martedì 12 maggio 2015

Il mio nome è Olimpia Orioli


Nella stanza di Luca c’era un cassetto chiuso. Uno di quei cassetti dove, a vent’anni, ti arrabbi se la mamma ficca il naso per mettere ordine. Uno di quei cassetti in cui i sogni diventano poesie, scritte su fogli stropicciati e quaderni di tanti colori. Uno di quei cassetti che Luca avrebbe riaperto solo molti anni dopo, da uomo adulto che, magari trasferitosi per farsi una posizione, tornava a casa per le feste a riabbracciare la famiglia. E avrebbe sorriso di sé stesso, Luca, e della sua ingenuità di ragazzo. Avrebbe sorriso di quei pensieri apparentemente sconnessi, destinati a rimanere segreti per la maggior parte di noi. Avrebbe sorriso di una purezza che non ricordava di avere, ormai così preso dalla frenesia della vita quotidiana.
Luca Orioli non aprirà mai più quel cassetto. Il tempo su di lui si è fermato quella sera del 23 marzo 1988 a Policoro, quando il suo corpo senza vita è stato ritrovato accanto a quello della fidanzata, Marirosa Andreotta, nel bagno della casa di lei.
Ma quel cassetto non è rimasto chiuso. Ci ha pensato mamma Olimpia, con la dolcezza e il coraggio che solo una madre può avere, a dare nuova vita al suo Luca. Olimpia ha messo ordine nel proprio cuore, prendendosi cura di Luca ancora una volta. I sogni, i pensieri e le speranze di Luca sono oggi raccolte in un libro dal titolo “Il mio nome è Luca Orioli”, edizioni Giuseppe Laterza, e costituiscono una preziosa eredità spirituale fortemente voluta da Olimpia. Perché ad un dolore eterno non si può che rispondere con l’eternità del ricordo.

Chi era Luca e quante volte al giorno pensi a lui?

Luca è, per me. Continua a vivere, al contrario di tanti viventi che vivono da morti, coi loro pesi sul cuore. Luca è vivo dentro di me, respira con me e vive in ogni mia cellula. Non posso dire quante volte al giorno lo penso, perché è con me continuamente. Ogni cosa che faccio, penso, dico, lui è con me. È la mia forza, la mia luce, la mia grazia, la mia dolcezza, la mia capacità di amare tutti come fossero Luca. Sento che questo è il suo grande desiderio e quindi mi metto in sintonia con questo amore, per lui divino, per me divino solo internamente, per il momento. E così riesco a vivere gioiosamente, con entusiasmo. Così il dolore per tutte le situazioni subite, sofferte e che veramente mi hanno straziato il cuore, questo dolore è per me fonte di elevazione, per cui io affronto tutto e riesco a trovare dentro di me tutte le energie e le risorse necessarie. Quindi, anche se intorno non dovessi avere nulla, so dove potrei attingere vita e vitalità. Se Luca adesso è in grado di essere per me tutto questo, si può facilmente immaginare come fosse in vita. Era uno studente modello e un figlio meraviglioso che, da piccolo, giocava con me, scherzava, mi dava i baci sugli occhiali, mi slacciava il grembiule. Una volta cresciuto ci sentivamo ogni sera e con lui dovevo parlare di tutto: dalla moda, alla letteratura, passando per la musica, la filosofia, l’arte, insomma proprio di tutto quello che, magari, durante la giornata, aveva attirato la sua attenzione o mosso una sua riflessione. Tutti mi dicevano che Luca era il figlio che ogni mamma avrebbe voluto avere e me lo dicevano già quando era in vita.

In questi anni qual è stato il momento più difficile, in cui hai creduto di non farcela?

Ce ne sono stati tanti, soprattutto ogni volta che dovevo andare in Tribunale. Diventavo di marmo, era come salire al patibolo. È una sensazione che fatico a descrivere. Ricordo un episodio in particolare: quando il caso è stato chiuso per la terza volta, ero convinta di non farcela. Invece quando mi è arrivata la notizia ho sentito come se il mio cuore fosse stretto tra le mani di qualcuno che lo teneva sollevato, tanto che io non ne sentivo più neppure il peso. Percepivo questa leggerezza indescrivibile, come se fossi stata un’altra, come se quella che ascoltava la notizia fosse un’altra persona e non io stessa.

Di fronte ad una storia così drammatica e assurda quanto spesso ci si chiede perché è accaduta e perché proprio a noi?

No, mai. Quello che riuscivo a chiedere a Dio è stato solo di dirmi cosa avevo fatto per meritare ciò che mi stava capitando e non il perché stesse accadendo a me. Chiedevo cosa avessi fatto per meritare tutto questo dolore e perché Dio non si commuovesse di fronte a questa sofferenza straziante e senza limiti, aggravata dalle menzogne di chi mi aveva nascosto la verità e me l’aveva negata di fronte alla legge. Costoro sopportano il peso di una verità che è stata negata, travisata, dissimulata sotto i cavilli procedurali, coperta dall’incompetenza. Hanno usato armi che io definisco profondamente illegali e che ledono il diritto del cittadino, che fa semplicemente appello alla Costituzione e alla legge. Anche se purtroppo ho dovuto constatare che sembra non esserci una legge che protegga l’onesto, sono e resto garantista. Spesso però la legge protegge il delinquente e quindi Caino viene difeso da tutti, mentre Abele viene ignorato, banalizzato ed è oggetto di tutto il male al quale deve quasi abituarsi, se vuole sopravvivere.

Come si fa a non essere solo arrabbiati per l’accaduto e increduli per le motivazioni che si sono ricostruite nel tempo?

In tutto questo tempo io mi sono convinta che il male è di chi lo fa, non di chi lo riceve. Se io mi dovessi mettere a confronto con chi ha taciuto e con chi non è stato in grado di compiere il proprio dovere, sia testimoni, sia inquirenti, io mi sento infinitamente più fortunata di loro, perché non devo vivere con questi pesi sulla coscienza e so che sulla mia anima non potrà scendere nessuna goccia di sangue innocente, la mia anima è rimasta pulita. Se penso a Luca credo che lui non avrebbe voluto rancore da parte mia. Dovevo riuscire a trasformare i risentimenti in sentimenti, chiedendo a Dio di darmi la forza di continuare a credere, a lottare, a sperare. A Dio ho chiesto solo di essere resa strumento di bene e nient’altro. Questo mi ha aiutata. Ero arrabbiata e lo sono stata per molto, ma si è trattato di una rabbia figlia del bene. Mi domandavo continuamente perché chi sapeva qualcosa non parlasse e non fosse toccato dal pensiero di lasciare un’eredità così pesante ai propri figli, oltre a quella che si sarebbero portati dentro. Non c’è luce quando c’è senso di colpa e nessuno più di me capisce quanto è terribile vivere senza luce interiore. Per questo, in tanto buio, io ho cercato la mia luce e ho preso esempio dalla pianta che quando intorno a sé non ha né acqua, né luce, né aria, affonda le sue radici e cerca tutto quanto ha di riserva nelle sue profondità, per sopravvivere. Questo è esattamente quello che ho fatto.

Dalla raccolta di tutti gli scritti e le poesie di Luca è nato un libro di rara profondità, che dimostra quanto le domande e i sogni dei giovani siano così simili in ogni tempo e in ogni epoca. Chi sarebbe oggi Luca?

I sogni di Luca, in quel cassetto chiuso, che io ho aperto e ho messo a disposizione di tutti, sono i sogni di tutti gli altri giovani che adesso, attraverso lui, mi stanno chiedendo di fare qualcosa per loro. Di fare qualcosa per amore e cercare di sopperire alle tante situazioni in cui i giovani rimangono da soli e vengono ignorati, maltrattati. Io non so come, ma sento che Luca continua a vivere nei sogni degli altri giovani e di tutte le altre persone che oggi hanno l’età che avrebbe avuto lui, ormai non più giovanissimi. Il mio impegno è per tutti, tutti coloro che sono stati giovani come Luca e che ora invecchiano, mentre Luca è rimasto giovane per sempre. Si tratta di sogni belli, liberi, freschi, verdi, che vengono rivissuti attraverso le poesie di Luca e io cerco di alimentarli con questo amore che Luca mi ha lasciato in eredità. È a questi suoi scritti, che sono per me un’immensa eredità spirituale, che la mia vita si ispira ogni momento. Luca è nei suoi sogni e sono sicura che, se fosse qui, li avrebbe realizzati tutti con l’entusiasmo che lo contraddistingueva.

Quali sono stati, in questo lungo periodo di dolore e ricerca, i cinque minuti di felicità che ti hanno permesso di continuare a vivere?


Veramente non sono solo cinque minuti. Ogniqualvolta riesco a donare un sorriso o farlo nascere sul viso di chi era triste, io vivo l’immensità di Luca, la sua profondità spirituale, il suo arrivo presso Dio. È come se mi mettessi le ali e riuscissi a raggiungerlo e questo mi unisce ancora di più a lui. E siccome di sorrisi, per fortuna, ne faccio partorire tanti nelle persone che mi stanno accanto, mi sento felice e vicina a Luca. Ormai far nascere un sorriso è la mia unica aspirazione e mi dà una gioia così profonda, da farmi chiedere al Signore di non farmi morire fino a quando potrò essere sorriso e speranza per chiunque Egli voglia.

domenica 10 maggio 2015

Tre buone ragioni per… leggere I Promessi Sposi


Lo avete odiato sui banchi di scuola e ve ne siete sbarazzati non appena avete potuto? Oppure lo conservate ancora e lo utilizzate come fermaporta? È il romanzo italiano per eccellenza, croce e delizia di tutti gli studenti del Bel Paese e paradigma inarrivabile per gli aspiranti scrittori di ogni genere. Stiamo parlando de I Promessi Sposi, il temuto capolavoro di Alessandro Manzoni e siamo pronti a darvi tre buone ragioni per smettere di sbadigliare al solo pensiero di quel ramo sul lago di Como…

1.      Meglio di un libro di storia. Il Seicento in Italia è stato un secolo tosto, decisamente difficile da studiare. Rileggerlo affrescato dalle indimenticabili descrizioni del Manzoni è tutta un’altra storia. Dalle case dei poveri, ai palazzi dei potenti, passando per il paesaggio lacustre, fino alla Milano devastata dalla Peste, nulla è lasciato al caso, proprio nulla. Ma date fiducia alle minuzie, non lasciatevi scappare nessun dettaglio e scoprirete che la potenza descrittiva dell’autore è in grado di rendere vivo anche ciò che può sembrare irrimediabilmente lontano.

2.      Archetipo dell’Amore. Proviamo a semplificare la faccenda: il tomo dei tomi in questione altro non è che una storia d’amore. E potrebbe mai essere noioso l’amore? Senza contare che non ci sono solo Renzo e Lucia a passarne di tutti i colori pur di convolare a nozze. I Promessi Sposi sviscera l’amore a tutto tondo, da quello più puro e innocente dei nostri beniamini, a quello violento e irrazionale di Don Rodrigo per Lucia, passando per la passione travolgente della Monaca di Monza per Egidio. Ogni personaggio è mosso dall’amore più di quanto sembri.

3.      Anche i cattivi hanno un’Anima. La Provvidenza e la Redenzione svolgono un ruolo centrale in tutto il romanzo, nel quale anche il cattivo più perfido, come l’Innominato, si piega di fronte ai propri sensi di colpa e, dopo una vita di malefatte, decide di pentirsi e convertirsi, inginocchiandosi ai piedi del Cardinale Borromeo. Sappiamo quanto la fede abbia influenzato l’intera produzione del Manzoni, ma anche volendo dare una chiave di lettura più laica, ne I Promessi Sposi si comprende benissimo come anche i personaggi più negativi abbiano diritto a una seconda possibilità e quindi a una vera e propria riabilitazione nel tessuto sociale.

martedì 5 maggio 2015

Corinne Savarese: l’Ironia fa bene all’Amore


Cara Corinne Savarese, noi ti amiamo! Per dirla parafrasando il titolo di uno dei tuoi libri più letti. E Corinne ci ricambia decisamente! Brillante, ironica, e scrittrice di grande talento: i suoi libri sono amati dalle donne di tutte le età e non solo. Anche il pubblico maschile la apprezza per il suo senso dell’umorismo e la capacità di calarsi perfino nei panni di lor signori, con la giusta dose di sarcasmo. È un’acuta osservatrice della realtà di tutti i giorni ed è proprio questo che ci piace di più: saper ridere delle piccole sventure quotidiane è una grande qualità, soprattutto se c’è di mezzo Cupido, e saper far sorridere scrivendo di situazioni in cui chiunque potrebbe ritrovarsi catapultato è davvero esilarante. Ma cosa bolle in pentola? Quali nuove avventure all’insegna del vero amore ha in serbo per noi? Sarà la stessa Corinne a raccontarcelo, svelandoci qual è il suo segreto per farci sognare a occhi aperti.

Da mesi sei indiscussa regina nelle classifiche rosa dei principali portali di letteratura digitale, ma facciamo un passo indietro: da dove nasce l’urgenza di scrivere? Che autrice sei e quando ti sei resa conto che questa passione sarebbe diventata un mestiere?

Ciao Alessandra. Prima di tutto permettimi di ringraziarti per questo tuo invito e la possibilità di parlare di me nel tuo blog. È un piacere e un onore.
Ho iniziato a scrivere poco più di due anni fa, come bisogno di esprimermi. Era un momento particolare della mia vita in cui ho sentito la necessità di esternare ciò che avevo dentro e così ho scritto un’autobiografia, che ovviamente rimarrà per sempre nel mio cassetto. Finita quella mi son resa conto che mi mancava scrivere e soprattutto, rileggendola, ho realizzato che avevo una vena ironica che usavo per affrontare anche i fatti più ostili. Mettevo ironia in tutto e mi sono stupita di me stessa, perché non mi sono mai reputata una persona di quelle capaci di intrattenere, anzi. Non so raccontare barzellette, evito di fare battute perché sono timida e penso sempre di non far ridere… ecco. È stata una sorpresa per me scoprire questo lato, molto nascosto, evidentemente.
J
Mi piace guardare il mondo, ciò che mi circonda, osservare le persone, i loro comportamenti, cosa li spinge a fare quello che fanno. Mi piace raccontare i personaggi, oltre alle storie. Analizzarli nel profondo. Dargli un’immagine a tuttotondo. I rapporti umani sono quello che prediligo nelle mie scritture. Infatti i miei libri sono principalmente questo. Cara cognata, ti odio! e Finché suocera non ci separi sono i miei primi due libri, pubblicati in self. Con loro sono stata notata e contattata poi per scrivere per la mia attuale Casa Editrice. Non ho mai realizzato, effettivamente, fino almeno alla fine del terzo libro, che ce l’avrei fatta. Che questo poteva davvero essere il mio lavoro. Sai, con quattro bambini non è semplice. Faccio moltissimi sacrifici. Scrivo di notte, fino a quando sveglio la famiglia per la colazione e poi affronto la giornata come una normale mamma.

Raccontaci la tua esperienza nel self publishing: come sei approdata a questo mondo? E, dopo il tuo grandioso successo con una grande Casa Editrice come Rizzoli, quali sono i pro e i contro di questi universi paralleli?

Essendo una divoratrice seriale di libri ero entrata in contatto con un’autrice self italiana per farle i complimenti dato che ho apprezzato molto la sua storia. Lei mi ha raccontato di come aveva pubblicato in self. Per me era una cosa assolutamente nuova, non sapevo ci si potesse pubblicare senza una Casa Editrice alle spalle. Mi ha dato la scintilla e il coraggio per buttarmi, nonostante mio marito fossero anni che ci provava. A volte semplicemente non è il momento giusto, altre, è proprio quello perfetto. Così ho iniziato a scrivere, senza grandi aspettative. Io ci ho provato, mi son buttata senza sapere minimamente che mondo fosse questo. Adesso mi darei dell’incosciente. Sono stata una kamikaze! Con il secondo romanzo, Finché suocera non ci separi, avevo già capito un po’ le dinamiche ed è stato più semplice. Nel frattempo ero stata contattata da una grande e importante agenzia letteraria per essere rappresentata da loro. Proprio poco prima dell’uscita del secondo romanzo è iniziata anche l’avventura con Rizzoli. Ero terrorizzata di non essere all’altezza. Il peso delle aspettative gravava sulle mie spalle, insieme a tutti i sacrifici fatti per scrivere il primo romanzo per loro, il mio terzo: (Es)Senza di te. La trama era deliziosa, per me. L’avevo nel cuore. Scriverlo è stato davvero faticoso perché i tempi erano ristrettissimi. Lavoravo tutte le notti dalla sera all’alba e di giorno revisionavo. Ero sfinita, ma sono stata felicissima di com’è andata. Poco dopo ho immediatamente dovuto mettermi sul quarto, senza respiro, Una Str… Ega sotto l’albero.
I pro e i contro tra self e Casa Editrice… è un tema spinoso e controverso, molto discusso. Sicuramente da ex self ero viziata ad avere un controllo totale sulle mie pubblicazioni: dal testo, alla copertina, al titolo e alle vendite. Con una Casa Editrice ci si affida a loro, si deve aver fiducia completa che faranno del tuo romanzo un ottimo lavoro, che lo renderanno appetibile. Non è stato facile per me, che sono un’amante dei titoli spumeggianti, quasi aggressivi, cedere questo ad altri, così come le copertine, che per i self avevo curato personalmente. Infatti Cara cognata, ti odio è stata fatta da una cara amica e collega, decisa insieme (Marie Albes), mentre per Finché suocera non ci separi è stata fatta proprio da me e da mio marito. Non sono una persona che vuole apparire tra la folla, ma mi piace che le mie copertine lo siano.
Le voglio colorate, che gridino “Guardami! Mi vuoi! Non puoi cedere. Toccami, annusami, prendimi!”, con Rizzoli ho dovuto lasciar andare tutto questo e, credimi, è stato davvero molto difficile. Così come tutta l’organizzazione dietro al battage pubblicitario prima della pubblicazione. Sono una persona precisissima e vorrei fare sempre tutto in maniera perfetta, con i miei tempi. Ecco, qui ho rischiato il collasso. Non avevo potere su nulla, non potevo organizzare niente. Ero completamente impotente. Dovevo solo aspettare. Però, nonostante tutto, non tornerei indietro. Sono felice e orgogliosa della strada che ho fatto, perché l’ho fatta con tanto sacrificio.

L’amore non passa mai di moda: i tuoi romanzi sembrano essere in grado di annullare le differenze generazionali, passando dalle madri alle figlie. Il rosa è, senza dubbio, la tua dimensione più congeniale: cosa pensi di questo genere? A cosa è dovuto tanto successo e a che esigenze risponde secondo te?

Ma… come ho detto nella prima domanda non mi sarei mai aspettata tutto questo, sono partita così, perché sentivo di farlo, ma senza sapere cosa aspettarmi. Mi piace scrivere di storie di vita vera, portate un po’ al paradosso e soprattutto situazioni in cui ognuna di noi possa ritrovarsi. La serie “Cara, ti odio” è nata proprio per questo. Perché ognuna si ritrovasse nella protagonista, vittima di una cognata impossibile, o nella nuora vessata e tormentata dalla suocera. Ce ne saranno altri a seguire di questa serie, che non voglio assolutamente abbandonare, ma per il momento dovranno attendere. Credo sia per questo che sia le madri, che le figlie mi hanno letta. Certo, qualcuna potrà essersi rivista nell’antagonista e di conseguenza chiamata in causa… ecco, forse a quelle non devono essere piaciuti più di tanto!
Il genere rosa fa sognare ogni donna, rimanendo al tempo stesso legato alla realtà. È questo che fa del genere un genere amato. Le donne vogliono poter sognare, sapendo comunque che potrebbe accadere davvero. Si è così sempre di corsa: la famiglia, il lavoro, i trasferimenti casa/ufficio/casa – spesa – posta – o vattelapesca, che alla sera vogliamo qualcosa che rilassi la mente, che avvolga le nostre membra stanche e ci scaldi il cuore. Questo è il romance!

Per saper scrivere bene occorre, certamente, leggere tanto: che libro c’è sul tuo comodino? E se, come autrice, potessi appropriarti del romanzo scritto da una collega, quale sarebbe?

Sicuramente leggo tanto. In certi periodi sono arrivata a un libro al giorno e se ci penso è un po’ un peccato, calcolando quello che ci vuole per scriverlo. Sul mio comodino c’è Charlotte Brontë “Jane Eyre” il mio libro preferito in assoluto. Mi ricorda la mia infanzia, quando l’ho letto per la prima volta in prima media. Ogni volta che sento il titolo mi ritrovo bambina, e avverto dentro il calore delle emozioni che mi diede allora, le sensazioni, e subito sto così bene. È meraviglioso quello che un libro può fare anche a distanza di così tanti anni, non trovi? Ovviamente a seguire viene Jane Austen, con Orgoglio e Pregiudizio, l’Abbazia di Northanger, Emma e gli altri…
Se potessi appropriarmi di un libro di una collega? Non ci ho mai pensato, però spesso, mentre leggo, penso “Oddio, questa sì che sa scrivere, mica come me! Io non arriverò mai a questi livelli. Ma che scrivo a fare?” e allora è meglio non pensarci, prima di essere tentata di appendere la penna al chiodo. J

Quanto c’è di vero nei personaggi e nelle esilaranti vicende che racconti? Cosa ti ispira maggiormente? Svelaci qualche progetto per il futuro.

Di vero, in genere, nulla. Preferisco ispirarmi ai caratteri. Diciamo che mi piace pensare al carattere di una persona e su questo, costruire la storia, inventare quello che farebbe una persona in base a com’è, le sue reazioni. La psicologia ha una grande parte nei miei libri.
A volte mi basta un’immagine perché nasca una trama nuova. Oppure una frase che mi colpisce. Come dicevo amo i titoli e quasi sempre intitolo ogni cosa nella mia vita. Questo mi fa sorridere, è come se dessi titoli a tutto, come se fossi una giornalista che deve intitolare un articolo. E allora magari mi colpisce uno di questi titoli che dico, così per gioco, e via: il libro è già scritto nella mia mente in un batter d’ali.
Progetti per il futuro… attualmente sto scrivendo due romanzi contemporaneamente, di generi diametralmente opposti. Sto sperimentando un genere molto diverso dal mio solito, è una scommessa con me stessa che mi terrorizza, ma io amo le sfide, amo spingermi sempre oltre. Anzi, spesso mi butto proprio in qualcosa che mi spaventa, per dimostrare a me stessa che posso farcela. Ho bisogno di questa adrenalina nella mia vita, altrimenti così piatta. Cosa assurda, vero? Quattro figli e una vita piatta. Non ci crede nessuno, finché non capisce che io non sono solo una mamma, ma anche una donna. Ed è quello che voglio sentirmi, sempre!
Oltre a questi due romanzi, partecipo a un progetto a più mani con altri colleghi. È una cosa nuova per me e divertente. Speriamo ne esca qualcosa di interessante.

Altra cosa nuova, che mi elettrizza, è un altro progetto, che sta prendendo piede ultimamente, è una nuova sceneggiatura che stiamo iniziando io e un’altra collega, per una serie. Sono davvero entusiasta all’idea di ampliare i miei orizzonti a questo nuovo esperimento. Il tema… ironia a tutto campo, amore e segreti!

Corinne Savarese

giovedì 30 aprile 2015

Teodoro Quarto: ogni dipinto racconta una storia

Architetto, grafico e pittore di grande talento: secondo Teodoro Quarto, giovane artista romano, ogni opera racchiude in sé una storia, capace di trasportare lo spettatore in realtà parallele tutte da scoprire. E come dargli torto: basta osservare i suoi quadri per sentirsi parte di fiabe fantastiche dal finale tutto da scrivere! Appassionato di disegno, ma anche attento studioso del colore e esperto di grafica multimediale, fa di questa versatilità nell’uso delle tecniche una caratteristica vincente del suo stile, senza mai dimenticare che la perfezione non sta nel raggiungimento di un traguardo, ma nella ricchezza del cammino intrapreso.

Osservando le tue opere sembra quasi di entrare in un mondo fantastico, popolato di personaggi mitici che vivono in luoghi dalla grande potenza evocativa. Che artista sei? Da cosa nasce l’esigenza di dipingere?

In realtà la mia passione per la pittura è nata da poco tempo: sono, infatti, circa tre anni che dipingo ed è stata una scoperta che è maturata poco a poco. Tutto ha inizio con il disegno, sin da bambino trascorrevo le giornate a disegnare con le matite in grafite, cercando sempre di perfezionarmi rappresentando su carta quello che avevo in mente, con l’intento di riuscire a farlo nel modo più dettagliato e realistico che fosse possibile. Non c’erano colori, ma solo chiaroscuri, e questo non mi dispiaceva affatto perché in tal modo mi sentivo più libero di disegnare ciò che volevo; l’idea di dover colorare, in un certo senso, mi preoccupava, perché immaginavo fosse davvero complicato. Con il passare degli anni, però, ho voluto provare a dare un po’ di colore ai miei disegni utilizzando i pastelli ad olio, raggiungendo risultati soddisfacenti. L’approdo definitivo alla pittura su tela è avvenuto, però, dopo molto tempo di inattività “artistica” coincisa con il periodo degli studi universitari, dove ho incominciato ad utilizzare il PC, prima per il disegno tecnico architettonico, poi per diletto mi sono avvicinato alla pittura digitale, che mi ha consentito anche di acquisire esperienza come grafico. Da qui nasce la mia esigenza di dipingere, cioè riportare su tela quello che riuscivo a fare al computer, avevo voglia di riprendere la mia vecchia passione per il disegno a mano libera ed incominciare a dedicarmi alla pittura tradizionale, così un giorno mi sono deciso a comprare i colori ad olio ed una tela e vedere cosa usciva fuori. È stato, quindi, un percorso evolutivo, dove però sono cambiate solamente le tecniche di rappresentazione, ma non lo spirito, le sensazioni e i temi trattati. Il mondo Fantasy e il surreale mi hanno sempre affascinato, attraverso la lettura di libri, la visione di film, ma soprattutto l’osservazione attenta dei lavori dei grandi illustratori contemporanei, sono diventati i soggetti principali dei miei quadri. Amo dipingere di fantasia, in piena libertà cercando di imprimere al quadro un certo effetto “scenografico” dato dai forti contrasti dei colori, della luce e delle ombre, senza però scostarmi troppo dal realismo. Darmi una definizione come artista mi rimane un po’ difficile, sono in continua ricerca e sperimentazione per trovare il mio personale “stile”, potrei dire che il disegno e la pittura sono la mia attitudine naturale, dove riesco ad esprimere meglio le mie emozioni e cerco di trasmetterle a chi guarda i miei lavori.

Eroine leggendarie e paesaggi dai colori brillanti, ma non solo: che messaggio vuoi esprimere nei tuoi quadri? A che tipo di fruitore ti rivolgi principalmente?

La caratteristica principale che tento di imprimere nei miei quadri, già nella fase di studio, è quella di suscitare curiosità, sorpresa ed interesse attraverso la rappresentazione di un qualcosa di particolare, insolito, che potrebbe essere anche un dettaglio in un paesaggio o in un figurativo. Il modo di accostare i colori e la scelta del soggetto, infine, creano la scena, cercando sempre di ricreare un’atmosfera onirica, misteriosa e a volte quasi mistica. Mi sono reso conto, e ne ero consapevole ancora prima di incominciare ad esporre le mie opere, che queste non sono apprezzate da tutti, proprio per il genere di raffigurazione non collocabile tra i classici generi pittorici che conosciamo e che la maggior parte delle persone è abituata a vedere nelle mostre o ad avere appese sulle loro pareti di casa, come per esempio i paesaggi naturali in stile classico, i figurativi, gli astratti o l’Impressionismo. Il mio è un pubblico un po’ di nicchia, trasversale: quella varietà di persone, soprattutto giovane, che amano il Fantasy o provengono da un genere di cultura legata al mondo dei fumetti o delle graphic novel, per cui o piace o non piace, al di là della tecnica. Questo può rappresentare un limite per le mie aspettative attuali e future nell’ambito dell’attività artistica, ma è anche un qualcosa che riesce a farmi distinguere in qualche modo dai dipinti canonici.

Non utilizzi solo matita e pennelli: dopo una Laurea in Architettura e una certa esperienza come grafico, come riesci a unire tante tecniche diverse? E quale prediligi?

Mi è sempre piaciuto molto sperimentare nuove tecniche legate al disegno o alla pittura. Ad oggi i tre grandi “campi” in cui opero sono: il disegno in chiaroscuro con le matite, la pittura ad olio o acrilico e la pittura digitale al PC, cercando di portarli avanti tutti e tre di pari passo. Come dicevo prima, tutto nasce dalla mia passione per il disegno, la tecnica che prediligo, che poi si è arricchita di nuovi strumenti e l’utilizzo di questi dipende dal tipo di soggetto che intendo rappresentare, da come vorrei che fosse una volta finito, ma anche dalla complessità del progetto che è legata alle mie capacità di esecuzione. Ad esempio, se volessi fare qualcosa di molto complicato e impegnativo, lo svilupperei attraverso il disegno nel modo più dettagliato possibile, dopodiché lo passerei al computer per la colorazione digitale e realizzerei, così, un’illustrazione di grande effetto che non riuscirei a raggiungere dipingendo direttamente su tela. Non avendo mai seguito dei corsi o frequentato scuole d’arte, sono un autodidatta che cerca di migliorarsi giorno dopo giorno, e non posso ritenermi ancora bravo nel padroneggiare le diverse tecniche pittoriche, anche perché ho poca esperienza, ma grazie ad una buona manualità, a tanto esercizio e alle possibilità che Internet ci mette a disposizione tra video guide e tutorial si possono superare quelle difficoltà, soprattutto iniziali, che si trovano nell’ esecuzione di un buon dipinto.

Cosa ti ispira maggiormente quando hai di fronte la tela bianca? Ci sono dei movimenti artistici del passato ai quali ti rifai nelle tue opere?

La mia principale fonte di ispirazione si trova nell’attenta osservazione di tutto ciò che mi incuriosisce e suscita emozioni particolari. Sin da bambino sono stato attratto in modo particolare dal genere Fantasy, dalla fantascienza e in modo più ampio da tutte quelle forme di rappresentazione della realtà fatte in chiave diversa, immagini capaci di darmi qualcosa in più di un’emozione: la possibilità di viverle con la fantasia, esplorare mondi irreali cercando di immaginare quale storia ci possa essere dietro, come se fosse un film, da qui nasce il mio studio e la reinterpretazione di tali immagini. Tra gli artisti che preferisco e di grande ispirazione posso citare Luis Royo, Boris Vallejo, Frank Frazetta e gli Italiani Paolo Barbieri e Lucio Parrillo, eccellenti illustratori fantasy contemporanei. Per quanto riguarda il panorama artistico del passato verso cui attingo le mie idee, sicuramente rivolgo il mio interesse al Realismo, in particolar modo all’ Hudson River School, un movimento artistico americano sviluppato nella metà del XIX secolo da un gruppo di paesaggisti. Questo è sicuramente un tema più classico ma ricco di pathos ed io ne sono stato rapito al primo sguardo tanto che potrei dire di aver incominciato a dipingere dopo aver visto alcuni quadri di quei grandi pittori del passato.

Ci si può ancora definire artisti di professione al giorno d’oggi? Chi sono stati i tuoi maestri e quali i maggiori ostacoli che hai dovuto superare nel tuo percorso da artista? Raccontaci quali sono i tuoi progetti per il futuro.


Credo che il desiderio più grande in ambito lavorativo, non solo per me, ma per chiunque, sia quello di poter far diventare la propria passione una professione, dedicarsi a tempo pieno e dare un senso più concreto a ciò che si ama fare. Non sempre purtroppo è possibile, nel campo artistico e in particolare modo nell’arte figurativa, pittura e scultura, al giorno d’oggi non ci si possono aspettare grandi profitti, tali da poter pensare di iniziare un’attività in tal senso. Io non nascondo la volontà di provarci ancora, dopo una laurea in architettura e varie esperienze lavorative nel campo architettonico e nella grafica come freelance, non ho trovato soddisfazioni e appagamento, così decisi di ricominciare a fare quello che mi rende felice sognando di poter entrare nel modo dell’arte come professionista e magari illustratore. I risultati purtroppo tardano ad arrivare, credo che poche persone oggi siano disposte ad investire dei soldi in quadri, disegni o sculture di autori sconosciuti ed emergenti. Penso anche che ci sia poco interesse verso questo settore che possa andare al di là della semplice visita ad una mostra. I più fortunati che riescono a raggiungere l’obiettivo di “crearsi” un lavoro grazie alla propria arte devono avere un background di studi e di preparazione molto forti, aver incominciato da molto giovani e magari la fortuna di aver avuto come mentore un maestro d’arte conosciuto. Questi sono i prerequisiti di valore, ma non essenziali, ci vogliono poi la predisposizione, la ricerca di un proprio stile, tanta dedizione e costanza, ma anche una buona dose di fortuna per entrare nel giusto “giro”. Le difficoltà quindi ci sono e parecchie, per esperienza personale potrei parlare tra l’altro dei galleristi, mercanti d’arte o presunti tali che a volte a fronte di grossi investimenti creano illusioni di ogni tipo a chi tenta di emergere, per poi frantumarle dopo poche mostre. Cosa dire poi di quei concorsi dove si mettono in palio dei ricchi premi in denaro, con una giuria selezionata ad hoc per la vittoria finale dei soliti noti, tutto programmato a tavolino, ingolosendo e facendo maturare inutili speranze a chi è alle prime esperienze. Ovviamente non voglio generalizzare, il mio disappunto è rivolto ad alcune realtà spiacevoli che fanno parte del mondo dell’arte e che traggono la loro esistenza dal numero sempre crescente di persone che si cimentano come pittori o scultori. Io non ho avuto nessun maestro, come ho detto sono autodidatta. Certo mi sarebbe piaciuto averne uno, perché penso sia una fonte inestinguibile di consigli e ricchezze artistiche maturate con l’esperienza. Per il futuro non ho progetti definiti, ad oggi sto intraprendendo una strada diversa da quella artistica che mi piace e spero mi porti fortuna, ma non smetterò mai di dipingere e disegnare, cercherò di portare avanti parallelamente questa mia passione finché sarò in grado di farlo, sempre con la speranza nel cuore di poterla rendere, un giorno, una professione o “semplicemente” farla rimanere un piacevole momento a cui dedicarmi.

www.artestudioteo.it

martedì 28 aprile 2015

Musical e Beneficenza: Jesus Christ Superstar a Salerno per sostenere l’Ospedale SS. Giovanni di Dio e Ruggi di Aragona


Jesus Christ Superstar è, senza dubbio, il Musical più amato di tutti i tempi, non solo dagli appassionati del genere. Poterlo vedere rappresentato in lingua originale da una squadra di artisti di grande talento è un sogno che si realizzerà ben presto. E se lo scopo della produzione è principalmente benefico, tutti parteciperemo con uno slancio ancora più grande!

La Compagnia della Croce del Sud, infatti, presenterà, su concessione di Really Useful Group, il musical Jesus Christ Superstar, in scena il prossimo 16 e 17 maggio al Teatro Augusteo di Salerno. Buona parte dell’incasso sarà devoluta al reparto di Neonatologia e Terapia intensiva ad alto rischio dell’Ospedale SS. Giovanni di Dio e Ruggi di Aragona di Salerno, per cui la Compagnia ha già contribuito a rendere le operazioni nosocomiali del reparto più adeguate per i tanti bimbi a rischio che nascono quotidianamente all’interno di tale struttura.
Il progetto di mettere in scena una delle opere rock più rappresentate, Jesus Christ Superstar di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, nasce dal desiderio di promuovere giovani di talento. Lo scopo della Croce del Sud è di fare beneficenza, riunendo un gruppo di artisti del territorio, per armonizzarli grazie al supporto di professionisti di altissimo livello.
Tra i professionisti coinvolti ci sono nomi d’eccezione: Steve Balsamo, direttore artistico del musical, cantante e autore italo-gallese, già protagonista nella produzione londinese di Superstar del 1996; Brunella Platania, vocal and acting coach, co-regista dello show e allieva del grande Carl Anderson (il Giuda nel film evento del 1973 di Norman Jewison); Luca Calzolaro, coreografo e co-regista, primo ballerino della Compagnia Internazionale del Notre Dame de Paris; Antonio Vincensi, produttore del musical.


La Conferenza Stampa di Roma, che illustrerà questa splendida iniziativa, si terrà oggi, 28 aprile, alle ore 18.30, presso la sede della Scuola Romana di Scrittura in viale Regina Margherita 1, a cura della Direttrice della Scuola Cinzia Giorgio. Interverranno, tra gli altri, gli artisti Francesco Ranieri, interprete di Giuda, Fabio Manda, interprete di Gesù e Valentina Ruggiero, interprete di Maria Maddalena. 

giovedì 23 aprile 2015

Maria Tuzi: vi racconto mio padre, Santino


Aprile 2008. Sul greto del fiume Liri, poco distante da Arce, viene ritrovato il corpo del Brigadiere Santino Tuzi. È nella sua auto e un colpo della sua stessa pistola d’ordinanza al petto gli ha tolto la vita. Sin dall’inizio per gli inquirenti non ci sono dubbi: Santino si è ucciso per motivi personali. Curioso che l’abbia fatto a due passi da dal luogo in cui, sette anni prima, era stato ritrovato il corpo di Serena Mollicone, la diciottenne di Arce il cui assassinio, tutt’ora irrisolto, ha sconvolto l’Italia intera. E ancora più sorprendente è il fatto che, qualche giorno prima, Santino avesse reso una lunga deposizione alla Procura di Cassino proprio sul caso di Serena, da poco riaperto.
Una coincidenza? O Santino sapeva qualcosa di utile alle indagini che, in qualche modo, è legato alla sua morte?
Una cosa è certa: Santino è più che mai vivo nel ricordo dei suoi familiari e, in particolare, in quello di sua figlia, Maria Tuzi, che ha voluto raccontarci, con grande delicatezza e sensibilità, come si affronta quotidianamente un dolore tanto grande.


Chi era Santino, tuo padre, e chi è oggi? Quante volte al giorno pensi a lui?

Mio Padre era un uomo corretto e sempre disponibile. Dedito al suo lavoro, un amico leale. Un papà presente e un nonno affettuoso e pieno di premure.
Oggi mio padre è tutto quello che abbiamo imparato da lui e che ci ha trasmesso con pazienza attraverso la sua educazione. È il sorriso delle persone che lo ricordano per i suoi modi di fare gentili e per il suo altruismo.
Non potrei quantificare il numero delle volte che penso a lui, semplicemente è parte di me ogni giorno. C’è in ogni mio passo, in ogni cosa che faccio.

Di fronte a una storia così drammatica quanto spesso ci si chiede perché è accaduta e perché proprio a noi?

Non so perché sia accaduto a noi, so solo che il coraggio della verità spesso si paga a caro prezzo, ma comunque si resta sempre a testa alta. Questo è quello che mi ha insegnato mio padre e io cerco di metterlo in pratica ogni giorno.

Qual è stato il momento più difficile in questi anni? Ricordi un episodio in particolare durante il quale hai creduto di non farcela?

Il momento più difficile è stato vedere spezzarsi il legame con i nipotini, che ancora oggi chiedono di lui. Nessuno potrà mai dimenticarlo, né la sua famiglia, né gli amici. Non credo che la verità sia stata scoperta fino in fondo e la cosa più dura da affrontare è proprio che ogni volta che credo di aver trovato un tassello importante per avere delle risposte mi trovo davanti un nuovo muro da abbattere.

Come si fa a non essere solo arrabbiati?

Sprecare tempo per la rabbia è inutile, preferisco convogliare le forze per trovare le risposte che cerco e aiutare gli altri a non avere paura di dire la verità. Questo è il mio modo di superare la negatività che questa tragedia ha portato nella vita dei miei cari.

Quali sono stati, in questi anni, i tuoi cinque minuti di felicità, che ti hanno permesso di avere la forza di andare avanti e guardare al futuro, nonostante tutto?

Credo che non si possa dare una misura alla felicità, anche se mi piacerebbe. Sono convinta che, prima o poi, con l’aiuto di tutti, troveremo le risposte che cerchiamo, perché le persone semplici e oneste, come era mio padre, lasciano sempre un segno. La vera forza di andare avanti la trovo ogni giorno nell’amore della mia famiglia e delle persone speciali che mi aiutano nella ricerca della felicità e di questo sono molto grata.



lunedì 20 aprile 2015

Mauro Valentini: 40 passi. L’omicidio di Antonella di Veroli


Il 12 aprile 1994, a Roma, viene ritrovata morta Antonella Di Veroli, una stimata consulente del lavoro di 47 anni. Due colpi di pistola le hanno tolto la vita e il suo corpo viene rinvenuto sigillato in un armadio chiuso con della colla, quasi a voler nascondere l’accaduto agli occhi dello stesso assassino.
Ma chi era Antonella e cosa le è accaduto realmente?
Mauro Valentini ripercorre, nel suo primo libro inchiesta, gli ultimi passi di Antonella Di Veroli, cercando di ricostruire quello che tutti i giornali dell’epoca definirono il caso della donna nell’armadio.

Questo è il tuo libro d’esordio: come mai hai scelto di raccontare questa storia? Chi era Antonella Di Veroli? Raccontaci dove ti hanno condotto questi 40 passi e il perché delle tue innovative scelte stilistiche, a cominciare dal titolo.

La storia mi era entrata nel cuore da allora, quando la casa editrice Sovera mi ha chiesto di raccontare per loro un’inchiesta non ho avuto dubbi. Antonella era una donna sola, maltrattata dalla vita e dagli affetti più cari. Ho voluto raccontare chi era Antonella, soprattutto. In fondo il mio non è stato un lavoro prettamente investigativo, ma umano. Il titolo è venuto fuori da solo, durante il mio primo sopralluogo nei luoghi dove la signora Di Veroli viveva ho contato i passi che separano il garage dal portone di casa, quegli ultimi 40 passi che la vittima ha percorso all’aria aperta e che ha percorso anche il suo assassino.

Come in ogni inchiesta che si rispetti, lo studio degli atti è fondamentale: che approccio hai avuto verso questo lavoro di ricerca? Hai dato molto spazio alla rassegna stampa e all’eco mediatico che ebbe tutta la faccenda nel corso degli anni, riportando citazioni da molte testate: come mai questa scelta?

I giornali sono stati protagonisti di questa storia, se ne sono in un certo senso appropriati. È parso quasi che gli inquirenti seguissero le piste investigative dei quotidiani romani e non viceversa. Mi ha colpito non solo lo scandagliare nella vita privata della vittima, ma anche e soprattutto quello che è stato il linciaggio a mezzo stampa operato nei confronti dell’unico imputato del processo, poi assolto. Vittorio Biffani è per me la seconda vittima di questa storia terribile.

La tua indagine è stata minuziosa e ti sei avvalso del contributo di molti esperti per provare a tracciare un profilo, sia della vittima, sia dell’assassino, che ti permettesse di ricostruire la vicenda. Chi sono i professionisti che ti hanno guidato nel tuo percorso?

Innanzitutto ho avuto la fortuna di avere in prefazione un intellettuale, un autore bravissimo come Marco Marra, che conduce “Storie Nere”, trasmissione cult di Rai Tre, che ha riletto da un punto di vista tutto nuovo quello che, appunto, i casi di cronaca accendono nell’opinione pubblica. I professionisti che mi hanno accompagnato in questa avventura sono degli esperti forensi: Virginia Ciaravolo e Sara Cordella hanno ricostruito, attraverso i dati in nostro possesso, le foto della scena del crimine e gli scritti che Antonella Di Veroli ha lasciato, un’autopsia psicologica e grafologica, rivelandoci la personalità della vittima, mentre a Simone Montaldo ho chiesto di regalare a chi legge un profiling dell’omicida, da cui ognuno dei lettori può ricavare elementi per farsi una propria idea su chi possa aver compiuto un delitto cosi efferato.

Che scrittore sei? Da dove nasce la tua esigenza di scrivere e di occuparti, in particolare, di casi di cronaca nera? È una passione che coltivi da molto?

I fatti di cronaca mi appassionano da sempre, sono cresciuto registrando le puntate di “Telefono Giallo” di Corrado Augias, adoro la capacità narrativa di Carlo Lucarelli e sono da sempre un lettore di grandi classici del giallo. Forse la mia esperienza nel campo della critica cinematografica, di cui scrivo su diverse testate mi ha portato ad appassionarmi alle vicende che sono dietro un film o un racconto. Ecco, in fondo io racconto storie, un narratore curioso di ogni aspetto umano, amo cogliere gli aspetti più intimi delle relazioni tra le persone. In fin dei conti un omicidio, come questo, è, essenzialmente, un corto circuito relazionale, qualcosa di particolare che ha fatto da detonatore all’esplosione improvvisa di violenza.

Parlaci dei tuoi progetti per il futuro: stai già lavorando al prossimo libro? Puoi svelarci, in anteprima, di cosa ti occuperai?


Sì, sono al lavoro su due progetti distinti, sempre casi di cronaca insoluti: il primo uscirà questo inverno, non posso rivelare, per esigenze editoriali, quale sia il caso specifico, ma sarà forse più del “caso Di Veroli” un intrigo relazionale più che investigativo. Un corto circuito anche questo pieno di mistero. 

venerdì 17 aprile 2015

Guglielmo Mollicone: ricordiamo Serena!


Cosa si può chiedere a un padre che ha perso una figlia per mano di qualcuno che è ancora impunito?
Quando mi si è presentata l’opportunità di raccontare la storia di Serena Mollicone attraverso le parole di suo padre, Guglielmo, ho capito che la prima a doversi fare delle domande sono proprio io.
Serena scompare da Isola Liri, vicino Arce, il primo giugno del 2001 e il suo corpo senza vita viene ritrovato due giorni dopo nel bosco di Fontecupa, oggi Fonte Serena. Mani e piedi legati, un sacchetto del supermercato in testa, così, come un rifiuto da smaltire: una morte atroce dopo una lunga agonia. Ma il vero orrore viene dopo: a quasi quindici anni dalla vicenda giustizia non è stata fatta. Tutti sanno? Probabile e Guglielmo lo dice a gran voce da sempre, tuttavia a nulla sono servite le indagini, i processi, il clamore mediatico. Il colpevole è ancora a spasso. Almeno per ora.
E nel frattempo? Che succede intanto? Mandiamo la pubblicità? No. E non è una critica al sistema. Ma il tempo passa, la vita scorre, come si dice.
Come si entra nell’intimo di chi ha vissuto un dolore così innaturale, da sembrare assurdo? Cosa potrei aggiungere io? Proprio niente. Nessuna novità, nessuna congettura, nessuna ricostruzione dei fatti.
Siamo qui solo per ricordare. E volutamente dico: ricordare. Ricordare implica un’azione quotidiana, alla portata di tutti. Un’elaborazione attiva di un evento che nessuno può lasciare indifferente. Faremo come i rapsodi che cantavano l’ira di Achille e i viaggi di Odisseo: racconteremo per ricordare, tramandare, trasmettere. Imparare e insegnare, allo stesso tempo.
E allora sedetevi con me e Guglielmo e dedicate cinque minuti del vostro tempo a Serena.
Ma non per sapere com’è andata a finire o che novità ci sono sul caso, perché, vi anticipo, rimarrete delusi. Nessuno scoop. Non è un romanzo giallo o un thriller alla tv. Siamo seduti ad aspettare giustizia e da molti anni ormai. E facciamo ciò che rende l’uomo un animale sociale: ci sosteniamo nella memoria della nostra unicità di individui, imparando a vivere nel nostro tempo.

Chi era Serena e quante volte al giorno pensa a lei?

Serena era una ragazza fuori dal comune: era una ragazza sensibile, sempre pronta ad aiutare chi era in difficoltà come gli animali, gli anziani, i tossicodipendenti. La causa della sua morte è proprio il suo altruismo. Serena quel fatidico primo giugno 2001 era andata nella Caserma di Arce per denunciare lo spaccio di droga che avveniva in paese e lì, purtroppo, che secondo me ha trovato il suo carnefice. Chi doveva salvaguardarla, chi l’ha uccisa e poi è riuscito a depistare le indagini? Questo è il pensiero e non mi stancherò mai di dirlo.
Penso a Serena ogni giorno. La sogno spesso e quando accade la sogno sempre piccola, perché per me è rimasta la mia bambina, nonostante avesse ormai diciotto anni e fosse una ragazza molto più matura della sua età. Serena, infatti, aveva perso la mamma a soli sei anni e questo l’aveva portata a farsi forza sin da piccola e a crescere in fretta, senza però perdere la sua semplicità e la sua lealtà verso il bene ed il buono.

In questi anni qual è stato il momento più difficile, la situazione più assurda contro cui si è scontrato?

Sicuramente quando, il giorno del funerale fui prelevato dalla Chiesa per mettere delle firme in Caserma. È stato un episodio spiacevole e davvero inconcepibile. Quello è stato il più grande depistaggio mai fatto, perché ha distolto l’attenzione dal carnefice, spostandola sulla famiglia di Serena che, in quel momento, doveva solo piangerla e riunirsi nel proprio dolore. Sono sincero, in quell’istante non l’ho capito, altrimenti non mi sarei allontanato. Dovevo solo mettere una firma, ma mai avrei immaginato che ci sarebbero volute ben tre ore.

Di fronte ad una storia così drammatica quanto spesso ci si chiede perché è accaduta e perché proprio a noi?

La storia di Serena ha coinvolto un’intera comunità. È stato il periodo peggiore che il paese abbia mai vissuto: era allo sbando. L’Amministrazione Comunale, la Chiesa, la Caserma tutti pensavano solo al proprio interesse, ai propri rischi: nessuno si preoccupava del proprio dovere sociale, di cosa fosse giusto fare per la scoperta della verità. E intanto otto ragazzi erano già morti di overdose. Ma la cosa sembrava non toccare le Autorità. Forse perché non si trattava dei loro figli? Forse perché la verità può far male più della morte stessa?
La morte di Serena, in un certo senso, è servita a far rigenerare il paese. Dopo la scomparsa di Serena nessun altro giovane è più morto a causa della droga. Il sacrificio di mia figlia è servito, almeno, ad arginare quella che, allora, era davvero una piaga, giacché il paese, a quell’epoca, risultava essere ai primi posti, in Europa, per numero di tossicodipendenti e di morti legate all’uso di sostanze stupefacenti. Oggi, fortunatamente, le cose sono cambiate.
La solidarietà che ho ricevuto dalla comunità mi è stata di grande conforto. L’intero paese mi è stato accanto e ha dimostrato grande sensibilità. Ricordo che, immediatamente dopo la morte di Serena, i colleghi della scuola avevano perfino organizzato una colletta in modo tale che io non dovessi preoccuparmi nemmeno della spesa!

Come si fa a non essere solo arrabbiati?

Quello che più mi spinge ad andare avanti e a cercare di superare la rabbia per l’accaduto è l’aiuto di Serena e di mia moglie che dall’aldilà mi sostengono. Molti altri genitori che hanno perso dei figli non ce l’hanno fatta. Io invece trovo proprio in Serena e nel suo ricordo la forza e il coraggio di vivere e cercare giustizia. È un dovere verso la sua bontà ed il suo altruismo, è un dovere verso tutte le persone che mi stanno vicino.

Chi sarebbe oggi Serena?

Sicuramente Serena mi avrebbe reso nonno. Non so se si sarebbe sposata, forse avrebbe preferito una convivenza, ma desiderava con tutto il cuore una famiglia. E sarebbe stata un’ottima madre, premurosa e attenta.
Sono certo che sarebbe diventata anche una brava veterinaria: quello era il suo sogno, prendersi cura degli animali in difficoltà. E sono convinto che, forse, non si sarebbe nemmeno fatta pagare per il suo lavoro da chi non avesse potuto permetterselo, tanto era generosa e altruista. Era fatta così: pur di aiutare non avrebbe pensato affatto al guadagno!

Quali sono stati, in questo lungo periodo di dolore, i cinque minuti di felicità, che le hanno permesso di andare avanti?

Mi sono reso conto subito che avrei dovuto combattere una dura e, probabilmente, lunga battaglia per ottenere giustizia e che la cosa più importante sarebbe stata cercare di tenere alta l’attenzione il più possibile sulla storia di Serena, perché nessuno si dimenticasse di lei e del suo sacrificio.

I media hanno contribuito molto in questo, assieme a tante persone che mi sono state accanto, ma la vera forza la trovo ogni giorno proprio in Serena. Il suo ricordo e la sua presenza mi danno sostegno in ogni momento più di ogni altra cosa. Serena è accanto a me, oltre che in Paradiso. Chi me l’ha tolta dalla Terra non me la può togliere dal cuore.

www.serenamollicone.it