SCENE: approfondimento BPA a Sassari.

Le informazioni per le iscrizioni si possono richiedere all’email: smophirconsulting@gmail.com oppure chiamando al 3779872877 o nella pagina Facebook: Ophir Criminology. La scheda di iscrizione e il programma si possono anche scaricare dal sito: www.ophir-criminology.it
Cosa fare per sostenerci? Non lo so, noi continuiamo a fare il nostro lavoro al meglio e il maggior sostegno è vedere che la cultura scientifica e criminologica si diffonde. La cosa che davvero ci sostiene sono i risultati dei nostri allievi, che mi auguro siano sempre più numerosi e motivati!

Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia legata alla realtà di Ophir Criminology che è rimasta particolarmente impressa nella tua memoria e ti ha fatto comprendere che stavi percorrendo la strada giusta.


Bella domanda! Quasi ogni evento rappresenta una conferma che questa è la strada giusta… per essere sinceri è l’unica strada. Purtroppo, o per fortuna, le cose che facciamo sono condizionate da ciò che siamo e dunque l’avventura di Ophir rappresenta ciò che io, la responsabile organizzativa (Dott.ssa Felicina Della Vecchia) e tutti quelli che sono parte della famiglia, siamo. La strada è giusta perché è naturale… Episodi ce ne sono tantissimi. Mi vengono in mente le volte che studenti in corso di formazione universitaria (e anche più giovani) mi hanno scritto dicendo di aver preso decisioni importanti sul proprio futuro formativo grazie anche a ciò che hanno visto ai nostri corsi. Mi vengono in mente risultati eccezionali nati nella collaborazione con Nemesi nella ricerca di persone scomparse, grazie ad un approccio multidisciplinare e integrato. E soprattutto penso all’atmosfera che vivo nei nostri eventi… un’atmosfera seria e rigorosa, ma allo stesso rilassata e distesa: penso che chi fa un lavoro serio non può prendersi troppo sul serio! Spesso incontro personaggi che di lavoro “interpretano il ruolo del professionista”, con espressioni accigliate e con l’aggressività di chi ha tanto tempo e tante energie da spendere in autopromozione. In sintesi Ophir è il luogo nel quale chi lavora (o vorrebbe lavorare) con gli aspetti più oscuri della natura e del comportamento umano, può trovarsi in una via di confine nella quale condividere il proprio sapere e le proprie esperienze lontano dai luoghi comuni e dalle parodie autoreferenziali da fiction.

sabato 10 ottobre 2015

Maria Clausi: Bullismo e Solitudine nella nostra Società


Alfredo è un adolescente confuso. Dall’infanzia, all’adolescenza, passando attraverso la violenza del bullismo, l’alienazione della solitudine e la triste indifferenza degli adulti che lo circondando, senza comprenderlo, vediamo Alfredo crescere e diventare adulto sulle pagine di un libro forte e avvincente. “L’escluso” di Maria Clausi, edito da Lettere Animate, è un romanzo diretto e interessante, che riesce ad affrescare le difficoltà di un giovane in un Sud Italia complesso, nel quale si percepisce tutta la fatica di farsi strada in una realtà dove è difficile costruirsi nuove prospettive e che, quindi, porta i più deboli, e non solo, a farsi illudere dall’ascendente negativo delle cattive compagnie. Quello di Maria Clausi è un importante tentativo di denuncia di alcune piaghe delle nostra attuale società, conosciute, ma mai troppo approfondite, attraverso la potenza della narrativa e gli occhi di personaggi che, seppure di fantasia, hanno il profumo della realtà. Lo stile è ancora acerbo e ingenuo in alcuni punti, ma la struttura del romanzo è buona e il genuino coraggio dell’autrice è encomiabile. Ci auguriamo davvero che il suo tentativo di racconto sociale di ciò che ben conosce la porti lontano, in un viaggio del quale siamo fieri di aver fatto parte.


Adolescenti e bullismo, discriminazioni e criminalità: questi sono solo alcuni dei temi toccati ne “L’escluso”, edito da Lettere Animate. Raccontaci la genesi del tuo romanzo: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

I miei romanzi sono sempre ispirati alla realtà e questo romanzo, in particolare, vuole raccontare delle storie realmente accadute, anche se, naturalmente, sono state “ritoccate” con l’aiuto della fantasia. Ciò che mi ispira è la realtà che conosco o che ho conosciuto direttamente, ma anche mediante i racconti di persone vere.

Da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Che autrice sei: segui l’ispirazione in ogni momento della giornata o hai un metodo preciso al quale non rinunci mai?

Sento l’esigenza di scrivere sin da quando ero una bambina e tale esigenza nasce dal grande desiderio di raccontare. Attualmente la mia necessità di scrivere nasce dall’urgenza di denunciare determinati mali che affliggono la società contemporanea. Sento forte il bisogno di far conoscere certe realtà, di far conoscere la condizione di molte persone, di far conoscere delle ingiustizie. Sperando di non apparire presuntuosa, penso di potermi definire come una scrittrice verista del passato: una scrittrice che racconta e denuncia la realtà del suo tempo. Tuttavia, non è solo il bisogno di denunciare certe storture che mi spinge a scrivere: la necessità di scrivere è dettata anche dal grande desiderio di parlare di Dio, del significato della nostra esistenza, di una vita oltre questa vita…
Scrivo quando ho il tempo di farlo perché nella vita quotidiana sono occupata anche da altri impegni, ma quando mi siedo davanti al computer non ho bisogno di pensare: scrivo in modo fluido e continuo, come se ci fosse qualcuno accanto a me che stesse facendo un dettato!

Chi è Alfredo, il protagonista del tuo libro? Come lo definiresti e, in generale, come delinei i personaggi delle tue storie?

Alfredo è un personaggio creato dalla mia fantasia, ma ispirato a diverse persone reali. In Alfredo, dunque, si racchiudono le storie, i pensieri ed il carattere di più persone. La casa in cui Alfredo vive è una casa reale, così come assolutamente reali sono i posti che vengono descritti ed in cui il personaggio vive e si muove.

Per saper scrivere bene occorre, certamente, leggere tanto: che libro c’è sul tuo comodino? Che generi preferisci?

Io amo tantissimo leggere. Il mio scrittore preferito è Dostoevskij. Lo ritengo uno dei più grandi scrittori della letteratura mondiale di tutti i tempi. Il genere che preferisco è la narrativa, ma leggo anche Freud, libri di filosofia e testi religiosi o che approfondiscono temi religiosi.

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.


Sto scrivendo un romanzo che analizza il mondo della giustizia e che, come gli altri romanzi, ha lo scopo di far conoscere determinate realtà e di denunciare tutto ciò che di “guasto” c’è in questo mondo che, secondo me, è sconosciuto a molti. Il mio programma per il futuro è quello di continuare a scrivere e il mio desiderio è che in molti possano leggere le mie opere.

mercoledì 7 ottobre 2015

Buon compleanno “Fatti i fatti tuoi!”: il primo anno di storie tutte da leggere


C’è qualcosa di magico nel vivere, giorno per giorno, un piccolo sogno che si avvera. Abbiamo iniziato questo percorso lasciando che la bussola della nostra curiosità ci guidasse, seguendo la strada della condivisione e del dibattito, e, oggi, una storia dopo l’altra, vogliamo augurare buon compleanno al Blog “Fatti i fatti tuoi!”, sperando sia solo il primo di lunga serie al fianco di chi proprio non riesce a farsi i fatti propri.
Come un figlio che, prima o poi, va lasciato andare, ho cercato di scrivere seguendo le inclinazioni naturali del Blog, che altro non sono se non i consigli di tutti i lettori, i primi che voglio ringraziare di cuore per l’affetto e l’interesse che ci dimostrano ogni giorno, assieme a tutti gli ospiti che hanno contribuito a rendere prezioso e speciale questo contenitore di racconti al servizio di tutti.
Dopo ottanta articoli, trentacinquemila visualizzazioni e decine di storie di artisti, scrittori, esperti, professionisti, famiglie, associazioni e persone magnificamente comuni, tutte raccontate dalla viva voce dei protagonisti che hanno voluto condividerle, forse non siamo arrivati da nessuna parte, oltre all’anima di chi ha voluto seguirci, e siamo rimasti solo una gocciolina di questo Web più simile e un Oceano, che a una ragnatela.
Ma cosa conta di più: il viaggio o la metà? Il percorso o l’obiettivo? La strada o il traguardo? Come scriveva il poeta greco Costantino Kavafis, una volta in viaggio, tutti dobbiamo augurarci che la strada verso la nostra Itaca sia lunga e ricca di esperienze e avventure, perché solo le conoscenze acquisite nel cammino potranno farci davvero capire cosa vuol dire un’Itaca.
E voi cosa ne pensate? Quali allettanti Sirene, terrificanti Ciclopi e capricciose Divinità stanno segnando il vostro percorso di vita, verso la vostra Itaca? Continuate a scriverci e a leggerci: “Fatti i fatti tuoi!” ha ancora tante storie da raccontare…



Itaca

Quando ti metterai in viaggio per Itaca 
devi augurarti che la strada sia lunga, 
fertile in avventure e in esperienze. 
I Lestrigoni e i Ciclopi 
o la furia di Nettuno non temere, 
non sarà questo il genere di incontri 
se il pensiero resta alto e un sentimento 
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. 
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, 
nè nell’irato Nettuno incapperai 
se non li porti dentro 
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga. 
Che i mattini d’estate siano tanti 
quando nei porti - finalmente e con che gioia - 
toccherai terra tu per la prima volta: 
negli empori fenici indugia e acquista 
madreperle coralli ebano e ambre 
tutta merce fina, anche profumi 
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi, 
va in molte città egizie 
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca - 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo 
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Costantino Kavafis (1863-1933)

lunedì 5 ottobre 2015

Concetta Tirotta: dov’è mia sorella, Rosa Tirotta?


È il 6 aprile 2012. Tutto è pronto a Cutro, un accogliente paesino della provincia di Crotone, per celebrare la Santa Pasqua. Rosa Tirotta è una donna di quarantanove anni, sensibile e riservata. Ha una cicatrice sul volto, sin da bambina, a causa di una bruciatura e questo la mette a disagio, anche se non vuole darlo a vedere alle persone che ama. Rosa, dalla provincia di Firenze, dove vive e lavora, è appena arrivata in Calabria, nella casa paterna, per passare le vacanze pasquali assieme a tutta la sua famiglia. Va a messa, passeggia per il paese, poi, tornata a casa per disfare le valigie, avvisa i fratelli che sarebbe andata a Crotone per delle spese, ma che non sarebbe rimasta fuori fino a tardi. Le ore passano e, quando la sorella di Rosa, Concetta Tirotta, e tutti i suoi familiari si accorgono che il cellulare di Rosa risulta spento, si allarmano immediatamente. Rosa sembra essere sparita nel nulla e, a parte loro che sono dilaniati dalla sua misteriosa assenza, nessuno se ne preoccupa. Dove può essere andata Rosa? Cosa le è successo? Ma, soprattutto, perché nessuno la cerca? Sono queste le domande che tormentano Concetta da oltre tre anni e che, al momento, sembrano non avere risposta.


Chi è Rosa? Raccontaci la sua storia?

Rosa era una persona timida e tranquilla. Aveva un lavoro sicuro in Tribunale, non aveva mai avuto problemi economici, né di nessun tipo e aveva un buon rapporto con tutta la sua famiglia. Era una donna riservata, sensibile, persino fragile, anche a causa di una brutta cicatrice sul volto che aveva fin da bambina, a causa di una bruciatura e che la portava a nascondersi, manifestando di rado i suoi disagi. E oggi tutti sembrano essersi dimenticati di lei.

Quando l’hai vista l’ultima volta? Cosa è accaduto il giorno della scomparsa?

Rosa viveva e lavorava vicino Firenze ed era molto credente. Il 6 aprile 2012 aveva deciso di scendere in Calabria per la Pasqua con mia sorella Maria, perché le piaceva assistere alle celebrazioni che spesso nei piccoli paesi come il nostro sono più sentite. Appena arrivata a Cutro, il nostro paese natio, in provincia di Crotone, si è recata subito a messa. Molti l’hanno vista passeggiare in piazza prima e dopo la funzione. Successivamente è tornata a casa, si è data una rinfrescata e ha sistemato i bagagli. Poco dopo ha avvisato tutti che sarebbe andata a fare un giro a Crotone, ma che non sarebbe rimasta fuori troppo a lungo. Le ore passavano e, quando ci siamo accorti che, oltre a non aver fatto ritorno, il suo telefonino era staccato, siamo corsi a cercarla.

Come si sono svolte le ricerche in questi anni? Chi vi sta più accanto concretamente e quotidianamente?

Per i primi nove mesi non è stato fatto praticamente nulla per cercare Rosa. Successivamente si sono resi conto che c’era qualcosa di anomalo, ma le superficiali ricerche che sono state fatte non hanno portato a nessun risultato. All’inizio del 2013 sono stati coinvolti i Vigili del Fuoco, la Protezione Civile, le Unità Cinofile e gli elicotteri, ma di Rosa non c’era più traccia. Nessuno delle Istituzioni si preoccupa di informarci o di tenerci aggiornati sulla faccenda. Tutti si sono dimenticati di Rosa e noi siamo molto delusi da questo. Rosa viveva con mia madre che ormai ha superato gli ottantacinque anni e tutto questo tempo senza notizie la sta consumando. Anche le trasmissioni televisive, a esclusione di “Chi l’ha visto?”, non se ne sono mai occupate e, anche se contattiamo le redazioni, pregandole di aiutarci a tenere alta l’attenzione su Rosa, non riceviamo nessun aiuto.

Che ruolo svolgono o potrebbero svolgere, secondo te, l’opinione pubblica e tutti i mezzi d’informazione di fronte a un caso di scomparsa?

Le trasmissioni che si occupano di queste storie dovrebbero dare lo stesso spazio a tutti i familiari in cerca di aiuto e non solo ai casi che gli assicurano maggiore audience. Mi rendo conto che la televisione ha le sue regole, ma tutti abbiamo bisogno di sostegno, nessuno escluso! Mia sorella era una donna sola, senza un marito o un compagno, che stava attraversando un momento difficile e che non si è confidata neppure con noi familiari per ricevere un supporto, anche se ne avrebbe avuto tanto bisogno, così come noi, oggi, abbiamo bisogno dell’appoggio di più persone possibile per riuscire a ricostruire cosa può esserle accaduto.

È il ricordo a mantenere vive le persone di cui si sono perse le tracce e a dare alle famiglie la forza di non smettere mai di cercare. Qual è il tuo ricordo più vivo di Rosa?


Eravamo molto unite e ho tanti ricordi di Rosa. Il giorno della scomparsa le avevo detto di telefonarmi prima di rientrare a casa, che sarei andata a prenderla alla stazione per tornare insieme e lei mi era sembrata tranquilla. Ma da allora non l’ho mai più rivista. E nessuno di noi della famiglia ha la minima idea di cosa potrebbe esserle accaduto. Ci basterebbe una sua telefonata per tranquillizzarci e per permettere a nostra madre, ormai anziana, di rasserenarsi definitivamente, sapendola sana e felice. Vorremmo tanto che fosse viva! Saremmo contenti di sapere che magari si è ritirata in qualche Convento e che è soddisfatta della sua nuova vita, ma come potremmo mai saperlo con certezza? Chi potrebbe aiutarci a scoprirlo? E se invece le fosse successo qualcosa di brutto? O fosse in cerca di aiuto? È difficile convivere con queste domande che, ancora oggi, dopo tanto tempo, non trovano risposta. Chiunque sapesse qualcosa, ci contatti!

venerdì 2 ottobre 2015

Angela Iantosca: chi sono i figli della ‘ndrangheta


La parola chiave della storia che vi raccontiamo oggi è alternative. Tutta le mafie che, da secoli, dilaniano il nostro Paese, dalla ‘ndrangheta, alla Camorra, passando per Cosa Nostra e la Sacra Corona Unita, affondano le loro radici più profonde nella convinzione dei loro membri che non esistano alternative valide all’adesione ai loro sistemi corrotti. Da ciò ne deriva il continuo coinvolgimento, di generazione in generazione, di nuove leve abituate a vedere nella violenza e nella corruzione l’unico possibile stile di vita, portando a un tale avvelenamento del tessuto sociale, da mettere all’angolo le Istituzioni. Sin da bambini, infatti, i figli delle famiglie mafiose vengono educati a seguire le orme insanguinate dei propri padri. Angela Iantosca, scrittrice e giornalista di grande professionalità e coraggio, ci racconta l’infanzia di alcuni di questi bambini nel suo interessantissimo saggio “Bambini a metà. I figli della ‘ndrangheta”, edito da Giulio Perrone Editore. L’arduo compito delle Istituzioni e dell’opinione pubblica è proprio permettere ai bambini di oggi, gli adulti di domani, di credere che esistano delle vere alternative a una vita sottomessa alla ‘ndrangheta, fatte di condivisione, rispetto e legalità. Perché ogni bambino ha diritto di avere un’infanzia felice, come ogni uomo deve poter scegliere di costruire, secondo coscienza, il proprio futuro, senza paura di mostrare da che parte sta.


L’infanzia può essere negata in molti modi, ma crescere in un ambiente inquinato dalla ‘ndrangheta è sicuramente la più alienante delle violenze. Chi sono i figli della ‘ndrangheta?

Sono i figli della violenza, del malaffare, delle regole dell’Onorata, della fede messa al servizio dell’organizzazione criminale. Sono bambini abituati a vedere i genitori che parlano di droga, di armi, di faide, di accordi, sono bambini che in nome dell’Onorata sanno che si può uccidere la madre o una fidanzata o un figlio, se non ubbidisce alle regole stabilite. Sono bambini educati a nascondere i loro sentimenti, perché chi ama può facilmente tradire.
Sono bambini, non solo calabresi, cresciuti in uno stato parallelo al nostro Stato, dove si sputa quando si sente la parola “carabiniere”, dove non si rispettano le regole del nostro Stato, dove poliziotti e carabinieri sono considerati degli infami, dove il diverso è escluso, dove ciò che conta è il potere e il significato che si nasconde dietro determinati cognomi, dove le Istituzioni non meritano alcuna considerazione, dove i matrimoni nascono dalla necessità di rafforzare rapporti tra famiglie, dove può capitare che le ragazze e i ragazzi non possano amare liberamente, dove il mondo nel quale viviamo noi viene visto attraverso una lente deformante che ci dipinge come i nemici da combattere. Sono figli di ‘ndrangheta, bambini, dunque, a metà, sia coloro che crescono nelle famiglie dei boss, sia coloro che sono abituati a veder sparare, sia quelli che sono educati all’uso della violenza, sia i figli di chi senza sparare, stando comodamente seduti nelle proprie abitazioni, fa affari illeciti, si occupa del mercato della droga, del traffico internazionale di stupefacenti, di armi, di chi ricicla denaro sporco. Sono bambini a metà che troppo presto devono abbandonare il mondo dell’infanzia per un mondo che non può regalare nulla, se non sofferenze.

Svelaci la genesi del tuo saggio “Bambini a metà. I figli della ‘ndrangheta”, Giulio Perrone Editore: da dove nasce l’esigenza di raccontare questa realtà?

L’idea del libro è nata durante la raccolta del materiale relativo al primo libro, “Onora la madre – storie di ndrangheta al femminile” (Rubbettino editore – maggio 2012). Leggendo gli articoli, le carte processuali, mi sono imbattuta nel protocollo “Liberi di scegliere”, del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, voluto dal suo Presidente, il Dottor Roberto Di Bella. Incuriosita dal protocollo e spinta dalla necessità di approfondire, ho contattato il Presidente chiedendo di poterlo incontrare per cercare di andare a fondo in una direzione mai considerata: nessuno si è mai occupato dei minori, nessuno ha mai posto l’accento su quanto sia importante intervenire sui minori per provare ad interrompere la catena di sangue della ’ndrangheta che, proprio perché sovrappone l’organizzazione criminale a quella familiare, si fonda sul ricambio generazionale e sul tramandare le “tradizioni” mafiose di padre in figlio. Grazie a Di Bella ho avuto modo di incontrare alcuni dei ragazzi inseriti nel protocollo, di toccare con mano gli effetti che l’educazione ’ndranghetista provoca su questi ragazzi. Ho pensato, dunque, di realizzare un saggio che raccontasse i numerosi casi di atti criminali nei quali vengono coinvolti i minori, che raccontasse la scuola, il suo ruolo difficile soprattutto in alcuni territori, come San Luca, che raccontasse la Chiesa e che soprattutto desse voce ai miei incontri diretti, al viaggio fisico e psicologico in questa Calabria così martoriata.   
Credo che fosse necessario raccontare questo aspetto della ‘ndrangheta, che fosse doveroso da parte mia. Credo che sia essenziale continuare a parlarne e comprendere la gravità di quanto accade ogni giorno. Non possiamo occuparci dei criminali solo quando sono maggiorenni, perché è più probabile che siano irrecuperabili. È necessario occuparsi dei minori, evitare loro sofferenze, creare delle speranze, delle alternative, mostrare loro una via differente da quella che gli mostrano i familiari. Ed è ciò che fa il protocollo che permette a quei ragazzi finiti nelle maglie della giustizia minorile di crearsi una opportunità diversa dal carcere e dalla morte, entrando in contatto prima di tutto con se stessi.

Le Istituzioni come affrontano concretamente queste situazioni così drammatiche? Che provvedimenti possono prendere?

Grazie al protocollo redatto dal Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, ai ragazzi vengono date tre opportunità: o vengono inseriti in comunità nei pressi del loro paese natio, quindi in Calabria, o vengono mandati in Regioni limitrofe, per esempio in Sicilia dove vengono inseriti in comunità e in contatto con associazioni (come Addiopizzo) che attraverso un lavoro quotidiano provano a scardinare tutte quelle sovrastrutture che gli sono state create dalla famiglia, oppure – qualora le loro famiglie di provenienza siano particolarmente pericolose o non mostrino capacità di poter riaccogliere un giorno nel proprio nucleo i figli - vengono mandati in comunità o in famiglie nel nord Italia. Purtroppo il protocollo è stato redatto dal Tribunale dei Minori di Reggio Calabria e interessa unicamente questa provincia. Nonostante sia trascorso del tempo, inoltre, ancora non è stato trasformato in legge. Un grande supporto da qualche mese sta giungendo dall’Associazione di Don Luigi Ciotti, Libera.

Quanto è difficile sensibilizzare l’opinione pubblica verso questi temi? Che ostacoli hai incontrato in questo percorso?

Ogni incontro vede la presenza di un pubblico attento e partecipe, in tutta Italia. Ciò che manca, tuttavia, è una maggiore presa di coscienza. La ’ndrangheta, come tutte le mafie, non è un problema altro da noi, ma è una realtà che noi stessi, ogni giorno, dobbiamo combattere, nei nostri gesti quotidiani. Faccio degli esempi pratici: non capita di rado di vedere in Calabria manifestazioni contro la mafia. Eppure quelle stesse persone che sfilano lungo il chilometro più bello d’Italia, poi, non le vedi entrare nei negozi di chi ha denunciato il racket. Sono importanti le manifestazioni, ma ancora di più lo sono le scelte quotidiane, non aver paura di mostrare da che parte si è. Ma questo non è un problema solo calabrese. Io sono di Latina e ho avuto modo di partecipare attivamente nel 2014 alla Giornata della Memoria organizzata da Libera nella mia città. Ebbene, eravamo più di centomila persone, ma a sfilare per la città in ricordo delle vittime di tutte le mafie c’erano i familiari delle vittime provenienti da tutte le regioni italiane, gli studenti di Latina (attivi e partecipi), non gli adulti. E la stessa cosa si è verificata anche in occasione della manifestazione organizzata a sostegno del giudice Lucia Aielli minacciata di morte: per le strade della città c’erano solo gli studenti, i giovanissimi, ma non gli adulti. Cosa significa questo? Che si ha paura anche solo di mostrarsi accanto a chi lotta contro le mafie.
Personalmente, nella raccolta del materiale, negli incontri, non ho riscontrato nessun tipo di difficoltà. La Calabria, come il resto d’Italia, è fatta da una rete di gente sensibile e disponibile, di veri professionisti, capaci di accoglierti e proteggerti.

Raccontaci un episodio, un aneddoto, una storia che, tra le tante che hai conosciuto, è rimasta maggiormente impressa nella tua memoria e nel tuo cuore di donna e di scrittrice.

Molto forti sono stati gli incontri con Libero, il ragazzo a cui ho anche dedicato il libro.
Libero è un ragazzo che appartiene ad una delle famiglie più potenti della Locride. È il primo ragazzo ad essere stato inserito nel protocollo “Liberi di scegliere”. Ho avuto modo di incontrarlo più volte nel corso dell'anno che ha trascorso fuori dalla Calabria e ciò che ho visto è stato un cambiamento graduale in lui, come hanno confermato anche lo psicologo Enrico Interdonato e l'assistente sociale Maria Baronello che lo hanno seguito. Quando Libero si è presentato a loro era un ragazzo chiuso, privo di emozioni, ubbidiente, difficile da scalfire. Di fronte a lui vedeva solo la morte e il carcere. Dopo un anno ha cambiato il suo sguardo verso sé e gli altri. Quando gli ho domandato cosa vedesse di fronte a sé, ora, mi ha risposto di non saperlo. Una risposta che rappresenta già una grande conquista. Perché il non saperlo rappresenta un vedere di fronte a sé nuove alternative al carcere e alla morte.
Ora è tornato nel suo paese. Non sappiamo come finirà la sua storia. Ma una cosa è certa: ora sa che ha una alternativa, che c'è altro oltre quel piccolo mondo fatto di dolore e violenza nel quale è cresciuto. È stato molto emozionante assistere alla sua crescita e, forse, farne anche parte.