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giovedì 26 aprile 2018

Chiara Camerani: tutta la verità sul Satanismo


Ormai da qualche anno, anche nel nostro Paese, abbiamo assistito a un progressivo crescere dell’interesse mediatico e, conseguentemente, della partecipazione dell’opinione pubblica, verso il fenomeno del Satanismo, in particolare quando si ricollega alla commissione di crimini violenti. A volte a destare curiosità sono le modalità, apparentemente rituali, di determinati reati, altre volte si tratta del movente connesso, in qualche modo, a queste credenze pseudoreligiose, ma troppo spesso l’iniziale sicurezza dell’intervento di certe dinamiche durante la preparazione o la commissione del crimine, finiscono per esplodere come una bolla di sapone esclusivamente mediatica che non ha reali riscontri effettivamente accertabili nella realtà fattuale o processuale.
Qual è, dunque, la verità sul Satanismo e sui crimini a esso esteriormente collegati? A fare chiarezza sulla questione ci hanno pensato Chiara Camerani, Fabio Sanvitale e Perla Lombardo nel loro saggio “Satanismo, tra mito e realtà”, Sovera Edizioni, un vero e proprio manuale per addetti ai lavori, ma anche un interessante testo di approfondimento per semplici appassionati della materia che abbiano voglia di conoscere meglio cosa sia il Satanismo e quanto sia effettivamente legato alla commissione di crimini più di altri moventi “misteriosi”.
Come ci ha spiegato Chiara Camerani, Psicologa clinica esperta in criminologia e Direttrice del Cepic – Centro Europeo di Psicologia, Investigazione e Criminologia, ancora troppo frequentemente, in tema di Satanismo, soprattutto in ambito criminologico, c’è superficialità e confusione. Ciò anche a causa dello scarso approfondimento da parte dei media nel raccontare e spiegare le reali dinamiche che caratterizzano questi fenomeni. Insomma, proprio come durante i cosiddetti Secoli Bui, spesso ci si lascia guidare dall’esigenza di facile sensazionalismo e dal desiderio di vera e propria caccia alle streghe, senza analizzare una realtà a volte molto più semplice.
L’aspetto più interessante di questo testo, come ci spiega la stessa autrice, risiede nella lunga e circostanziata ricerca anche storica sul fenomeno, che permette di comprendere meglio le radici di questa credenza popolare, come vero e proprio culto, arrivando a una classificazione sistematica di tipo scientifico di tutte le manifestazioni di reato che, in un modo o nell’altro, hanno a che vedere col Satanismo. Grazie a questa classificazione si riesce a sgomberare il campo da ogni dubbio, distinguendo tutti i casi in cui il Satanismo è solo in apparenza attinente a fatti di sangue e scoprendo così che le volte in cui il Diavolo ci mette lo zampino, sono molte meno che di quelle che ci farebbe comodo credere.



“Satanismo, tra mito e realtà”, Sovera Edizioni, scritto in concerto con Perla Lombardo e Fabio Sanvitale, è un vero e proprio manuale, per gli addetti ai lavori e non solo, che deriva da anni di studi sul campo sulle radici più profonde di questo fenomeno e sulle sue manifestazioni criminose. Raccontaci la genesi di questo testo: come si sono svolte le ricerche e quali intenti vi siete proposti?

Circa otto anni fa il Satanismo ebbe un boom mediatico, profilandosi come una pericolosa realtà criminale. Mi colpì molto il fatto che, a fronte di tanto allarme e di tanta assoluta certezza degli esperti, non vi fosse in realtà alcuna “pistola fumante”, alcun elemento che dimostrasse le nefandezze di questi poveri satanisti, che venivano accusati di stupri, sacrifici umani, mutilazioni.
Secondo i criminologi infatti, non si trovava traccia dei reati a causa di una sorta di potere occulto che faceva sparire le tracce e che copriva ogni crimine. I dati sull’incidenza dei crimini satanici, inoltre, venivano snocciolati dagli esperti sulla base di un presunto numero oscuro (per sua natura inconoscibile) e decuplicati in base a qualche indefinita proiezione.
A fronte di tanta confusione e inaffidabilità oggettiva, ho ritenuto vi fosse necessità di intraprendere una indagine scientifica del fenomeno. Per molti anni il Cepic – Centro Europeo di Psicologia, Investigazione e Criminologia ha organizzato dei corsi di aggiornamento e formazione in criminologia al termine dei quali era prevista la stesura di tesine o la realizzazione di progetti di ricerca. La vera natura del credo satanico, l’analisi oggettiva ed imparziale sull’incidenza di reati satanico-rituali in Italia, la necessità di verificare se vi fosse un legame tra affiliazione satanica e commissione di crimini, sono divenuti l’oggetto della nostra ricerca, che in un secondo tempo è stata estesa fino a divenire un manuale.

Per quanto riguarda l’indagine sui casi dal punto di vista criminologico, avete proposto una classificazione analitica delle varie condotte. Da quali presupposti siete partiti e a quali conclusioni sieste giunti?

Dopo la raccolta dei casi, ci siamo resi conto che molti di essi non avevano nulla a che fare con il Satanismo; la maggior parte scaturivano da uno smodato bisogno di sensazionalismo da parte di esperti e giornalisti, altri erano attribuibili a psicopatologia del reo (ad esempio il delirate che vede il demonio nella vittima), alcuni, pur attuati da persone che dichiaravano una appartenenza ad un credo satanico, non traevano da esso il movente, bensì da motivazioni banali quali litigi e gelosie.
Più che gli adoratori di satana, un numero consistente di reati, riguardava persone semplici e fortemente religiose che volevano invece cacciare il demonio.
Sorprendentemente, la ricerca ha evidenziato che commettono più reati i religiosi nell’ingenua convinzione di cacciare il demonio, che non i satanisti. Per questa ragione abbiamo ritenuto opportuno offrire una classificazione analitica sul modello del Crime Classification Manual che costituisse una linea guida per gli operatori, facilitando la lettura di indizi, simboli e specifici indicatori investigativi e comportamentali.

Oltre agli aspetti investigativi, vi siete soffermati sull’analisi del Satanismo come vero e proprio culto, anche rispetto alle altre religioni, e come fenomeno culturale e di costume. A quali esiti vi ha condotto questa ricerca e quale aspetto ti è rimasto più impresso come esperta e professionista?

Parto dal presupposto che, indipendente dalla credenza religiosa personale, un professionista debba avvicinarsi a tali fenomeni in maniera assolutamente imparziale. La religione, quale essa sia, svolge una funzione psicologica importante nella vita di molte persone. Quando non scade nel fanatismo essa costituisce uno strumento di aggregazione e un “equilibratore” psichico e morale. In tal senso, pur essendo atea, ho il pieno rispetto per ogni forma di spiritualità ma come studiosa non posso non considerare ogni forma di credo come una superstizione. Non ritengo infatti che alla luce di tale prospettiva, il credere nella resurrezione di Gesù o nella verginità della Madonna debba avere maggior dignità rispetto alla credenza negli Ufo, in Dei pagani o persino in Satana.
Nel nostro approccio al Satanismo, come alle realtà settarie di cui ci siamo lungamente occupati, considera ugualmente degna ogni forma di religione, credo, celebrazione o forma spiritualità a patto che chi la pratica non commetta reato.
Non entriamo quindi nel merito della credenza superstiziosa, ma osserviamo le dinamiche del gruppo, cosa fanno gli aderenti, se commettono reati o violenze, l’eventuale grado di pericolosità.
Nel caso del Satanismo per quanto concerne reati quali omicidio, stupro e violenza, a eccezione di un solo caso, non abbiamo trovato alcun nesso tra propensione al crimine e affiliazione satanica. Ciò ci ha spinto a studiare tale realtà religiosa e a prendere contatto con appartenenti a chiese occultistiche e sataniche anche perché ci siamo accorti che molti esperti giudicavano il fenomeno senza aver in alcun modo approfondito la storia e la filosofia di tali movimenti, liquidandoli con qualche categorizzazione descrittiva.
Nel manuale abbiamo lungamente descritto la filosofia satanica e credo che l’opportunità di conoscere meglio il pensiero dei tanto temuti satanisti sorprenderà molti lettori.

Un aspetto interessante dal punto di vista della comunicazione è il ruolo dei media: tra disinformazione e allarmismo, come dovrebbero porsi giornali, Tv e Social per raccontare temi e fatti tanto delicati?

Direi che dovrebbero sforzarsi di fare vera informazione di ogni notizia sia essa politica, criminale o culturale, cosa che purtroppo non si fa più da molto tempo.
Per i media, come per molti esperti di cui i media si avvalgono, la regola è stupire e vendere se stessi o la notizia. L’assenza di una educazione e di una comunicazione mediatica approntata al rigore e all’onestà intellettuale lascia spazio alla creazione di notizie ad hoc, che parlano alla “pancia” della gente. Gli esperti non analizzano, non spiegano, ma sollevano moti emotivi. I giornalisti prediligono lo spettacolo a scapito dell’informazione e chi ne fruisce assorbe in modo passivo ciò che viene proposto. Una comunicazione facile, generalistica, che impigrisce la mente e non spinge al ragionamento critico. Ogni tentativo di analisi metodologica o complessa (e perciò controcorrente) viene ostacolata e ridotta al silenzio. Trovo che tale appiattimento sia molto triste oltre che estremamente pericoloso.

Facciamo un bilancio della tua esperienza come Direttrice del Cepic – Centro Europeo di Psicologia, Investigazione e Criminologia: che risultati avete raggiunto fino a oggi? E quali sono i traguardi che vi ripromettete di raggiungere prossimamente? Raccontaci quali sono i vostri programmi per il futuro.

Non posso che propendere per un bilancio positivo.
Il Centro oggi, oltre che per la ricerca e la formazione, si pone come riferimento e offre consulenza tecnica in svariati ambiti. Unitamente a quelle abituali (sia in ambito penale che civile), ci occupiamo di aree specifiche quali la valutazione della pericolosità settaria, la tutela degli uomini maltrattati in ambito familiare o vessati in fase di separazione conflittuale (seppure una minoranza, gli uomini maltrattati costituiscono una realtà in crescita), la valutazione della pericolosità nelle condotte sessuali devianti (ad esempio Bondage e sadomasochismo, considerati ancora, spesso a torto, come vere e proprie perversioni piuttosto che come diverse inclinazioni sessuali). Diciamo che non ci piacciono le cose facili!
A breve saremo impegnati in un importante progetto che vede coinvolte Università e polizie europee. Abbiamo vinto un bando europeo triennale per il contrasto dei crimini in rete e contiamo, a partire da ottobre, di avviare un corso di criminologia al termine del quale saranno previsti, per i più preparati e meritevoli, dei tirocini retribuiti nell’ambito del progetto.
Abbiamo un paio di saggi in cantiere e stiamo estendendo la nostra attività formativa in un settore estremamente attuale che è quello dell’Intelligence applicata alle fonti aperte.
Abbiamo scelto la via più impervia che è quella della professionalità e della scientificità, poniamo attenzione ai fenomeni più spesso oggetto di pregiudizio e ignoranza e infine, in ambito sociale e clinico stiamo preparando uno dei pochissimi corsi di formazione in Italia sul tema sessualità e handicap, argomento di cui raramente si parla e si conosce ancora troppo poco.
Direi che per il momento siamo sufficientemente impegnati.


www.cepic-psicologia.it


mercoledì 21 febbraio 2018

C’era una volta… “Accadde all’Idroscalo. L’ultima notte di Pier Paolo Pasolini”


C’era una volta un poeta che fece della sua indipendenza la sua forza, ma, allo stesso tempo la sua debolezza. Un ribelle che, attraverso i suoi occhiali scuri, vedeva e prevedeva una realtà difficile e bellissima, con la quale non aveva paura di sporcarsi e confrontarsi. Un narratore in grado di raccontare, come gli aedi del passato, cimentandosi con ogni mezzo di espressione, con una voracità e un coraggio che non hanno più avuto eguali.
C’erano una volta, e ci sono ancora, due investigatori che non potrebbero essere più diversi tra loro e che di favole non ne raccontano. Indagano, piuttosto, su quelle storie nere su cui ancora nessuno ha saputo scrivere la parola “fine” e, tra documenti, interviste e ricostruzioni, non hanno paura di dire la loro facendo parlare i fatti, a costo di deludere chi è giunto a conclusioni differenti.
Con la Capitale sullo sfondo che, fino a oggi, è stata il teatro prediletto per le loro indagini, il giornalista investigativo Fabio Sanvitale e il criminalista, esperto di scena del crimine, Armando Palmegiani sono tornati indietro nel tempo a quella notte tra il 1 e il 2 novembre 1975 quando, all’Idroscalo di Ostia, il poeta Pier Paolo Pasolini è stato brutalmente ucciso. Non sono stati sufficienti oltre quarant’anni di indagini, infatti, per far pienamente luce su cosa accadde quell’ultima notte sulla quale la giustizia italiana, invece, condannando il recentemente scomparso Pino Pelosi, ha messo un punto che non ha mai soddisfatto l’opinione pubblica del nostro Paese, divisa tra complottismo, indifferenza e idolatria.
Ma come è nata l’esigenza di scrivere questo libro, “Accadde all’Idroscalo. L’ultima notte di Pier Paolo Pasolini”, Sovera Edizioni, che riprende le fila di una vicenda ingarbugliata come solo la realtà sa essere? Qual è la storia nella storia di cui gli autori si sono resi protagonisti durante la stesura? E cosa li ha spinti, dall’Idroscalo, a San Basilio, passando per Testaccio, San Lorenzo e via Ostiense, sulle tracce di un’inchiesta più in bianco e nero del solito?


“Prima di aprirci alle storie di carattere nazionale ci siamo sentiti quasi in debito con quella di Pasolini, perché era uno dei più importanti ‘casi romani’ dei quali non ci eravamo mai occupati prima e sui quali pensavamo di poter fare la differenza,” ci ha confidato Fabio Sanvitale, abbozzando un sorriso, come fa sempre quando sta per dire qualcosa che evidentemente lo ha toccato nel profondo. “Il libro nasce proprio dalla volontà di dare delle risposte ai tanti interrogativi ancora aperti su questa vicenda piena di contraddizioni e troppo spesso condita da un’aura di complottismo che abbiamo voluto sfatare con più precisione possibile, senza mai perdere di vista i fatti. Man mano che le ricerche procedevano abbiamo scoperto di avere un coinvolgimento particolare che non avevamo previsto e questo è dovuto senza dubbio alla figura di Pasolini e alla sua grandezza. Scrivendo ci siamo resi conto che questo libro stava diventando particolare anche rispetto a tutti gli altri scritti insieme. Che ci stava spingendo oltre i nostri limiti, sia come autori, sia come esperti delle rispettive materie e, in un certo senso, stava anche cementando il nostro legame di investigatori. Il punto da cui siamo partiti è stato proprio l’intimo convincimento che, per comprendere meglio la morte del poeta, fosse necessario capirne la vita fino in fondo, ed è stato impossibile rimanere umanamente indifferenti al fascino e alla profondità di un artista unico nel suo genere come Pasolini, al di là dell’aspetto investigativo e criminalistico della storia”.
“Questo coinvolgimento emotivo da una parte ha facilitato le ricerche, perché la voglia di venirne a capo era forte, dall’altra ha comportato anche grande apprensione nella fase di stesura. Ci siamo affaticati fisicamente e ci siamo fermati più volte per poi ripartire più convinti di prima, cosa che, a posteriori, ci ha reso giustizia, visto il riscontro dei lettori,” ci ha confessato Armando Palmegiani, soddisfatto e sagace, ma sempre ironico, come sa chi lo conosce bene. “La ricostruzione dell’Idroscalo, in particolare, ci ha tenuti impegnati per oltre un anno e non solo per la scena del crimine. Da che parte fosse entrata l’auto di Pasolini quella notte, ad esempio, e tutta una serie di scoperte di cui parliamo nel libro sono state fatte davvero dopo una sequenza di ragionamenti durati ore e ore e che nel testo sono riassunti solo in minima parte nelle conclusioni alle quali siamo giunti. È stato faticoso, ma siamo certi di aver raggiunto il risultato più verosimile possibile, almeno secondo noi”.
“Altri momenti memorabili riguardano le numerose interviste all’interno del testo,” ha proseguito Fabio. “Ricordo anche di essermi recato di persona a Casarsa, nel Friuli, dove Pasolini aveva trascorso parte dell’infanzia, ospite dei nonni materni. Non era indispensabile per la stesura del testo, ma respirare quell’aria di campagna che sembrava immobile ai mutamenti del tempo e riconoscere alcuni posti di cui avevo letto nelle numerose biografie, mi ispirò molto e mi spronò nell’analisi e nell’investigazione. L’intervista con Antonio Mancini, uno dei principali esponenti della Banda della Magliana, è stata molto stimolante, perché ci siamo sentiti più volte e lui non parlava con i giornalisti da un po’ di tempo, quindi il fatto che ci abbia concesso il suo tempo, facendo tutte le rivelazioni forti e interessanti che si trovano nel libro è stato motivo di grande soddisfazione per noi. Ho ancora le sue parole che rimbombano nelle orecchie: “Non uso un minorenne per portare a dama Pasolini e poi lo lascio a casa.”, penso che rendano bene l’idea. Anche l’intervista col ‘Pecetto’ è stata memorabile e illuminante per certi aspetti. Ci siamo seduti assieme nel suo studio a Monteverde e abbiamo parlato per ore. Mi ha mostrato foto e documenti dell’epoca che mi hanno sorpreso. Non avevo previsto di trascorrere con lui diverse ore, con tanto di ‘pausa pranzo’ e di giro turistico, se così si può dire, per questo storico quartiere di Roma”.
“Un momento che ho impresso nella memoria è stata la consultazione degli atti, sia al Tribunale dei Minori, sia in Corte D’Assise,” ha raccontato Armando. “Abbiamo ritrovato perfino i nastri delle intercettazioni fatte nel ’75 sui ragazzi che quella fatidica notte erano con Pino Pelosi a Piazza dei Cinquecento che, ovviamente, si potevano ascoltare solo con un registratore a nastro che ci siamo rocambolescamente procurati. Consultando, invece, gli atti delle indagini che si sono concluse nel 2015 abbiamo scoperto una sorprendente parentela, che abbiamo svelato solo nell’ultima pagina del libro e che ha messo in fila tutte le nostre indagini, mostrandoci le vicende sotto una luce completamente nuova. Una scoperta esplosiva, una vera e propria svolta”.


“Ma non tutto è stato così semplice, moltissime persone coinvolte non hanno voluto parlare con noi, alcune in modo prevedibile, altre meno. E altrettanti testimoni inaspettati sono saltati fuori perfino dopo, a libro finito, lettori probabilmente,” ha concluso Fabio, interpretando il pensiero di entrambi. “Come sempre, quando si pubblica qualcosa, nel momento stesso in cui un libro esce, smette quasi di essere solo di chi l’ha scritto e diventa anche di chi lo legge. In questo caso i lettori si sono divisi: per molti si è trattato di un libro equilibrato, che finalmente ha affrontato la vicenda senza voler vedere a tutti i costi dei fantasmi anche là dove non ce n’è traccia. Per altri, i cosiddetti ‘complottisti’, è stata una delusione, ce ne rendiamo conto. L’apprezzamento di alcuni colleghi che, a loro volta si erano occupati del caso in passato, ci ha fatto enormemente piacere. Perfino qualche consulente che ha collaborato con le ultime indagini è stato d’accordo con noi, trovando perfino delle risposte tra le pagine del nostro libro. Di sicuro è un libro che non ha lasciato indifferente nessun lettore, perché quando muore un eroe è difficile accettare che ciò non sia accaduto ‘in maniera eroica’. Ci aspettiamo tutti una fine più simile possibile a una narrazione letteraria. Questa però è la vita, quella vera. E non tutti accettano il fatto che probabilmente quella notte molte cose sono semplicemente sfuggite di mano. Il complotto si adatterebbe meglio al ‘personaggio’ Pasolini, ma il nostro fidato ‘rasoio di Occam’ anche questa volta ci ha portato su un’altra strada e a conclusioni molto più lineari con le quali, forse, molti non saranno mai d’accordo, ma che ci vuole comunque grande onestà intellettuale a perseguire, senza ostinarsi, invece, a portare avanti tesi più allettanti, ma pur sempre fantasiose”.
Al di là dello sgomento per il racconto della morte di un poeta ineguagliabile, di questa storia nella storia ci resta il coraggio di due autori dalla personalità forte, fuori e dentro le pagine, e dallo stile inconfondibile, scorrevole e diretto, fatto di dialoghi incalzanti e viaggi nella cronaca alla scoperta solo di ciò che i fatti suggeriscono. Percorsi semplici, ma nient’affatto facili, quelli di Armando Palmegiani e Fabio Sanvitale che, come ci hanno svelato loro stessi, sono pronti per valicare i sette colli e lasciarsi alle spalle, canari, guardie svizzere e bande di criminali di borgata per analizzare alcuni recenti fatti di cronaca nazionale in nuovo libro di prossima uscita che svilupperà il tema della psicologia della testimonianza, rendendo ancora più rovente la nostra estate.
E vissero tutti felici, contenti e in attesa della prossima storia nella storia…


 www.accaddeallidroscalo.com



lunedì 20 aprile 2015

Mauro Valentini: 40 passi. L’omicidio di Antonella di Veroli


Il 12 aprile 1994, a Roma, viene ritrovata morta Antonella Di Veroli, una stimata consulente del lavoro di 47 anni. Due colpi di pistola le hanno tolto la vita e il suo corpo viene rinvenuto sigillato in un armadio chiuso con della colla, quasi a voler nascondere l’accaduto agli occhi dello stesso assassino.
Ma chi era Antonella e cosa le è accaduto realmente?
Mauro Valentini ripercorre, nel suo primo libro inchiesta, gli ultimi passi di Antonella Di Veroli, cercando di ricostruire quello che tutti i giornali dell’epoca definirono il caso della donna nell’armadio.

Questo è il tuo libro d’esordio: come mai hai scelto di raccontare questa storia? Chi era Antonella Di Veroli? Raccontaci dove ti hanno condotto questi 40 passi e il perché delle tue innovative scelte stilistiche, a cominciare dal titolo.

La storia mi era entrata nel cuore da allora, quando la casa editrice Sovera mi ha chiesto di raccontare per loro un’inchiesta non ho avuto dubbi. Antonella era una donna sola, maltrattata dalla vita e dagli affetti più cari. Ho voluto raccontare chi era Antonella, soprattutto. In fondo il mio non è stato un lavoro prettamente investigativo, ma umano. Il titolo è venuto fuori da solo, durante il mio primo sopralluogo nei luoghi dove la signora Di Veroli viveva ho contato i passi che separano il garage dal portone di casa, quegli ultimi 40 passi che la vittima ha percorso all’aria aperta e che ha percorso anche il suo assassino.

Come in ogni inchiesta che si rispetti, lo studio degli atti è fondamentale: che approccio hai avuto verso questo lavoro di ricerca? Hai dato molto spazio alla rassegna stampa e all’eco mediatico che ebbe tutta la faccenda nel corso degli anni, riportando citazioni da molte testate: come mai questa scelta?

I giornali sono stati protagonisti di questa storia, se ne sono in un certo senso appropriati. È parso quasi che gli inquirenti seguissero le piste investigative dei quotidiani romani e non viceversa. Mi ha colpito non solo lo scandagliare nella vita privata della vittima, ma anche e soprattutto quello che è stato il linciaggio a mezzo stampa operato nei confronti dell’unico imputato del processo, poi assolto. Vittorio Biffani è per me la seconda vittima di questa storia terribile.

La tua indagine è stata minuziosa e ti sei avvalso del contributo di molti esperti per provare a tracciare un profilo, sia della vittima, sia dell’assassino, che ti permettesse di ricostruire la vicenda. Chi sono i professionisti che ti hanno guidato nel tuo percorso?

Innanzitutto ho avuto la fortuna di avere in prefazione un intellettuale, un autore bravissimo come Marco Marra, che conduce “Storie Nere”, trasmissione cult di Rai Tre, che ha riletto da un punto di vista tutto nuovo quello che, appunto, i casi di cronaca accendono nell’opinione pubblica. I professionisti che mi hanno accompagnato in questa avventura sono degli esperti forensi: Virginia Ciaravolo e Sara Cordella hanno ricostruito, attraverso i dati in nostro possesso, le foto della scena del crimine e gli scritti che Antonella Di Veroli ha lasciato, un’autopsia psicologica e grafologica, rivelandoci la personalità della vittima, mentre a Simone Montaldo ho chiesto di regalare a chi legge un profiling dell’omicida, da cui ognuno dei lettori può ricavare elementi per farsi una propria idea su chi possa aver compiuto un delitto cosi efferato.

Che scrittore sei? Da dove nasce la tua esigenza di scrivere e di occuparti, in particolare, di casi di cronaca nera? È una passione che coltivi da molto?

I fatti di cronaca mi appassionano da sempre, sono cresciuto registrando le puntate di “Telefono Giallo” di Corrado Augias, adoro la capacità narrativa di Carlo Lucarelli e sono da sempre un lettore di grandi classici del giallo. Forse la mia esperienza nel campo della critica cinematografica, di cui scrivo su diverse testate mi ha portato ad appassionarmi alle vicende che sono dietro un film o un racconto. Ecco, in fondo io racconto storie, un narratore curioso di ogni aspetto umano, amo cogliere gli aspetti più intimi delle relazioni tra le persone. In fin dei conti un omicidio, come questo, è, essenzialmente, un corto circuito relazionale, qualcosa di particolare che ha fatto da detonatore all’esplosione improvvisa di violenza.

Parlaci dei tuoi progetti per il futuro: stai già lavorando al prossimo libro? Puoi svelarci, in anteprima, di cosa ti occuperai?


Sì, sono al lavoro su due progetti distinti, sempre casi di cronaca insoluti: il primo uscirà questo inverno, non posso rivelare, per esigenze editoriali, quale sia il caso specifico, ma sarà forse più del “caso Di Veroli” un intrigo relazionale più che investigativo. Un corto circuito anche questo pieno di mistero. 

venerdì 10 aprile 2015

“Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce” di Pino Nazio


È il primo giugno del 2001: Serena Mollicone, una diciottenne dal sorriso solare e dall’indole generosa, scompare senza lasciare traccia da Isola Liri, un piccolo paese del frusinate poco distante da Arce, cittadina d’origine della ragazza. Il suo corpo senza vita viene ritrovato due giorni dopo da una squadra della Protezione Civile nel boschetto di Fontecupa: mani e piedi sono legati con nastro adesivo e fil di ferro e la testa è avvolta in un sacchetto di plastica del supermercato. L’unica ferita presente sul cadavere si trova vicino all’occhio destro ed è stata causata da un colpo violento che però da solo non può essere stato sufficiente a provocarne il decesso. Serena è morta dopo molte ore di agonia e il suo corpo, abilmente manipolato, è stato portato nel bosco dove è stato rinvenuto solo poche ore prima del ritrovamento. Da allora l’assassino e i suoi complici sono rimasti impuniti.
Sono passati ormai quasi quindici anni da questa tragica vicenda e attualmente, nonostante molti sembrino conoscere la verità o esserci arrivati molto vicini, non è stato possibile mettere la parola fine a questo mistero. Nella speranza che la storia di Serena non venga dimenticata, Pino Nazio, sociologo, giornalista e brillante autore televisivo, ripercorre nel suo libro “Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce”, Sovera Edizioni, tutte le tappe della vicenda, purtroppo meno nota di altri casi di cronaca nera che hanno visto coinvolte giovani donne negli ultimi decenni, ma non per questo meno importante.
L’autore, come già sperimentato in sue precedenti opere riguardanti altri noti fatti di cronaca, utilizza magistralmente la tecnica del cosiddetto romanzo-verità, inserendo la cronistoria degli avvenimenti realmente accaduti in una cornice narrativa interessante e ben scritta, che rende la lettura complessivamente meno gravosa e più avvincente. A fare da perno della storia, introducendola e traendo poi le sue conclusioni, è il personaggio di fantasia Jacopo Ammirati, talentuoso giornalista, che, attraverso un suo informatore, entra in contatto con Lucrezia, una donna molto bella che sembra essere assai informata sulla storia di Serena e che consegna a Jacopo un plico contenente un libro da lei scritto sulla tragica vicenda, ma mai pubblicato, perché privo del finale. La parte centrale e più estesa del romanzo è affidata proprio alle pagine di questo libro che Jacopo divora, ripercorrendo tutte le tappe della storia della famiglia Mollicone: il matrimonio felice tra Guglielmo e Bernarda, i genitori di Serena, la nascita delle loro figlie, i problemi di salute di Benarda, l’infanzia di Serena, fino alla scomparsa e al successivo tragico ritrovamento, con tutto ciò che seguì, dalle indagini difficili a causa della presenza di figure controverse che sembravano aver interesse a coprire la verità, fino allo spasmodico, a tratti malato interesse mediatico, al processo, alla riapertura di nuove indagini grazie a un nuovo testimone, che però non hanno avuto risultati. Alla fine di questa narrazione è di nuovo Jacopo a prendere le fila del romanzo, conducendo il lettore verso la sua personale ricostruzione dei fatti, che rispecchia naturalmente l’opinione dell’autore stesso.
Il romanzo, scritto anche grazie al supporto del padre di Serena, Guglielmo Mollicone, e di Maria Tuzi, figlia di Santino, il brigadiere dei Carabinieri di Sora, morto apparentemente suicida nel 2008 e la cui figura fu ricollegata al caso, è steso in modo semplice, diretto, scorrevole. Tanto la parte narrativa, quanto quella di taglio più squisitamente giornalistico, sono declinate in modo tale da tenere alta la tensione, come si richiede a un thriller, e, nello stesso tempo, informare puntualmente su fatti troppo spesso mistificati in passato e sui quali rischiava di cadere l’oblio. Lo stile è pulito, i dialoghi coinvolgenti, la cornice narrativa completamente convincente, per quanto breve. Unica nota negativa: la presenza di qualche refuso di troppo, in qualche caso perfino troppo grave per essere considerato un semplice errore di stampa.
Resta tuttavia all’autore l’insindacabile merito di aver contribuito a tenere alta l’attenzione su un caso di cronaca nera non più recentissimo, ma ancora tutto da definire e che è l’emblema di come non sempre verità e giustizia siano destinate a incontrarsi, nonostante tutti sappiano bene come siano realmente andate le cose. Un libro che racconta la vita è sempre un buon libro.



lunedì 26 gennaio 2015

Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani: investigatori d’eccezione in una Roma d’altri tempi


Quattro storie per non dormire direbbero gli esperti e noi, che di storie ce ne intendiamo, vi assicuriamo che il quarto libro della premiata ditta Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani merita davvero di essere letto da tutti gli appassionati del crimine e della cronaca nera che hanno un particolare attaccamento per la Capitale. “Sangue sul Tevere. Storie di serial killer, valige e canari”, Sovera Edizioni, racconta, infatti, le storie di Cesare Serviatti, Vincenzo Teti, Pietro De Negri e dello Squartatore del ’76, vicende spesso poco note e sulle quali, senza dubbio, non si è detto proprio tutto, almeno fino alla stesura di questo libro.
Ma lasciamoci svelare dallo stesso Fabio Sanvitale, non solo scrittore, ma anche giornalista investigativo di grande esperienza, tutti i retroscena su questo testo, al quale ha contribuito anche il Professor Vincenzo Mastronardi, criminologo di grande fama.

Fabio, dopo tre libri che vertevano sulla trattazione di un unico caso, con Armando Palmegiani avete deciso di districarvi tra più storie con un unico denominatore comune: il fiume Tevere. Cosa vi ha spinto a dividervi in quattro? È forse un modo originale di raccontare la Roma più torbida del secolo appena trascorso?

Direi di no. Il punto di partenza è stato scoprire che a Roma, nell’ultimo secolo, hanno operato più depezzatori, cioè assassini che, dopo aver ucciso, hanno fatto a pezzi le loro vittime per vari motivi. Subito ci è balzata agli occhi la storia di Pietro De Negri, la più recente. E quella di Vincenzino Teti. Poi Armando s’è ricordato di Serviatti, una storia del tempo dei treni a carbone. E io ho tirato fuori dagli archivi della memoria quella dello Squartatore del ’76, che viene dalla mia infanzia. Ci sarebbe da chiedersi che infanzia ho avuto.

Trattandosi di casi di cronaca l’analisi e lo studio preliminare degli atti sono, senza dubbio, fondamentali, sia prima, sia durante la stesura del libro. Quanto tempo occupa, di solito, questa ricerca? E, in particolare, quale caso trattato in “Sangue sul Tevere” ha richiesto maggiormente le tue energie?

Trovare gli atti, esaminarli: ci vogliono settimane. Parliamo di migliaia e migliaia di pagine per ogni caso. Poi bisogna leggere tutto, pagina per pagina. Quindi mesi di lavoro minuzioso. Ma non basta, bisogna cercare altre fonti: i quotidiani, le biblioteche, altri libri, se esistono, nastri di vecchie trasmissioni tv, parlare con i parenti, i testimoni ancora viventi. Per questo è la vicenda del “canaro” che ci ha portato via più tempo: abbiamo scelto di confrontarci con la famiglia di Giancarlo Ricci, la vittima. Per raccontarla in modo diverso. E questo confronto è durato mesi.

Dal giornalismo, al teatro, passando per numerosi libri, la tua è una vita dedicata alla scrittura, con una predilezione particolare per la cronaca nera. Da dove nasce questa passione? E in quali altri progetti ti stai cimentando al momento?

Ho sempre saputo che da grande avrei scritto. Lo decisi quando andavo alle superiori, semplicemente perché mi piaceva immensamente vedere la parola svolgersi sul foglio. La parola è tutto: ferisce e placa. È la base della comunicazione e della sapienza. Davvero non si può chiedere di più a dei piccoli segni sulla carta! Io l’ho sperimentata al cinema, a teatro, nel giornalismo e non ho ancora finito di scoprirla. La nera è arrivata tardi, ma è stata lo sviluppo inevitabile della mia immensa passione per il mistero, che è nata già quando andavo alle medie. Io credo che il mistero sia una chiave di lettura straordinaria della realtà. Attualmente con Armando lavoriamo, come sempre, ad almeno un paio di progetti contemporaneamente, se non tre: lo facciamo sempre. E poi sto lavorando anche a due storie di tutt’altro genere, un giallo e una storia gialla, sì, ma più brillante, in tono lieve di commedia.

Al giorno d’oggi, complici anche il grande e il piccolo schermo, i casi di cronaca nera suscitano molto interesse. Che consiglio daresti a un giovane scrittore, che voglia fare di questa passione un mestiere, perché sia in grado di fare la differenza, realizzando un lavoro di qualità?

Ovviamente di partire dagli atti. Di perdere tempo a ricostruire i passaggi, i collegamenti, i dettagli. Poi di essere sempre aggiornato sull’evoluzione scientifica e di non accontentarsi di avere un’infarinatura. Di leggere una tonnellata di roba sulla nera, per distinguere le fonti buone da quelle cattive. Di prendersela quando la giustizia non c’è, ma anche di essere compassionevole verso le vittime e gli errori, perché in fondo siamo esseri umani e dobbiamo capire che il male è un gesto inevitabile del nostro vivere.

E ora immagina di avere una bacchetta magica: di quale libro scritto da un illustre collega del passato ti impossesseresti volentieri per farlo tuo in qualità di autore? Si tratta, forse, di un romanzo giallo?

No, se potessi ruberei ad Ann Rule il suo “Un estraneo al mio fianco”. Dico, quando ti ricapita di conoscere da vicino uno come Ted Bundy tanto da poterci scrivere sopra un libro così sconvolgente? Se fosse un giallo, uno qualunque di quelli di Mc Bain: ah, saper scrivere un decimo bene di come faceva lui…!

Già in occasione dell’uscita del precedente libro, “Omicidio a Piazza Bologna. Una storia di sicari, mandanti e servizi segreti”, Sovera Edizioni, avevamo avuto modo di farci i fatti di Armando Palmegiani, grande esperto della scena del crimine. Di seguito vi riproponiamo la recensione del testo e l’intervista rilasciataci lo scorso anno e notiamo con piacere che le promesse fatte sono state tutte mantenute!



“11 settembre 1958. Quando la signora Maria Teresa Viti, di professione domestica, suona più volte  il citofono di via Monaci 21, a Roma, e non riceve risposta, si preoccupa subito. La padrona di casa, Maria Martirano, 49 anni, moglie dell’imprenditore Giovanni Fenaroli, è una donna puntuale, precisa, a tratti maniacale. Non è mai successo che non le abbia risposto a quelle tre scampanellate concordate da sempre. Ma la Viti non sa che Maria Martirano non potrà più risponderle: la ritroveranno poco dopo strangolata sul pavimento della sua sempre impeccabile cucina all’americana. Questo è solo l’inizio di un giallo che ha tenuto col fiato sospeso l’Italia intera per molto tempo e sul quale ancora non è stato detto tutto. Fortunatamente a far luce sulla vicenda, giungendo a delle conclusioni che, naturalmente, non vi sveleremo, ci hanno pensato Fabio Sanvitale e Armando Palmegiani col loro libro “Omicidio a Piazza Bologna. Una storia di sicari, mandanti e servizi segreti”, pubblicato da Sovera Edizioni.
I protagonisti di questa intricata faccenda, subito in cima alla lista dei sospettati, sono l’Ingegner Giovanni Fenaroli, piccolo imprenditore in crisi e marito della vittima, e il giovane elettrotecnico Raoul Ghiani: il primo accusato di essere il mandante, il secondo l’esecutore materiale del delitto. In accordo con l’impianto accusatorio Fenaroli avrebbe incassato, in seguito alla morte, anche violenta, della moglie, una cospicua polizza assicurativa che gli avrebbe permesso di risollevare le sorti della sua ditta, e Ghiani avrebbe ricevuto una lauta ricompensa in denaro per i suoi servigi. Dopo un processo ricco di sorprese, nel giugno del 1961, i due vengono condannati in prima istanza all’ergastolo, pena esemplare, che viene confermata dalla Cassazione solo due anni dopo, nel 1963. Fenaroli muore in carcere nel 1975, mentre Ghiani, che si è sempre dichiarato innocente, ottiene la grazia nel 1983 dal Presidente Pertini e attualmente vive a Firenze. Le indagini e i processi ebbero un’enorme risonanza a livello mediatico, spaccando letteralmente l’opinione pubblica, come accade anche oggi, in innocentisti e colpevolisti, complici i continui colpi di scena, a partire da alcune perquisizioni dai risultati inaspettati, passando attraverso testimonianze fin troppo dettagliate per essere verosimili e coincidenze tanto incredibili da risultare insolite perfino per un romanzo, fino all’ipotesi di un rocambolesco coinvolgimento dei servizi segreti.
Sanvitale e Palmegiani ci accompagnano per mano attraverso tutta la vicenda, dal dettagliato sopralluogo della scena del crimine, fino alle fasi processuali, non tralasciando nessuna pista investigativa, battuta e non, da inquirenti e giudici. La narrazione è veloce e coinvolgente e gli autori non sono solo investigatori onniscienti, sapientemente distaccati, ma veri protagonisti della ricostruzione dei fatti, grazie a una tecnica tutta basata sulla vivacità dei dialoghi e sulla continua presenza di colpi di scena e flashback. Scorrevole, ma circostanziato, estremamente tecnico, ma piacevolmente colloquiale, questo libro, complice il ricco apparato di foto, piantine, documenti e pagine di giornale, si legge tutto d’un fiato, anche per la non comune capacità degli autori di ricostruire, con perizia e sufficiente maestria, l’affresco di un’epoca difficile e di un’Italia vorace perché ancora affamata, ma, tutto sommato, non molto diversa da quella di oggi. Di certo lo stile non è squisitamente narrativo e raffinato come ci hanno abituato altre coppie di scrittori del genere, che affollano gli scaffali delle librerie, ma la grande professionalità e il fiuto investigativo degli autori sono indiscutibili, e la competenza tecnica, che potrebbe risultare monotona è, in fin dei conti, ben stemperata dal tocco discorsivo e informale.”

Abbiamo domandato allo stesso Armando Palmegiani di confidarci, in esclusiva, le impressioni e i commenti sulla composizione di questo libro, che recensiamo in anteprima, e i progetti futuri di questa coppia di autori di talento.

Armando, raccontaci la genesi di questo libro: come nasce l’idea di approfondire le vicende legate a questo caso? E, più in generale, come scegli i casi sui quali concentrare la tua attenzione in vista della stesura di nuovo libro? Come organizzi il lavoro col tuo collega?

La scelta, ovviamente, la facciamo in due: con Fabio c’è un affiatamento che ha quasi dell’incredibile. Generalmente scegliamo storie dove c’è qualcosa da raccontare, e qualcosa da scoprire, insomma: casi sui quali non è stato detto ancora tutto. Per prima cosa acquisiamo e studiamo attentamente tutti gli atti e poi iniziamo a strutturare il libro nella maniera migliore possibile, per fare in modo di tenere alta l’attenzione del lettore fino all’ultima pagina. Ciò che scrive uno è sempre riletto e integrato dall’altro e l’intera stesura avviene in totale collaborazione, fino alla correzione delle bozze prima della stampa.

“Omicidio a Piazza Bologna” è l’ultimo libro di una fortunata serie scritta in collaborazione col giornalista investigativo Fabio Sanvitale: come vi siete incontrati e cosa vi ha spinto a unire le vostre forze con così proficui risultati, soprattutto per la gioia di noi lettori appassionati del brivido?

Ci siamo conosciuti proprio per il caso Fenaroli: Fabio stava preparando una recita teatrale sul caso, un monologo, e aveva saputo da un comune amico della mia passione per la cronaca nera e in particolare per questo caso così contorto. Quasi subito è nata un’amicizia molto forte, fino a quando un giorno gli telefonai e gli proposi di scrivere un libro insieme sul caso Girolimoni, il primo di cui ci siamo occupati e che ha avuto un discreto successo. Fabio ne fu entusiasta e iniziammo a investigare insieme, accorgendoci subito che era nato un sodalizio di rara forza. Tutto scaturì proprio da quella telefonata e sono sicuro che andrà avanti ancora a lungo.

Svelaci in anteprima quali sono i vostri progetti per l’immediato futuro: state già studiando gli atti per fare luce su nuovi crimini? O magari state pensando di sperimentare generi differenti, strizzando l’occhio alla narrativa, per esempio?

Forse deluderò qualcuno, ma non credo che faremo insieme della narrativa, per il semplice fatto che abbiamo già tanto di quel lavoro in programma, che sarà difficile pensare a qualcosa di differente per un bel po’ di tempo! Prima di tutto abbiamo il prossimo libro in cantiere che, posso già anticiparvi, uscirà a novembre. Leggerete storie romane davvero incredibili! Poi abbiamo almeno altri quattro casi in fase trattazione, nel senso che abbiamo già avuto l’accesso agli atti processuali e stiamo acquisendo il materiale per iniziare a scrivere. Ecco, diciamo che anche noi lavoriamo in serie alcune volte, pur essendo bel lontani dall’essere seriali!

Sappiamo che Fabio è giornalista e scrittore, ma tu, in qualità di esperto delle scene del crimine, hai una formazione e un percorso professionale decisamente differenti: come nasce la tua passione per la scrittura? È un talento che coltivi da sempre o lo hai scoperto solo ultimamente?

Scrivere è una passione che ho scoperto da poco, ma che ho deciso di coltivare, anche se non mi reputo un vero scrittore. Mi piace parlare delle mie passioni e condividerle, così mi limito a tradurle in forma scritta, tutto qui. Il mio stentato italiano scritto è in realtà un italiano orale, scrivo come parlo, mi spiace per i lettori più esigenti, ma spero di comunicare così il mio coinvolgimento e di arrivare a più persone possibile, anche a chi potrebbe non possedere tutti gli strumenti tecnici per raccapezzarsi di fronte a casi che a volte sembrano grovigli impossibili da districare.

Ogni scrittore che si rispetti è senza dubbio un lettore attento: cosa ami leggere nel tempo libero? Dacci qualche consiglio di lettura.

Ovviamente mi piace molto leggere e amo spaziare da Jeffery Deaver a James Patterson, passando per Valerio Evangelisti e Stefano Benni e poi, naturalmente, molti saggi su casi di cronaca nera e, più in generale, sulla criminologia e sulla criminalistica.