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mercoledì 7 novembre 2018

Pino Nazio: vi racconto Aldo Moro e la Guerra Fredda in Italia



La scorsa primavera si è celebrato un triste anniversario: sono trascorsi quarant’anni esatti dall’agguato di via Fani che ha dato inizio alla prigionia di Aldo Moro, col doloroso epilogo noto a tutti, che ha stravolto gli equilibri della scena politica italiana del tempo. Ma cosa sanno le generazioni più giovani di questo statista unico nel suo genere? Se ne conoscono e se ne studiano a sufficienza, ancora oggi, la vita e il pensiero? E si è riusciti a far veramente luce sul mistero della sua morte e a comprendere le dinamiche storico-politiche che l’hanno contrassegnata? A queste e a molte altre domande tenta di rispondere Pino Nazio nel suo ultimo libro, “Aldo Moro. La Guerra Fredda in Italia”, Edizioni Ponte Sisto, con la prefazione di David Sassoli.
Giornalista, scrittore, autore televisivo e tra le colonne della trasmissione “Chi l’ha visto?” in qualità di inviato per oltre dieci anni, Pino Nazio, in questo nuovo libro, ha ripercorso, con la lucidità e la passione che lo contraddistinguono come autore sempre alle prese coi misteri d’Italia sui quali c’è ancora molto da dire, le tappe del pensiero di Aldo Moro e, in particolare, le fasi che ne hanno caratterizzato il rapimento, la prigionia e, infine, il tragico ritrovamento, oltre alle tortuose indagini che sono state compiute in seguito per cercare di comprendere moventi, mandanti ed esecutori materiali dei fatti.
Oltre all’impeccabile ricostruzione degli eventi, è estremamente interessante l’analisi che l’autore fa degli equilibri politici che si sono sgretolati nel nostro Paese in seguito a questo fatto di sangue che è ben più di un caso di cronaca nera come gli altri. Infatti, dopo essersi occupato con successo di molti casi ancora alla ribalta, come quello di Emanuela Orlandi, di Serena Mollicone, di Yara Gambirasio e di Giuseppe Di Matteo, Pino Nazio, muovendosi dal rapimento di Moro, dipinge con mano sicura il quadro storico-politico che ha caratterizzato il clima della Guerra Fredda in Italia, facendo collegamenti e confrontando episodi e testimonianze fondamentali per comprendere anche l’attualità di oggi solo apparentemente lontana da certe dinamiche.
Una lettura imperdibile, tra sociologia e giornalismo, per chi ama studiare la Storia per capire e vivere il presente con consapevolezza e dignità.



A quarant’anni dall’agguato di via Fani sono ancora molti i misteri che avvolgono il sequestro e l’omicidio di uno dei più grandi statisti del Dopoguerra. Chi era Aldo Moro e cosa rappresenta ancora oggi? Raccontaci la genesi del tuo libro “Aldo Moro. La Guerra Fredda in Italia”, Edizioni Ponte Sisto.

Moro è stato uno dei più importanti uomini politici del Dopoguerra, per due volte Presidente del Consiglio in lunghi Governi –nella prima Repubblica in cui i dicasteri spesso duravano pochi mesi- Ministro degli Esteri durante una delle fasi più critiche della Guerra fredda, Ministro della Pubblica istruzione e della Giustizia, prima Segretario e poi Presidente della DC. Ma, al di là di quanto possa descrivere ogni singolo incarico, Moro nel Dopoguerra è stato il democristiano più influente - dopo Alcide De Gasperi e insieme ad Amintore Fanfani - fino alla sua tragica morte. Oggi –e le celebrazioni per il quarantennale della sua scomparsa lo hanno confermato- Moro è stato un uomo del confronto e del dialogo, anche quando l’intesa comportava rischi altissimi come –in piena Guerra fredda- l’apertura verso il Partito comunista italiano. Il mio libro nasce dall’esigenza di fornire un quadro chiaro in cui è avvenuto il rapimento e la morte dello Statista, delle luci e delle ombre che hanno avvolto la sua fine e di squarciare il velo delle omertà e delle ipocrisie che ancora oggi aleggiano intorno a quel corpo ritrovato in una Renault rossa in via Caetani.

La tua interessante analisi collega una serie di fatti sanguinosi precedenti e successivi all’assassinio di Moro, ricostruendo una rete oscura che tenta di mettere in fila tutti i tasselli di quella che fu la Guerra Fredda nel nostro Paese. A quali conclusioni sei giunto?

Moro ha pagato il prezzo più alto per aver osato sfidare l’equilibrio che si era creato dopo la Seconda Guerra Mondiale in cui all’Italia –considerato Paese sconfitto- era stato destinato un ruolo subalterno e a sovranità limitata. Dalle macerie in cui il Fascismo e Mussolini avevano trascinata l’Italia, il Paese ha saputo risorgere entrando nel gruppo delle potenze economiche planetarie senza che venissero rimossi i limiti imposti al Belpaese in materia di Difesa, Politica estera e pieno sviluppo della democrazia: il PCI non avrebbe dovuto mai varcare la soglia del governo. Moro, capendo che l’Italia si sarebbe definitivamente emancipata solo aprendo le porte della “stanza dei bottoni” ai comunisti italiani, rischiò il tutto per tutto e per questo venne ucciso. Certo, i colpi che l’hanno trafitto sono stati esplosi da uomini delle Brigate Rosse, ma chi ha permesso che lui venisse rapito e ucciso non erano né in via Fani né in via Caetani. Basti pensare che nonostante fosse da tempo e pubblicamente indicato come un bersaglio, che le Br avevano sparato e ucciso molte volte prima di lui, gli è stata negata l’auto blindata che avrebbe salvato la sua vita e quella degli agenti della sua scorta.

Quando si raccontano fatti di cronaca ancora tanto sentiti, la condivisione e la divulgazione del proprio lavoro è un aspetto importante tanto quanto la fase di ricerca e di stesura del testo. Svelaci un episodio, un aneddoto, una storia che in questi mesi di presentazioni al pubblico è rimasta particolarmente impressa nel tuo cuore di professionista e di uomo.

Molti sono gli episodi che hanno segnato questo libro e affondano le radici in un lavoro di studio e di ricerca di una dozzina d’anni. Tra gli elementi che ricordo ci sono sicuramente le pesanti minacce ricevute da uno dei brigatisti condannati per il sequestro e l’uccisione di Moro perché avevo avuto la sfrontatezza di ricordargli che esistono agli atti dei diversi processi elementi tali da far supporre che dietro alle Br vi fosse un clima di complicità da parte di servizi segreti, nazionali e internazionali, deviati e non. Oramai è ben chiaro come, dove e quando le Br sono state non-ostacolate, non-disturbate, non-fermate, nella loro “strategia di attacco al cuore dello Stato” che aveva nel rapimento di Moro non tanto lo sviluppo di una “geometrica potenza”, quanto una chiara politica di eliminazione di uno scomodo politico. Infatti dopo il 9 maggio del 1978 non c’è stata la rivoluzione ma una pesante sconfitta del movimento operaio, del Partito Comunista e la vittoria di un blocco conservatore che ha dominato per quasi tre lustri l’Italia e che ha avuto nel Caf –il patto Craxi-Andreotti-Forlani- la sua espressione più autoritaria.



Prima come inviato della trasmissione “Chi l’ha visto?”, poi come autore, ti sei sempre occupato di casi di cronaca nera con profondità e delicatezza. Secondo la tua esperienza come sarebbe più corretto approcciarsi a queste storie per far sì che anche l’opinione pubblica possa dare il proprio catartico contributo alla risoluzione dei casi? Dai un suggerimento a un giovane giornalista che voglia seguire le tue orme.

Quando ci sia avvia sul sentiero del giornalismo investigativo bisogna abbandonare due suggestioni, sia quella “complottista” che vede dietro ogni evento una oscura manovra di poteri occulti, sia quella “integrata” per cui la realtà, la verità storica, non hanno mai delle spiegazioni che non siano le versioni ufficiali delle autorità. Si deve evitare di credere che la tragedia dell’11 settembre 2001 sia frutto di un disegno dei servizi segreti americani e che un aereo non è mai caduto sul Pentagono o che la morte di John Kennedy sia stata opera del solo Lee Oswald. Non possiamo credere che noi siamo controllati da microchip installati sottopelle, che i vaccini provochino l’autismo e che Totò Riina non sapesse che esistesse una organizzazione criminale chiamata mafia. Il bravo giornalista che vuole indagare la realtà –non solo la cronaca nera- deve partire dai fatti, controllare e verificare il proprio lavoro, evitare facili suggestioni e opinioni ritenute valide solo perché sostenute da molti. In una epoca in cui dominano le fake-news e ogni possessore di smartphone è convinto di essere un esperto tuttologo solo perché ha accesso a Internet questo lavoro è particolarmente difficile. Per quanto possibile il giornalista deve andare sul campo, lasciare il mouse e usare le proprie gambe. Non ricordo un solo caso di cui mi sono occupato in cui non abbia scoperto qualche novità, qualche rivelazione, qualche risvolto nascosto, andando a verificare sul luogo del delitto, della tragedia, dell’avvenimento.

A cosa stai lavorando attualmente? Svelaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.

Altri libri, una pièce teatrale, e progetti per la Tv e la Rete. Il Paese attraversa un momento molto difficile, c’è il rischio di un enorme passo indietro dal punto di vista economico, sociale, dei diritti civili e della stessa democrazia, provare a raccontare quello che accade senza qualcuno ti detti cosa scrivere è un impegno a cui non voglio venire meno. Anche se questo ha un alto prezzo da pagare. Nel mio lavoro non dimentico mai quel detto anglosassone che ricorda al giornalista che per lui la notizia è come il denaro per un impiegato di banca: non deve mai dimenticare che sta maneggiando qualcosa che non gli appartiene.


www.pinonazio.it

mercoledì 29 novembre 2017

“Il buio oltre la valle”: Tonino Ruggiero presenta il suo libro sulla scomparsa del padre, Zio Peppuccio


Il prossimo 2 dicembre, alle ore 10:30, presso la sala polifunzionale del Comune di Coreno Ausonio, in provincia di Frosinone, verrà presentato al pubblico “Il buio oltre la valle”, Caramanica Editore, il libro che cerca di far luce sulla scomparsa di Giuseppe Ruggiero, detto zio Peppuccio, avvenuta il 15 maggio 2011 proprio dalle colline che circondano il paese. Questo testo è stato scritto dal figlio di zio Peppuccio, Tonino Ruggiero, Vicepresidente dell’Associazione Penelope Lazio Onlus, da sempre impegnata nel sostegno alle famiglie degli scomparsi italiani.
Il 2 dicembre saranno trascorsi 2.392 giorni dalla scomparsa di zio Peppuccio. Tonino Ruggiero tiene aggiornato questo triste conto ogni giorno sulla pagina Facebook creata per tenere alta l’attenzione su questa inspiegabile scomparsa, nella speranza che nessuno si dimentichi di suo padre. È proprio per questo motivo che ha deciso di scrivere personalmente un libro che facesse il punto sulle indagini e sulle vicende che, in questi anni, hanno caratterizzato questo mistero, convinto che tutti noi possiamo aiutarlo a “scrivere l’ultimo capitolo” di questa storia dolorosa, proprio come scrive Federica Sciarelli nella prefazione al testo. La conduttrice di “Chi l’ha visto?”, lo storico programma televisivo dedicato alla ricerca di persone scomparse, non è l’unica ad aver partecipato alla creazione di questo libro. Ciò che colpisce, oltre alla scrupolosa e sentita, ma lucida ricostruzione dei fatti effettuata da Tonino Ruggiero, con tanto di foto e cartine della zona, è il gran numero di esperti e amici che hanno voluto contribuire alla stesura del testo con la loro testimonianza di partecipazione a questi anni di ricerca. A partire dal Sindaco di Coreno, fino alle numerose Associazioni che hanno partecipato alle ricerche di zio Peppuccio, passando per tutti i professionisti, avvocati e giornalisti, che si sono occupati della vicenda: tutti hanno voluto contribuire al grido lanciato da Tonino Ruggiero attraverso queste pagine apparentemente mute, ma che pesano sulla coscienza di ciascuno di noi, riaprendo la ferita mai rimarginata che riguarda le persone scomparse nel nostro Paese, in particolare quando si tratta di anziani, troppo spesso e troppo superficialmente dimenticati.
Di seguito c’è il testo integrale della lettera che Tonino Ruggiero ci ha inviato per invitare tutti i nostri lettori alla presentazione del 2 dicembre prossimo a Coreno, facendo della sua scrittura uno strumento di riflessione e condivisione:



Coreno Ausonio, 26/11/2017
Cara Alessandra,
scrivo di seguito una lettera a tutti i lettori del Blog “Fatti i fatti tuoi!” che probabilmente ricordano la storia di mio padre che abbiamo raccontato insieme qualche anno fa, per invitarli a leggere “Il buio oltre la valle”, il libro che ho scritto per tenere alta l’attenzione su questa scoparsa
Sono Antonio Ruggiero, Tonino per gli amici, figlio di Giuseppe Ruggiero, detto Zio Peppuccio - ottantatré anni all’epoca della scomparsa - avvenuta in mezzo alla gente sulla collina di Vallauria in Coreno Ausonio (FR) il 15 maggio 2011.
Sono nato e vivo in questo paese di 1.700 anime, e, in seguito alla sparizione di mio padre, mi sono dedicato esclusivamente a cercarlo (trascurando gli affetti familiari, il lavoro e non solo), non riuscendo più a fare le cose di prima.
Attualmente ricopro la carica di vicepresidente di Penelope Lazio ONLUS, un’Associazione composta dai familiari e amici delle persone scomparse, per continuare a cercare ancora mio padre, rappresentare chi non ha più voce e quelli che “restano”.
Fino a poco tempo fa acquisivo questa forza assistendo al quotidiano soffrire di mia madre ma ora lei non c’è più: dopo sei anni di dolore, il 26 maggio scorso è morta di crepacuore.
Adesso, per continuare ancora a cercare mio padre, riesco a trovare le motivazioni pensando alle sue sofferenze patite in questi lunghi anni e ho la consolazione che, al contrario di suo marito, almeno lei ora riposi in pace.
Mio padre sta subendo l’ingiustizia più grande: quella di trovarsi abbandonato al suo destino, con l’aggravante, per me, che diventa sempre più difficile parlare della sua scomparsa quando faccio riferimento alla sua età!
Da quando la faccenda di questo nonno di ottantatré anni fu archiviata in fretta e furia, mi sono convinto che l’anziano non ha pari dignità a un qualsiasi altro cittadino, perché la sua questione non interessava più di tanto le istituzioni preposte che demandano al tempo che passa la risoluzione di questo problema.
Vedendo allora che più passava il tempo e più questa vicenda stava scivolando nell'oblio, mi dissi che questa storia non poteva finire cosi, e c’era anche l’urgenza di preservare la memoria dell’accaduto.
Non sia mai, mi sono detto, che dovesse capitare che quello che e successo fosse rimosso: sarebbe come ammettere che niente è mai accaduto.
E quindi, per continuare a cercare ancora mio padre, in un mondo dove gli anziani sono abbandonati negli ospizi - quando tutto va bene – e in alcuni casi alla mercé di personale medico e paramedico incompetente, mi sono improvvisato anche scrittore, io che non sono un letterato e ho ottenuto uno straccio di diploma trentasette anni fa!
E fu così, che durante le notti insonni ho incominciato a scrivere qualcosa, mettendo agli atti, nero su bianco, tutto ciò che riguardasse mio padre dal giorno della scomparsa fino a oggi.
Ho cercato di esporre i fatti in forma coerente nel loro giusto ordine (in modo che non appaiano scollegati e perdano la loro valenza di prova), cristallizzando ogni particolare riconducibile agli avvenimenti di questi sei anni trascorsi.
Ho elencando le realtà oggettive e le criticità riscontrate durante l’attività di ricerca, corredando il tutto con mappe e cartine geografiche, che ho preparato in modo scientifico per l’occasione.
Ho documentato scrupolosamente tutto l’accaduto e la psicologia di mio padre: cosa non fatta (come ci avevano fatto credere) dagli organi competenti.
E, affinché questo mio scritto attestasse in modo immutabile e chiarissimo la mia esposizione dei fatti, ho accluso al libro cento foto, quaranta copie di articoli di giornali (pubblicati sui quotidiani e settimanali che garantiscono quello che asserisco) e tutti i duplicati di Atti ufficiali, più un album a colori a fine testo.
Come figlio di una persona scomparsa ancora da ricercare, nella prima parte del libro ho messo in risalto la vicenda di mio padre, cercando di far conoscere chi era questo cittadino italiano nella vita di tutti i giorni. Nella seconda parte, invece, come vicepresidente di Penelope Lazio, mostro il dramma sottaciuto e nascosto di tanti familiari di scomparsi.
Spero che chiunque legga questo testo possa entrare nel merito dei dettagli storici della vicenda e incontrare la sua “anima” - perché questo libro ha “un’anima” – per poter comprendere che questi fatti non sono importanti solo per me, perché ciascuno purtroppo potrebbe trovarsi al mio posto.
La mia segreta speranza è quella di riuscire a suscitare nuovamente interesse verso l’accaduto e che la giustizia si ravveda e faccia il suo corso!
Tutto questo ora è diventato un libro dal titolo emblematico: IL BUIO OLTRE LA VALLE, Il mistero della scomparsa di Giuseppe Ruggiero detto zio Peppuccio, con prefazione di Federica Sciarelli, conduttrice della trasmissione televisiva di “Chi l’ha Visto?” Giornalista e Scrittrice, a cui noi familiari di scomparsi siamo molto legati.
Il libro, con la presenza della stessa Federica Sciarelli e la coordinazione dallo scrittore Pino Nazio, sarà presentato alla società civile Italiana e alle Istituzioni nella sala polifunzionale del Comune di Coreno Ausonio (FR) il 2 dicembre prossimo alle ore 10.30 (nel giorno del novantesimo compleanno di mio padre), con l’Associazione Penelope Lazio e il patrocinio dell’Amministrazione Comunale.
È fondamentale, che questa vergogna sia conosciuta da più persone possibili e che il libro, portando all’attenzione di tutti i media dell’informazione questa storia, serva a far riqualificare i fatti accaduti e a giungere alla riapertura del fascicolo ormai archiviato.
Questo è propedeutico, affinché mio padre sia ancora ricercato e ritrovato, senza obiettare che in mancanza di “nuovi elementi” tutto debba finire così.
Nel libro dimostro che i nuovi elementi ci sono, perché ci sono sempre stati fin da quando questa vicenda è iniziata, ma sono stati trascurati e non presi nella giusta considerazione.
Questo volume adesso è la sola arma che mi resta per continuare questa battaglia, cosciente che un libro su una persona scomparsa potrebbe non interessare a nessuno. Ma mi resta solo questa strada da percorrere e la determinazione a continuare cercare mio padre!

Il figlio dello scomparso Giuseppe Ruggiero, detto Zio Peppuccio, nonché vicepresidente di Penelope Lazio o.n.l.u.s, Associazione territoriale delle Famiglie e degli Amici delle Persone Scomparse.
Tonino Ruggiero


Alla presentazione di sabato, oltre allo stesso Tonino Ruggiero, prenderanno parte anche Federica Sciarelli, il giornalista Pino Nazio, che si è occupato sin dall’inizio della scomparsa di zio Peppuccio, il giornalista Marcello Caliman, il Presidente di Penelope Lazio Andrea Mario Ferraris e il Sindaco di Coreno Ausonio Domenico Corte. Assieme a loro ci saranno anche molti familiari di scomparsi italiani che saranno tra il pubblico a sostenere la famiglia Ruggiero e ad augurare buon compleanno a zio Peppuccio che, proprio il 2 dicembre, compie 90 anni, laggiù, nella Terra degli scomparsi.


www.ziopeppucciodovesei.it



venerdì 10 aprile 2015

“Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce” di Pino Nazio


È il primo giugno del 2001: Serena Mollicone, una diciottenne dal sorriso solare e dall’indole generosa, scompare senza lasciare traccia da Isola Liri, un piccolo paese del frusinate poco distante da Arce, cittadina d’origine della ragazza. Il suo corpo senza vita viene ritrovato due giorni dopo da una squadra della Protezione Civile nel boschetto di Fontecupa: mani e piedi sono legati con nastro adesivo e fil di ferro e la testa è avvolta in un sacchetto di plastica del supermercato. L’unica ferita presente sul cadavere si trova vicino all’occhio destro ed è stata causata da un colpo violento che però da solo non può essere stato sufficiente a provocarne il decesso. Serena è morta dopo molte ore di agonia e il suo corpo, abilmente manipolato, è stato portato nel bosco dove è stato rinvenuto solo poche ore prima del ritrovamento. Da allora l’assassino e i suoi complici sono rimasti impuniti.
Sono passati ormai quasi quindici anni da questa tragica vicenda e attualmente, nonostante molti sembrino conoscere la verità o esserci arrivati molto vicini, non è stato possibile mettere la parola fine a questo mistero. Nella speranza che la storia di Serena non venga dimenticata, Pino Nazio, sociologo, giornalista e brillante autore televisivo, ripercorre nel suo libro “Il mistero del bosco. L’incredibile storia del delitto di Arce”, Sovera Edizioni, tutte le tappe della vicenda, purtroppo meno nota di altri casi di cronaca nera che hanno visto coinvolte giovani donne negli ultimi decenni, ma non per questo meno importante.
L’autore, come già sperimentato in sue precedenti opere riguardanti altri noti fatti di cronaca, utilizza magistralmente la tecnica del cosiddetto romanzo-verità, inserendo la cronistoria degli avvenimenti realmente accaduti in una cornice narrativa interessante e ben scritta, che rende la lettura complessivamente meno gravosa e più avvincente. A fare da perno della storia, introducendola e traendo poi le sue conclusioni, è il personaggio di fantasia Jacopo Ammirati, talentuoso giornalista, che, attraverso un suo informatore, entra in contatto con Lucrezia, una donna molto bella che sembra essere assai informata sulla storia di Serena e che consegna a Jacopo un plico contenente un libro da lei scritto sulla tragica vicenda, ma mai pubblicato, perché privo del finale. La parte centrale e più estesa del romanzo è affidata proprio alle pagine di questo libro che Jacopo divora, ripercorrendo tutte le tappe della storia della famiglia Mollicone: il matrimonio felice tra Guglielmo e Bernarda, i genitori di Serena, la nascita delle loro figlie, i problemi di salute di Benarda, l’infanzia di Serena, fino alla scomparsa e al successivo tragico ritrovamento, con tutto ciò che seguì, dalle indagini difficili a causa della presenza di figure controverse che sembravano aver interesse a coprire la verità, fino allo spasmodico, a tratti malato interesse mediatico, al processo, alla riapertura di nuove indagini grazie a un nuovo testimone, che però non hanno avuto risultati. Alla fine di questa narrazione è di nuovo Jacopo a prendere le fila del romanzo, conducendo il lettore verso la sua personale ricostruzione dei fatti, che rispecchia naturalmente l’opinione dell’autore stesso.
Il romanzo, scritto anche grazie al supporto del padre di Serena, Guglielmo Mollicone, e di Maria Tuzi, figlia di Santino, il brigadiere dei Carabinieri di Sora, morto apparentemente suicida nel 2008 e la cui figura fu ricollegata al caso, è steso in modo semplice, diretto, scorrevole. Tanto la parte narrativa, quanto quella di taglio più squisitamente giornalistico, sono declinate in modo tale da tenere alta la tensione, come si richiede a un thriller, e, nello stesso tempo, informare puntualmente su fatti troppo spesso mistificati in passato e sui quali rischiava di cadere l’oblio. Lo stile è pulito, i dialoghi coinvolgenti, la cornice narrativa completamente convincente, per quanto breve. Unica nota negativa: la presenza di qualche refuso di troppo, in qualche caso perfino troppo grave per essere considerato un semplice errore di stampa.
Resta tuttavia all’autore l’insindacabile merito di aver contribuito a tenere alta l’attenzione su un caso di cronaca nera non più recentissimo, ma ancora tutto da definire e che è l’emblema di come non sempre verità e giustizia siano destinate a incontrarsi, nonostante tutti sappiano bene come siano realmente andate le cose. Un libro che racconta la vita è sempre un buon libro.