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mercoledì 19 dicembre 2018

Rileggere “Marcovaldo” a trent’anni



Lo abbiamo letto tutti, in antologia o per intero. Alla scuola primaria o secondaria, quella che, ai nostri tempi, si chiamava scuola elementare e media. Soprattutto noi bambini nati e cresciuti in città, abituati alla frenesia e al cemento, ci siamo domandati come quel buffo signore un po’ malinconico e sfortunato, potesse sentirsi così fuori posto tra le vie e i palazzi di una metropoli nascente. Si tratta di “Marcovaldo”, il classico per ragazzi di Italo Calvino, un testo composto da una ventina di novelle che hanno tutte per protagonista uno strano uomo di nome Marcovaldo, padre di una famiglia numerosa, che è impiegato come operaio tuttofare in una ditta e che, nello scorrere delle stagioni, va in cerca della natura, anche in mezzo all’asfalto della città dove vive, come lo descrive il suo stesso creatore.
Può sembrare anacronistico e terribilmente fuori dal tempo, ma questo personaggio a tratti onirico, a tratti ingenuo, protagonista di fiabe che, a oltre cinquant’anni dalla loro stesura, potrebbero non essere più così moderne, in realtà mantiene intatta un’attualità intrinseca, capace di ispirare non solo i bambini, ma anche i loro genitori, i loro maestri, i loro vicini di casa, tutti gli adulti che li circondano.


Cosa è cambiato, infatti, tra le prepotenti città degli anni Sessanta, figlie del boom economico e dei gas di scarico, e le stanche metropoli di oggi, fatte di domeniche ecologiche e parcheggi selvaggi infrasettimanali? Quasi nulla o ben poco.
Penso alla mia Roma e al parchetto del mio quartiere nel quale ho riletto “Marcovaldo” con mia figlia, ora che ho superato i trent’anni. E penso che i gabbiani che affollano la città anche in centro e aggrediscono i turisti, rubando famelicamente loro il panino col salame, non sono poi così diversi dagli stormi di piccioni che Marcovaldo e i suoi sei figli decidono di arrostire sul fuoco per il pranzo della domenica. Continuando di questo passo, in una città come Roma, diventata quasi ingestibile, e nella quale è difficile perfino rinnovare una carta d’identità senza fare mesi di fila all’anagrafe per un appuntamento, i gabbiani farebbero meglio a iniziare ad avere paura, perché presto potrebbero fare la fine dei piccioni di Marcovaldo e finire nei piatti di noi trentenni precari.
Penso al neopensionato che, mentre noi leggevamo il nostro libro, tentava di trovare qualche ciuffo di cicoria tra le cacche dei cani del parco, perché è in attesa che gli accreditino la sua sudata e meritata pensione da sei mesi, ma l’Istituto previdenziale se la prende comoda coi calcoli. E penso che non è molto diverso da Marcovaldo e da tutti i suoi vicini di casa che, dopo una notte di pioggia, raccolgono i funghi nati nelle aiuole della via e ne fanno una bella zuppa, salvo poi passare una settimana in ospedale, una lavanda gastrica dopo l’altra.


Penso alla neve a Roma di quest’anno che se ne sta andando e a quella cataclismica mattinata in cui pochi centimetri di coltre bianca sono stati nuovamente in grado di paralizzare una città, come uno Tsunami di ghiaccio, tra alberi caduti, asfalto disastrato e spargisale inesistenti. E penso al povero Marcovaldo che nella neve in città vede una speranza. La speranza di veder scomparire, almeno per un giorno, il suo tran-tran giornaliero, ma, nonostante tutto, si reca al lavoro a piedi, esattamente come hanno fatto molti romani lo scorso febbraio, perché alla ditta non importa nulla della neve e della città disorganizzata e colta di sorpresa, anche oggi. 
Penso a Marcovaldo mascherato da Babbo Natale e costretto, assieme a decine di altri Babbi Natale, a portare strenne a tutti i clienti della ditta per cui lavora e ai bambini disincantati che li ricevono, perdendo interesse a ogni nuovo Babbo Natale che passa loro davanti. E penso alle mamme di oggi che si azzuffano per prendere il posto migliore alla recita di Natale dei loro figli, fino ad arrivare alle mani per guardarli meglio attraverso lo schermo di uno smartphone, un’invenzione alla quale il povero Marcovaldo probabilmente non avrebbe retto. E me lo immagino oggi, vecchio vecchio, un po’ più svampito del solito, con tanti nipotini che ascoltano Sfera Ebbasta, a cercare di capirci qualcosa del Governo giallo-verde, convinto che abbia qualcosa a che vedere con la botanica.


Il progresso ci porta avanti, ma, allo stesso tempo, ci porta indietro, anche oggi. Ci apre la mente, abbattendo muri e frontiere, ma, allo stesso tempo, ci imprigiona in celle dorate o trasparenti, senza più vicini di casa di cui fidarci e con amici lontani, quelli della nostra generazione confusa, quelli con cui abbiamo letto “Marcovaldo” per la prima volta e che ora sono sparsi per il mondo a cercare fortuna, lontano dal loro Paese, in altre città più grandi, fredde e voraci, ma forse anche più accoglienti.
Rileggere “Marcovaldo” a trent’anni (passati), nella recente edizione Mondadori, arricchita dalle illustrazioni di Sto-Sergio Tofano, è stato commovente. Un’oasi nel deserto della mente, proprio come la natura nella città. Non solo una questione d’ambiente, ma di natura umana a tutto tondo. Liberate dall’analisi del testo e dagli esercizi di grammatica della scuola, vent’anni dopo i doveri dei banchi, le avventure e disavventure di questo Charlie Chaplin di carta, che oggi forse è più vicino al Fantozzi di Paolo Villaggio, che allo Charlot in bianco e nero dei nostri genitori, mi ha suscitato una tenerezza struggente. Oggi che l’ho letto con gli occhi degli adulti, lavoratori, magari faticosamente genitori, il povero Marcovaldo vorrei abbracciarlo e dirgli che andrà tutto bene. Che forse le cose non cambiano, ma noi possiamo (ancora) cambiare le cose. Anche rileggendo un buon libro per bambini.


lunedì 24 settembre 2018

“L’età ridicola” di Margherita Giacobino



Ormai vicina alle novanta primavere, in una Torino spenta e distante, la vecchia è l’inconsapevole protagonista di “L’età ridicola”, il nuovo romanzo di Margherita Giacobino, edito da Mondadori e appena approdato sugli scaffali delle nostre librerie.
Stanca di vivere e desiderosa di imbattersi finalmente nella morte, con la quale, da diverso tempo, intrattiene segreti dialoghi di filosofia spiccia, la vecchia è ancorata alla vita dalla personalità indomita e dallo spirito ribelle che da sempre la contraddistinguono, acuta e polemica, nella sua passione per la lettura, la musica, la cronaca nera e le catastrofi. A tenerle compagnia, oltre ai dolori alle ossa, ci sono il malridotto gatto Veleno, la svampita amica di sempre, Malvina, confinata in una casa di riposo dai parenti indolenti, e la giovane e apparentemente spensierata badante Gabriela, una ragazza dell’Est, costretta sempre più spesso a difendersi da una famiglia ingombrante che vuole approfittarsi del suo lavoro. Quando Gabriela viene minacciata dal cugino Dorin, sedicente terrorista che vorrebbe sposare la bella cugina e il suo sicuro stipendio, la vecchia non ci pensa due volte a difendere la sua piccola realtà quotidiana, una peripezia dopo l’altra, verso un epilogo nient’affatto scontato.
Graffiante, ironica e travolgente, col suo vocabolario sottile e lo stile incisivo di sempre, Margherita Giacobino firma una nuova storia di grande attualità, dai toni amari e commoventi, ma anche profondamente divertente nel suo sarcastico punto di vista sulla vita. La vecchiaia, la morte, la diversità, la solitudine e il miraggio dell’integrazione in una società fatta di identità confuse sono solo alcuni dei temi toccati dall’autrice attraverso le riflessioni e le vicende che coinvolgono la vecchia e il suo sgangherato mondo a prima vista fuori dal tempo, ma nel quale in tempo gioca un ruolo fondamentale.
La vecchiaia, che in passato era considerata l’età della saggezza, infatti, è ormai un ridicolo countdown verso la morte, reso ancora più crudele dallo sgretolarsi dell’illusione di aver costruito qualcosa e, nello specifico, dal ricordo di un amore che non c’è più da quando l’adorata compagna Nora, in tutto e per tutto complementare alla vecchia, non la spinge più a soffermarsi sull’altro lato delle cose, quello che, per indole, spesso ignora e sottovaluta. Ecco perché la vecchia, voce narrante e protagonista, prende il nome dall’ultima stagione della vita che sta vivendo, quella senilità che tutti temiamo assieme all’arcano terrore di non essere più padroni di noi stessi, del nostro corpo, dei nostri sentimenti. E delle nostre cose, dei nostri affetti, dei nostri tempi per assorbire realtà che non ci appartengono più e sempre più spesso ci sputano fuori, come lombrichi dalla terra.
Fortunatamente ci penserà Gabriela, con la sua incosciente leggerezza di donna costretta a crescere troppo in fretta, a riempire le giornate della vecchia, dandole, almeno all’apparenza, un valore da difendere e preservare a ogni costo. Ma anche il gatto Veleno, sempre meno felino e più umano, l’amica Malvina, inquilina di un passato che non c’è più e il ricordo della compagna Nora che, forse non la sta aspettando da nessuna parte, meno che mai in un Paradiso senza più dolore. O forse sì.


lunedì 16 luglio 2018

“L’avvocato canaglia” di John Grisham. Il lato oscuro della Giustizia



Sebastian Rudd, di professione avvocato, è un’autentica canaglia. Difende i peggiori criminali che si siano mai visti e non solo: tutti i casi disperati, dai quali qualsiasi avvocato che voglia una carriera decente si tiene alla larga, finiscono nel suo ufficio. O meglio, all’interno del furgone, blindato e dotato di ogni comfort, che Rudd usa come ufficio, sempre accompagnato dal suo fedele confidente e guardia del corpo, una specie di gigante buono, che ha ribattezzato “Partner”. In effetti, nessun avvocato più di lui ha bisogno di qualcuno che lo difenda, dato che, avendo a che fare con una certa clientela, rischia la pelle ogni giorno. Tuttavia Rudd spesso si domanda chi, oltre ai suoi stessi clienti, potrebbe sentire la sua mancanza. Di certo non la sua ex moglie, che non smette mai di creargli guai, né il figlio piccolo, che vede e conosce ben poco. Sebastian Rudd è un solitario che fa il lavoro sporco: odia le ingiustizie e ritiene che chiunque abbia diritto a un giusto processo, quindi non si preoccupa di sporcarsi le mani, pur di seguire il suo istinto e le sue intuizioni, a costo di schierarsi apertamente contro il sistema.
In questo romanzo di John Grisham, dal titolo “L’avvocato canaglia”, edito da Mondadori, a parlare in prima persona è lo stesso protagonista, che racconta, con grande estro, alcuni tra i più controversi casi dei quali si è occupato. “La strada della giustizia è disseminata di ostacoli e mine, molti dei quali piazzati dagli stessi uomini e donne che affermano di voler perseguire la giustizia”, afferma Grisham attraverso il suo personaggio, Sebastian Rudd che è, senza dubbio, uno dei più riusciti della sua carriera letteraria. Graffiante, spregiudicato, scaltro, Rudd è un vero anticonformista nella vita privata e nel lavoro, che non si trincera dietro a nessuna convenzione sociale dei nostri tempi. Nella costruzione dei casi che impegnano il suo avvocato canaglia, Grisham attinge a piene mani tanto dal cinema, quanto dalla cronaca, ma non si sottrae dall’esprimere anche il suo punto di vista, cogliendo l’occasione per fare un’analisi lucida e a tratti spietata della nostra società e del sistema giudiziario statunitense, spesso approssimativo e gestito da amministratori mediocri.
Lo stile è fluido, scorrevole e incisivo, come già l’autore, maestro del legal thriller, ci ha abituati, romanzo dopo romanzo, ma la struttura, che, in questo libro, prevede, in ogni capitolo, il vero e proprio racconto di un caso diverso, è interessante e insolita, rendendo la narrazione meno incalzante, ma ugualmente coinvolgente. Un thriller da divorare e da regalare a tutti gli appassionati del genere e non solo!


lunedì 2 luglio 2018

“La relazione” di Andrea Camilleri. Molto più di un giallo psicologico



Mauro Assante è un uomo per bene. Marito devoto, padre modello e lavoratore impeccabile. Presta servizio all’interno di un ente preposto al controllo della trasparenza delle banche e, grazie al suo lavoro scrupoloso e attento, si è guadagnato la stima incondizionata di colleghi e superiori. L’estate di Mauro si prospetta lunga e solitaria, giacché, a causa di un incarico della massima importanza, è rimasto in città, lasciando che la moglie Mutti e il figlioletto Stefano lo precedano in montagna. Ciò che lo tiene lontano dalla famiglia è la stesura di una difficile relazione su un istituto bancario piccolo, ma con numerosi agganci politici che, con tutta probabilità, verrà commissariato in seguito alla sua ispezione. La faccenda richiede la massima concentrazione e Mauro non vuole distrazioni. Ma è proprio nel corso di queste lunghe e calde giornate di lavoro che la tranquilla e imperturbabile vita di Mauro inizia a sgretolarsi lentamente. Dimentica la porta di casa aperta, è contattato da una misteriosa casa editrice che vuole vendergli una strana enciclopedia e viene pedinato da un brutto ceffo in motorino. Ma, soprattutto, riceve la visita di una splendida ragazza bionda di nome Carla che ha sbagliato indirizzo e che, casualmente, incontra anche poco dopo a un vernissage. Siamo sicuri che gli strani avvenimenti che stanno costellando la vita Mauro siano tutti casuali? L’estate avanza e la stesura della relazione si fa sempre più difficile, mentre Mauro si lascia coinvolgere in una relazione ben più intensa e passionale con la giovane e misteriosa Carla, senza accorgersi che ad avvolgerlo non sono solo le braccia della donna, ma le viscide spire della corruzione, verso un finale da mozzare il respiro.


Ne “La relazione”, romanzo, edito da Mondadori, Andrea Camilleri supera sé stesso. Lo stile è pulito e coinvolgente e la costruzione della storia, impregnata di attualità, è così credibile e avvincente, da turbare profondamente il lettore, soprattutto grazie a un finale davvero sorprendente. Il personaggio di Mauro, posato e responsabile padre di famiglia, dedito al proprio lavoro e apparentemente senza vizi, è, in realtà, debole e indifeso, totalmente impreparato a ciò che lo attende, come un piccolo insetto che resta intrappolato nella tela di un ragno velenoso e letale. Tutto è visto attraverso gli occhi di Mauro stesso che, più che protagonista attivo, è vittima inconsapevole di ciò che gli accade, per quanto si illuda fino all’ultimo di riuscire a controllare la situazione. La costruzione del personaggio di Carla, la giovane donna che sedurrà Mauro, è magistrale. I dialoghi sono piacevoli e il lessico è attento, ma semplice. “La relazione” è un’opera imperdibile per gli affezionati lettori di Camilleri, ma anche un ottimo inizio per tutti coloro che ancora non si siano cimentati con le pagine di questo prolifico Maestro della nostra letteratura di oggi.


lunedì 11 giugno 2018

“Febbre” di Maya Banks. Dopo le ‘sfumature’, i malanni di stagione



Siete in crisi di astinenza da Cinquanta sfumature? A forza di rileggerlo avete consumato le pagine del capolavoro di E. L. James? Niente paura! A quanto pare continua l’invasione in tutte le librerie da parte dell’ennesima trilogia erotica. Ci penserà “Febbre”, Mondadori, di Maya Banks, moglie e mamma di tre figli, che vive in Texas e, evidentemente quando non scrive, ama andare a caccia e a pesca con la sua famiglia, a farvi dimenticare il mitico Mr. Grey, che, sarò pazza, ma a me ricorda sempre la pubblicità di un ammorbidente di qualche anno fa. Il vostro beniamino, infatti, stavolta sembra dividersi in tre. Tre come i protagonisti di ciascuno dei romanzi che compongono la trilogia della Banks, dal titolo italiano “Passione senza tregua”.
Nel primo volume, disponibile anche in versione ebook, il protagonista è Gabe Hamilton, neanche a dirlo bellissimo miliardario sulla quarantina, proprietario di una catena di hotel di lusso presente in tutto il mondo assieme ai soci, altrettanto belli e ricchi, Jace e Ash, protagonisti a loro volta del secondo e terzo volume della trilogia.
Quando Gabe rincontra, dopo molti anni, Mia, la ventiquattrenne sorellina di Jace, non può fare a meno di constatare che la piccolina è diventata donna. E che donna. La sua ossessione per lei cresce e Mia, che, dal canto suo, vede in Gabe l’irraggiungibile fantasia della sua adolescenza, quasi non riesce a credere alle attenzioni che l’uomo inizia a dedicarle, fino a proporle di firmare un contratto che, vista la crisi, la poveretta non può lasciarsi sfuggire. I due verranno inghiottiti da un vortice di passione che li porterà a oltrepassare perfino i propri limiti, sotto ogni punto di vista, fino a un epilogo che, beh, non vi sveleremo, ma siamo sicuri che potete immaginare.
I personaggi, Mia e Gabe, non fanno altro che ricalcare gli stereotipi che sembrano andare per la maggiore in questo periodo: lui bello, ricco e dominatore, lei bella, ingenua e dominata. Non vi annoieremo sui dettagli della faccenda, perché ormai sembrano saperli proprio tutti, in ogni caso più piatti e insignificanti di così sarebbe difficile. L’introspezione psicologica dei protagonisti è, probabilmente, più profonda nei temi dei bambini delle scuole medie.
La narrazione salta dal punto di vista dell’uno a quello dell’altra in modo banale e insulso, senza pathos ed emozione persino nelle numerose, esagerate e un po’ grottesche scene di sesso, attorno alle quali, in fin dei conti, è costruito l’intero romanzo.
Lo stile è elementare e ripetitivo, zeppo di similitudini talmente trite, da sembrare i proverbi della nonna. E, udite udite, c’è perfino qualche refuso. Ma non ci sentiamo di muovere nessun rimprovero alla traduzione, perché probabilmente già in lingua originale la materia prima è quel che è.
Visto che ormai l’estate è alle porte non possiamo che consigliarvi di leggerlo sotto l’ombrellone. O magari potrà esservi utile per i problemi di stitichezza che flagellano le vacanze di molti, in attesa che il vento cambi e anche questa moda letteraria finisca, lasciando spazio a chi racconta l’amore in modo più profondo e genuino.


lunedì 21 maggio 2018

“Il Tuttomio” di Andrea Camilleri. Un giallo erotico per un’estate bollente



In un luogo volutamente imprecisato, ma caratterizzato da sole e mare, personaggi ben noti nei romanzi di Andrea Camilleri, si snodano le vicende narrate ne “Il Tuttomio”, un romanzo breve ma tra i più sorprendenti dello scrittore siciliano, edito da Mondadori.
Arianna, la protagonista, ha da poco superato i trent’anni, ma ha conservato un’indole infantile che le conferisce un fascino particolare, rendendola quasi magicamente irresistibile. Quando sposa Giulio, stregato dalla sua sensuale immaturità, Arianna entra nella sua vita portando una luce che egli non sperava più di trovare, ma che tenta di restituirle viziandola in ogni modo possibile, anche con quello che lui non potrà mai darle fino in fondo a causa di una menomazione fisica. Giulio inizia così ad organizzarle una serie di appuntamenti con uomini accuratamente selezionati, scandendo la loro quotidianità sentimentale e sessuale attraverso poche ma inviolabili regole. In questa trama di incontri, però, Arianna conserva i suoi spazi con tutta l’ostinazione di una bambina, nascondendo gelosamente a tutti un luogo segreto e misterioso, ricavato nel buio della mansarda di casa, nel quale esprime completamente sé stessa, senza nessun filtro: il tuttomio, come lei stessa lo chiama. Qui conserva i suoi piccoli tesori, come nella caverna dove si rifugiava da bambina, e si confida con l’amica “immaginaria” Stefania, tra gioco e realtà, seguendo un fin troppo labile confine della mente.
Quando in questo stravagante equilibrio si inserisce Mario, un diciassettenne impulsivo e passionale, alcune certezze di Arianna crollano e, in un viaggio tra ricordi sconcertanti e incontri proibiti, molte regole verranno infrante, riportando alla luce un passato torbido, tanto quanto il presente, fino ad un epilogo terribile e sconvolgente.
In questo giallo atipico, dalla forte carica erotica, Camilleri tratteggia, in un italiano scorrevole e raffinato, personaggi che lasciano senza fiato, mostri moderni, eppure retaggi, sia di un glorioso passato letterario, sia di vicende di cronaca, in una fitta trama di rimandi e citazioni.
Asciutto, ironico, crudo, senza bisogno di ricorrere al sangue, e magistralmente limpido nello stile, tanto quanto torbido nelle vicende, il labirinto di Arianna ci avvolge in un gioco spietato, privo di ogni inibizione, come solo la crudele verità di una bambina mai cresciuta potrebbe fare.
Arianna, apparentemente bambola in una vita costruita a misura dei suoi bisogni, è in realtà una disarmante manipolatrice, capace di reinventarsi sempre e sopravvivere, avvolta da un inquietante candore che, una volta letta l’ultima riga, ci avrà reso tutti irrimediabilmente un po’ più neri.


mercoledì 17 gennaio 2018

Sandro Settimj: l’amore? Non è una fiaba…


Una cosa è certa. Anzi, due. La prima è che a Ugo piacciono molto le donne. Non solo per le bimbe, infatti, il principe azzurro delle fiabe sarà il paradigma col quale ogni uomo in carne e ossa sarà destinato a perdere il confronto. Anche per Ugo, sempre convinto di avere a che fare con un esercito di principesse che hanno perso la scarpetta, lo scontro con la realtà è sempre una doccia fredda. Prima si innamora di una donna, poi la corteggia, ce la mette proprio tutta, ma, quando arriva il fatidico momento della prova della scarpina di cristallo, quella che ha di fronte non è mai la sua Cenerentola e ne rimane puntualmente deluso.
La seconda è che, chiunque abbia letto “Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato”, il romanzo d’esordio di Sandro Settimj edito da Mondadori, di cui Ugo è l’indimenticabile protagonista, ne è rimasto talmente colpito, da attendere con ansia di conoscere quale sarà il futuro di questo eroe dei nostri tempi, così romantico e confuso che, altro che Christian Grey, come direbbero i duemila.
Lasciando da parte l’ironia, in un panorama letterario internazionale decisamente saturo di maschioni dai portafogli gonfi, Ugo è davvero come un vaso di coccio tra tanti vasi di ferro, che il buon Manzoni non ce ne voglia. Ed è così di coccio, come si direbbe a Roma, da essere semplicemente irresistibile. Ugo è un ragazzo come tanti: sognatore, fragile, sensibile, di quelli che hanno imparato a difendersi con una battuta sarcastica sperando di farsi notare come brillanti seduttori, ma che, in fondo, sono solo eccezionalmente ingenui. Quando decide di partire come animatore di villaggi turistici, Ugo ha già collezionato un paio di quelle delusioni d’amore che marchiano più di un tatuaggio. Ma non sa che quello è solo l’inizio di una serie di disavventure amorose degne di un romanzo di formazione alla rovescia. Tra donne fatali e timide ragazzine alle prime esperienze, nessuna sembra corrispondere all’irraggiungibile ideale femminile di Ugo, finché una ragazza imprevedibile gli ruba il cuore.
Ironico e graffiante, Sandro Settimj ci avvolge col suo stile scorrevole e diretto, fatto di dialoghi scoppiettanti e veloci cambi di scena che nulla tolgono alla profondità di alcune riflessioni fatte per bocca del protagonista, senza mai farci perdere il sorriso. Una storia tenera e divertente, autentica e irriverente, così attuale e moderna, da essere senza tempo, proprio come l’amore.


 “Per quanto mi riguarda sono sempre innamorato”: non è solo il titolo del tuo romanzo d’esordio, edito da Mondadori, ma anche la filosofia di vita del protagonista della storia, un aspirante seduttore decisamente imbranato che meno capisce le donne e più ne è affascinato, nonostante collezioni una disavventura amorosa dopo l’altra. Raccontaci la genesi di questa storia: cosa ti ha ispirato durante la stesura?

Il romanzo è basato su un nucleo di racconti scritti nell'arco di venti anni e lasciati lì da parte finché non ho pensato di unirli e riadattarli nell'ambito di una storia unica che descrivesse - in chiave semi seria - l'apprendistato sentimentale e sessuale di un giovane. Il risultato può definirsi, a suo modo, un romanzo di formazione.

Come definiresti Ugo, l’indimenticabile protagonista della tua storia? Quanto c’è di autobiografico in lui? E, in generale, come delinei i personaggi dei tuoi romanzi e le vicende che li coinvolgono?

Ugo è un ragazzo normale - l'antitesi del maschio duro e puro - che ha avuto la sfortuna di nascere con un'indole romantica nell'epoca sbagliata. Lui ama le fiabe, crede nell'amor cortese e deve quindi fare i conti con la dura realtà: l'universo femminile che incontra sul proprio cammino si rivela assai distante dal modello sognato.
Gli spunti iniziali dei racconti e alcuni personaggi sono indubbiamente frutto della mia esperienza, ma le storie hanno un loro corso totalmente autonomo, tanto che oggi non saprei più dire cosa è "vero" e cosa frutto di fantasia, perché scrivere storie significa viverle e la mente è un organo suggestionabile che finisce col non distinguere più la realtà dalla immaginazione.
La scelta della narrazione in prima persona implica che i personaggi e le vicende siano visti e descritti con gli occhi del protagonista, uno che fatica a prendersi sul serio e più in generale a prendere sul serio la vita e i suoi abitanti.

Non solo letteratura, ma anche televisione: che differenza c’è tra scrivere un romanzo e una sceneggiatura? Che autore sei: segui l’ispirazione o hai un metodo collaudato? Quando e da dove nasce la tua esigenza di scrivere? Facciamo un bilancio della tua esperienza fino a oggi, tra passione e professione.

Romanzo e sceneggiatura sono due scritture totalmente diverse, a partire dal fatto che il primo è un prodotto finito, mentre la seconda è solo un anello intermedio suscettibile di mille interpretazioni diverse da parte del regista, degli attori ecc. Ciò che li accomuna, nel mio caso, è l'uso della scaletta, ossia la suddivisione in scene che mi aiuta a programmare il percorso della narrazione. Il mio modo di scrivere parte inizialmente quasi sempre da un dialogo o da un'immagine e spesso mi ritrovo a buttare giù scene senza un ordine cronologico che poi provo a incasellare qua e là nell'ambito di una scaletta. Il lavoro successivo è quello di cucire i pezzi fra loro scrivendo le scene mancanti. È un po' come il gioco della Settimana Enigmistica in cui bisogna unire i puntini per vedere cosa apparirà.
La mia esigenza di scrivere si è manifestata all'improvviso alla fine dell'università. La parte autobiografica del primo racconto è proprio quella. Mi trovavo in cantina a preparare la tesi, ma in realtà fissavo il telefono con il cuore in gola: "lei" non chiamava. Così ho iniziato a scrivere (non la tesi) e la cosa mi ha fatto sentire bene. Oggi scrivere è una delle poche cose che mi fa alzare felice al mattino.
Per quanto riguarda il bilancio tra passione e professione, questo pende ahimè tutto dalla parte meno piacevole. Se non sei Ken Follet, il romanzo è un lusso che devi riuscire a mantenere scrivendo innanzitutto per vivere.

Per saper scrivere bene, occorre, certamente, leggere tanto. Quali sono i tuoi autori di riferimento? Immagina di avere una macchina del tempo: chi dei grandi maestri del passato ti piacerebbe conoscere e intervistare? E quali domande gli faresti?

Leggere fa indubbiamente bene, non solo per scrivere. In quanto agli autori di riferimento, bisogna capire cosa si intende. Io venero scrittori lontanissimi dal mio stile (e dalle mie capacità) come Marquez o Joseph Roth, ma quello che sento più vicino, ossia che considero come un modello di equilibrio fra umorismo e pathos, è senza dubbio Pennac.
Non so se vorrei incontrare i grandi scrittori del passato, perché spesso i geni si rivelano persone assai deludenti sul piano umano. Preferisco leggerli. L'unica domanda che mi viene in mente nasconde in realtà una profonda invidia ed è rivolta in generale ai grandi sfornatori di best seller americani: "Come diamine fate a maneggiare e intrecciare le storie di un centinaio di personaggi a romanzo senza perdervi?" La verità è che non voglio conoscere Follet, ma il suo pusher!

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.

Al momento ho appena terminato il secondo romanzo di Ugo, impelagato in una difficile prova di convivenza. Il futuro spero che mi vedrà ancora impegnato a scrivere. Sarebbe un buon segno...

domenica 16 ottobre 2016

Emma Pomilio: in viaggio con una Narratrice della Storia di Roma


La prima cosa che si impara a scuola, quando ci si approccia allo studio della Storia, è la differenza tra la Storia dell’Uomo, quella con la esse maiuscola, per intenderci, tra epoche e dati inconfutabili, e la storia del singolo individuo, quella che si distacca dal procedimento scientifico di conoscenza indiscutibile e si perde nella testimonianza diretta e nel racconto. Per quanto profondamente diverse, queste discipline si uniscono, in campo letterario, in quello che si definisce romanzo storico, lo sposalizio per eccellenza tra la realtà di un’epoca storica, che l’autore cerca di far rivivere più realisticamente possibile, e la storia di personaggi inventati, che per un lettore vorace diventano vivi e vividi tanto quanto quelli storici realmente esistiti. Ogni scrittore che si sia cimentato nella stesura di un romanzo storico ha la propria tecnica e il proprio stile: c’è chi si inserisce tra fenditure inesplorate, che, per lo storico, rimangono lacune irrisolte, intrecciandovi vicende e personaggi che abbiano buona credibilità, e chi, invece, intesse trame inventate in modo parallelo a quanto di storico è avvenuto realmente, lasciando che i personaggi di fantasia interagiscano anche con quelli storici.
Lasciando da parte gli autori che utilizzano la Storia solo come un pretesto, uno sfondo per dedicarsi ad altri generi, tra le scrittrici italiane che si occupano di romanzo storico, dedicandosi, in particolare, alle intricate vicende della Roma Antica, Emma Pomilio spicca per l’accuratezza dei suoi romanzi, così vibranti e intensi, ma allo stesso tempo scorrevoli e puliti, da farci avere l’impressione di stare viaggiando su una macchina del tempo. La passione di Emma Pomilio per la scrittura e, in particolare, per la Storia di Roma è di matrice antica, nasce da letture specifiche e da una propensione alla narrazione di storie oltre la Storia che si perde nella sua infanzia, come solo i talenti più radicati, e conferma quell’intima certezza di ogni lettore entusiasta che la Storia non sia solo una materia da sussidiario, ma qualcosa di vivo che, tra battaglie e dinastie, intreccia la vita di tutti noi, influenzandoci più di quel che crediamo. Nei romanzi di Emma Pomilio, tutti editi da Mondadori, la vera protagonista è Roma, col suo brulicare incessante di personaggi indimenticabili, questioni sociali ancora attuali e vicende le cui conseguenze storiche hanno costruito la cultura e le tradizioni dell’intera Europa di oggi. Romanzi destinati a travolgere e coinvolgere lettori di tutte le età, portandoli a viaggiare nel tempo e nello spazio.

Avventura, intrighi e misteri in una Roma che si perde nei secoli passati: sono questi gli irresistibili ingredienti che caratterizzano i tuoi romanzi. Ti definisci una narratrice: quando ti sei resa conto che questa passione sarebbe potuta diventare una professione. Come e da dove nasce la tua esigenza di scrivere?

Vengo da una famiglia di scrittori, ma non ho cominciato a scrivere presto, perché volevo cambiare, affrontare cose nuove. Questa svolta si è rivelata una forzatura, così sono tornata alle origini e ho cominciato a fare quello che so fare meglio, inventare storie e raccontarle. Dunque ho cominciato a scrivere per una scelta ragionata, ma non perché io mi aspetti grandi cose da questa professione, solo perché mi piace. L’esigenza di scrivere deriva da una mia forte predisposizione, come l’amore per la lettura, che mi ha accompagnato tutta la vita, infatti credo che la lettura sia stata la mia vera educazione, più di quella scolastica.

Come si struttura il romanzo storico perfetto? Quanto contano una ricerca approfondita, un’efficace scansione dei capitoli e dei personaggi credibili per il periodo storico trattato? Svelaci i tuoi segreti…

Il romanzo storico perfetto non esiste, ogni romanzo risente dell’epoca in cui è scritto, l’autore non riesce mai ad annullarsi abbastanza e riporta nel romanzo le idee sue e del tempo in cui vive, quindi, anche se ha studiato a fondo la società e l’epoca che descrive, commette comunque degli errori. Certo ci sono romanzi storici fatti più o meno bene, ma lo scrittore non deve credere che basti studiare case, vestiti, armi... la cosa più importante è la mentalità. Le manchevolezze nella preparazione si evidenziano soprattutto nei dialoghi, parte molto difficile. Spesso i dialoghi dei romanzi storici sono del tutto anacronistici e rivelano spietatamente l’epoca in cui vive lo scrittore.
Solo quando si saranno comprese a fondo la mentalità e le usanze del periodo che si vuole narrare, allora si potranno creare dei personaggi credibili e delle storie credibili. È per questo che io sono molto scettica verso gli scrittori di romanzi storici che cambiano spesso epoca, perché già è molto difficile immedesimarsi in una sola.

È ancora possibile oggi, secondo te, fare della scrittura un mestiere a tempo pieno? Cosa significa collaborare con un grande editore? Dai un suggerimento a un giovane che volesse seguire le tue orme.

Fare della scrittura un mestiere a tempo pieno è il sogno degli scrittori, ma si avvera per pochi, sono pochi gli scrittori che vivono di scrittura e pochissimi nella nostra piccola Italia, (piccola come mercato) in cui si vendono pochi libri: è un sogno che si può avverare nei paesi anglofoni, dove c’è la possibilità di vendere molte copie proprio perché c’è un più vasto mercato. Inoltre per gli scrittori italiani è anche molto difficile farsi tradurre all’estero. Credo sia per questo che solitamente gli scrittori italiani hanno un doppio lavoro.
Il grande editore ha una grossa distribuzione e questa è una cosa molto importante, ma ha di solito anche ottimi redattori, che sanno contribuire ai giusti miglioramenti del libro. Lavorare con un grande editore è una cosa buona proprio per questo, perché si ha a che fare di solito con persone preparate. In particolare io scrivo romanzi ambientati nell’Antica Roma e la persona preparatissima che fa l’editing dei miei libri è una grande conoscitrice del mondo classico. Non è facile ottenere queste cose e io mi sento fortunata ad aver pubblicato con Mondadori.
A un giovane che vuole fare il romanziere suggerisco di leggere tanto per formarsi, ma di non imitare mai nessuno, di avere il coraggio di seguire il suo istinto, di dare spazio alle sue intuizioni e scrivere di quello che conosce meglio, solo col suo entusiasmo potrà entusiasmare qualcuno. Direi: “Giovane scrittore, cerca il tuo stile, solo se sarai autentico riuscirai”. Da epigoni può sembrare più facile all’inizio, ma poi... è il nulla.

Roma è indiscussa protagonista di tutti i tuoi romanzi: cosa ti lega a questa città dalla storia intricata e complessa? Quali opere e quali autori ti hanno ispirato maggiormente nel tuo percorso di autrice?

Di Roma mi affascina proprio la lunga storia intricata e complessa: su Roma non si finisce mai di imparare, perché è stata grande e ha cambiato le sorti di tanti popoli. La sua storia è la storia dei suoi rapporti con i popoli diversi e agguerriti con cui si è scontrata e dai quali ha sempre preso il meglio, non solo bottino e tasse, ma anche cultura. L’apertura mentale dei Romani antichi è ineguagliabile. Scrivendo su Roma ho potuto ampliare le mie conoscenze dei Celti, dei Germani, degli Etruschi. Su Roma si scoprono di continuo cose nuove. Roma non è qualcosa di morto in libri polverosi o in epigrafi spezzate, come pensa tanta gente, Roma è dentro di noi perché parte fondante della nostra cultura. Oggi l’archeologia, che si serve di sistemi sofisticati, ci offre nuove interpretazioni della storia di Roma. Stanno diventando credibili cose ritenute mitiche. Questo ha aperto nuove prospettive anche per il romanziere, che può considerare alcune pagine di storia da un diverso punto di vista.
Cara Alessandra, mi chiedi se ci sono autori che mi hanno ispirato per scrivere i miei romanzi. Ho sempre letto tanto, ma, finita l’adolescenza, nulla ha più avuto su di me un’influenza significativa. Già allora avevo maturato il mio gusto. Avevo letto Salgari, Twain, Alcott, Verne, Hugo, Dumas, Manzoni, Melville, e già c’era tutto quello che avrei scritto: azione, avventura e mistero, con in più la mia particolare predisposizione a sondare i problemi sociali. Uno strano mix in cui oggi mi riconosco e che si è creato con le letture fatte da giovanissima. Almeno credo, o forse avevo fatto queste letture perché ero predisposta?

A cosa stai lavorando attualmente? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Sto lavorando a un romanzo sulla Roma dei Tarquini e su un personaggio particolarmente enigmatico, Mastarna – Servio Tullio. Parliamo della Roma arcaica. Non abbiamo molti documenti, non abbiamo certezze e le società arcaiche sono difficili da capire e da narrare, proprio come è difficile da comprendere per noi il pensiero arcaico, in cui il soprannaturale, il sacro, è tanto mescolato all’umano, che non c’è una netta divisione tra i due ambiti. Si tratta di una sfida e io mi metto in gioco.
Grazie Alessandra dello spazio che mi hai offerto e un caro saluto ai tuoi lettori.






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domenica 24 luglio 2016

Lilia Carlota Lorenzo: storia di un grande successo, dal passaparola all’editoria


Mentre la Seconda Guerra Mondiale sconvolge l’Europa, Palo Santo è rimasto un paese apparentemente fuori dal tempo, in cui una sola strada fiancheggia una vecchia ferrovia, unico legame col mondo esterno. Tra i duecentosette abitanti di questo villaggio della Pampa Argentina, ognuno ha il proprio ruolo, scolpito in una tradizione vecchia di secoli. Mentre la sarta non fa che scucire e ricucire un cappotto per la figlia della macellaia che, golosa di dolci, non smette di ingrassare, il suo figlioletto assiste a un episodio insolito in casa della merciaia, che lo terrorizza a tal punto, da farlo fuggire a gambe levate ogni volta che la incontra. In questo guazzabuglio di pettegolezzi, equivoci e luoghi comuni, una serie di fatti strani iniziano ad accadere, culminando in un inquietante omicidio apparentemente inspiegabile, che sconvolgerà gli equilibri di questa cittadina così fuori dal comune, svelando segreti che sembravano destinati a rimanere sepolti per sempre.
Dopo il grande successo dovuto al passaparola seguito al self publishing, “Il cappotto della macellaia”, il nuovo romanzo della scrittrice argentina Lilia Carlota Lorenzo, è appena stato pubblicato da Mondadori in una nuova versione riveduta e corretta dalla stessa autrice. Col suo stile graffiante e ironico e le sue storie talmente esilaranti, da far passare perfino in secondo piano i fatti di sangue che le caratterizzano, Lilia Carlota Lorenzo è riuscita ad ammaliare i lettori italiani, facendo rivivere l’Argentina vivida e impetuosa che ha contraddistinto i grandi autori del passato. Un libro indimenticabile, dove l’atmosfera d’altri tempi, evocata dall’autrice, si intreccia con le vite di protagonisti granitici nella loro dirompenza, ma estremamente malleabili nelle loro debolezze quotidiane, così vicine a quelle dei nostri tempi.   



Un caleidoscopico mosaico di personaggi esilaranti che si muove sullo sfondo di un’Argentina autentica e vibrante come non si leggeva da anni, tra omicidi, segreti e pettegolezzi di paese: sono questi gli elementi che rendono unico “Il cappotto della macellaia”, Mondadori. Ci racconti la genesi di questo romanzo: cosa l’ha ispirata durante la stesura? Cosa vuole comunicare?

L’idea di un romanzo può partire da una frase, da un'immagine, da un ricordo, ma anche da una storia vera, come nel caso di “Il cappotto della macellaia”, ispirato a un fatto di sangue realmente accaduto in un paesino sperduto della Pampa Argentina: un episodio che, nonostante una sola strada di terra battuta che costeggia la ferrovia, fece molto scalpore all'epoca. Ho sentito raccontare questa storia da mia madre e da mia nonna, perché, nel paesino dove è avvenuto l'efferato delitto, entrambe si recavano spesso: mia nonna a fare la spesa, mia madre a cercare marito, penso, visto che abitavano in piena campagna dove i mariti non si trovano facilmente!
La storia aveva tutte le caratteristiche per diventare un buon romanzo noir e, dopo tanto tempo, mi sono decisa a scriverlo. Ho aggiunto dei personaggi, quasi tutti brutti sporchi e cattivi, come piace a me, modificato i fatti e il nome del paese - non si sa mai che sia ancora vivo qualche discendente e decida di querelarmi -, ma il capotto, la sarta, la macellaia, il morto e il luogo, sono veramente esistiti.

Dopo il successo ottenuto col passaparola successivo al self publishing, è approdata alla grande editoria. Facciamo un bilancio di questa esperienza: quali sono i pro e i contro di questi universi paralleli?

Domanda interessante. Si può rispondere da diversi punti di vista. Io lo farò parlando della mia esperienza come autrice. Al giorno d'oggi il self publishing è praticamente l'unica strada per riuscire a pubblicare un libro. Ci sono tante piattaforme valide dove poterlo fare e, se si è bravi nel marketing, si possono anche guadagnare dei soldi dato che i diritti rimango all'autore, ma, vista la grande concorrenza, si rischia di non saper gestire tutta questa libertà, restando sempre nell’ombra. Comunque si parla del formato digitale che solitamente costa poco e la gente è invogliata a leggere anche un autore sconosciuto. Il cartaceo nel self publishing per ora è praticamente inesistente, almeno in Italia.
Essere pubblicati, invece, da un'importante casa editrice implica parecchi vantaggi: innanzitutto una buona distribuzione che fa sì che il libro sia facilmente reperibile e quindi avere un editore importante alle spalle agevola l'acquisto da parte dei lettori. Tuttavia i rischi sono sempre in agguato: se il libro, che può essere anche valido, non si vende perché l'editore è troppo grosso o pubblica troppo e solo si occupa degli autori già famosi; o se, invece, l’editore è così piccolo che non ha una grossa distribuzione o non vuole spendere in pubblicità, l'autore rischia di bruciare il libro minimo per dieci anni, senza avere successo.
Personalmente sono stata fortunata. Con il successo ottenuto su Amazon grazie al self publishing, ho racimolando centinaia di recensioni con una media di quattro stelle, favorendo il passaparola, visto che agli italiani questa storiella di paese è piaciuta molto.

È ancora possibile, secondo lei, al giorno d’oggi, fare della scrittura una professione a tempo pieno? Cosa consiglierebbe a un giovane che volesse intraprendere questo percorso, seguendo le sue orme?

Non credo che si possa vivere di scrittura, salvo il caso degli scrittori affermati. Fra gli autori indipendenti conosco una sola persona che vive con la scrittura, ma è un asso del self publishing, forse la più importante di Italia.
Un consiglio da dare ai giovani? Prima di tutto devono essere sicuri del proprio lavoro e curarlo fino al minimo particolare: le brutte recensioni, in buona o mala fede, sono sempre in agguato. Poi iniziare a provare con il self publishing per tastare l'approccio con il pubblico, decisamente più rassicurante dei rifiuti o del silenzio degli editori. Se si ha la fortuna, come nel mio caso, di essere contattati da un editore, a quel punto si può decidere se cedere i diritti o meno. Il mio consiglio è farlo con un editore per cui valga la pena, altrimenti si rischia di rimane senza il pane e senza la torta, come si dice da noi.

Per saper scrivere bene, occorre, certamente, leggere tanto. Che libri ci sono sul suo comodino? Che generi e quali autori predilige?

Io scrivo come parlo nella vita di tutti i giorni, non uso metafore, né frasi ricercate, quindi no so se questo sia scrivere bene, comunque molto leggo sin da piccola. Credo che leggere sia una delle cose più belle della vita. Ho letto i classici e adesso anche i contemporanei. Uno dei libri che mi hanno colpita maggiormente è “Delitto e Castigo”. Quando l’ho letto avevo diciott'anni e ho fatto persino una serie di disegni a lui ispirati. Dei contemporanei ho letto tutto quello che Simenon ha pubblicato in Italia. I gialli mi piacciono, ma non quelli che hanno per protagonisti poliziotti, preferisco Miss Marple. Ma ritengo che il più bel giallo di tutti i tempi sia “Il nome della rosa” di Umberto Eco.

A cosa sta lavorando attualmente? Ci sveli quali sono i suoi progetti per il futuro.

Nel cassetto ho un libro di carattere autobiografico che racconta la storia della mia famiglia, partendo dai miei antenati approdati in Argentina da diverse parti dell'Europa, fino al mio arrivo in Italia.
In realtà l'autobiografia è un pretesto per raccontare cose che riguardano l'aspetto socio politico e culturale del mio paese, compresa la dittatura militate ai tempi della guerra sporca e i desaparecidos, molti dei quale miei amici. Ma dovrei pubblicarlo con uno pseudonimo, altrimenti credo che mi beccherei fior di querele, perché dico quel che penso di amici, parenti, familiari e, si sa, queste storie portano sempre guai!
Adesso mi sto divertendo con un romanzo che riguarda il postino di un paese di gente piuttosto losca. Attraverso le lettere consegnate si sviluppano storie, sempre piene di pettegolezzi, invidie e panni sporchi tirati fuori all’occorrenza, dove alla fine ci scappa il morto! Anche questo romanzo finisce con il classico colpo di scena, ormai la mia firma. E non è facile, sapete? Più che romanzi, i miei sembrano teoremi matematici! 


lunedì 24 agosto 2015

Linda Kent: viaggio nel Romance e nei Sentimenti senza tempo


Delicata, poetica, evocativa: la penna di Linda Kent sa essere incisiva e soave nello stesso tempo, come solo quelle delle grandi autrici del passato sono state, da Jane Eyre a Georgette Heyer. Grazie al suo stile descrittivo e circostanziato, ogni romanzo di Linda Kent è una vera e propria esperienza sensoriale che, quasi come un viaggio, richiama i profumi e le atmosfere che tante di noi hanno sognato leggendo i grandi classici e riescono finalmente a riassaporare con gusto, grazie al talento di autrici preziose come Linda. Il romance, infatti, è un genere che nasce non solo dall’innata capacità di coniugare i sentimenti, ma anche da un profondo studio delle epoche e dei costumi nel quale sono ambientate le varie opere, cosa che le rende piccole perle d’inventiva, che seguono regole ben precise. Dalla brughiera del Devon, alle coste frastagliate della Cornovaglia, i romanzi di Linda Kent, tutti editi da Mondadori, anche in versione digitale, ci conducono attraverso buona parte del Regno Unito, seguendo le vicende di famiglie aristocratiche, eroine temerarie e gentiluomini che sembrano non esistere più. E se per Linda “quando si inizia a scrivere, è quasi impossibile smettere”, a noi lettrici accade esattamente la stessa cosa: una volta letto uno dei suoi romanzi non si può proprio rischiare di lasciarsi scappare il successivo!


Per scrivere bene occorrono passione, disciplina, talento e tanta curiosità, alimentata dallo studio costante e da numerose letture: tu che scrittrice sei? Segui l’ispirazione a qualunque ora del giorno o hai un metodo al quale non puoi rinunciare?

Ringrazio, prima di tutto, Alessandra Rinaldi per l’ospitalità sul blog “Fatti i fatti tuoi”: il contatto diretto con i lettori oggi è più facile e immediato grazie al Social Network, tuttavia il dialogo si limita spesso a un saluto o a un commento sotto forma di icona. L’intervista, invece, offre la possibilità di approfondire la conoscenza con un autore.
Nella tua domanda, hai individuato le “sorgenti” della scrittura: ognuna di loro è indispensabile e apporta il proprio contributo per la creazione dell’opera letteraria. Per quanto mi riguarda, seguo un metodo solo nella fase iniziale: raccolgo il materiale (storico, geografico, fotografico) che costituirà l’ossatura del romanzo, creo una sinossi e una scaletta dei capitoli (anche se entrambe provvisorie e suscettibili di cambiamenti anche notevoli), preparo le schede per definire i personaggi nelle loro caratteristiche fisiche e morali. La narrazione vera e propria, invece, a causa dei miei impegni di lavoro e di famiglia, non può seguire tempi ben precisi e quindi approfitto di ogni momento libero per scrivere, soprattutto durante il fine settimana o nelle giornate di festa.

Il romance è, senza dubbio, la tua dimensione più congeniale, un genere che richiede la capacità di declinare sentimenti universali in epoche a noi lontane: da dove nasce questa scelta? A quali esigenze risponde?

Ti racconto una storia. A dodici anni un’amica di famiglia che conosceva la mia passione per la lettura mi regalò Emma di Jane Austen; la cara signora, attratta dal disegno e dalla copertina rosa, credeva si trattasse di un racconto per bambine e pensò di aver sbagliato acquisto. Invece, per me si trattò di una rivelazione e mi procurai subito tutte le opere della scrittrice: appagavano il mio carattere “inguaribilmente romantico” e, nello stesso tempo, mi consentivano di conoscere un periodo storico che mi interessava; trattavano temi universali, ma con uno stile incomparabile per arguzia e ironia. Dalla Austen alle Sorelle Brontë, mi sono poi “nutrita” delle opere di tutti i grandi narratori del XIX secolo. Con voracità e insaziabile curiosità. Tuttavia, ritengo che libri quali Orgoglio e Pregiudizio, Persuasione o Jane Eyre siano ancora oggi insuperati per la loro ambivalenza: da un lato ci consentono di sognare (tingendosi d’azzurro, color di lontananza, direbbe Guido Gozzano), dall’altro, la loro attualità consente al lettore di immedesimarsi nella narrazione. Il romance e, in genere, tutta la narrativa sentimentale, discendono da questi capolavori attraverso una lunga filiazione di bravissime autrici, prima fra tutte Georgette Heyer. La loro influenza è tale da essersi estesa alla letteratura d’intrattenimento e alle commedie brillanti del grande schermo.

Sei riuscita a fare del tuo più grande talento un mestiere: che ostacoli hai incontrato e incontri ancora adesso nel tuo percorso? Cosa significa, al giorno d’oggi, collaborare con un grande Editore? Che consiglio ti senti di dare a chi volesse seguire le tue orme?

In realtà, per me scrivere non è mai diventato un vero e proprio mestiere: ancora oggi è solo una grande passione e questo mi consente di esprimermi con la massima libertà. Mi ritengo fortunata, perché la collaborazione con Mondadori, iniziata nel 2013, mi ha portato grandi soddisfazioni. La crisi dell’Editoria rende, però, sempre più difficile e incerta la via della pubblicazione con una grande Casa Editrice, mentre il boom del self-publishing ha aumentato enormemente la possibilità per un esordiente di farsi conoscere o, per un autore già affermato, di diffondere le sue opere rimaste nel cassetto. Si deve comunque considerare anche il rovescio della medaglia, cioè un volume immenso di produzione, offerta talvolta a costo irrisorio, che può stordire e confondere il lettore e che destina all’oblio le opere in un lasso di tempo sempre più breve. Tuttavia, a chiunque avverta il “sacro fuoco” della scrittura consiglio di non arrendersi, ma di munirsi di pazienza e di una buona dose di tenacia, rinforzarsi contro le delusioni e andare avanti. Cercando, sempre, di migliorare.

Con l’avvento sempre più deciso dell’ebook, anche nel nostro Paese, l’intera industria editoriale sta attuando molti cambiamenti. Tu che lettrice sei? Che generi preferisci? Non rinunceresti mai al profumo delle pagine fresche di stampa o ti affidi volentieri alle nuove tecnologie?

Sono una lettrice instancabile: adoro (ri)leggere i grandi classici della letteratura internazionale e li alterno con le più recenti proposte della narrativa italiana e straniera. Il formato elettronico offre un innegabile risparmio di costi e di spazio, ma la carta stampata, per me, resta insuperabile: possiedo un e-book reader, ma non mi regala affatto le stesse emozioni di un libro “vero”.

A cosa stai lavorando attualmente? In quali luoghi incantevoli ci condurrai nel tuo prossimo romanzo? Raccontaci quali sono i tuoi programmi per il futuro.

Ho terminato il prossimo romance, che spero si rivelerà una sorpresa gradevole per le mie lettrici. Mi piace spaziare nel tempo e affrontare nuove sfide; scrivere storie che, pur nel rispetto dei canoni tradizionali del genere, posseggano una loro originalità. Scelgo sempre luoghi che ho avuto la fortuna di visitare, con l’intento di trasmettere a chi legge le emozioni che ho provato in prima persona, anche se mi documento con cura per capire come risultassero all’epoca della narrazione.

Spero che questo quinto libro possa essere pubblicato nel 2016 ma, nel frattempo, ho già intrapreso la via di una nuova avventura. Ancora una volta diversa, sia per epoca storica che per ambientazione. Perché quando si inizia a scrivere è quasi impossibile smettere: forse dovrei avvisare le aspiranti autrici che la scrittura provoca assuefazione.

www.lindakentauthor.com